Un appartamento per tre
Non capisci, per me è come una sorella. Non posso semplicemente dirle di no.
Giulia, ormai vive da noi da tre settimane. Tre settimane, Marco non urlava, parlava piano, e questa era la cosa peggiore. Ci siamo sposati due mesi fa. Due. Si chiama luna di miele, se non te lo fossi scordata.
Non aveva dove andare. Conosci bene la sua situazione.
La conosco. La conosco benissimo. Ogni sera la conosco, perché ogni sera lei ce la racconta. Seduta al nostro tavolo. Nel nostro appartamento. Che, tra laltro, è il mio appartamento.
Lo guardavo e non sapevo cosa rispondere. Non perché avesse torto. Aveva pienamente ragione, ed era proprio questo a rendere la conversazione insopportabile.
Alessia è entrata nella nostra vita cioè nella nostra giovane famiglia cinque giorni dopo il matrimonio. Mi chiamò a mezzanotte e mezza e mi disse che stava male. La voce era così tremante che mi alzai subito dal letto. Marco mi guardò senza dire nulla. Allora non diceva ancora nulla.
Io e Alessia eravamo amiche da ventidue anni. Dalla prima elementare. Sedeva davanti a me e si voltava sempre. Aveva due lunghe trecce rosso fuoco e uno spazio tra i denti davanti, e soprattutto non stava mai zitta. Ero una ragazzina silenziosa, brava a disegnare e impacciata con gli sconosciuti; Alessia sembrava apposta voler riempire lo spazio che lasciavo vuoto. Siamo diventate amiche allistante, senza studiarsi reciprocamente, semplicemente un giorno si voltò e disse:
Mi presti una matita? Quella rosa?
Gliela prestai. Da allora le ho dato tutto quello che mi chiedeva.
Questo va capito bene. Non ero fragile o sottomessa. Semplicemente, sapevo dare. È una dote che sembra una virtù per molto tempo, finché non ti accorgi che stai regalando quello che dovevi invece proteggere.
A trentotto anni, Alessia si era sposata due volte, entrambe le volte senza fortuna, e tutte e due le volte ero accanto a lei. Il primo marito non aveva un lavoro serio, solo grandi idee sui soldi degli altri. Il secondo era una brava persona, ma Alessia si annoiò dopo tre anni e se ne andò. Non aveva figli, né una casa propria; era maestra nel vivere in stanze in affitto o dagli zii. Lavorava come impiegata in qualche azienda, coordinatrice in unagenzia, poi saltava su un altro nuovo progetto che si esauriva in pochi mesi. Era una persona di umore. Quando stava bene, era una gioia stare con lei. Quando stava male, il mondo intero sembrava colpevole.
Lo sapevo. Eppure dissi a Marco che Alessia avrebbe vissuto da noi per un po. Marco chiese:
Quanto è un po?
Dissi una settimana, massimo due.
Passarono tre settimane, ed eravamo in cucina una sera tardi, Alessia dormiva finalmente nella camera degli ospiti. Marco reggeva una tazza di tè fredda da molto.
Giulia, non ti sto chiedendo di abbandonare la tua amica. Ti chiedo solo che questa sia casa nostra. La nostra vita. Il nostro spazio. Capisci, vero?
Sì, capisco.
Allora spiegami perché nulla cambia.
Non seppi spiegare. Non perché non avessi risposta. La sapevo, solo che non era bella da sentire. Temevo di ferire Alessia. Temevo le sue lacrime al telefono, le sue parole sei lunica che mi capisce. Temevo di essere una cattiva amica. Marco aspettava una risposta, io stavo zitta.
Finì il tè, andò a letto in silenzio.
Restai in cucina da sola. Alessia dormiva da una parte, mio marito dallaltra. Io ero in mezzo, senza appartenere ad alcuno dei due spazi.
Avevo conosciuto Marco quattro anni prima, a una festa di compleanno di amici. Era arrivato tardi, aveva trovato a fatica una sedia di fronte a me e raccontato storie divertenti di trasferte di lavoro. Faceva lingegnere, aveva girato mezza Italia, aveva tante cose da dire. Ridevo di cuore. Poi mi disse che fu proprio la sincerità della mia risata a conquistarlo.
