Mio marito guardava il telegiornale, mentre io… sussurravo i miei segreti in un letto che non era il nostro

Guardando il TG, mentre lei sussurrava i suoi pensieri… nel letto di un altro

6 Novembre

Mi chiamo Lorenzo, ho sessantanni, vivo a Bologna. Sono sposato da quasi trentanni con Caterina. Quando questa sera sono tornato dal lavoro, mi sono seduto in poltrona come ogni sera e ho acceso la televisione per guardare il telegiornale come sempre. Nel frattempo, Caterina è rimasta in piedi sulla soglia della sala, stringendo un tovagliolo stropicciato. Sembrava affannata, quasi come avesse appena fatto una corsa, anche se veniva solo dalla cucina.

Lorenzo, devo parlarti un attimo ha detto con voce flebile.

Ho tenuto lo sguardo fisso sulla TV. Il Presidente della Regione faceva promesse, al Parlamento discutevano nuove leggi. Non ho staccato un attimo gli occhi dallo schermo.

Lorenzo ha sussurrato ancora. Ha chiamato Paola. Con Filippo va tutto storto. Lei piangeva, dice che lui è sempre in ufficio fino a tardi e nemmeno le risponde al cellulare. Ho paura che tra loro…

Pensateci voi, ho tagliato corto, siete donne, saprete come cavarvela. Non distrarmi, stanno parlando di pensioni.

Caterina è rimasta lì, immobile. Guardava la mia nuca capelli grigi, rasati corti, la schiena dritta nemmeno in vestaglia. Quella nuca, una volta, era stato il suo rifugio. O forse semplicemente laveva accompagnata per quasi trentanni. Ora invece era solo una nuca. Un muro sordo contro cui si infrangevano le sue parole.

Nostra figlia è infelice, ha sussurrato, quasi per sé. E tu vuoi sapere delle pensioni.

Non ho risposto. Forse non ho sentito. O forse sì, ma lho ignorata. Che cambia?

Lei si è girata ed è andata in camera. Ha chiuso la porta, si è seduta sul letto e, tremando, ha preso il telefono. Dopo aver esitato a lungo, ha chiamato qualcuno.

Pronto? Caterina? la voce, calda, accogliente, era quella di Guido.

Guido… ho sentito che mormorava lui non si accorge nemmeno che sto male. Paola è nei guai e a lui non importa niente. È come urlare nel vuoto…

Parla, ha detto Guido. Sono qui, ascolto tutto.

Lei ha cominciato a parlare. Piangeva, singhiozzando, liberando un fiume di parole che io a casa non ascoltavo più. Guido ogni tanto diceva: Capisco, Che brutta situazione, Non meriti tutto questo. Proprio quello che Caterina desiderava sentirsi dire, quello che io non dicevo da anni.

Dopo la telefonata, sembrava sollevata. Da sempre, ogni volta che parlava con Guido, era come se si togliesse dalle spalle uno zaino pesante. Si è asciugata gli occhi, sistemata i capelli ed è uscita di nuovo. Io ero sempre lì, in poltrona; al TG ora era seguita una trasmissione sulla pesca.

Tutto continuava. Come sempre. Come se niente fosse successo.

***

Tre mesi fa la nostra vita era diversa. O meglio, era la stessa, ma senza Guido. Soltanto vuota.

La routine: Caterina si alzava, preparava la colazione. Io correvo in garage, coi miei attrezzi o dagli amici di vecchia data a parlare dei bei tempi dellesercito. Lei rimaneva sola a casa: sistemava, cucinava il pranzo, poi sedeva a fissare fuori dalla finestra. La sera tornavo, si cenava in silenzio, e mi piazzavo davanti alla TV. Lei tentava una conversazione, io rispondevo a monosillabi o nemmeno quello. Poi si andava a letto, ciascuno nel proprio angolo del matrimoniale.

La solitudine dentro il matrimonio. È così che si chiama, ormai lha capito anche lei. Mai come allora si era sentita unisola deserta, anche stando sotto lo stesso tetto con luomo con cui aveva diviso quasi trentanni. Ne parlava con le amiche, che scuotevano le spalle: Tutte così le coppie. Gli uomini a questa età diventano dei muri. Ma Caterina non si rassegnava. Aveva bisogno di essere ascoltata, di sentirsi vista.

Un giorno, camminando in centro, aveva letto lannuncio su un lampione: Corso di Informatica per la Vita. Aperto a tutte le età. Si era detta: Perché no? Almeno avrebbe potuto uscire di casa e vedere qualcuno.

