E così, ci siamo conosciuti
Miki, coshai? domandò Martina dopo qualche minuto di silenzio. Sei pallido come la farina! Va tutto bene?
Sì, sì, tutto a posto, rispose Michele, cercando di darsi un contegno. Mise da parte la forchetta e si attaccò al bicchiere di succo di mela, cercando di rimandare il momento critico delle spiegazioni con Martina.
*****
Michele arrivò davanti al portone del condominio, afferrò la maniglia della pesante porta condominiale e stava per tirarla, ma all’ultimo istante cambiò idea.
Non aveva nessuna voglia di entrare.
Sapeva che lo stavano aspettando. Si ricordava benissimo la promessa fatta a Martina che sarebbe passato da lei, ma lansia lo bloccava, come una cravatta troppo stretta.
Si vergognava pure: 35 anni suonati, e tremava come uno studente al primo esame di maturità.
Mancava così poco: aprire la porta, salire al terzo piano, cercare il campanello con il numero 36
Ma qualcosa non gli lasciava farlo.
Una paura irrazionale lo paralizzava mani e piedi, e il coraggio sembrava evaporato.
In quel momento desiderava solo una cosa: sparire. Andare a casa, o dallaltra parte della città, poco importava. Limportante era fare le gambe.
Ma chi me lha fatto fare? borbottò tra sé, facendo un passo indietro. Figurati, già lo so che non piacerò mai.
Fece ancora qualche passo indietro, alzò la testa e guardò verso la finestra del terzo piano da cui filtrava una luce fortissima.
Luminosa come un faro, che pareva accendersi apposta per lui, perché Michele non si perdesse e arrivasse a destinazione.
Ma, sebbene non si fosse perso, entrare nellappartamento restava un Everest.
Lunica cosa che lo bloccava davvero era il pensiero di come avrebbe reagito Martina, nelleventualità se la desse a gambe. Lei ci teneva davvero a quellincontro.
E lui aveva promesso.
*****
«Miki, senti, non spaventarti, eh, aveva detto Martina la sera prima, con quellaria che usano le ragazze per le notizie tragiche, i miei genitori vogliono conoscerti.»
Martina era la sua ragazza.
Erano seduti in trattoria a cena, parlavano dei programmi del weekend e di chi avrebbe pagato il conto (lei, perché guadagnava di più). E poi, improvvisamente, ecco la bomba: i genitori volevano conoscerlo. Michele quasi si strozzava con la penne allarrabbiata.
Teoricamente normale naturale, persino, per i genitori di Martina voler conoscere il possibile futuro genero. Magari pure i tapiri doro lo fanno. Anzi, sarebbe stato strano il contrario! Una cosa da far interrogare la polizia.
Solo che
Michele era convinto che avrebbe fatto una figuraccia. O meglio, che i genitori di Martina lo avrebbero scartato come uno gnocco bruciato. E non senza ragione.
La questione era questa: la madre di Martina, Vittoria Severina, una vita nelluniversità alla Bocconi, era partita come prof, diventata poi rettrice, ora qualche carica ministeriale pure laveva presa. Una potenza dentro la cultura accademica milanese.
Il padre, Claudio Demicheli, pure lui varcato il Po’ e la scala gerarchica: prima ingegnere, ora proprietario di unimpresa di costruzioni, e per di più amico personale del sindaco di Milano. Alto, distinto, sempre in doppiopetto.
E Martina, sui trentanni, niente male nemmeno lei: capo ufficio legale in una compagnia finanziaria, con guardaroba rigorosamente nero elegante.
E Michele? Trentacinque anni, sistemista informatico senza laurea (con cui qualcosa però aveva combinato per non morire di fame), stipendio decente ma zero prospettive di scalate clamorose.
Insomma, come si sarebbe presentato a tavola? Di che avrebbe parlato? Come avrebbe fatto a guardarli dritti negli occhi senza diventare sudato come un panettone in agosto?
Però vi starete chiedendo: come ha fatto a conoscere Martina? Qui la storia è da romanzo rosa.
Era una domenica pomeriggio quando Michele aveva deciso di fare una passeggiata al Parco Sempione; lì, per caso, gironzolava anche Martina con due amiche. Queste si erano allontanate per prendere il gelato (stracciatella formato maxi), e Martina era rimasta sulla panchina a telefonare alla madre.
Durante quella chiamata non vide che un ragazzo su monopattino, probabilmente più su di grappa che di equilibrio, stava puntando dritto verso di lei.
Michele fu veloce: la prese per un braccio e la spostò giusto in tempo, mentre il monopattinaro sfrecciava oltre, urlando Forza Inter! e fracassandosi contro un cassonetto.
