Non avevo promesso i tortellini

Non ho promesso i ravioli

Giulia, mi senti o no? la voce della signora Speranza Neri rompe il silenzio telefonico come se non fosse a Ferrara, ma proprio alle sue spalle. Allora, li prepari o no questi ravioli? Mi ha detto Elisa che avevi promesso i ravioli.

Non li ho mai promessi, i ravioli.

Come non li hai promessi? Lei ha sentito chiarissimo! A Capodanno li hai fatti, tutti erano entusiasti. E qui è il compleanno, settantanni, sono traguardi che non capitano tutti i giorni.

Signora Speranza, ho già pronto il bollito misto, due tipi diversi di insalata, lanatra, torta salata con cavolo e ricotta, rotolo ai semi di papavero. I ravioli, stavolta, non ce la faccio.

Va bene, va bene Almeno il bollito cè con la salsa verde?

Con la salsa verde, stia tranquilla.

E che lultima volta mancava, e Vittorio ci pensa ancora. Ah, copri la tavola con quella bella tovaglia bianca, non con quella cerata. Una tovaglia bianca è la base per un compleanno, si sa.

Daccordo.

E compra anche le candele, belle, non quei mozziconi. Giulia, ma mi segui o no?

Giulia Romano ascoltava. Era in piedi davanti alla finestra della cucina al quinto piano del loro condominio a Modena, guardava nel cortile dove il vento autunnale faceva volare le foglie per lasfalto, e ascoltava. Aveva quarantotto anni. Il cuore le faceva male da aprile.

***

Sei giorni al compleanno. Venticinque invitati. Speranza Neri aveva preparato la lista già in agosto e laveva spedita su un foglietto a quadretti, con la sua scrittura ordinata da maestra vecchia scuola. Giulia aveva attaccato la lista al frigorifero e la guardava ogni mattina mentre preparava il caffè.

Venticinque persone. Cera il marito di Speranza, lo zio Vittorio, mezzo sordo e con una risata fragorosa. I tre figli del marito di Speranza, avuti da due matrimoni diversi, e il marito di Giulia, Sergio, ovviamente. Le mogli dei figli, quindi tutte le nuore, e tra loro ovviamente anche Giulia. Poi figli e nipoti, grandi e piccoli. La cugina da Parma col marito. Lamica dinfanzia, Rosa, che mangia solo bollito e non sopporta la cipolla. Il vicino di casa della loro casa al lago, invitato anche lui non si sa perché.

Venticinque persone, e ad occuparsi di tutto cera Giulia.

Non capiva nemmeno più quando questo fosse diventato normale. Forse dopo la prima cena dalla suocera, ventanni prima, quando aveva offerto aiuto per fare bella figura da giovane nuora. Forse dopo che Speranza aveva detto davanti a tutti: «Giulia ha le mani doro, sa fare tutto lei». Era stato detto con tanto calore che Giulia si era quasi commossa. E così era rimasta. Dietro ai fornelli, al tavolo, al frigorifero e col panno per pulire.

Ventanni dopo, le mani erano sempre doro. Il cuore, però, non era più lo stesso.

***

La cardiologa, dottoressa Natalia Gentile, la riceveva alla ASL il martedì e il giovedì. Un piccolo ambulatorio, due sedie, il lettino con la carta scricchiolante. Guardava i risultati di Giulia sopra le lenti sottili.

Signora Romano, sarò franca con lei le disse. Non può continuare così. È stress cronico, si vede da tutto. Le ci vuole una pensioncina di riposo. Almeno due, meglio tre settimane. Profilo cardiaco, relax, terapie dolci, aria buona.

Magari dopo Natale ci riesco.

Giulia

Tra una settimana abbiamo il compleanno. Venticinque ospiti.

Natalia Gentile si tolse gli occhiali, li appoggiò.

Capisce cosa intendo, vero? Non solo stanchezza, è diverso. Se va avanti così, rischia grosso.