Quando mi aveva detto di essersi iscritta, io avevo mugugnato:

E che te ne fai? Alla tua età imparare linformatica…

Ho cinquantasette anni, mica ottanta, aveva protestato lei.

Tanto ormai ti annoi proprio.

Come sempre, aveva lasciato perdere.

Il corso si teneva nella sala di una biblioteca di quartiere: dieci partecipanti, tanti suoi coetanei. Linsegnante era una ragazza paziente e gentile, Caterina si era riscoperta curiosa, imparava perfino a mandare email o navigare online. La intrigava.

Guido era seduto due banchi più in là. Sui cinquantacinque anni, occhiali, volto sereno. Non era un Adone, un uomo qualunque. Sempre ben rasato, con il suo maglione grigio. Anche lui imparava i trucchi del computer. Durante le pause, si chiacchierava tutti insieme: salute, figli, meteo.

Un giorno, a fine corso, lui le aveva chiesto:

Ti va un caffè? Qui vicino cè il Bar Oasi.

Perché no? Un caffè normale, con una persona normale.

Sedettero vicino alla vetrata, ordinando cappuccino e paste. Parlarono di tutto: dei corsi, delle difficoltà con la tecnologia.

Mia figlia ride ogni volta che sbaglio un tasto, disse Guido. Dice: “Papà, ma come fai a non conoscerli, questi cosi?” E io vabbè, non mi vergogno mica a imparare ora.

Anche la mia, rispose Caterina. Anche se ora non ride tanto. Ha problemi col marito.

Gravi?

Non voleva parlarne, eppure si aprì:

Non so. Piange, non mi dice molto. Non posso aiutarla. E nemmeno mio marito mi ascolta. Lui non vuole sentire nulla.

Guido la guardò attento.

Perché?

Non lo so, fu sincera lei. Quasi penso di essere diventata trasparente. Un fantasma in casa mia.

Non capiva neanche lei perché si confidava con uno sconosciuto. Forse perché lui la guardava negli occhi e la ascoltava, realmente.

È terribile, disse sottovoce Guido. Nessuno dovrebbe sentirsi così a casa propria.

Lei annuì, con un nodo in gola. Sbatté spesso le palpebre per non piangere.

Rimasero ancora mezzora assieme. Poi andarono via. Ma qualcosa era cambiato, lei lo sentì.

***

Da quella sera, i caffè al Bar Oasi divennero una consuetudine del mercoledì. Allinizio chiacchieravano del più e del meno. Poi, Caterina si accorse che gli raccontava sempre più di sé, della fatica coniugale, della mancanza drammatica di attenzioni.

Guido ascoltava sempre. Faceva domande, la rincuorava:

Meriti di più.

Non è giusto per te.

Ti capisco.

Quelle parole erano acqua nel deserto per Caterina, tanto che ne diventò assetata. Perché a casa nessuno glielo diceva.

Una sera tornò tardi. Mi trovò in cucina, imbronciato.

Doveri?

Il corso si è allungato mentì. Per la prima volta in tutti quegli anni.

Io non dissi nulla, sparii in soggiorno. Lei rimase in cucina, stringendo la borsa. Senza che me ne accorgessi, quel misto di senso di colpa e sollievo le dava coraggio. Io non le chiedevo conto nemmeno delle bugie.

E lo avvertì: non era la menzogna in sé a spaventarla. Ma la facilità con cui le veniva.

***

Il corso finì dopo un mese. Ma gli incontri con Guido continuarono. Lei trovava scuse: la spesa, una visita, la farmacia. Io non mi curavo, niente mi interessava davvero di lei.

Con Guido poteva parlare per ore. Di tutto, soprattutto di me. Mi raccontava a lui come il muro che era diventato. Guido era diventato per lei una specie di valvola di sfogo, una spalla su cui piangere, unancora.

Non so più come recuperare il nostro rapporto gli diceva, mescolando il caffè. Ho provato mille volte. Gli chiedo che cè che non va, propongo una gita, gli racconto cosa mi sta a cuore. Lui ignora tutto. Mio marito non mi sente, è come parlare al muro.

Magari servirebbe un aiuto di un esperto esterno provava Guido, con delicatezza. A volte uno si chiude dopo un trauma

Non verrà mai, scuoteva la testa Caterina. Per lui sono tutte sciocchezze. Ce la caviamo da soli, dice. Ma non ci caviamo nulla. Stiamo lì, affiancati. Non viviamo.

Guido le prese la mano. Lei fissò la sua che copriva la sua. Calda, vera, presente. Quando mai io lavevo stretta per mano, lultima volta?

