Senza diritto alla debolezza
Ricordo ancora come se fosse ieri il turbamento del piccolo Matteo. Era sempre agitato, correva ogni momento verso la finestra, scrutando via SantAgata per vedere se arrivava qualcuno, poi tornava subito indietro verso la sua enorme scatola dei mattoncini. Il gioco era così grande che stentava a tenerlo tutto tra le braccia, e lui lo stringeva forte al petto, come se temesse che qualcuno potesse portargli via il suo tesoro.
«Mamma, ma papà arriva presto?» chiedeva di nuovo, saltellando per lattesa. «Aveva promesso che avrebbe giocato con me! Dovevamo costruire insieme una città nello spazio!»
Giulia, vedendo lentusiasmo negli occhi di suo figlio, si accovacciò accanto a lui. Le si strinse il cuore vedendo quanto aspettasse quel momento. Gli scompigliò dolcemente i capelli, scegliendo con cura le parole per non spezzare del tutto la sua fragile speranza.
«Piccolino mio…», mormorò piano, «papà oggi farà tardi. Ha avuto unemergenza al lavoro. Però sai che cè? Oggi verrà Leonardo a trovarci. Ti piace stare con lui, vero? Sarai contento di vederlo?»
Il viso di Matteo cambiò allimprovviso. Le labbra tremarono e negli occhi spuntarono le lacrime. Aveva atteso quel giorno per tutta la settimana: cinque giorni interi di nido, senza lamentarsi, sempre ubbidiente con la maestra. Anche quando un compagno aveva rotto il suo lavoretto, Matteo non aveva fatto capricci, aveva solo sospirato e detto che lo avrebbe rifatto. Tutto, solo per poter finalmente, la sera, avere il babbo tutto per sé.
«Ma aveva promesso!» sussurrò, e la voce gli si incrinò subito.
Giulia sentì unondata di pena. Lo strinse forte, abbracciando la sua figura minuta.
«Lo so tesoro…» gli sussurrò carezzandogli la schiena. «Ma se papà dice di no al capo, rischia di lavorare pure la domenica. Ma guarda che Leonardo viene da noi. E poi… mi vuoi aiutare a preparare la cena? Sarai il mio aiutante capo! Dopo, costruiremo insieme la città nello spazio. Vedrai che sarà meravigliosa, magari Leonardo ci resterà pure male dallinvidia Allora, ci stai?»
Matteo ci pensò un momento, guardando la scatola e poi la mamma. Le lacrime erano ancora lì, ma qualcosa di curioso brillava già nei suoi occhi. Annunciò piano il suo sì, anche se dentro di sé sperava ancora che suo padre sarebbe entrato dalla porta da un momento allaltro.
«Va bene ti aiuto io.»
Giulia gli lanciò un sorriso aperto, prendendolo per mano.
«Perfetto! Andiamo in cucina, che abbiamo tanto da fare. Sono convinta che ce la caveremo alla grande!»
Matteo corrugò la fronte, spostandosi da un piede allaltro. La scatola con i mattoncini lo chiamava ancora come un tesoro vero, promettendo avventure galattiche che avrebbe costruito con le sue mani. Sentiva un po di rabbia nel petto perché papà sarebbe rientrato tardi, ma il sorriso caldo della mamma e la promessa di giocare insieme piano piano sciolsero il broncio. Matteo sospirò profondamente, mise la scatola in bella vista sul davanzale non si sa mai, pensò e per un attimo gli parve quasi di veder crescere la città nel cielo, da sola, come per magia.
Salito sullo sgabello alto, che la mamma aveva spostato accanto al tavolo della cucina solo per lui, Matteo guardava estasiato ogni suo movimento. Per lui, cucinare era magia, qualcosa che non si poteva davvero spiegare. Inspirava laria e sorrideva: la casa aveva sempre un odore speciale e profondo.
La zia Rosaria non sa farlo così, pensava Matteo con orgoglio. Cucina anche lei, certo… ma non è buono come quello della mia mamma. Con lei mangio due cucchiaiate per cortesia e poi a casa faccio il vero pieno. Gli tornò in mente la zia Rosaria che brontolava mentre girava il sugo e gli scappò una risata; la mamma sembrava invece danzare mentre cucinava.
«Mi passi i due pomodori più belli?» chiese Giulia, sorridendo. Le piaceva vedere quanta passione il figlio metteva nellaiutarla, come brillavano i suoi occhi, come osservava ogni mossa.