«Ma questo è impazzito?» sbottò Martina, un po seccata dallintrusione. Ma appena vide lubriaco rotolarsi allincrocio con la differenziata, cambiò sguardo e quasi commossa diede unaltra chance a Michele. Se non fosse intervenuto lui
Così, mentre le amiche aspettavano il gelato, i due si misero a chiacchierare, scambiarono i numeri e fissarono di vedersi. Da allora, insieme. Sei mesi belli pieni.
Questi pensieri riaffiorarono a Michele, mentre ancora digeriva le parole di Martina sulla cena dai suoi.
Era terrorizzato allidea che i suoi futuri suoceri gli dicessero in faccia che era solo lennesimo viveur, uno che stava con la figlia solo per il conto in banca. Come gli era già successo tempo fa con unaltra. E adesso rischiava di perdere Martina allo stesso modo.
Miki, ci sei? insistette Martina Sei pallido come la mozzarella di bufala! Sicuro che va tutto bene?
Sì, va tutto bene, rispose Michele, che ormai aveva finito pure il succo.
Allora, ieri ci vieni?
Eh? Vengo dove?
Ma da me, ovvio, sorrise Martina. La mamma fa una cena spettacolare! Il papà porta una bottiglia di Barolo dalla riserva segreta di un suo amico. Tu devi solo dirmi di sì. Che dici?
Mah non lo so, balbettò Michele. Ho il sospetto che i tuoi non saranno proprio i miei fan.
Perché?
Vabbè, insomma sono solo un sistemista, neanche laureato. Metto a posto i PC e salvo hard-disk. Loro magari sognano il figlio di un senatore, o almeno lamministratore di qualche S.p.A. Mica un tecnico informatico in affanno!
Ma piantala, lo rimproverò Martina, dandogli un buffetto sulla mano. I miei sono normali. Fidati di me! Domani alle sette ti aspetto. Non fare tardi.
Mh fece Michele, ma dentro non era per niente convinto.
*****
E venne il fatidico domani.
Michele stava davanti alla casa di Martina, erano le sei e cinquantacinque di sera, faceva un freddo che ti ghiacciava persino le narici, e lui se ne stava lì, senza sapere cosa fare.
Certo che prima o poi avrebbe dovuto affrontarli, i genitori (intendeva anche sposare Martina, mica pizza e fichi!). Ma oggi proprio non se la sentiva.
La promozione allIT di una filiale lavevano soltanto promessa per i mesi futuri; magari allora avrebbe avuto più titolo per presentarsi a casa Damicheli. Magari. Con una cravatta decente, magari anche i gemelli
Quando ormai si stava sputando sulle scarpe per tornarsene a casa, il telefono si mise a vibrare, ostinato.
Era Martina.
Pronto, Miki? risuonò la sua voce allegra. Noi e la mamma quasi tutto pronto. Papà un po in ritardo, ma arriva, eh! Dove sei? Sei vicino, sì?
Pronto, Marti ehm, sì
Non sento bene, sei qui sotto, vero?
Eh sì, quasi sospirò Michele. Solo che
Se ti stai inventando le solite paranoie di ieri, sappi che non voglio sentirle. Fatti coraggio. Se vuoi scendo io ad aspettarti.
No-no! Non serve, balbettò Michele, preda del panico. Arrivo.
Va bene. Ti aspettiamo.
Michele rimise il telefono in tasca, poi si mise a camminare avanti e indietro, massaggiandosi la tempia destra, cercando una scusa seria per non presentarsi.
Ovviamente non gli venne nessuna buona idea.
«Tra poco arriva pure Claudio Damicheli, guai se lo incontro sotto casa!» si spaventò, e decise di andare a farsi un giretto attorno allisolato.
Per strada incontrò un tipo, gli chiese una sigaretta. Non fumava da anni, ma una di emergenza ci stava tutta. Doveva calmarsi e raccattare le idee.
Così, mentre soffiava fuori nuvole di fumo (che subito il vento si portava via), guardava in giro: da una parte i bidoni, dallaltra un prato spelacchiato. Martina gli aveva raccontato che un tempo cerano i box, ora spianato tutto, forse ci avrebbero costruito un condominio.
Niente di che tranne una figura nervosa sul prato: un cane. Allinizio Michele si irrigidì. I randagi, si sa, o ti ignorano o ti inseguono. Specie uno forestiero.
Poi studiò meglio il cane e si rilassò. Quello neanche lo degnava di uno sguardo.
Era sdraiato nella neve, immobile.