Capisco. Dopo il compleanno, promesso.

Dopo il compleanno, dopo Natale, dopo altro ancora Lo sento tutti i giorni. La prego, trovi il modo di mettere al primo posto sé stessa almeno due settimane.

Giulia annuì, prese limpegnativa e la infilò in borsa, dietro il portafoglio. A casa la mise nel cassetto sotto vecchie bollette.

***

Lunedì preparò il bollito misto. Quattro pentole venticinque persone mangiano tanto. Stette ai fornelli tre ore, mescolando e schiumando. La cucina appannata. Fuori si faceva buio.

Sergio arrivò verso le otto, si tolse le scarpe, lanciò la giacca allattaccapanni.

Che cè per cena? chiese entrando in cucina.

Zuppa nella pentola piccola, in fondo.

E queste pentole grandi?

Bollito per la festa.

Lui borbottò, si servì la zuppa e si mise davanti alla TV. Non tornò più in cucina.

Quasi a mezzanotte, Giulia spense i fuochi, coprì le pentole e andò a letto. Le gambe le facevano male, il petto tirava come sempre dopo tante ore in piedi. Si sdraiò su un fianco, chiuse gli occhi.

Sergio arrivò dopo, si sdraiò, iniziò subito a russare. Giulia, al buio, iniziò a elencare mentalmente quello che mancava: torte salate, rotolo, insalate, anatra, la spesa, le pulizie, la tovaglia bianca, le candele, la salsa verde per il bollito.

Dormì verso le due.

***

Speranza chiamò martedì mattina.

Giulia cara, che ne dici se aggiungessimo anche qualche funghetto sottolio? Ne ho un barattolo fatto da me, lo porto io. E pure i miei cetriolini.

Va bene, portali pure.

E poi: viene anche Lidia, la moglie di Cosimo, il cugino. Lei non mangia maiale. Riesci a preparare qualcosa a parte?

Farò anche lanatra, non è maiale.

Eh, però lanatra è pesante, lei è sempre a dieta.

Faccio uninsalata di pollo, senza maionese.

Brava, sapevo che avresti trovato la soluzione.

Giulia appese il telefono, guardò la lista e aggiunse a matita: Lidia, insalata di pollo senza maionese.

***

A metà settimana andò al mercato. Trascinava due borsoni pieni fino allautobus. Il braccio si era addormentato fino alla spalla. A casa scoprì di aver dimenticato la panna, tornò al supermercato.

Giovedì pulizie a fondo. Pavimenti, il bagno, i battiscopa Speranza una volta aveva notato polvere lì e lo aveva detto a bassa voce ma davanti a tutti.

Sergio arrivò, si sdraiò sul divano, guardava la partita.

Mi dai una mano a pulire il lampadario?

Giulia, sono sfinito. Tutto il giorno in piedi.

Anchio tutto il giorno.

Allora riposati anche tu.

Giulia prese la scala da sola. Salì, pulì, scese. Il cuore battere irregolare per qualche secondo. Si fermò, tenendosi al corrimano, finché passò.

***

Venerdì. Torte salate. Rotolo. Due insalate, una apposta per Lidia. Lanatra marinava dalla sera, la mise a cuocere la mattina dopo. La cucina satura di calore e odori di buono, tanto che la vicina, la signora Valentina, bussò alla porta: Giulia, stai facendo il pane in casa?

Certo.

Tua suocera è proprio fortunata ad avere una nuora come te.

Giulia sorrise e richiuse la porta.

Fortunata, ripeté tra sé, senza più sorridere.

A sera era tutto pronto. Il bollito raffreddato era nel frigo ben coperto. Le torte sul vassoio, coperte da un canovaccio. Lanatra a riposare. Il rotolo tagliato. Le insalate da condire solo allultimo.

Giulia sedette sullo sgabello in cucina, guardò tutto quanto. Le mani sulle ginocchia, la schiena rigida.