Matteo prese a girare tra le verdure, serio e compito, girando tra le mani ogni pomodoro, guardando bene che non avesse difetti o macchie. Doveva scegliere proprio i migliori, perché la mamma ne fosse fiera. Li trovò, tondi e rossi e lucidi, e glieli porse con orgoglio.
Giulia li prese e annuì soddisfatta.
«Perfetti, sei bravissimo!»
Matteo gonfiò il petto pieno dorgoglio. Si sentiva un vero aiuto-cuoco, artefice del pranzo che stava per nascere. Intanto già sognava: prima la cena speciale con la mamma, poi subito dopo la città nello spazio.
Mezzora passò come nulla fosse. La cucina si riempì di aromi appetitosi. Matteo non si stancava di avvicinarsi per vedere meglio come la mamma tagliuzzava il basilico, come mescolava il sugo e sorrideva ogni volta: tutto veniva fuori preciso, ordinato, quasi fosse un piccolo incantesimo!
Quando il piatto fu finalmente pronto, lo stomaco di Matteo brontolava dalla fame. Era fantastico: tanti colori, profumi intensi, il vapore caldo sopra la pasta fumante. Stava già per iniziare, ma si ricordò che bisognava aspettare la mamma.
Giulia si asciugò le mani e prese subito il telefono, selezionando il numero del marito. Un attimo di pausa, solo il ticchettio dellorologio nella cucina piena di odori.
«Giovanni, quanto ci metti? Matteo rischia di spazzolare tutto da solo…»
Dallaltro lato della cornetta il marito rispose, la voce seccata. In sottofondo, voci e risate di ragazzi erano di sicuro da qualche parte, non certo a casa.
«Almeno due ore ancora. Devo accompagnare Rosaria allaeroporto e torno subito. Mangiate pure, qui ci arrangiamo.»
Giulia strinse il telefono, ma la voce rimase calma.
«Se vi viene fame, scaldatevi voi qualcosa. E ricordati di scusarti con Matteo. Gli avevi promesso di giocare…»
«Anche Leonardo è mio figlio!» la interruppe Giovanni, di scatto. «Che dovevo fare, lasciarlo solo? Ha solo tredici anni!»
Giulia inspirò a fondo, tenendo a bada la frustrazione.
«Ha la nonna a due palazzi da qui,» rispose con voce piana. «Poteva stare con lei.»
«Sul serio? Che mettesse piede in quella casa? Lo rovinerebbe»
«È tuo figlio, Giovanni, ma anche Matteo lo è! Ricordatelo.»
Buttò giù la chiamata e restò qualche secondo immobile, guardando fuori dalla finestra. Poi si voltò verso il tavolo. Matteo la fissava, seduto sul suo sgabello, in attesa.
«Mamma, possiamo mangiare?»
Le sorrise, cercando di trasmettergli calma e calore.
«Certo! Prima però laviamo le mani, e dopo a tavola!»
Seduto finalmente, Matteo prese il cucchiaio e assaggiò con grande soddisfazione.
«Buonissimo!» esclamò. «Meglio di quello della zia Rosaria!»
Giulia scoppiò a ridere, e per un attimo ogni ansia e inquietudine svanirono. Guardò il figlio felice, e sentì il cuore scaldarsi. Non era una giornata come le altre, ma forse poteva ancora finir bene…
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Ogni secondo weekend, Leonardo stava con loro. Allinizio Giulia aveva sperato che lui e Matteo sarebbero diventati amici: Matteo si illuminava appena sapeva che il fratello arrivava. Ma fin da subito fu chiaro che Leonardo non era interessato a giocare con il più piccolo sembrava sempre cercare motivi per lamentarsi, per mettere tutto in discussione.
Non era cattivo, Leonardo, né davvero sgarbato, ma sapeva come pungere con la parola giusta, quella che faceva male. Sospirava rumoroso quando il padre si sedeva vicino a Matteo, buttava lì: Mamma non farebbe mai così, oppure si metteva a sottolineare come a casa sua tutto fosse diverso come a voler dire che qui non andava bene nulla.
Quella volta Leonardo era sul divano col cellulare, ma spiava Matteo con la coda dellocchio. Matteo, ignaro, correva gioioso in giro con la scatola dei pennarelli: finalmente la mamma aveva dato il permesso, poteva disegnare sul grande specchio nellingresso! Aveva già fatto spirali e stelline e perfino una piccola astronave quando Leonardo, senza staccare lo sguardo dal telefono, sbottò:
«A me mamma non lascia mai disegnare sugli specchi.»
