Aspettative Infrante

Aspettative infrante

Molti anni fa, in una vecchia palazzina affacciata su una delle piazze di Firenze, Matteo si trovava nel salotto, stringendo nervosamente una piccola scatolina di velluto blu. Si ripeteva nella mente, come in un sussurro continuo, il discorso che aveva preparato da settimane: ogni parola, ogni sfumatura di voce; tutto doveva essere perfetto, impeccabile, quella sera. Non ci sarebbe stato spazio per errori o incertezze.

Inspirò profondamente, nel tentativo di frenare il cuore che batteva come un tamburo impazzito. Si vedeva già, nellimmaginazione, nellatto di aprire la scatolina, nel prevedere lo sguardo di sorpresa e commozione di lei, Giulia Già, Giulia

Proprio in quellistante, dalla porta dingresso, risuonò la voce argentea e melodiosa a lui tanto familiare:

Teo, sei già a casa?

Matteo trasalì. Sentì il tempo stringersi, la bocca seccarsi. In un gesto quasi convulso, infilò la scatolina nella tasca dei jeans e si strofinò in fretta le mani sudate contro il tessuto.

Arrivo, rispose, la voce roca e tremante. Subito tossì, tentando di recuperare il suo tono abituale, e aggiunse più piano: Sono rientrato da poco.

Si fece forza e, cercando di nascondere lagitazione, abbozzò un sorriso affettuoso avvicinandosi a Giulia per baciarla sulla guancia. Lodore sottile del suo profumo lo distrasse per un momento, scacciando i pensieri cupi, ma subito la sua attenzione scivolò sul sacchetto pesante che lei teneva tra le mani.

Ma Giulia, esclamò dolcemente, prendendole la borsa dalla mano, perché hai portato tutto questo peso? Dovresti fare attenzione. Non sei mai prudente con la tua salute.

Lei sorrise appena, scuotendo la testa con laria di chi sa leggere le persone negli occhi. Notò le dita di Matteo ancora tremanti, lo sguardo basso, la fronte corrugata: cera qualcosa che non quadrava.

Tutto a posto? chiese accennando una leggera inclinazione del capo. Sei molto nervoso oggi.

Matteo si affrettò a negare, forse anche troppo.

No, niente di che, rispose sbrigativo. Solo un progetto al lavoro che mi sta facendo pensare. Niente di serio, solo un po di stress, ma nulla fuori controllo.

Si rese conto subito di aver detto troppo e, per cambiare discorso, si affrettò ad aggiungere:

Hai fame? Avevo pensato di prepararti la cena, ho cucinato le tue ricette preferite. Speravo ti facesse piacere rientrare e trovare qualcosa di pronto.

Era tornato a parlare con più sicurezza: la cucina era il suo rifugio. Si permise persino un sorriso più ampio, nella speranza che lei ci credesse e non insistesse oltre.

No grazie, sono passata al bar con una collega, rispose Giulia con tono pacato ma un po distante. Però accetto volentieri un tè. Anche perché dovremmo parlare di alcune cose.

Quelle parole, pronunciate con tanta tranquillità, ribaltarono tutto dentro Matteo. Ha capito qualcosa? pensò in un lampo, sentendo già il sudore tra le dita e una morsa in gola. Fece un cenno a Giulia di accomodarsi oltre, deciso a prendere almeno un momento per calmarsi, altrimenti avrebbe rovinato tutto.

Si mossero insieme nella piccola cucina. Matteo accese automaticamente il bollitore, senza mai incrociare il suo sguardo, tra movimenti inutilmente affrettati: prendeva una tazza, poi la posava, aggiustava la tovaglia. Tutto pur di non trovarsi faccia a faccia.

Che cosa dobbiamo discutere? È qualcosa di importante? riuscì infine a chiedere, forzando una voce neutra che però uscì troppo acuta, infarcita di ansia. O preferisci qualcosa di più forte del tè?

Provò a sorridere, ma fu solo una smorfia tirata. Giulia raccolse la provocazione appena con un cenno ma rimase seria.

Posso bastare il tè, disse accomodandosi al tavolo. Meglio ragionare a mente lucida.