***

Poi è arrivata quella sera, devastante.

Era appena tornata da Guido, confusa, colpevole ma anche felice. Avevano solo parlato, nientaltro. Che fosse un tradimento? No… stava solo trovando chi la comprendeva. Era peccato?

Io ero davanti al TV, come sempre. Lei si avvicinò con premura:

Lorenzo, mangiamo insieme stasera? Preparo le tue cotolette di vitello preferite.

Non ho fame. Mi fa male la testa. Cucina per te stessa e lasciami tranquillo.

Volevo solo… ha tentato.

Cosa volevi? Che lasciassi tutto per te? Anche io ho i fatti miei. Ti ho dato casa, cibo, tranquillità. Che vuoi ancora?

Attenzione, disse piano. Voglio solo la tua attenzione.

Non ho tempo per i tuoi capricci ho tagliato. Lasciami in pace.

Lei rimase a guardarmi. Ho visto che le si spezzava qualcosa dentro, ancora una volta.

Se nè andata in camera, ha preso il telefono e ha chiamato Guido:

Posso venire da te un attimo? Sto malissimo. Ti prego.

Lui non ha chiesto nulla, le ha solo dato lindirizzo.

È andata da lui in lacrime. Guido lha fatta accomodare sul divano, le ha portato del tè caldo, le ha passato un fazzoletto. Lei ha pianto tanto, spiegando tutto: il mio silenzio, la mia freddezza, il mio vederla solo come domestica. Non ce la faceva più.

Guido lha abbracciata, senza altro. Lei si è rifugiata nel suo abbraccio, che era comprensione, tenerezza e finalmente il sentirsi vista.

Poi lui lha baciata. Non lha respinto. Era troppo tempo che nessuno la faceva sentire desiderata. Hanno condiviso quella notte. Ma la vera intimità era che lui la stringeva la mano, la accarezzava e le sussurrava tenerezze che io avevo smesso di dirle.

Al mattino è tornata a casa. Io non le ho chiesto nulla; non mi sono nemmeno accorto che era stata via.

***

Così è iniziata la sua doppia vita. Di giorno era mia moglie: silenziosa, sottomessa, invisibile. Quando riusciva, di sera diventava sé stessa, con Guido. Era il suo rifugio, dopo il quale tornava a sopportare la mia freddezza.

Perché una donna tradisce? Non se lera mai chiesto, Caterina. Ora sì. Non sempre è per passione. A volte per disperazione. Per il bisogno di essere ascoltata. Il tradimento emotivo nasce quando il marito smette di ascoltare, e qualcun altro inizia.

Lei si sentiva in colpa, sì. Aveva tradito un marito con cui aveva costruito una vita e una figlia. Ma non riusciva a smettere: con Guido, riusciva a respirare.

Un giorno tentò di spiegarglielo:

Guido, sto male. Tradisco mio marito tutti i giorni, eppure non posso stare senza di te. Sei lunico che mi ascolta.

Guido sorrise amaro:

Non voglio essere la causa del tuo dolore.

La causa è Lorenzo, disse lei subito. Lui mi ha portata a tutto questo. Se fosse diverso…

Ma non lo è, aggiunse Guido piano. E non cambierà. Le persone non cambiano.

Lei lo sapeva. Non avrei cambiato. Avrei sempre continuato a essere chiuso, distante, indifferente. Lei doveva decidere: accettare o andare via. Ma a quelletà, ricominciare? Troppo spaventoso.

Così continuò a vivere tra due mondi. Moglie e poi donna ascoltata.

***

I mesi scorrevano. Caterina si era quasi abituata alla doppia vita. Il senso di colpa si era attenuato. Si giustificava pensando: Guido non è altro che un amico, un confidente. Luomo che le permetteva di sopravvivere al matrimonio infelice.

Ma qualcosa stava cambiando. Guido diventò più silenzioso, si leggeva una stanchezza nuova nei suoi occhi. Una volta lei chiese:

Guido, che succede? Sembri triste.

Tutto bene, si schermì lui. Solo tanto lavoro.

Lei non insistette. Non aveva mai chiesto nulla della sua vita. Aveva sempre solo parlato della sua sofferenza, mentre lui ascoltava.

Una sera, unamica la prese in giro:

Cate, che succede? Sembri ringiovanita…

Mah sarà il corso dinformatica.

Lamica sorrideva, ma non sembrava convinta.

Poi una sera successe unaltra frattura. Io ero a tavola, Caterina rimestava una minestra, felice perché la nostra Paola aveva ricucito col marito.