Il telefono squillò in corridoio. Speranza.

Giulia cara, noi con Vittorio partiamo domani alle nove, arriveremo per le undici. Gli altri a mezzogiorno. Ce la fai a sistemare tavolo e tutto?

Ce la faccio.

Allarga il tavolo, in sala cè poco spazio. Dillo a Sergio, che si occupi lui.

Va bene.

Allora riposati, domani è festa.

Giulia mise giù il telefono e tornò a lavare i piatti.

Sergio dormiva già come tutti i venerdì, letto alle dieci e mezza, il sabato si può dormire un po di più.

***

Il sabato cominciò alle quattro e mezza. Giulia si svegliò e capì che non avrebbe più dormito. Si alzò, indossò la vestaglia, andò in cucina. Mise su il bollitore. Mentre lacqua si scaldava, si affacciava alla finestra.

Il cielo autunnale ancora scuro. Nel cortile solo un lampione acceso. Sotto, un cespuglio solo. Nientaltro.

Giulia prese la tazza, si sedette. Guardò il grembiule appeso vicino ai fornelli. Azzurro, con fiorellini bianchi; laveva preso tre anni prima al mercato. I bordi già consumati.

Guardò il frigorifero. La lista a quadretti. Le forchette pulite sullo strofinaccio.

Qualcosa successe, ma dentro. Un attimo silenzioso, come quando si rompe un filo e il tessuto si apre, e si fa spazio. Giulia lo sentì fisicamente. Nella zona del petto, ma non dove fa male il cuore, poco più su. Qualcosa si allentò.

Rimase seduta a pensare. Niente panico, né lacrime, solo lucidità.

Da quanti anni faceva tutto questo? Ventanni a dar da mangiare a quella gente, a pulire per loro, ad ascoltare, a tacere, ad adattarsi. Ventanni la prima ad alzarsi, lultima a sedersi. Ventanni a sentirsi dire «Giulia, bravissima», «Giulia, mani doro», usato al posto di grazie, al posto di servi aiuto?, al posto di come stai?.

Mai nessuno, nemmeno Sergio, le aveva chiesto come stesse davvero. La dottoressa glielo aveva detto in faccia: doveva andare in pensione terapeutica, che era grave. A casa Giulia lo aveva riferito a Sergio. Lui aveva risposto: «Vai da un altro dottore, tanto i medici esagerano sempre».

Non era andata da un altro medico. Aveva messo su il bollito.

Venticinque invitati sarebbero arrivati di lì a poche ore, avrebbero mangiato i suoi piatti cucinati per giorni. Seduti su sedie pulite, tavole imbandite, sotto il lampadario splendente. Alla fine, sarebbero rimasti i piatti e i resti, sparsi da pulire. Lavoro tutto suo. Andrebbe a letto tardi.

Nessuno dei venticinque avrebbe chiesto come va, Giulia?.

Giulia finì il tè. Posò la tazza. Si alzò. Prese il grembiule, lo tenne in mano, poi invece di appenderlo di nuovo, lo appoggiò sul tavolo.

Andò in camera, piano, per non svegliare Sergio. Prese dalla mensola la borsa grande blu. Iniziò a riempirla: abiti caldi, il libro lasciato a metà a maggio, la trousse, i documenti, la carta su cui riceveva lo stipendio da contabile di una piccola azienda uno stipendio modesto, ma suo.

Sergio dormiva. Il volto disteso, da bambino.

Giulia lo guardò per tre secondi. Né rabbia né tenerezza, solo uno sguardo semplice. Prese la borsa, in corridoio si mise le scarpe e il cappotto. In cucina prese penna e foglio. Scrisse:

«Il bollito è nella pentola grande. Le torte sotto il canovaccio. Lanatra in forno, scaldare a 180°. Il rotolo sul vassoio. Le insalate da condire con la panna. Tavolo da spostare verso la finestra. Sono andata alla clinica di riposo su consiglio della dottoressa. Il telefono sarà spento. Giulia».