Ci siamo frequentati due anni, poi un anno e mezzo di convivenza, poi il matrimonio. Tutto in piccolo, una trentina di persone, un ristorante in centro a Firenze, tutto semplice e sereno. Alessia fu la mia testimone. Si comprò un vestito fucsia più appariscente del mio da sposa e ballò tutta la notte. Marco la osservava come di fronte a un rebus in lingua straniera.
Dopo il matrimonio volevamo fare un piccolo viaggio. In macchina, per la Toscana, fermandoci in ostelli di campagna, senza fretta. Tutto fu rimandato per Alessia. Marco non disse nulla, solo chiese se volevamo rinviare al mese dopo. Dissi di sì, ma anche il mese dopo svanì.
La mattina dopo quella discussione a colazione, Alessia arrivò allegra. Sapeva fare così: la sera prima soffriva e la mattina entrava in cucina profumata e sorridente.
Che buon profumo, disse vedendomi fare le crêpes. Giulia, mi vizzi troppo.
Marco beveva il caffè guardando fuori dalla finestra, senza girarsi.
Marco, oggi stai fuori a lavoro tanto? chiese Alessia.
Come sempre, rispose lui.
Pensavo magari stasera ceniamo assieme? Posso cucinare qualcosa, giuro che so fare almeno due piatti!
Lui appoggiò la tazza e la guardò, poi guardò me.
Stasera farò tardi, disse. Uscì dalla cucina.
Alessia lo seguì con lo sguardo.
È arrabbiato con me? mi chiese.
No, risposi in fretta.
Giulia. Io lo vedo. Gli dà fastidio che sia qui.
Non è nulla, Ale.
Dimmi la verità. Capirò.
Avrei dovuto parlare chiaro: sì, non è semplice per noi e dobbiamo parlarne. Sarebbe stata la cosa giusta, adulta. Ma scelsi di nuovo di non parlare. Le misi una crêpe nel piatto e chiesi: crema di nocciole o marmellata?
Lei scelse la marmellata.
Dopo passai molto tempo a chiedermi perché era così difficile parlare a lei con sincerità. Era la mia amica di sempre, ci conoscevamo a memoria. Lei sapeva che piangevo guardando film sui cani, che faticavo tra la gente, che non dormivo bene lontano da casa. Io sapevo che mentiva su piccole cose per abitudine, che temeva la solitudine come la peste, che sotto la sua euforia cera il bisogno continuo di attenzione.
Ma proprio questa conoscenza mi bloccava. Dirle qualcosa di sgradevole era come colpire qualcuno che capisci fin troppo bene: vedi già in anticipo la sua sofferenza e ti fermi.
Marco tornò davvero tardi quella sera. Io leggevo a letto. Alessia guardava qualcosa in TV in camera.
Si spogliò, si sdraiò.
Come stai? gli chiesi.
Stanco.
Marco.
Sì?
Devo parlarle. Lo so. Dammi solo un po di tempo.
Fece silenzio, poi:
Giulia, sarò sincero. Faccio fatica. Ogni giorno tornare a casa e sentire che non siamo soli. Dover sorridere, parlare, trattenersi. Non è ciò che volevo per la nostra famiglia.
Ti sento.
Sì, ma fai qualcosa?
Non aspettava risposta. Chiuse gli occhi. Dopo poco, il suo respiro divenne regolare.
Restai a fissare il soffitto. Dal soggiorno finalmente silenziò la TV. In casa regnava un silenzio irreale, tranne dentro di me, dove il rumore di fondo continuava a rombare.
I giorni trascorrevano uguali. Alessia provò a vedere una stanza in affitto; tornò sconvolta.
Non cè nemmeno una finestra vera. E la padrona pare un gendarme.
Dai, è solo il primo tentativo. Troverai qualcosaltro.
Sì, si cerca. Ora non cè nulla a prezzi decenti.
Vuoi una mano a cercare? Guardo io tra gli annunci.
Non serve, faccio da sola. Lasciami riprendere, ok?