Giulia, dalla cucina, sorrise appena. Tagliava le verdure, con gesti lenti e tranquilli.
«Io penso che un bambino deve esprimersi come vuole. Dopo puliamo, due minuti e via, non succede niente.»
Leonardo mollò il cellulare, si alzò e guardò tutto lappartamento come se lo vedesse per la prima volta. Lo sguardo si fermò sulle scarpe sparpagliate allingresso.
«Da noi non si lasciano le scarpe in giro.»
Giulia sollevò lo sguardo, senza rabbia, solo stanca.
«Colpa del vostro cane. È stato tuo padre a portare in casa il cucciolo e lui porta sempre in giro le scarpe. Le lamentele le giri a lui.»
Leonardo si rabbuiò. Cercava unaltra scusa per discutere.
«Però basterebbe sistemare! Non siete proprio abituati allordine?»
Giulia inspirò profondamente.
«Li ha sparsi il tuo cane? Allora sistemi tu. Finché non ceravate, la casa era in ordine.»
Il viso di Leonardo si fece paonazzo. Serrò i pugni, alla ricerca delle parole giuste voleva ferire, senza però rischiare troppo.
«Questa è sfruttamento minorile!» sbottò con un tono sfidante.
Giulia rimase impassibile, le braccia incrociate, fissa e fiera. Nei suoi occhi brillava una luce dura.
«Se non sistemi, porto Baldo sul pianerottolo: trovatene unaltra casa per lui. Hai voluto fare il maestro, ora fai chi pulisce.»
Leonardo sapeva che Giulia non bluffava. Aprì la bocca per replicare, ma lei sparì già in salotto.
«Torno tra dieci minuti. Se trovo ancora disordine»
Leonardo rimase solo in salotto, la rabbia che ribolliva dentro: non capiva perché Giulia reagisse sempre così alle sue osservazioni. Lui diceva solo la verità! Ma sapeva che sarebbe stato inutile insistere ormai la discussione era finita.
«Pazienza poi se ne pentirà»
Ogni azione era una lotta con se stesso. Si fermava spesso, lanciando occhiate verso la cucina, forse sperando che Giulia cambiasse idea. Ma lei non rientrava.
Quando Giovanni tornò finalmente a casa lo avevano trattenuto a lavoro Leonardo gli corse incontro appena sentì la porta. Il viso era rosso dalla rabbia e la voce tremante.
«Papà, mi sta obbligando a riordinare! Ha minacciato anche Baldo! Vuole metterlo fuori!»
Giovanni si irrigidì tutto. Non aveva ancora tolto il cappotto che il figlio già urlava le sue lamentele. Guardò di sfuggita il salotto e si diresse deciso verso la moglie.
«Giulia ma che combini? Non si può trattare così un ragazzo! È ancora un adolescente, abbi più pazienza»
Giulia non si voltò. Continuava a guardare la tv, come se niente fosse.
«Lasciami vedere il telegiornale. Questa è casa mia, qui decido io. Se vuoi che Leonardo resti, si adegua. Altrimenti, vi vedete altrove.»
«Ma», provò a ribattere Giovanni, ma lei lo zittì con un gesto.
«Niente ma, Giovanni. Ogni volta che viene Leonardo succede sempre la stessa storia. Se non ti va bene, trovati tu un posto dove vederlo.»
Giovanni guardava ora Giulia, ora suo figlio. Leonardo in piedi dietro di lui, i pugni chiusi e lo sguardo a terra. Non pensava che si potesse arrivare lì, a quel punto.
«Allora perché non vuoi che passi più tempo da Rosaria?» chiese Giovanni, stizzito. Sentiva una rabbia sottile, come se avesse sperato in più comprensione:
«Nei fine settimana puoi andare, se vuoi,» rispose Giulia. «Non so però se a Rosaria farà piacere: da quello che so si è rifatta una vita.»
Giovanni rimase interdetto. Sapeva che diceva la verità, ma ammetterlo gli costava. Aveva bisogno di difendere la sua posizione, mostrare di non voler abbandonare il figlio.
«Va bene, ne parlo io con lui,» disse infine a denti stretti, cercando di tenere a bada la rabbia. «Ma tu prometti di trattarlo come tratti Matteo.»