Lorè, Paola ha chiamato! Ora va meglio: sono andati anche da uno psicologo di coppia, hanno chiarito tutto. Sono tornati insieme! mi diceva allegra.

Io, leggendo il giornale:

Bene così.

Perché non proviamo anche noi? si azzardò lei.

Perché noi stiamo bene. Niente psicologi, tagliai corto.

Noi non stiamo bene, provò lei. Non parliamo più, viviamo da estranei.

Io la guardai infastidito:

Caterina, quante volte devo dirtelo? Ti ho dato casa, stabilità, una figlia che ci vuole bene. Cosaltro vuoi?

Te! Ho bisogno di te. Che tu mi ascolti

Mi lasciai andare a un sospiro:

Sono stanco di sentire sempre le stesse cose. Se non stai bene, puoi anche andar via. Ma smettila di lamentarti.

Lei si accasciò. Io sparii in bagno.

Caterina rimase a fissare la pentola che bolliva. Pianse da sola.

Poi chiamò Guido:

Posso venire subito?

Va bene, lui rispose con una pausa. Ti aspetto.

***

Salì sullautobus, guardando la notte e le luci stanche di Bologna. Piangeva in silenzio. Sapeva di scappare, di usare Guido come rifugio. Ma non riusciva a fermarsi.

Guido le aprì la porta, lei entrò senza togliere neanche le scarpe, andò in salotto.

Che succede?

E lei iniziò a rovesciarsi addosso tutte le sue parole, come sempre.

Ad un certo punto, Guido la interruppe:

Caterina, possiamo parlare unora senza che tu mi racconti solo di tuo marito? Puoi chiedermi come sto io?

Lei spalancò la bocca, senza sapere cosa dire. Era la prima volta.

Scusa, non ci ho pensato

Non ci pensi mai. Parli solo tu, io ascolto soltanto. Sembro più che altro un orecchio, non un uomo.

Lei finalmente lo vide davvero: non un salvatore o uno sfogo, ma un uomo stanco, con le sue rughe, con le sue spalle curve, anche lui bisognoso di essere ascoltato.

Dio, cosa gli aveva fatto? Aveva scambiato un marito sordo con un altro uomo che aveva il solo ruolo di ascoltare. Stava usando Guido come io usavo lei, riducendolo a una funzione.

Hai ragione, balbettò. Sono stata egoista. Ho pensato solo a me, non a te.

Non voglio farti sentire in colpa, disse Guido. Ma sono stanco di essere il tuo confidente. Anchio ho i miei pesi, ma tu non hai mai chiesto.

Lei annuì, commossa.

E poi che facciamo, noi due? Tu non lascerai mai tuo marito, temo la solitudine. Io vorrei una vera storia, ma questa non lo è. È solo la tua sofferenza e la mia compassione. Non è amore, è dipendenza.

Caterina si alzò. Le girava la testa.

Hai ragione su tutto. Non è giusto così. Addio, Guido.

Lui non la fermò. Le disse sottovoce:

Addio, Caterina. Abbi cura di te.

Lei attraversò la città nella notte fredda di novembre, senza sapere dove andare: a casa, da un marito sordo, o da sola. Guido era stanco; lei ora era veramente da sola col suo vuoto.

Per la prima volta si rese conto che nessuno avrebbe risolto quel vuoto al posto suo. Né io, né Guido. Solo lei doveva scegliere: restare, andarsene o imparare a convivere con la solitudine?

Arrivò a casa quasi alle undici. Io ero sempre nella mia poltrona.

Doveri?

A passeggiare.

A questora?

Sì.

Sei strana, ultimamente, dissi solo allora, notando un cambiamento.

Non succede nulla. Avevo solo bisogno di stare un po da sola.

Andò a letto. Io entrai venti minuti dopo e mi girai dallaltra parte.

Lei fissava il soffitto, pensando che il tradimento emotivo non è una soluzione. Cercando qualcuno che ascolta, è finita per sentirsi ancora più sola. Il problema non sono io che non la ascolto. Il problema è che non sa vivere senza sentirsi ascoltata.

Il bisogno di essere visti. Questo laveva portata fin lì. Non la passione, ma la disperazione di essere invisibile. Ma Guido era esausto di sentirla, e io non avevo mai iniziato.

Che avrebbe fatto ora?

***

Passò una settimana. Caterina si muoveva in automatico; io facevo finta di niente. Lei non cercò più Guido, e lui non la cercò. Storia finita, silenziosamente. Era giusto così, lo capiva.

Ma la solitudine ora pesava ancora di più. Sapeva che la responsabilità era sua: aveva delegato il proprio valore allattenzione altrui.