La scena si ripeteva. Sempre cera qualcosa di sbagliato: troppo lontano, troppo rumore, troppo caro, una caparra che non aveva. Bisognava attendere lo stipendio. Poi finiva sempre speso per altro. Non chiedevo per cosa. Mi sentivo in imbarazzo.
Un giorno sentii per caso una sua telefonata. Stendevo il bucato sul balcone, lei non sapeva che la sentivo.
Ma sì, tutto a posto, sto da Giulia. Lappartamento è bello, il marito non dà fastidio Cosa? No, lui è tranquillo, non si impiccia Tranquilla, non mi caccia mica, la conosci Giulia.
Finito il bucato, rientrai. Alessia mi vide e cambiò tono.
Ok, ci sentiamo.
Ci scambiammo uno sguardo.
Chi era? chiesi.
Laura, lamica dellagenzia.
Capito.
Non aggiunsi altro. Sistemò la bacinella. Parlava di Laura, dellagenzia, io annuivo. Ma tra noi si era infilata quella frase: Non mi caccia, la conosci Giulia.
Lavevo sempre saputo. Sempre. Ma non ammettevo cosa significasse.
Alla quarta settimana chiamò la madre di Marco. Rapporto onesto, non intimo ma sereno. Lei era una donna diretta.
Giulia, scusa se mi impiccio, ma Marco mi ha detto che avete unospite da un po. Da quanto?
Quasi un mese.
Sei stanca?
No, mentii per abitudine.
Giulia.
Un po sì.
Lui si preoccupa. Non dice nulla ma vedo. Siete appena sposati. Serve tempo da soli.
Capisco.
Non offenderti, non sono fatti miei. Ma sei brava, troverai una soluzione.
Dopo quella chiamata riflettei a lungo. Marco aveva confidato tutto alla madre. Vuol dire che stava proprio male, anche se con me era sempre paziente. Non vedevo quanto stesse soffrendo.
Quella sera chiesi ad Alessia di parlare seriamente. Prese la tazza, si sistemò sul divano con le gambe sopra il cuscino.
Ale, io e Marco abbiamo bisogno di spazio. Siamo una coppia giovane. Non voglio mandarti via, ma dobbiamo fissare una data. Concreta.
Mi fissò attenta.
Vuoi che vada via.
Voglio che tu abbia una tua casa. È giusto così.
Ah, è stato Marco a chiedertelo.
Lo pensiamo entrambi.
Giulia, sto cercando. Vedi anche tu gli annunci.
Sì. Ma fissiamo una data. Due settimane. Facciamo il primo del prossimo mese.
Alessia rimase in silenzio, poi posò piano la tazza.
Sul serio.
Sul serio.
Non ti importa che io non abbia dove andare ora.
Mi importa. Ma ti do due settimane, non un giorno.
Quindi, unamicizia di ventanni vale meno di un anno di matrimonio.
Non è corretto.
E buttarmi fuori, invece, è corretto?
Non ti butto fuori. Ti do una data perché tu abbia un obiettivo e ti muova. Puoi affittare una stanza, chiedere a Laura, provare altri quartieri. Ti aiuto con la caparra, se serve.
Vuoi comprarmi col denaro?
No. Voglio solo aiutare.
Si alzò. Andò in camera. Chiuse la porta piano, non sbattendo. Era peggio di uno sbattere.
Seduta sul divano, fissavo la sua tazza mezza piena. Pensavo di aver sbagliato parole, tono, modo.
Marco tornò, ero ancora lì.
Che è successo?
Ho parlato con Alessia.
Si fermò.
E?
Cè rimasta male.
Si sedette accanto.
Hai fissato una data?
Sì, il primo.
Bene, Giulia.
Però è triste per questo.
Lei. Non tu. Non noi.
Marco, è la mia amica.
Io sono tuo marito.
Lo disse semplice, senza pretesa. Io sono tuo marito. Anche questo conta.
Gli tenni la mano.
Lo so.
Alessia per tre giorni uscì poco dalla stanza. Poco cibo, poche parole. Era il suo modo di far pesare la sofferenza; non per cattiveria, era la sua abitudine. Se stava male, tutti dovevano sentirlo. Non per punire, ma perché non sapeva farne a meno.
Al quarto giorno riapparve, pettinata, profumata.