Giulia sollevò lo sguardo, fiera e senza dubbi.
«Matteo è figlio mio. Leonardo no. E poi la differenza di età è grande. Sono stanca delle lamentele e delle accuse. E, soprattutto, da ora niente più Baldo: Matteo è allergico.»
Parlava calma, senza gridare, ma con una fermezza che spinse indietro Giovanni di un passo. Finalmente Giulia aveva detto tutto ciò che covava dentro. Un tempo aveva paura che lui difendesse solo Leonardo e la ex moglie, temeva di non valere nulla. Ora non più. Ora era stufa. Non voleva più tacere né subire rimproveri e regole imposte.
Leonardo assisteva di sottecchi. Non intervenne, ma ascoltava ogni parola. Pianificava già: sapeva che il padre non lo avrebbe mai lasciato davvero solo Bastava solo aspettare. Immaginava il giorno in cui la mamma di nuovo sarebbe stata felice appena il padre tornava. E Matteo? Quello si poteva eliminare. Così il padre avrebbe avuto solo lui nella sua vita.
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Una settimana dopo, Leonardo tornò per il weekend. Stavolta, appena entrò, annunciò che era mancato tantissimo al padre. Sembrava davvero entusiasta, con il sorriso largo. Giovanni, toccato, si intenerì. E pensò di portare il figlio a pescare al lago era tanto che non stavano davvero insieme.
Il destino aveva altri piani. Quella mattina, Matteo si svegliò pallido e fiacco. Prima si lamentava solo, poi la febbre salì e cominciò il mal di pancia. Giulia, capito subito che era grave, gli prese la temperatura e cominciò a prepararsi per portarlo allospedale.
«Chiamati un taxi!», sbottò Leonardo, guardando Matteo che piangeva. Era sulla porta, le braccia incrociate, e non capiva perché tutto dovesse fermarsi. «Per una volta che dovevamo andare a pescare! Io ti vedo così poco!»
Giulia si girò di scatto: nei suoi occhi una luce che Leonardo non aveva mai visto.
«Ancora una parola e questa è lultima volta che metti piede in questa casa! Tra due settimane pescate. Ora a casa sei grande.»
Leonardo aprì la bocca, ma Giulia già vestiva Matteo senza ascoltarlo.
«Ma come fa a tornare da solo?» provò ad intervenire Giovanni, preoccupato. «Almeno accompagniamolo.»
«Ha tredici anni! È giorno, abitiamo a pochi minuti dal centro, cè gente dappertutto. Dai, partiamo Matteo ha bisogno!»
Giovanni sospirò e aiutò la moglie a far salire Matteo in macchina. Leonardo, gonfio di rabbia, uscì sbattendo la porta. Camminava, lo sguardo fisso a terra, dando calci a un sasso. Dentro, rabbia e dolore: perché Matteo deve sempre avere tutto? Perché tutti fanno attenzione solo a lui?
In ospedale, Giulia non trovava pace. Stringeva la mano di Matteo, accarezzandogli i capelli e sussurrando parole consolatorie. Giovanni andava su e giù per il corridoio, diviso tra lansia per Matteo e il dispiacere per Leonardo.
«Due minuti non cambiavano nulla» sbottò alla fine. «E se a Leonardo fosse successo qualcosa?»
«Basta!» gridò infine Giulia, tutta la sua attenzione per Matteo e il modo di rassicurare il suo dolore. «Leonardo sta benissimo, esce sempre anche più tardi. E la zona è sicura.»
In quel momento uscì il dottore. Il suo sguardo trasmetteva sicurezza.
«Tranquilli, nulla di grave,» disse rassicurante. «Venite nel mio studio che vi spiego meglio.»
Giulia sentì il cuore alleggerirsi poco a poco. Stringeva la mano di Matteo: sperava che presto tutto si sarebbe sistemato. Giovanni si rilassò, ma subito dopo già pensava a come parlare con il figlio più grande
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Quella notte, Matteo dovette restare in ospedale i dottori volevano tenerlo in osservazione qualche ora ancora. Giulia non prese neanche in considerazione lidea di andarsene: il solo pensiero di lasciare il figlio lì, tra mura fredde, le stringeva il cuore. Non poteva abbandonarlo, non avrebbe mai potuto!