Strano, dato il freddo. Ma in fondo, dove poteva andare? Chi lavrebbe mai fatto entrare in uno stipite per scaldarsi?
*****
Jack (così lo chiamavano qui nel quartiere) non mangiava ormai da giorni.
Una volta viveva in un altro cortile, dove qualche vecchietta lo sfamava di tanto in tanto. Ma poi arrivò una tizia dalla faccia arcigna del terzo piano, che iniziò una crociata personale: lettere al Comune, raccolta firme, Jack out!.
I condomini si divisero: il club Lasciamolo vivere contro gli intransigenti Fuori i cani!.
Quella bestia gira sempre vicino al parco giochi! tuonava la signora E se morde un bimbo? Si vede che ha gli occhi feroci e affamati!
In realtà, gli occhi di Jack erano solo tristi. Il suo primo padrone era un ragazzino di nome Nicola.
Nicola laveva raccolto in campagna, a quattro mesi. Per unestate Jack ebbe una vera famiglia fino al rientro in città.
Ma non possiamo portare in appartamento un randagio! Chi lo porta fuori poi? Tu? incalzavano i genitori.
Eh no aveva mugugnato lui.
E via, lasciato lì. Jack non capiva: che male aveva fatto?
Poi una donna pietosa lo portò con sé al mercato. Cercava di non proprio adottarlo, più che altro di piazzarlo a qualcuno.
Prendetelo, è pedigree, mentì. Solo che i documenti si sono persi.
La coppia che lo prese ci mise poco a scoprire che più che cane di razza era un classico bastardino, e via: abbandonato pure lui, questa volta direttamente alla periferia di Milano.
Per fortuna almeno era primavera.
Dopo mesi di vagabondaggio, Jack giunse in un quartiere tranquillo, con poco traffico e cosa fondamentale senza branchi ostili.
Si sistemava vicino al parco giochi e guardava i bambini con nostalgia, ricordando Nicola.
Sperava, in fondo al cuore di cane, di ritrovarlo un giorno. Di avere una seconda possibilità.
Mai più rivisto. E qualche giorno fa la situazione degenerò: urla, lancio di legnetti e pietre, gente che lo scacciava come una piaga.
Jack, stanco di creare disagio, si auto-licenziò dal quartiere.
E così ora era lì, steso al freddo sullo spiazzo, troppo debole per muoversi.
Le energie lo stavano lasciando.
Vedeva anche Michele che fumava, ma dubitava che sarebbe stato un tipo compassionevole. «No, questo di certo non si ferma sospirava. Butterà la cicca e sparirà.»
*****
Michele terminò la sigaretta e si avvicinò a un portone per buttare il mozzicone. Poteva anche lanciarlo nella neve, nessuno avrebbe visto. Ma la buona educazione della mamma lo bloccava: Ricordati, chi vuole cambiare il mondo, inizia da sé!
Alla pattumiera, notò una macchina nera e scintillante entrare nel cortile. Temeva fosse il padre di Martina: gettò la cicca e sgattaiolò verso il prato.
Aveva quasi dimenticato il cane, fino a trovarselo davanti, steso e immobile come una statua.
«Mancava solo questa: fammi abbaiare che si sveglia tutto il condominio,» si preoccupò.
Ma il cane, nulla. Neppure un ringhio. Sembrava addormentato o peggio.
Ehi, tutto bene? azzardò Michele.
Nessuna risposta.
Avvicinò, poi un altro passo, infine gli fu a fianco. Zero reazione.
Amico, mi senti? Sei vivo?
Accese la torcia del telefono. Si abbassò, lo sfiorò.
Niente. Però, il cane respirava ancora. Cecava, debole, come se stesse andando alla deriva, congelato dentro e fuori.
«Se non faccio qualcosa subito, questo non arriva allalba,» pensò Michele. Così lo sollevò e andò dritto verso il portone, deciso a trovare un termosifone e chiamare un taxi per la clinica veterinaria più vicina.
Ma tutti i portoni erano rigorosamente chiusi con le chiavi elettroniche. Cercò rifugio in unaltra scala.
Intanto il telefono vibrava, Martina lo chiamava, ma con le mani incastrate con il cane non poteva rispondere. E comunque, ormai cera una priorità.
Mentre passava sotto la finestra del terzo piano, esitò: Martina avrebbe forse aiutato? Ma i suoi genitori? Probabile reazione: sgomento e richiesta danni per lodore di cane.
Alla fine del condominio arrivò unaltra macchina; fari negli occhi, Michele si fermò. Un uomo abbassò il finestrino.
Ragazzo, che succede? Ti serve una mano?