Giulia, ho trovato una stanza. Vado a vederla venerdì.
Vuoi che venga?
No. Faccio da sola.
Venerdì tornò tardi: la stanza era ok, si poteva vivere. Ma bisognava pagare tre mesi in anticipo.
Quanto? chiesi.
Disse la cifra, non indifferente in euro.
Ti do metà, risposi subito.
Non serve.
Ale.
No, Giulia. Faccio da me.
Ma la mattina dopo chiese comunque. La cifra era un po più alta: bisognava anche comprare lenzuola e altro. Glieli diedi. Non chiesi nulla.
Marco lo seppe dopo. Chiese solo:
Le hai dato dei soldi?
Sì. Così ha potuto prendere la stanza.
Dal nostro conto?
Dai miei risparmi.
Tacque.
Va bene.
Non aggiunse altro. Ma nei suoi occhi lessi una minuscola incrinatura, invisibile se non sai dove guardare.
Alessia traslocò tre giorni prima della scadenza. Laiutammo. Marco portava scatole in silenzio, si congedò con cortesia. Alessia mi abbracciò sulla soglia.
Sei lunica normale, mi disse.
Chiamami.
Certo.
Quando tornammo e chiudemmo la porta, per la prima volta dopo un mese e mezzo sentii lappartamento nostro. Solo nostro, senza aggiunte. Marco mi prese la mano in corridoio.
Ecco. Ora sì.
Ora sì.
Finalmente comprammo i biglietti per quel viaggio tanto rimandato. Un paesino toscano a quattro ore, una locanda antica con persiane di legno, letto a testata alta. Passeggiammo sul lungarno, mangiammo cacciucco in trattoria e finalmente dormii senza quella tensione di qualcun altro attorno.
Marco, un giorno sulla passeggiata, mi chiese:
Non ti manca Alessia?
Chi?
Alessia.
Ci pensai.
No. Sto bene.
Sul serio?
Sul serio.
Era la verità. Strana, ma verità.
Alessia chiamava una volta a settimana, a volte meno. Raccontava della stanza, del lavoro, dellennesimo amico che nominava in modo diverso ogni volta. Conversazioni leggere, come tra chi si è appena un po allontanato. Non lallontanavo. Mi ero solo un po ritirata.
In autunno mi chiamò e disse che dovevamo parlarci. Di persona. Sarebbe venuta sabato, ok? Dissi ok. Avvisai Marco. Lui non ebbe nulla da obiettare.
Arrivò elegante. Cappotto nuovo, taglio di capelli diverso. Qualcosa nel viso era cambiato, ci misi un po a capire: aveva dormito bene per mesi, il volto era disteso.
Stai bene, le dissi.
Davvero? Me lo sento addosso. Un nuovo ambiente mi ha cambiata.
Ti piace?
Non è che mi piaccia, ormai sono abituata. La padrona è ok, non mi dà fastidio.
Marco venne a salutarci, stette venti minuti, poi andò a fare altro, delicato.
Alessia raccontò mille cose. Poi si fermò e mi guardò con uno sguardo di chi sta per dire qualcosa preparata da tempo.
Giulia, ho bisogno di aiuto. Di nuovo.
Cosa succede?
La padrona vuole aumentare laffitto. Non ce la faccio. Devo cercare altra sistemazione. Ho pensato non so. Forse per un po
Capivo dovandava a parare.
Ale, no.
Sembrava stupita. Lo dissi semplice, senza giri di parole.
No?
No. Non possiamo ricominciare da capo.
Ma davvero, solo per un paio di settimane, giusto il tempo di trovare altro
Ale, ci abbiamo già provato.
Era un altro periodo. Ero appena uscita da quella situazione.
Lo so. Ma questa è casa nostra. È la nostra famiglia. Non posso farlo di nuovo.
Alessia mi fissò. Gli occhi passarono dalla delusione allirritazione, poi a qualcosa di simile alla comprensione.
Sei cambiata, disse.
Forse sì.
Prima non avresti mai detto no così, semplicemente.
Forse.
Ti ha cambiata lui?
No. Sono cambiata io.
Stette zitta. Sorseggiò il tè.
