Mamma, vengo a prenderti

Diario di Giulio Ferrante

Giulio, posso usare uno di questi telefoni per fare una chiamata interurbana?

Certo, ma non trattenerti troppo. Quello verde serve per le chiamate fuori città.

Stavo facendo una sostituzione al centralino ferroviario di Borgo Nuovo, il mio collega aveva dovuto assentarsi per unemergenza familiare. Fissavo da minuti quel telefono verde: avrei voluto ma non trovavo mai il coraggio. In paese i telefoni non mancavano: ufficio postale, telegraph, ma un telefono per chiamate lontane, da solo e per tutto il tempo che volevo, era cosa nuova dopo dieci anni spesi qui, nel cuore dellAppennino ligure.

Da anni ormai ce lavevo con la mia famiglia. Mi ero trasferito sbattendo la porta, giurando che non li avrebbero più sentito parlare di me. Mio fratello maggiore, Giovanni, lo sopportavo a malapena. Laura, la sorellina, più giovane di me di tanti anni, era ancora una ragazzina: che pretese da lei, da una liceale? E Francesca, la maggiore, si era schierata con Giovanni.

Mamma maveva sempre protetto, difeso, perfino preso soldi in prestito da Giovanni e Francesca per sostenermi. Ma io ero convinto che la mia fosse solo una sfortuna momentanea: presto, sì, prestissimo, mi sarei rialzato e avrei dimostrato a tutti chi fossi davvero.

Quella prova tardò ad arrivare. A trentacinque anni litigai pesantemente con Giovanni. Cercai, allora, un posto dove ricominciare. Non avevo mai preso il diploma di perito industriale, ma due anni li avevo frequentati e la cosa mi permise di trovare lavoro. Così accettai un impiego a Savona, e da lì cambiavo sede spesso, affezionandomi ogni volta a città sempre più piccole.

Allinizio scrivevo a mamma. Poi decisi che me lero presa anche con lei. Qui la vita era dura, la nostalgia di casa mi rodeva ed era più forte la rabbia che la voglia di chiedere scusa.

Ma ora il risentimento era sfumato. No, Giovanni non lavevo perdonato, ma mi mancavano mia mamma e Francesca, e quasi anche Laura. In fondo, con Laura non avevo mai litigato: nella mia mente era ancora una ragazzina con le trecce a scuola. Da vantarmi non è che avessi granché: convivevo con una donna, Emilia, nella sua stanza in una casa in condivisione.

Di soldi ne avevo, sì, ma non abbastanza da comprare casa nemmeno lì accanto agli uliveti. Né avevo intenzione di restarci.

Emilia, la mia compagna, lo capiva bene. Di recente vivevamo da soli gli altri avevano venduto la loro stanza. Emilia suggeriva di comprarla, magari con un mutuo, ma io tergiversavo.

Non sapevo neppure se restare con lei: aveva un figlio in militare e anche lei era emigrata lì per lavorare e risparmiare.

Sei ancora infantile, Giulio. È dura vivere con te.

Infantile io? In che senso?

Non prendi responsabilità. Hai quarantacinque anni e non hai imparato a rispondere di nulla.

Ma di chi dovrei rispondere? E perché?

Appunto: tu hai proprio paura di diventare responsabile di qualcuno. Teme che ti cada addosso un peso troppo grande.

Ero il primo a capirlo: sì, avevo paura. Non volevo sposarmi, né figli, mi dicevo che non ero pronto. Anche al lavoro non brillavo certo per iniziativa: andavo dove mi portava la corrente.

Ora, guardando il telefono interurbano, non trovavo mai limpulso. Eppure, il numero di casa lo ricordavo a memoria.

Rimestando lo zucchero nella tazza di tè, mi decisi di punto in bianco: presi il telefono, composi il numero.

Pronto, una voce maschile sconosciuta.

Buongiorno, mi schermavo, anche se in quella stanza cero solo io. Chi parla?

Chi cerca? Mi scusi…

Vorrei parlare con Lucia Ferrante…

Non cè. Non abita più qui.

Ah, dove si trova?

Mi scusi, chi la cerca esattamente?

Sono Giulio, il figlio…

Giulio? Quale…

Click. Poi, dopo poco, una voce di donna:

Pronto?

Buongiorno, sono sempre alla ricerca di Lucia Ferrante, ripeté con voce incerta.

Giulio? Sei tu?

Francesca, sei tu?

No, sono Laura.

Laura? Non ci credo! Che voce adulta hai… E quelluomo chi è?

Mio marito, Stefano.

Sei sposata?

Sì, e ho già una bambina. Ma allore tu sei vivo? Dove sei sparito?