Pizzicò il foglio sotto la calamita con su Venezia, quella che avevano comprato in gita nel 2015.

Prese la borsa, uscì, chiuse la porta.

***

La clinica Bosco di Betulle si trovava a centoventi chilometri da Modena, in provincia di Parma. Giulia laveva cercata a settembre, quando la dottoressa per la prima volta aveva raccomandato riposo. Aveva guardato i prezzi, poi chiuso la pagina. Ora ci andava con lautobus, la navetta, quindici minuti a piedi nel bosco di pini.

La reception era silenziosa, profumava di legno. La receptionist la guardò.

Ha prenotato?

No. Sono arrivata così. Cè una stanza libera?

Cè una singola per quattordici giorni. Profilo cardiaco va bene?

Perfetto.

Giulia compilò i moduli, pagò con la carta. La stanza era piccola e linda. Letto con lenzuola fresche, finestra sui pini, comodino, lampada. Appoggiò la borsa, si mise a letto vestita e dormì quattro ore.

Si svegliò alle due. Si spogliò, fece il bagno, poi uscì in giardino, si incamminò tra i pini. Laria sapeva di resina. Il cielo sopra le cime, bianco, immobile.

Entrò in sala da pranzo, mangiò una zuppa calda. Nessuno la interrogava. Poteva tacere.

La sera andò a letto alle otto. Si risvegliò alle otto. Dodici ore filate.

***

Il suo compagno di tavolo spuntò al terzo giorno. Arrivò col vassoio, guardò in giro visto che i tavoli erano quasi tutti occupati, e chiese:

Posso sedermi?

Certo.

Avrà avuto cinquantacinque anni, forse un po di più. Non alto, spalle larghe, capelli grigi alle tempie. Si chiamava Andrea Bianchi.

Prima volta qui? chiese lui.

Sì. E lei?

È la seconda. Ci sono stato anche lanno scorso. Un posto valido.

Mangiarono in silenzio per un po.

Motivo della cura?

Cuore. Lei?

Più o meno. Pressione, nervi, solite cose che capitano quando vivi troppo a lungo la vita degli altri.

Giulia lo guardò.

Detta perfetta.

Ho avuto tempo per pensarci. Due settimane qui lanno scorso. Tornato, ho cambiato parecchio.

Ha funzionato?

A metà. Laltra metà la sto cambiando adesso.

Mangiarono. Si separarono. Il giorno dopo sedettero nuovamente vicini, senza chiedere.

***

Giulia non accese il telefono per sette giorni.

In quei sette giorni dormì dieci, talvolta undici ore per notte. Faceva bagni ai sali, ordinati dal medico della casa. Sedute leggere con macchinari medicali. Passeggiate per il bosco, anche due ore. Riprese il libro iniziato in maggio.

Ogni tanto, la sera, lei e Andrea stavano nella sala comune nelle poltroncine di legno davanti alla finestra, a sorseggiare tè dal termos che lui portava sempre.

Da molto qui? gli chiese una volta.

Cinque giorni. Sono arrivato allimprovviso, proprio come lei.

Come fa a saperlo?

Si vede. Anche io avevo la stessa aria la prima volta. Quella di chi è scappato senza preavviso.

Giulia sorrise.

Cosa le è successo, se posso?

Ma certo. Ero direttore di una ditta edile. Ventidue anni. Tutto per la ditta. A casa quasi mai. Mio figlio è cresciuto che non lho visto. Mia moglie è andata via cinque anni fa, ha fatto bene. Poi una mattina mi sveglio e capisco che non riesco a entrare in ufficio. Non per pigrizia fisicamente impossibile. Tre giorni a letto. Il medico: esaurimento. Ho mollato. E ora cerco la direzione.

Lha trovata?

Sto capendo. Ho preso una piccola casa in campagna, allevo conigli. Sorpresa: fanno bene, sono bestie pacifiche e non ti fanno mai sentire in debito.