Ok, troverò altro.
Ti aiuto a cercare annunci, chiamare, se vuoi.
No, lo sai. Faccio da me.
Rimanemmo ancora un po, la conversazione sfumò piano. Quando uscì, mi abbracciò, ma non come una sorella: più come una buona conoscenza.
Chiusi la porta, rimasi in corridoio. Dentro sentivo qualcosa di strano. Non era colpa, né gioia. Come dopo aver portato per tanto tempo un peso: la mano deve riabituarsi al vuoto.
Marco uscì dalla stanza.
È andata?
Sì.
Che vi siete dette?
Niente di grave. Voleva restare da noi. Le ho detto di no.
Mi guardò a lungo.
Davvero da sola?
Sì, davvero.
Non disse nulla di solenne. Mi abbracciò. Stavamo così, semplicemente, in corridoio.
Ma non finì lì. Credevo che dopo tutto fosse finalmente in ordine, che avessi capito e scelto, e che fosse facile ormai. Ma la parte più dura doveva ancora arrivare.
A fine novembre Alessia tornò. Senza avvisare. Suonò la domenica poco prima di pranzo. Marco cucinava, io ero in salotto con un libro.
Aprii, capii subito che cera qualcosa che non andava. Era vestita bene, sì. Ma negli occhi cera la fatica di chi ha meditato a lungo.
Posso entrare?
Certo, le feci spazio.
Marco è a casa?
Sì, cucina.
Vorrei parlargli, solo per cinque minuti. Ci tengo che capisca bene.
Andai in cucina.
Marco, cè Alessia. Vuole parlare con te.
Lui si girò, posò la spatola.
Con me?
Sì, proprio così.
Alzò le spalle, andò in soggiorno. Io restai a mescolare. Lappartamento era piccolo, la conversazione giungeva chiara.
Marco, volevo chiederti solo una cosa. Lascia che sia Giulia a decidere, non influenzarla.
Cioè?
Lei mi ha detto no lultima volta. Non credo sia stata davvero una sua decisione. Hai fatto tu in modo che dicesse così.
Alessia, non manipolo mia moglie.
Non ti accorgi di farlo.
Non lo faccio.
Non mi aveva mai negato nulla. In ventidue anni. Da quando sei arrivato tu è cambiata.
Sono due anni e mezzo.
Vabbé. Ma è da quando sei comparso che non è la stessa.
Forse è cresciuta.
Seguirono secondi di silenzio.
Non capisci cosa significhi per me, disse Alessia. Sottovoce.
Capisco. È la tua migliore amica. E la mia moglie. Le due cose possono coesistere. Ma ha il diritto di dire di no. Non sono io a dettarglielo.
Parlerò con lei.
Certo. È in cucina.
Sentii i suoi passi. Mi girai verso il fornello. Entrò.
Hai sentito?
Sì, in parte.
Giulia, devo dirtelo. Però promettimi che non te la prendi.
Parla.
Penso che Marco abbia troppa influenza su di te. Non ti riconosco.
Spensi piano il gas. Mi girai.
Ale, sei venuta a parlare con mio marito senza di me su quanto lui mi influenzi.
Volevo spiegare.
Per cosa?
Che capisse.
Cosa esattamente?
Tacque. La guardavo e per la prima volta non la vedevo più solo come lamica di sempre, ma come una persona adulta, nella mia cucina, a convincere mio marito che il mio no non era sincero.
Ale, te lo dico chiaro: non sono cambiata per Marco. Sono cambiata perché ero stanca di dire sempre sì agli altri. Lho fatto per tutta la vita, non perché volevo, ma perché non sapevo fare altro. Non è suo merito, ma mio.
Sei arrabbiata.
No. Spiego soltanto.
Giulia, mi preoccupo per te.
Lo so. Ma tu ti preoccupi solo quando ti dico di no. È diverso.
Mi guardava come chi si accorge che il gioco non è più quello che pensava.
Mi stai allontanando, disse.
No. Sei ospite. Puoi rimanere a pranzo se vuoi.
Suona freddo.
Forse. Ma è sincero.
Alessia prese la borsa. La accompagnai alla porta. Prima di andarsene si voltò.