Vivo, vivo. Tutto a posto.

Perché non scrivevi più? Ti cercavamo, soprattutto Giovanni. E mamma era tanto in pensiero…

Non avevo niente di che scrivere. Campavo e basta.

Mamma soffriva per te, lo disse con un velo di tristezza.

Per questo chiamo. Dovè, mamma?

Silenzio improvviso. Il cuore mi si strinse. E se fosse morta?

Dovè, Laura? È ancora viva?

Certo che sì. Non abita più qui…

Dove vive? Vorrei parlarle.

Un bambino scoppiò a piangere dietro. Laura, in fretta:

Scusa, non posso ora. Richiama tra poco, per favore.

Rimasi lì, col telefono in mano. Quando? Ormai erano quasi le dieci di sera. Mi promisi di richiamare mezzora dopo ma anche dopo un quarto dora composi istintivamente il numero. Occupato.

Sta chiamando Francesca e Giovanni? Mi infastidii, mi sentivo di nuovo escluso, loro tutti insieme, io sempre da solo.

Dopo mezzora ci provai ancora.

La mamma è in una casa di riposo a Casella, qui vicino, mi informò Laura.

Ma una casa di riposo per anziani?

Sì. È stata malata per tanto tempo, ora non sta meglio.

Lavete lasciata lì! Ma siete in tre: possibile che nessuno poteva tenerla con sé?

Non rispose.

Perché taci?

Non voglio discutere così, Giulio…

Così come? Voglio capire. Tu sei giovane, va bene, ma Giovanni? E Francesca?

Vuoi il cellulare di Giovanni?

No. Quello di Francesca?

Solo in orario dufficio.

Mi salì lira. Giovanni, che tanto la difendeva, diceva che mamma stava male per causa mia, che ero una disgrazia E alla fine? Nessuno lì per mamma.

Mi tornarono in mente le lettere, lo sguardo di mamma, le sue raccomandazioni. Dieci anni le erano pesati addosso, non potevo immaginarmela chiusa in un istituto.

Emilia era di turno quella sera. Il mattino dopo chiesi di nuovo il centralino per cercare Francesca, stavolta però cerano altre donne e parlare liberamente era quasi impossibile.

Francesca? Sono Giulio…

Lo avevo capito! Sia ringraziato il cielo che ci hai ritrovati.

Mi stavate cercando?

Oh sì, mamma era disperata. Ma ci sei voluto sparire. Perché non hai mai scritto?

È andata così Ma perché avete mandato la mamma in istituto?

Nessuno lha cacciata via.

E allora come? Laura mi ha detto che era a Casella…

Sì, la portiamo qualche volta a casa. Con Laura cè un neonato, capisci…

Un neonato? Ma perché? No, Francesca tu! Nemmeno tu potevi tenerla?

Silenziò di colpo. Poi, quasi stizzita:

Ah, chiami solo per giudicarci? Fai il fratello modello ora? La vuoi portare via tu, allora? Non ricordi perché ha avuto lictus e le altre disgrazie? Vieni, vieni a prenderla. Allora?

Vengo! sbottai rabbioso, buttando giù la cornetta.

Sentivo in corpo quella rabbia gelida. Decisi: avrei portato la mamma via dalla casa di riposo, dimostrandolo a tutti, aiutandola davvero.

Emilia, chiama il signor Ponzi per la stanza. La prendiamo.

Ma davvero? Hai deciso?

Ho deciso. Vado a riprendermi mia madre.

Come scusa?

Tho detto: la porto via dalla casa di riposo.

Ma… hai parlato con lei almeno?

No! Come faccio? Perché lhanno mollata lì? Laura ha il marito nuovo, Francesca con le sue cose, e Giovanni si tiene lontano dalle responsabilità.

Emilia mi ascoltava lavando i piatti.

Perché non dici nulla?

Se hai deciso, fallo. Ma prima trova la casa. Chiamo io il padrone.

Tu non hai obiezioni?

Non sono io a dover entrare nel merito. Se vuoi aiutare tua madre, tocca a te. Però sappi che il resto, lorganizzazione, sarà tutto tuo: non farti idee.

Così, senza una parola?

Già. Lo faccio solo per rispetto a te. Ma se vuoi aiuto, cercalo altrove.

Tre mesi per i documenti. Mi resi conto della burocrazia italiana per i mutui. Feci richiesta, firmai, comprai la stanza che prima dividevamo, finalmente tutto intestato a me. Emilia sembrava sollevata. Di mamma non parlammo più: era affare mio.

Per la prima volta avevo una casa tutta mia. Giravo nella stanza, senza crederci: una responsabilità, finalmente. Mi lanciai in una ristrutturazione completa, altri tre mesi di lavori.