I conigli?

Nessuna pretesa. E mai una domanda trabocchetto.

Giulia rise. La prima risata sincera dopo molto tempo.

***

Al settimo giorno accese il telefono. Era spento dal sabato mattina. Premette il tasto. Lo schermo lampeggiò. Una pioggia di notifiche.

Allinizio contava. Poi smise. Tante, tantissime. Da Sergio. Da Speranza. Da Elisa, la cognata. Altri parenti.

Leggeva in silenzio, scorreva piano.

Sergio il primo giorno aveva scritto sette volte. Prima: «Giulia, che succede, chiamami». Poi: «I parenti sono qui, dove si scalda lanatra». Poi: «Mamma vuole sapere dovè finita». Poi: «Non è bello così». Poi: «Dove hai messo le camicie pulite». Poi: «Pensi solo a te». Una pausa, il giorno dopo: «Chiama».

Speranza scrisse tre messaggi. «Giulia, spiegati». «Festa rovinata, Sergio è deluso». «Sono sconcertata, non me laspettavo da te».

Elisa solo uno: «Potevi almeno avvisare bene».

Nessuno. Nessun messaggio. Neanche una riga con scritto: Giulia, come stai? Sei viva?

Rimise il telefono via e non lo riaccese per unaltra settimana.

***

Martedì Giulia e Andrea camminavano nel bosco dopo colazione. Lui andava un po più piano, il ginocchio ogni tanto dava noia. Lei si adattava, ma era la prima volta in vita sua che lo faceva volentieri, non per forza.

Ha acceso il telefono, alla fine? chiese Andrea.

Sì. Una settimana dopo.

E comè andata?

Un mucchio di messaggi. Una festa rovinata, camicie da stirare, nessuno che mi chieda come sto.

Lui taceva. Poi disse:

Succede che vivi accanto a qualcuno per anni, ma non ti guarda davvero mai. Guarda quello che fai, non chi sei.

È colpa mia. Per ventanni ho permesso tutto.

Non è colpa. Ti hanno insegnato così. Che questo era essere una brava moglie, una brava nuora.

Insegnato, sì. Ma non è vita, questa è solo una servitù. Almeno al lavoro pagano.

Andrea la guardò di lato.

E ora? Cosa farà a casa?

Non lo so ancora. Ma stavolta no: non ripulirò dietro a tutti e non cucinerò per venticinque persone.

Uscirono in una radura. I pioppi già spogli, le ultime foglie sui fili derba. Sopra, il cielo grigio e calmo.

Mi piace che lo dica senza rancore, disse lui.

Il rancore era mesi fa, ora sono soltanto stanca.

Stanca si cura. Il rancore è più difficile.

***

Gli ultimi tre giorni in clinica li passò quasi sempre sola. Andava a terapia, passeggiava. Finì il libro. Dormiva, mangiava. La dottoressa disse che era migliorata, pressione meglio, meno aritmie.

Giovedì sera, lultima sera, erano di nuovo seduti in sala comune. Lui partiva venerdì, lei sabato.

Mi lascia il suo numero? chiese Andrea.

Certamente.

La chiamerò. Non subito, le darò il tempo di riordinare il ritorno a casa. Ma poi la chiamo.

Volentieri.

Non le fa paura?

Cosa?

Tornare. Sapere come andrà.

Giulia pensò.

Un po sì, ma una settimana fa avrei avuto più paura. Ora no. Mi interessa scoprire cosa succede se dico cosa desidero davvero.

E cosa desidera?

Dire che così non va più bene. Che vivere insieme va bene, ma si deve cambiare. Che sono stanca. Che voglio andare a dormire alle dieci e alzarmi alle sette. Che il sabato voglio camminare al parco, non stare ai fornelli. Che nessuno deve invitare venticinque persone a casa mia senza dirmelo prima.

Andrea ascoltava. Non interrompeva, non annuiva ascoltava e basta.