Non mi chiamerai tu, vero?
Ti chiamerò. Ma non oggi.
Si chiuse la porta.
Marco sporse la testa dal soggiorno.
Andata?
Sì.
Come stai?
Bene.
Giulia.
Sul serio, bene. Solo un po stanca.
Si avvicinò, ci abbracciammo di nuovo in corridoio. Era la nostra nuova abitudine dopo ogni discussione: restare insieme qualche minuto, in silenzio.
Una settimana dopo la chiamai. Chiesi come andava. Disse che aveva trovato una nuova stanza, economica, senza caparra. Camera piccola, ma padrona gentile. Parlammo dieci minuti, nulla di importante. Ridemmo al telefono.
Passarono altri mesi. Ogni tanto ci sentivamo, qualche volta ci vedevamo per un caffè. Ma erano incontri diversi: senza disagio, senza necessità disperata. O forse questa era la vera amicizia quella che prima non sentivo, perché tra noi cera sempre qualcosaltro.
In primavera successe un fatto che per molto tempo non volli ammettere.
Marco partì per lavoro cinque giorni. Io rimasi sola. Alessia lo seppe, propose di passare la serata da me. Dissi di sì. Arrivò con del cibo, guardammo un film, ridemmo. Tutto andava bene. Più tardi, dopo aver bevuto limonata, Alessia divenne quella di una volta, capace di trasformare una serata in una festa solo con la sua presenza. Raccontava storie buffe, faceva progetti, parlava di viaggi, diceva che voleva andare al mare da sola, magari affittare una casetta un mese.
Vieni con me, disse. Io e te. Come ai vecchi tempi.
Ai vecchi tempi?
Sì, ricordi quando a venticinque anni siamo andate in Liguria? Affittammo una camera da una vecchietta e cera quel gatto che arrivava tutte le mattine.
Sì, si chiamava Bianca.
Giusto, Bianca, cicciona!
Ridiamo di cuore. Era autentico. Senza retropensieri solo due persone cresciute insieme che ricordano una gatta di nome Bianca.
Poi si fece seria.
Giulia, sei felice?
Sì.
Con lui?
Sì, Ale.
Davvero?
Davvero. Perché lo chiedi?
Ogni tanto ti guardo e mi domando se va tutto bene.
Pensando a cosa è giusto per me?
Certo. Sei la mia migliore amica.
Ale, non farlo.
Cosa non fare?
Non cercare nelle mia vita qualcosa che non cè. Ho una bella famiglia. Marco è una brava persona. Sono felice con lui.
Fece silenzio.
Hai ragione. Scusa.
Tranquilla.
Alessia se ne andò verso mezzanotte. Sistemai la cucina, andai a letto. Pensai a quel viaggio in Liguria, alla gatta Bianca, a quando tornavamo a casa in treno e parlava fino a tarda notte finché non mi addormentavo a metà dei suoi discorsi. Quella era vera amicizia. Cera. Ma poi, col tempo, a fianco cominciò a crescere qualcosa che la rendeva faticosa.
Quando Marco tornò dal viaggio, gli raccontai tutto, quasi tutto, tranne la domanda sei felice? Non per nascondere, solo per non fargli pensare troppo.
Quindi, tutto bene la serata? chiese.
Tutto bene. Ricordato i vecchi tempi.
Sono contento.
Non sembri convinto.
Davvero, non mi importa. Limportante è che tu sia felice. Se questa amicizia ti serve, non sarò io a fartela abbandonare. Ma con condizioni nuove.
Quali?
Pari, Giulia. Che tu non sia solo quella che dà, ma che anche lei sia capace di darti. Che tu non ascolti solo lei, ma anche lei te. Lamicizia non funziona se solo uno fa e laltro resta a mani vuote.
Ci pensai a lungo. Aveva ragione, come spesso nelle cose che io dico solo a metà voce.
Il rapporto con Alessia cambiò. Non cessò; solo si trasformò. Chiamate, qualche pranzo insieme, ogni tanto una mostra. Ma non chiese mai più di vivere da noi. Non so se fu sua scelta o maturazione, o semplicemente imparò altre strategie. Cambiò lavoro, trovò stabilità, la voce era più serena.