Quando arrivò linizio dellinverno presi le ferie, comprai i biglietti di treno e aereo: attendeva un lungo viaggio. Mano a mano che si avvicinava la partenza, cresceva lansia. Valeva la pena? Come sarei stato con mamma? Ne sarei stato allaltezza?

Mi venne in mente il servizio militare, quando dovevo saltare dal portellone dellelicottero: paura tremenda ma nulla da fare, si salta e basta.

Il viaggio, però, mi rinfrancò. Parlai con sconosciuti in treno, fui allegro e curioso. Dormii tanto.

Arrivato a Genova alle sei di mattina. Decisi di non passare dai parenti, andai direttamente a Casella. Valigia lasciata al deposito bagagli, portai solo il borsello nuovo: scarpe italiane di qualità, cappotto chiaro, cappellino in lana volevo che mamma pensasse di avere un figlio deciso, finalmente sistemato.

La casa di riposo, costruita fuori dal centro, era ben tenuta ma con quellaria rassegnata, di un luogo che sa di essere ultima tappa. Accolto con gentilezza ma avvertivo laria triste di chi cerca solo qualche minuto di compagnia.

Un vecchietto si avvicinò mentre aspettavo la custode: occhi vivaci, domande continue, come se desiderasse afferrare ogni brandello di umanità. Sentivo disagio, ma capivo, lì erano tutti dimenticati dal mondo.

Non chiesi nulla sulle condizioni: fu lui a dirmi che si stava bene, quasi come se volesse convincere entrambi.

Finalmente mi fecero entrare. Tolto scarpe, indossai delle pantofole consunte color marrone. Mi aspettavo che mamma arrivasse camminando svelta. Avevo pensato a mille discorsi per riparare dieci anni di assenza, e la scena perfetta: lei mi stringe piangendo, io la rassicuro decidendo di portarla subito via.

Invece mi accompagnarono in camera. Una stanza piccola, tepore, altra signora su stampelle, la mia mamma voltata verso la finestra.

Appoggiai la borsa, mi avvicinai piano, le presi la mano.

Mamma…

Mi vide ma con occhi acquosi, incerti. Sembrava una donna molto più vecchia di quanto aspettassi: capelli bianchi, rughe profonde.

Ho già mangiato, disse sospesa nel suo mondo.

Anchio ho portato qualcosa. Guarda, questi sono i tuoi dolcetti preferiti.

Le misi in mano un savoiardo. Lo prese ma sembrava indifferente.

Mamma, sono io, Giulio. Tuo figlio. Ti ricordi? Sono tornato.

Nessun riconoscimento vero. Guardava il savoiardo, ogni tanto annuiva.

Sì, mi ricordo tutto benissimo…, diceva a vuoto.

Capii subito: no, non mi ricordava.

Non sapendo che dire, le raccontai della vita: del treno, del lavoro, della Liguria, di Emilia… Lei ascoltava, occhi grandi, annuendo. Tenevo la mano fragile tra le mie, cercando di aggrapparmi a quel calore antico, da figlio impaurito.

Mamma, vuoi venire via con me? A casa nostra? Vuoi davvero? mi scappò detto.

Certo… Verso le undici aprono sempre le finestre. Facciamo una passeggiata nel corridoio.

No, parlo di venire a vivere con me.

Sì, sì… prese il savoiardo, lo studiò, mordicchiò. Subito tossì, si piegò in avanti, grugnì dal fastidio.

Mi allarmai, corse la infermiera.

Le ha dato qualcosa?

Un dolcetto…

Glielavevo detto, niente cibo

La infermiera la calmò, le diede acqua, la stese sul fianco.

State qui per la prima volta?

Sì… non la vedevo da anni. Vorrei riportarla via…

Uno sguardo severo.

Guardi che serve molto lavoro. La signora Lucia ha bisogno di assistenza speciale. I vostri fratelli hanno già organizzato tutto. Ha bisogno del nutrimento speciale, del macchinario. Va deciso insieme.

Entrò la signora di stanza, che mi sorrise tristemente.

La ricorda, certo, mi disse. A volte parla di tutti e quattro, specie di te.

Non so, forse anche quella signora diceva così per darmi pace.

Dovetti andarmene. Mamma era esausta, io confuso. Giuridicamente non potevo decidere da solo. E mi resi conto che non ero pronto davvero. Non ce lavrei fatta.

Torno domani, mamma. Aspettami.

Prima di uscire, finalmente un lampo nei suoi occhi:

Giulietto? Sei tornato?

Mi inginocchiai vicino al letto.

Sì, mamma, sono io. Vivo! Sono tornato!