Si sistemò su una poltrona scomoda accanto al letto. Rigida, schienale duro, ma non ci badava. Tutto ciò che voleva era stringere quella manina piccola tra le sue dita. Lo accarezzava piano, mormorando dolcezze finché Matteo non si addormentò anche se il sonno era agitato. Ogni tanto Giulia si chinava, per vedere come respirava, per sistemare la coperta, per togliergli i capelli dalla fronte. Aveva lacrime negli occhi, ma restava composta. Adesso doveva essere forte per suo figlio.
Giovanni si sentiva fuori posto, colpevole. Non intendeva restare in ospedale, doveva andare da Rosaria e parlare con Leonardo, che ancora non gli aveva perdonato di aver lasciato la famiglia e a ogni incontro reagiva con tempeste di emozioni. In macchina, Giovanni pensava e ripensava a cosa dirgli, ma sentiva che ormai nessuna parola avrebbe risanato ferite tanto profonde. Nessuna promessa riavrebbe unito la famiglia di prima.
Due settimane dopo, arrivò la tanto attesa domenica di Leonardo. Allalba era già davanti alla porta di casa del padre. Tanto emozionato che saltò la colazione voleva vederlo subito.
Quando Giovanni aprì, Leonardo piombò dentro come un uragano. La casa si animò di colpo: risate, rumore di passi, porte che sbattevano la colonna sonora allegra dellinfanzia. Leonardo curiosava dappertutto, controllava se era tutto pronto per la pesca, parlava senza sosta di quanto sarebbe stato grande il pesce che avrebbero preso. Gli occhi gli brillavano di felicità, il sorriso era contagioso.
Ma il sogno della pesca, coltivato per tutta la settimana, si infranse. Il telefono di Giovanni squillò improvvisamente. Lavoro. Di nuovo. Il padre guardò il figlio e vide come la luce si spegneva nei suoi occhi. Gli dispiaceva doverlo deludere ancora.
«Solo un paio dore,» disse, cercando di essere sicuro. Mise una mano sulla spalla al figlio. «Poi andiamo al parco insieme. E domani, parola mia andremo a pescare.»
Leonardo lo osservò attentamente. La speranza si affievoliva e se qualcosa fosse di nuovo andato storto?
«Solo io e te?» chiese, scrutando il padre in cerca di rassicurazione.
«Solo io e te, promesso!» assicurò Giovanni guardandolo negli occhi.
Leonardo sospirò, rassegnato. Per un istante si fece scuro in volto, le labbra tremarono, le sopracciglia increspate dalla delusione. Ma poi si ricompose e annuì.
«Dai allora, sbrigati!»
Giulia, esausta dopo una notte agitata, si trascinò in cucina. Tutto il corpo pesante, un dolore sordo alle tempie, le gambe appesantite. Si sentiva male da giorni e la presenza di un adolescente iperattivo appena sveglia non aiutava certo il suo umore. Cercava di concentrarsi sulla colazione, prese padella, uova, pane.
Matteo, vedendola così cupa, si fece coraggio e si avvicinò.
«Mamma, posso vedere i cartoni?» chiese timidamente, toccandola al braccio. «Tu fai colazione, io mi arrangio.»
Giulia gli sorrise, nonostante la fatica.
«Certo tesoro. Ma fai piano, eh?»
Matteo corse in salotto, mentre Giulia iniziò a sistemare le colazioni. Tutto era tranquillo, si sentiva solo di tanto in tanto la sua risata mentre guardava un cartone russo, commentando le imprese buffe della protagonista. Giulia mise a tavola piatti e bicchieri credendo che, almeno, la colazione sarebbe passata senza problemi, ma un urlo agghiacciante tagliò allimprovviso laria.
Dalla sorpresa, le sfuggì di mano un piatto, che andò in frantumi; un taglio sulla mano iniziò a sanguinare, ma non se ne accorse nemmeno. Il cuore le batteva allimpazzata.
Corse in salotto quasi scivolando: davanti a lei, Leonardo ormai ragazzo grande e forte era seduto sopra il piccolo Matteo, e premeva il cuscino del divano sulla faccia al fratellino. Matteo si agitava, cercava di respingerlo, ma era troppo debole.
Il tempo si fermò. Giulia, scossa da una furia che nemmeno sapeva di avere, balzò e strappò Leonardo di peso, gettandolo contro il muro con una forza inaudita. Lui si rialzò a fatica, sorpreso.
«Matteo, tesoro, parlamii! Ci sei?» La voce di Giulia si spezzava nel pianto, mentre toglieva il cuscino e lo abbracciava.