Matteo rimase qualche istante immobile mentre il suono del bollitore invase la cucina, così forte e monotono da sembrare assordante. Posò la tazza, si voltò verso Giulia e si impose di respirare. Tutto si sarebbe deciso in quel momento; doveva trovare il coraggio, oppure no…

Cera qualcosa nello sguardo di Giulia che cominciava a mettergli ansia: il silenzio ponderato, un certo distacco nella voce, il modo in cui evitava le parole inutili. Stava forse per parlargli di quella proposta di trasferimento di cui avevano discusso mesi prima? Immaginò già le scene: lei lontana per lavoro, i loro incontri sempre più rari, il telefono che squillava per le chiamate dei nuovi colleghi… No, non avrebbe retto.

Sai, esordì Giulia piano, fissando le mani intrecciate davanti a sé negli ultimi tempi sono successe cose che mi hanno costretto a rivedere tutta la mia vita. Mi sono chiesta cosa voglio davvero, se desidero restare per sempre qui, se desidero dei figli, se mi piace il mio lavoro… Ci ho pensato tanto. Ho deciso: voglio cambiare tutto.

Parlava a voce bassa ma decisa. Non cercava lapprovazione di Matteo; sembrava, piuttosto, voler essere sicura che lui avesse capito la portata delle sue parole.

Matteo sentì la bocca asciutta, cercò la tazza e sorseggiò in fretta: il tè che aveva preparato con tanta cura ora gli pareva amaro, insopportabile. Posò la tazza con cautela, le dita tese, la postura rigida; ma esteriormente mantenne la calma, anche se dentro sentiva la tempesta.

In che senso, Giulia? domandò, cercando di controllare il tremore nella voce. Non voleva mostrarsi debole, ma gli sfuggì comunque una nota vibrante.

Si sforzava di leggere ogni tratto del suo volto, ogni battito di ciglia. Avrebbe voluto domandare di più, ma rimase lì, a fissarla, in attesa.

Giulia armeggiava nervosamente con la bustina del tè, come se cercasse ancora le parole dentro ai ricami della tovaglia.

Cambierò lavoro, cambierò città, cercherò nuove amicizie e nuove relazioni. Matteo, sei una brava persona: affidabile, intelligente, bello. Ma non puoi darmi la vita che io desidero. Sì, hai uno stipendio dignitoso, un appartamento, una macchina ma ti accontenti, non hai ambizione sufficiente. Io, invece, voglio viaggiare, abitare in una casa grande con vista sulle colline. Voglio potermi permettere il bello!

Matteo ascoltava in silenzio, e ad ogni parola qualcosa sembrava spezzarsi. Cercava un dubbio, unincertezza nei suoi toni, ma Giulia era sicura. Voleva risponderle, protestare, ma la mente era confusa. E così, come aggrappandosi allultimo ricordo nitido, disse la prima sciocchezza che gli venne:

Ma tu non detestavi la pelliccia? chiese, sollevando il sopracciglio. Ricordati di quella volta che ti regalai il giubbotto: mi hai fatto una scenata pazzesca contro la crudeltà sugli animali!

Un mezzo sorriso gli sfuggì, ricordando la scenata di allora, quasi che poter evocare il passato bastasse a cambiare il presente.

Giulia alzò la testa di scatto, il viso attraversato da una fitta di dolore e rabbia. Aveva creduto di ricevere tuttaltra reazione, di trovare almeno una parola di resistenza. E invece una pelliccia, solo quello?

Ero ingenua, Matto! esclamò con amarezza. Tutto qui? Non hai nientaltro da dire?

Aprì e chiuse i pugni un paio di volte, come per ritrovare autocontrollo, mentre lui rimaneva impassibile e persino rilassato sulla sedia, quasi a voler dimostrare che tutto quelladdio non aveva importanza.

Non è questione di poco, replicò lui piano. Ma perché proprio oggi? E perché fare la spesa se ormai avevi deciso? Sai che posso cavarmela anche da solo.

Quelle parole fecero perdere a Giulia ogni controllo. Si alzò di scatto, la sedia sbatté contro la parete. Era rossa in viso, gli occhi brillavano: era rabbia oppure lacrime?

Sei insensibile, un pezzo di ghiaccio! gridò. Perché oggi? Perché qualcuno si è interessato a me, una persona che la vita la vuole vivere davvero. Lui non si accontenta!