Mi accarezzò la testa come faceva da bambino. Inside mi si sciolse ogni nodo.

Va bene così. Giovanni ti aspettava.

Riprese a ripetere Giovanni, Giovanni e chiuse gli occhi, addormentata. Linfermiera trovò la scena normale. Rimasi ancora un po, vagando tra gli ospiti sotto i tigli, col pensiero fisso a casa. Non cera più la Genova colorata della mia memoria: piovigginava, faceva freddo e tutto mi sembrava grigio.

Nei giorni seguenti riportai unintera scatola di paste per gli anziani. Mamma quella volta non mi riconobbe neppure.

Parti, vero? mi chiese la signora compagna di stanza.

Sì, vado. Ho lasciato il mio numero, se serve, chiamate.

Certo, se la salute tiene Ma perché non vede i suoi? Sono parenti, siete famiglia.

Non aspettano proprio me. Ho dato loro colpe che non avevano…

Non potevano tenerla in casa, sono giovani, con figli, né possono permettersi la badante notte e giorno. Lei da sola non può restare.

Lo capisco ora. Non lo sapevo.

Presi il treno della sera: il cuore pesante come una pietra. Sul treno ripercorrevo le immagini del passato: la mamma sempre accogliente, le cene nei giorni di festa, i racconti al camino. Da giovane avevo dato un mucchio di dispiaceri. Ora, invece, pensavo a Emilia. Forse aveva ragione lei: non ero mai stato veramente responsabile. Aveva ragione anche su mamma: il mio viaggio era stata una fuga dalla realtà e un gesto d’orgoglio.

Non avevo famiglia, né figli, né più una madre solo la sua ombra. Dovevo ricominciare. Dentro di me si fece spazio una decisione: chiedere a Emilia di stare davvero insieme e, finalmente, crescere. E anche al lavoro, invertire la tendenza della deriva.

Annunciarono il treno. Stavo raggiungendo la carrozza, quando un grido:

Giulio!

Mi girai: Francesca correva verso di me, spettinata, senza cappotto. La riconobbi subito.

Francesca?

Perché non sei venuto da noi? Laura mi ha avvisato giusto in tempo

I binari vibrarono: il mio treno si avvicinava.

Sto per partire. Devo tornare, balbettai.

Mi sentii in colpa e, insieme, sollevato: il semplice fatto che una delle mie sorelle fosse lì a salutarmi mi commuoveva.

Non partire, ansimava Francesca. Vieni con me, a casa. Dobbiamo ritrovarci almeno una volta. Sabato andiamo tutti insieme dalla mamma

Ma ho il biglietto…

Scoppiò la pioggia, decisi di rimandare la partenza, e la seguii. All’uscita ci aspettava Giovanni, invecchiato anche lui, più panciuto.

Bentrovato, fratello.

Gli strinsi la mano. Quella sera, nella cucina grande e calda di Francesca, mi sentii di nuovo a casa e raccontai tutto di me, senza filtri, per la prima volta.

Avevano tutti dei figli adulti, anche nipoti. Dormii da Francesca la notte, profumo di casa e lenzuola antiche. Piangere non serviva. Passai qualche giorno aiutando nel cortile e poi, sabato, tutti insieme alla casa di riposo.

Ecco, mamma, ci siamo: Giovanni, Giulio, Francesca, Laura… Siamo tutti qui per te, le disse Laura.

Mamma sorrideva, tranquilla sulla carrozzina, il telo sulle gambe. Poi, volgendo lo sguardo a Laura chiese:

Diletta, tu in che classe vai?

Confondeva i nomi, un po tutti si rattristarono, ma la portarono lo stesso fino allalbero in fondo alla strada.

E tornando a casa, Laura indicò la finestra.

Là, dietro i vetri, cera mamma: ci salutava, sembrava davvero consapevole stavolta. Un gesto, uno sguardo intenso.

Ti sembra che ci abbia riconosciuti? sussurrò Laura.

Certo! replicò Giovanni. Una madre riconosce i suoi figli anche senza la memoria: li porta nel cuore.

E aveva ragione, lo sentivo. Forse il nostro ricordo era ormai solo nella sua anima, ma il legame restava.

Il tempo del ritorno, il treno che mi portava via mi sembrava andare verso unaltra casa. Quel viaggio mi aveva cambiato. Avevo compreso una cosa: più che giudicare, bisogna esserci. Più contano i gesti semplici del sentirsi sempre a posto con se stessi.

Da oggi, ho deciso: basta fuggire. È tempo di imparare a restare.

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Mamma, vengo a prenderti
Tatu, perché hai smesso di parlarci del tutto?