Una sera io le chiesi, quasi titubante:

Tutto bene? Sei molto silenziosa ultimamente.

Lei mi guardò. Mi sembrava quasi preoccupato.

Sto bene.

Sicura?

Sì.

Per cena, fui più gentile del solito. Mentre lei lavava i piatti, le proposi:

Che ne diresti, nel fine settimana, di andare da Mario in campagna? O magari alle terme? Si stacca un po.

Lei quasi non ci credeva. Perché adesso? Sentivo che stava allontanandosi?

Ok, rispose. Andiamo pure.

Sabato siamo andati in un centro termale fuori città. Era tanto che non si concedeva qualcosa. Passeggiavamo tra i pini e respiravamo aria fresca. Io, ancora taciturno, ma meno rigido.

A cena le ho chiesto:

Ti ricordi come ci siamo conosciuti?

Lei annuì sorpresa:

Sì, alla festa in parrocchia. Mi hai chiesto di ballare.

Avevi il vestito blu, ho detto. La ragazza più bella del salone.

Non sapeva mai cosa rispondere, perché non dicevo più quelle cose.

Lorenzo, perché me lo chiedi ora?

Così. Pensavo a quanti anni sono passati insieme. Una casa, una figlia. Ci mancano solo i nipotini. E spesso mi accorgo di non sapere neanche cosa pensi, come ti senti.

Lei stava per piangere, io presi la sua mano. Le chiesi:

Scusami, se non sono stato un buon marito.

Non sei stato cattivo, semplicemente sei come sei.

Proviamo ad avvicinarci? Non so come si fa, ma possiamo provarci?

Lei annuì. E pianse piano, senza singhiozzi. Presi un tovagliolo e glielo porsi:

Che cè? Ho detto qualcosa di sbagliato?

No, hai detto quello che serviva. Grazie.

Restammo ancora lì, mano nella mano, in silenzio. Ma non era più il silenzio di prima.

***

Tornati a casa, Caterina sentiva una timida speranza. Magari qualcosa si poteva ancora riparare. Il nostro non era un nuovo inizio, ma forse una breccia nel muro.

Per quanto mi riguarda, restavo riservato, ma cercavo di ascoltarla. Le chiedevo come andava la giornata, ogni tanto. Lei smise di pretendere limpossibile, accettando che sono come sono.

Non andò via. Almeno per ora.

Una sera il telefono squillò. Era Guido. Caterina fissò a lungo il numero, poi chiuse la chiamata e cancellò il suo nome.

Chi era?

Numero sbagliato, rispose.

Misi via il giornale. Lei restò in cucina a fissare il buio oltre la finestra. Si domandò se aveva fatto la cosa giusta, chiudendo, tentando di salvare il matrimonio. Forse avrebbe dovuto andarsene? Ma era troppo spaventata di restare sola, a quelletà.

Decise di restare. Con un marito che tentava, ogni tanto, di ascoltarla. Senza un amante esausto. Sola con se stessa. E questa era la sfida più dura: non cera più nessuno a cui dare la colpa. Non più Lorenzo, non più Guido. Solo Caterina con le sue scelte.

Il cellulare squillò ancora. Era Paola.

Ciao mamma! Noi verremmo su questo weekend, va bene?

Certo che va bene. Preparo una torta.

Come stai mamma? Hai la voce affaticata.

Per una volta, Caterina non rispose tutto bene.

Sono un po stanca, ma passerà. Voi come state?

Ora bene davvero. Parliamo moltissimo io e Filippo, di tutto. Ho capito che lui neanche si accorgeva che stessi male. Gli ho spiegato come mi sentivo e le cose sono cambiate mamma, è meraviglioso, quando finalmente qualcuno ti ascolta!

Sì, ha sussurrato Caterina. È meraviglioso davvero.

Dopo aver chiuso, Caterina guardò fuori. Quanto avrebbe voluto essere sempre ascoltata. E quanto quel bisogno laveva portata lontano.

Avere attenzioni non risolve una crisi. Il tradimento emotivo non è salvezza, è solo una benda. Lo aveva compreso tardi o giusto in tempo. Ma era la consapevolezza più importante della sua vita.

Sono entrato in cucina:

Vuoi un tè?

Sì, grazie.

Ho messo su lacqua, le ho preparato il tè con lo zucchero come piace a lei. Abbiamo bevuto in silenzio. Questa volta, però, non sentivo Caterina come un fantasma. Era lì, viva, dolente, ma presente.

Questo, per ora, mi basta. Forse, alla fine, basta anche a lei.

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