Sì, cè questo cane Lho trovato congelato lì sul prato. Sa se da queste parti cè una clinica veterinaria aperta?
Mmm, qui vicino no. Ma so io dove portarti. Ho un caro amico che lavora lì. Dai, sali dietro.
Lei mi porta davvero? balbettò Michele, incredulo che quello della macchina di lusso si offrisse di farsi impuzzolentire da un cane randagio e da un tizio sconosciuto.
Sali, veloce! Non cè tempo da perdere.
Michele non se lo fece ripetere. Partirono a tutta birra.
Per strada, luomo chiamò qualcuno:
Scusa, tesoro, ho avuto un imprevisto. Farò tardi. No, non ho visto nessuno sotto casa. Comera vestito? Ah, va bene. Se lo vedo, ti chiamo subito.
Le sto creando problemi per colpa mia? azzardò Michele quando luomo pose il telefono.
Scherzi? Intanto, come sta il cane? Respira?
Sì, a fatica. Ma non ha mai aperto gli occhi.
Allora, di corsa.
Dopo dieci minuti entrarono in clinica. Una volta detto che luomo in doppiopetto era amico del veterinario, la priorità fu immediata.
Jack venne portato in sala operatoria.
Michele rimase ad aspettare in sala dattesa, circondato dai suoi pensieri, con lo smartphone pieno di chiamate perse di Martina e un sms: Miki, dove sei? Tutto bene?
Doveva chiamarla, certo. Ma in quel momento, non se la sentiva. Aveva altro per la testa.
Così non ringraziò nemmeno il buon samaritano della macchina nera, che nel frattempo era sparito.
*****
Passarono quaranta minuti di assoluto silenzio, quando ecco voci concitate nellatrio.
Una di quelle voci sì, sembrava quella di Martina.
Michele alzò la testa e tra un istante la vide entrare, seguita da una donna distinta (capelli da rettore) e incredibile a dirsi proprio il misterioso conducente della berlina.
Si accorse allimprovviso: erano i genitori! Luomo sorrise largo.
Lavevo detto, cara, che lo avremmo trovato qui. Ha un gran cuore il tuo Miki.
Martina in un battibaleno era davanti a lui.
Miki, perché non hai chiamato? Mi hai fatto prendere un colpo!
Scusa, Marti, davvero Pensavo che i tuoi genitori non sarebbero felicissimi di trovare un randagio a casa
E tu sei un fessacchiotto rise Martina. I miei amano gli animali! In casa abbiamo già tre gatte trovate in strada dalla mamma.
Sul serio?
Sul serio.
Si avvicinarono pure Vittoria e Claudio, che finalmente strinsero la mano a Michele.
E così, finalmente ci conosciamo commentò Claudio. Cè solo da esser fieri di gente come lei, Michele.
Complimenti davvero, aggiunse Vittoria, emozionata. Quello che ha fatto è da vero uomo. Doveva venire da noi direttamente! Ma ora pensiamo a Jack. Speriamo si riprenda.
Ci sarà da lavorarci su, ma ce la farà! assicurò il veterinario uscendo dalla sala, col tono di uno che ha visto ben di peggio in vita sua. Jack si è salvato.
Poterono portare Jack a casa la stessa sera. Bastava coccolarlo e darci affetto.
«Lamore fa miracoli!» decretò il veterinario sorridendo. «Fa resuscitare anche i cani congelati!»
Michele sarebbe corso a casa sua, in teoria.
Ma Martina e i genitori lo convinsero a portare Jack da loro: con tre gatte a vigilare, più coccole di così non le avrebbe trovate in nessun centro specializzato. E la buona scusa per brindare al salvataggio e alla conoscenza non mancava.
Così Jack, finalmente al caldo, circondato da gatte milanesi, si godette il divano in salotto senza più tremare o aver fame, mentre Michele sedeva in cucina tra Martina e i suoi genitori, ridendo e rilassandosi.
Alla fine capì che aveva avuto paura per niente. Gente doro, sobria, spontanea. Altri che i formalismi, proprio no.
Quando, dopo qualche giorno, Jack stava di nuovo in piedi, Michele disse che lo avrebbe portato finalmente a casa sua.
E me, mi porti con te? chiese Martina, comparendo con la valigia.
Te? Sul serio?
Serissima. Cose urgenti: i miei hanno detto che insomma vogliono diventare nonni. Dicono che bisogna popolare la terra.
Michele scoppiò a ridere. Martina gli andò dietro. Jack batteva la coda, felice.
Certo, non sapeva bene perché, ma sentiva che stavolta era davvero in una bella storia.
Ecco, questa è la storia.