Lo farà davvero?

Sì. Faccio la lista, come a lavoro. Altrimenti mi scordo qualcosa.

***

Tornò a casa sabato a mezzogiorno. Aprì la porta. In casa regnava quel silenzio stantio che appare quando nessuno pulisce per un po.

In cucina il lavello pieno di piatti, non della festa, era passato troppo tempo più probabilmente Sergio aveva mangiato e lasciato tutto così. Sul tavolo il bicchiere e il giornale. Il pavimento, dimenticato.

Posò la borsa. Girellò per casa. In camera il letto sfatto. In bagno lasciugamano a terra. In sala, coperta e telecomando sul divano.

Trovò Sergio in cucina con una tazza di tè e il telefono in mano. Alzò lo sguardo.

Alla fine sei tornata.

Sono tornata.

Ti rendi conto di quello che hai combinato?

Sì.

Mamma non si è ancora ripresa. La festa rovinata. Io non sapevo dove prendere niente.

Avevo scritto tutto.

Su un biglietto, Giulia! Sei scappata lasciando un biglietto.

Sono andata dal medico. Ti ricordi il cuore?

Stette zitto.

Sì, me lavevi detto Ma così no, non si fa.

Cosa non si fa?

Lasciare la famiglia il giorno del compleanno.

Sergio disse Giulia calmissima oggi non pulisco nulla. Adesso sistemo la valigia e vado a farmi il bagno. Dopodiché, dobbiamo parlare.

Lui la guardò come se parlasse una lingua sconosciuta.

***

Aveva steso la lista due giorni prima del confronto. Con calma, senza rabbia, in cucina, su un foglio a righe. Poi battuta a computer, ordinata, punto per punto.

Divisione equa delle faccende. Compiti chiari, chi fa cosa. Niente più feste oltre dodici persone, e solo col suo consenso. Budget separato; basta riversare il suo stipendio su quello di tutti senza discussione. Una vacanza lanno per lei, vera, non “poi si vedrà”.

Lasciò il foglio a Sergio.

Lui ci mise un po a leggere. Poi lo appoggiò.

È un ultimatum?

Sono le condizioni minime. Devessere meglio per tutti, ma qualcosa va cambiato.

Hai sempre fatto così. Nessuno te lo ha imposto.

Sei sicuro? Tua madre pregava. I tuoi fratelli se lo aspettavano. Tu non dicevi nulla: anche il silenzio è una richiesta. Io ho smesso di dire no, e tutto è diventato normale. Ora voglio cambiare le abitudini.

Non posso vivere con una lista di regole.

Allora non so come potremo continuare.

Sergio si alzò, nervoso.

Mi ricatti.

Ti dico la verità. Sono stanca. Il mio cuore soffre. Questo me lha detto il medico a settembre, e io andavo avanti a cucinare bolliti. Non voglio più essere invisibile, cucinare per chi non si chiede mai come sto.

Mia mamma non è indifferente.

Mi ha scritto tre messaggi. Nessuno chiedeva come stavo. Solo della festa, del cuore niente.

Sergio tacque.

***

Parlarono altre volte. Discussioni lunghe, difficili. Sergio arrabbiato, poi muto, poi di nuovo arrabbiato. Un giorno venne Speranza, sedette in cucina, prese il tè, osservò bene Giulia, come vedesse una sconosciuta.

Sei cambiata disse infine.

Sono esausta, signora.

Siamo tutti stanchi. La vita è questa.

Non proprio. Alcuni si stancano di più, per ventanni ho portato troppo peso. Non è solo vita, è fatica non riconosciuta.

La suocera tacque, finì il tè.

Sei arrabbiata con me?

No. Solo non voglio continuare così.

Per Sergio sarà dura adattarsi.

Capisco. Anche per me è stato durissimo cambiare. Ma lho fatto.