«Mammaaaaa!» urlò Matteo, aggrappandosi a lei, tremante e in lacrime. Si stringeva così forte alla sua camicetta che la stava per strappare. «Lui mi ha fatto male»
«Come hai potuto toccare mio figlio in quel modo?!» sibilò Giulia alzandosi pian piano, lo sguardo di fuoco su Leonardo. Il respiro era affannoso e il rancore le stringeva la gola.
Leonardo, ancora stordito dalla forza della madre, si mise seduto a terra e si massaggiava la spalla. Fingeva indifferenza ma negli occhi gli brillava la rabbia.
«Stavamo solo giocando» rispose sfrontato, «e tu quasi mi rompi una spalla! Lo racconto al papà e ai carabinieri! Così ti mettono dentro!»
Giulia cercò di restare calma. Sedette Matteo sul divano. Notava quanto fosse spaventato; le spalle che tremavano, le mani bianche a stringere il cuscino. Giulia aveva le mani che tremavano ma parlò con tono più dolce possibile.
«Aspettami qui, piccolino. Resto poco. Porto fuori Leonardo e torno, va bene?»
Ma Matteo scosse forte la testa, terrorizzato. Non lasciarmi… gli lesse sulle labbra. Non voleva restare solo con il fratello.
«Io non vado via finché non arriva papà!» protestò Leonardo sedendosi in poltrona, ostentando sicurezza. Allungò le gambe e fece la linguaccia al fratello, che si raggrinzì dalla paura.
Giulia dovette trattenere le mani strette a pugno. Lo sguardo lucido di rabbia. Afferrò nervosa il caricatore lasciato sul tavolo. Le sue parole erano di ghiaccio:
«Non hai idea di cosa possa fare quando si tratta di difendere mio figlio.»
Si alzò e, senza contenere la rabbia, diede una frustata con il cavo sulle gambe di Leonardo. Lui urlò dal dolore e scattò in piedi, nella paura di riceverne un altro. Senza aggiungere altro corse fuori.
«Vado dai carabinieri, sei una pazza! Papà ti lascerà adesso!» gridò mentre spariva dietro la porta.
Dopo pochi istanti il cellulare di Giulia squillò furioso. Lei rispose ancora scossa. La voce di Giovanni era una furia:
«Come hai potuto picchiare un ragazzino? Sei matta?!»
Giulia prese un respiro profondo, la voce gelida come lacciaio.
«Vai pure per la tua strada, insieme al tuo caro figlio! Se non fossi arrivata in tempo se Matteo non avesse gridato capisci cosa poteva succedere? Tuo figlio stava quasi soffocando il mio!»
«Stavano giocando!» urlò Giovanni. «Io credo a mio figlio!»
«Per questo ti dico: vattene da casa mia,» replicò decisa Giulia. «Chiederò io il divorzio e laffido esclusivo di Matteo! Ho perfino la registrazione video sentivo che doveva succedere, e ho messo una telecamera nascosta!»
Le sue parole furono una condanna. Buttò giù la chiamata e corse subito da Matteo, con la voglia di consolarlo e cancellare per sempre quellorribile ricordo.
Si inginocchiò davanti a lui, gli prese il viso tra le mani e sussurrò:
«È finita amore mio. Sono qui. Nessuno ti farà mai più del male.»
Matteo si avvinghiò a lei, non voleva più lasciarla. Le lacrime gli rigavano il visino, ma Giulia lo stringeva ancora più forte, ripetendo piano dolci parole. Gli carezzava i capelli, gli canticchiava quella nenia che cantava da piccolo, tutto per rassicurarlo che ora era finalmente al sicuro.
Per Giulia, suo figlio era la cosa più preziosa che aveva. Ogni suo sorriso, ogni sua risata, ogni mamma dava senso a tutta la sua vita. Ricordava la prima volta che lo aveva stretto in braccio, i suoi pianti, i primi passi, le prime parole: ogni ricordo le scaldava il cuore e le dava forza.
Suo marito? Senza lui avrebbe resistito benissimo. Senza Matteo, mai! Lamore che nutriva per suo figlio era senza limiti, totale, capace di ogni sacrificio. E in quel momento, sapeva che lo avrebbe protetto sempre a qualsiasi costo. In fondo, non cera niente di più importante che sentire il respiro rassicurante del proprio bambino addosso e sapere che era finalmente in salvo tra le sue braccia.