Parole lanciate come pietre, accumulate da tempo e finalmente esplose. Ma Matteo rimaneva lì, mani conserte, sguardo fermo. Tacque qualche secondo, poi domandò piano:

E la busta della spesa, allora?

Questa domanda colse Giulia come uno schiaffo: allargò gli occhi, attonita.

Ma ti importa solo di quello? urlò, la voce stridula.

Lui sollevò gli occhi, nessun rancore, solo freddezza innaturale.

In fondo sì. O credevi davvero che ti avrei supplicata di restare? Credi che cambierei tutto solo per fare posto ai tuoi sogni? Ti sembra giusto?

Giulia restò senza parole. Capiva finalmente che lui non avrebbe lottato per trattenerla, non avrebbe supplicato. Fu un colpo durissimo.

Nemmeno ci provi? bisbigliò, ormai senza rabbia.

Perché dovrei? Se hai già deciso, rispetto la tua scelta, rispose Matteo quasi con un filo di voce. Non cambierò me stesso per inseguire unillusione.

Giulia chiuse i pugni con rabbia, le unghie nella carne. Avrebbe voluto esplodere, lanciare oggetti, urlare. Invece ingoiò tutto.

Un po di orgoglio, e magari ci saresti riuscito! sibilò.

Matteo appena inarcò il sopracciglio, con unaria distante:

Non credere di essere così indispensabile. Stavo bene con te, sì, ma di ragazze come te ne trovo quante ne voglio. Forse quasi mi hai reso un favore prendendo questa decisione.

Queste ultime parole la ferirono peggio di uno schiaffo. Fece un passo avanti, trattenendosi a malapena dal gettarsi su di lui per scrollarlo.

Come fai a stare lì tranquillo?! strillò. Labbra tremanti, occhi lucidi: cercò disperatamente una reazione, uno scatto dira, una supplica. Invece niente.

Dovrei piangere? Non è il caso. Forse dovrei essere grato al destino sospirò Matteo, lo sguardo fisso sulla parete.

Un silenzio greve cadde nella cucina. Lunico rumore era il ticchettio dellorologio sopra il forno. Giulia, rossa in viso, restava immobile; sembrava incapace di trovare le parole giuste.

Uno schiaffo sonoro ruppe il silenzio, dopo attimi interminabili. Neanche lei si rese conto di cosa fosse successo: la mano si era sollevata per istinto, bruciava ancora. Matteo appena ruotò la testa, rimase impassibile.

Incapace di dire altro, Giulia corse in camera: aprì con furia larmadio, buttò in valigia roba a caso, pigiando jeans, camicie, scarpe senza ordine.

Sì, era lei che aveva deciso di rompere, sì, aveva puntato il dito; ma non si aspettava un simile gelo. Nella sua mente la scena era unaltra: lui la supplicava, lei esitava, magari cedendo. Ora, invece, quella calma distante la gettava nello sconcerto.

Lui, però, non era affatto indifferente…

Matteo restava fisso a fissare il tavolo, le mani nei capelli, le spalle curve sotto un peso invisibile. Avrebbe voluto urlare, gettare a terra qualcosa, scacciare la morsa nel petto, eppure restava lì. Spingeva via ogni moto per non soccombere.

Amava Giulia, la amava davvero. Da mesi metteva da parte Euro su Euro per quellanello che ora giaceva dimenticato nel primo cassetto della scrivania. Lo aveva scelto con cura, rinunciando ogni volta a qualcosa, sognando la loro vita insieme.

Sentiva, dal corridoio, sbattere antine e cerniere, lo scontro metallico della valigia. Avrebbe potuto alzarsi, rincorrerla, ma aveva detto o non detto ormai tutto.

La cucina sapeva di tè amaro, bruciato , mentre nella mente ronzavano pensieri confusi. In quellaria sospesa sembrava quasi che i tre anni vissuti insieme non fossero mai esistiti, che recitassero ruoli in una commedia di provincia.