Speranza se ne andò. Giulia non sapeva cosa pensasse. Forse nulla di bello. O qualcosa di complicato, difficile da dire anche a sé stessa.

***

Divorziarono a febbraio. Senza drammi: si presentarono, firmarono, si separarono. Sergio restò nellappartamento, era suo prima del matrimonio. Giulia ebbe una piccola somma come compenso dei suoi ventanni di contributi.

Affittò un bilocale sulla via accanto. Piccolo, secondo piano, finestre sul cortile. Un gatto rossiccio, randagio, la aspettava spesso dietro la porta. Si misero a convivere e lei lo adottò.

In primavera trovò un altro lavoro, sempre in contabilità, ma in unazienda più grande con orari migliori. Lo stipendio era aumentato. Non metteva più da parte per sicurezza, qualche volta si concedeva qualcosa: finalmente un cappotto desiderato da anni, una vera macchina per il caffè.

Andava ogni tre mesi dalla Cardiologa. Lei controllava, si toglieva gli occhiali:

Molto meglio, Giulia. Cosha cambiato?

Parecchio.

Continui così.

Andrea la chiamò a dicembre, dopo aver lasciato che si ambientasse. Chiacchierarono a lungo. Ascoltò davvero, senza pressioni, senza interrompere. Disse solo: Brava. Ma il suono era nuovo, niente a che vedere con «Giulia, brava», che suona quasi come un premio dato per dovere.

Avevano iniziato a vedersi. Andrea veniva dalla campagna, andavano nei piccoli bar, al cinema, una volta a una mostra nel museo cittadino dove Giulia non metteva piede da quindici anni. Tutto senza fretta, senza aspettative, senza la sensazione di dover guadagnare qualcosa.

Una volta lui la invitò a vedere i conigli.

È un invito serio, disse lei ridendo.

Serissimo, rispose lui. I conigli non li faccio vedere a chiunque.

Risero insieme.

***

È passato un anno. Ottobre ancora, foglie spazzate dal vento, però questa volta sotto una finestra nuova, di unaltra casa.

Giulia Romano è seduta al tavolo nella sua cucina. Beve il caffè, quello buono. Sul tavolo un libro, il gatto sonnecchia appoggiato a lei.

Suona il telefono. Compare il nome di Sergio. Non risponde. Poi cambia idea e risponde.

Pronto.

Giulia, ciao. Come va?

Tutto bene. Che succede?

Niente solo volevo dire che mamma fa di nuovo il compleanno, cè anche questanno unanniversario, tipo.

Ricordo, settantuno, mica cifra tonda.

Eh, però vuole fare festa comunque. Elisa ha detto che tu i bolliti li prepari meglio di tutti, e mi ha chiesto di insomma

Giulia guarda fuori: cortile, alberi, cielo. Tutto uguale, ma diverso.

Sergio, no.

Dai, Giulia, è sempre mamma.

No, Sergio. Non per rabbia, non per offesa. Semplicemente, no.

Lui sta zitto. Poi:

Sei felice? chiede. Voce strana, non arrabbiata, solo quieta.

Giulia riflette. Un secondo, non di più.

Sì, Sergio. Per la prima volta dopo tanto tempo.

E per merito di qualcuno?

Per merito mio.

Pausa.

Va bene, dice lui. Ho capito.

Ciao.

Ciao.

Riappende. Il gatto la guarda e rimette giù la testa.

Suonano alla porta. Andrea aveva promesso di arrivare per pranzo. Giulia va ad aprire.

Come stai? chiede lui da subito, la stessa prima domanda di ogni volta.

Bene, sorride lei. Vieni, il caffè è ancora caldo.

Entra. Chiude la porta. Il gatto gli va incontro.

Fuori è autunno. Quello vero, quello nuovo.

La vita non dovrebbe essere solo sacrificio e abitudine: a volte dire no è il primo vero sì a se stessi.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

seven + seventeen =

Non avevo promesso i tortellini
Uccellino Arcobaleno