Un giorno telefonò: aveva conosciuto una persona. Raccontava con cautela, senza entusiasmi o proclami. Solo: Vediamo come va.
Bene, dissi.
Magari usciremo in quattro?
Vediamo.
Non successe. Quelluomo sparì qualche mese dopo, senza drammi. Lei incassò il colpo, ma rimase in piedi.
La osservavo dalla distanza che ci si era creata. Non fredda, né ostile. Distanza e rispetto. Forse questa era davvero amicizia: qualcosa era cambiato nel modo di sostenerci.
Passarono anni. Ci penso ora perché Marco, la scorsa settimana, mi ha chiesto di Alessia. Ho detto: bene, pare abbia cambiato appartamento, adesso ha una stanza tutta sua in un bel quartiere.
Sei contenta per lei?
Sì.
Davvero?
Davvero.
Ed è vero. Sono felice che abbia uno spazio suo. Finché non ce laveva, occupava quello degli altri. Non per cattiveria. Solo perché non sapeva fare altro, e cera sempre qualcuno disposto a permetterlo.
Mi chiedo cosa abbia imparato da tutta questa storia. Non una morale, nemmeno una lezione. Solo: cosa so ora che prima ignoravo?
So che no si può dire anche a una persona cara. Persino dopo ventanni damicizia. Persino se piange e ti ripete che sei lunica che la capisce. Questo no non uccide lamicizia. A volte la salva. O la trasforma così tanto da non riconoscerla più. O la svela finalmente, la libera da tutti quei sì forzati.
So che famiglia e amicizia non si mettono sui piatti della bilancia. Non cè più importante. Ognuno ha il suo posto, il suo spazio. Quando uno invade quello dellaltro, qualcosa si rompe.
So che Marco non mi ha mai detto scegli. Diceva solo come si sentiva. E aspettava. E questo è importante: a volte non cè da scegliere, solo da capire cosa è giusto.
Non so una cosa sola: se Alessia sia stata felice davvero, almeno una volta. Non mentre faceva ridere tutti o si innamorava con gli occhi luminosi. Felice e basta, in una giornata normale. Se abbia mai trovato pace dentro.
A volte ci penso. Non so rispondere.
Ci siamo riviste lo scorso giugno, per caso, in un caffè a Pisa dove ero con Marco. Era sola, leggeva un libro, beveva un caffè. Ci vide, mi sorrise. Ci sedemmo un momento.
Come va? chiese lei.
Bene, disse Marco. Tu?
Anche. Sto leggendo.
Cosa?
Mi mostrò la copertina. Un libro di viaggi.
Sai, vorrei davvero andare al mare da sola. Prendere e partire.
Fallo, le disse Marco, semplice.
Ci penso. Forse questanno.
Rimanemmo venti minuti. Lei ci salutò dalla porta con la mano. Marco mi prese la mano.
Tutto ok? chiese.
Sì. Tutto bene.
Uscimmo. Faceva caldo, la gente passava, dalle porte arrivava musica.
Pensi che partirà davvero? chiesi a Marco.
Per dove?
Per il mare. Da sola.
Ci pensò.
Non lo so. Vuoi che lo faccia?
Mi voltai; Alessia non era più sulla soglia. Un caffè come tanti, niente di speciale.
Sì, voglio. Credo le farebbe bene.
Anche a noi farebbe bene, disse Marco. Sono secoli che non andiamo via.
È un suggerimento?
È un invito.
Scoppiai a ridere. Lui anche. Camminammo per strada, parlando daltro, delle spese e del domani.
Ma pensavo ancora ad Alessia. Se avesse davvero il coraggio di partire. Così, per se stessa, senza necessità.
Mi piacerebbe crederlo.
Mi piacerebbe pensare che sia seduta in un caffè sul lungomare, con un libro, da sola, e sia felice. Che abbia infine trovato quello spazio personale che aveva sempre inseguito nelle case altrui.
Io il mio lho trovato da tempo. Solo che ho impiegato molto a capire come difenderlo.
Giulia, chiama Marco da avanti. Vieni?
Sì, arrivo, rispondo. Arrivo.