Eppure, Matteo aveva lavorato sodo, molto più di quanto Giulia potesse immaginare: aveva accettato incarichi extra, investito in corsi, guadagnato la stima dei colleghi e un incremento consistente dello stipendio. Non aveva parlato spontaneamente dei suoi piccoli successi, perché aveva voluto sorprenderla: un giorno lavrebbe condotta a visitare una villetta sulle colline di Fiesole, magari pure con giardino, e le avrebbe detto: Ecco, Giulia, il nostro sogno.

Ora, con la fronte fra le mani, si sentiva stupido. Come aveva potuto lei accusarlo di indolenza? Come aveva potuto non capire che lavrebbe resa felice, costasse quel che costasse?

Si alzò stancamente. Le gambe pesavano, ogni passo era un colpo sordo. Si chiuse in bagno. Nello specchio vide sulla guancia il segno dello schiaffo: la pelle arrossata, che bruciava un po. Bel colpo, come sempre, pensò con ironia. Passò il palmo sulla guancia come a voler cancellare tutto.

Sentì la porta dingresso sbattere forte. Giulia se nera andata, in fretta. Troppo in fretta. Certe cose era meglio lasciarle indietro.

Si tastò la tasca: sentì la scatolina con lanello i bordi incisi nelle dita. Di scatto la tirò fuori e, senza guardare, la lanciò nel cestino sotto il lavello. Un tonfo ovattato, poi più nulla.

Il suo posto è lì… pensò fissando il secchio che conteneva brandelli di una vita.

Si spostò verso la finestra: fuori i bambini che giocavano a pallone, qualche signora portava a spasso il cane, un vecchio autobus strascicava nella strada. Tutto normale, tutto indifferente: solo lui aveva sentito il mondo crollare quella sera.

***********************

Giulia lasciò la vecchia casa con la convinzione di iniziare una nuova vita. Meno di tre settimane dopo, il cavaliere tanto agognato imprenditore affermato, sempre in giacca, sorriso sicuro si stancò presto: una scusa, un messaggino, poi più nulla. Nessuna spiegazione, nessun rimpianto.

Ci mise parecchio ad abituarsi: prima la rabbia, poi la stanchezza, infine unanalisi fredda di tutto ciò che aveva perso. E pian piano, nei pensieri, tornava il volto immobile di Matteo, le sue poche parole calme, quella dignità rispettosa che adesso sembrava opposta alla freddezza.

Un mese dopo si fece forza, si vestì accuratamente, si coprì il viso con il trucco migliore e salì quei vecchi gradini fino al portone del condominio. Rimase alcuni minuti ferma davanti al campanello, giocherellando nervosa con la borsa. Alla fine, suonò.

Matteo aprì dopo un po, ancora con i capelli in disordine e la vestaglia sulle spalle. Notandola sulluscio, non fece una piega; né sorpresa, né rimprovero, né tenerezza, solo lo sguardo spento.

Matteo, io abbozzò lei, ma lui la fermò con la mano.

Non serve, sospirò piano.

Vorrei solo parlare. Ho capito di aver sbagliato. Tu avevi ragione, su tutto. Vorrei poter tornare indietro…

Matteo, posando distrattamente la tazza sul mobiletto del corridoio, incrociò le braccia.

Tornare? Dove, Giulia? Non cè più un noi.

Ma si può ricominciare! cercò di insistere. Sono cambiata davvero. Non pretenderò più quello che volevo allora. Solo… dammi unaltra possibilità.

Scosse il capo con un sorriso triste.

Unaltra possibilità per che cosa? Per sentirmi dire tra qualche mese ancora che non sono abbastanza? Per vederti fuggire dietro nuove promesse? No, grazie, questa partita è chiusa.

Lei provò a spiegarsi, ma lui la fermò di nuovo.

Avevo comprato un anello per te. Quella sera volevo chiederti di sposarmi, ammise quasi sottovoce, senza guardarla. Per un attimo sono stato tentato di buttarlo via e in effetti lho fatto. Poi ho cambiato idea, ho deciso di tenerlo. Come promemoria che la gente può essere fredda, o semplicemente opportunista.

Giulia non rispose. Gli occhi si inumidirono, abbassò il capo, girò i tacchi e lasciò la casa.

Matteo richiuse la porta, tornò in cucina, recuperò la scatolina dal cassetto. Passò piano il dito sul velluto blu, poi la ripose nuovamente. Era davvero finita.

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