Avevo appena posato lultimo piatto sulla tovaglia bianca, ricamata agli angoli con fiocchi di neve, che era appartenuta a mia madre, ancora da suo corredo. Dodici coperti, dodici calici, dodici tovaglioli piegati a piramide, proprio come mi aveva insegnato lei. A casa sarebbe arrivata la famiglia Ferri alle otto, più tardi sarebbero passati anche Martina con suo marito. La casa piena, proprio come piaceva a mamma. Eppure da tre capodanni ero sola a preparare quella tavola. Senza di lei.
Nonna Nina, e la tredicesima sedia?
Sobbalzai. Lucia era nella porta della cucina, stringendo al petto un mucchio di piatti extra. Le guance le brillavano dal freddo: era sicuramente corsa fuori, forse per prendere qualcosa.
Quale tredicesima? tentai di sviare.
La bisnonna la metteva sempre. Per lospite inatteso.
Mi girai verso la finestra. Fuori scendeva la neve, lenta e spessa come batuffoli di cotone. A mamma piaceva questa neve, diceva che portava gli ospiti. Non le avevo mai chiesto che genere di ospiti aspettasse. Credevo fosse solo un modo di dire. O una vecchia abitudine.
La bisnonna non cè più da tre anni, Lucia.
Proprio per questo.
Lucia mi guardava dritta negli occhi, senza rimprovero ma con quella domanda silenziosa. Da dieci anni era lunica in famiglia che ricordava davvero i racconti di mamma. Lunica che li ascoltasse davvero, non solo per educazione. Io, ormai, non ascoltavo più da chissà quanto. Sempre presa dalle mille cose, dal lavoro. Ora non cera più nessuno a cui chiedere.
Va bene sospirai. Prendi quella in legno dal ripostiglio, appoggiata al muro.
Lucia sorrise e scomparve. Io invece aprii il primo cassetto della credenza, dove nella scatola di velluto riposavano gli orecchini dambra di mamma, incastonati nellargento. Il suo unico gioiello, che io porto spesso. Vittorio dice che mi donano, ma io li metto solo perché, sfiorando il lobo, sento un brivido di argento freddo e per un attimo sembra che mamma sia lì.
Mi guardai allo specchio: cinquantadue anni, rughe intorno agli occhi, fili dargento tra i capelli. Mia madre sembrava più giovane alla mia età, o forse era solo nei miei ricordi.
Il tredicesimo posto apparve in fondo alla tavola. Lucia laveva sistemato proprio davanti alla porta. Cera qualcosa di scomodo in quella posizione lospite sarebbe stato di spalle alla finestra ma non dissi nulla. Mamma laveva sempre messo così. Sempre.
La bisnonna raccontava disse Lucia mentre lisciava la tovaglia davanti al nuovo coperto che aveva un fratello, zio Gabriele. Se nera andato quando lei aveva ventisette anni. E non era mai tornato.
Rimasi con linsalatiera a mezzaria.
Come lo sai?
Me lo diceva lei. Quando dormivo da lei, da piccola. Ci stendevamo al buio e lei parlava del passato: la casa, linfanzia, il fratello. Diceva che un giorno sarebbe tornato. Per questo metteva sempre il posto in più.
Quarantanni. Quarantanni a mettere la tredicesima sedia, e io che credevo fosse solo una tradizione. Un segno di ospitalità. Soltanto un bizzarro vezzo da anziana. La verità era che aspettava. Ogni capodanno, aspettava qualcuno di preciso.
Perché non me lo ha mai detto?
Lucia alzò le spalle.
Forse voleva che fossi tu a chiederlo.
Non lavevo mai chiesto. Mai in cinquantadue anni. Mai chiesto perché la mamma tenesse a quel posto vuoto. Mai domandato della sua infanzia, della famiglia, di ciò che era stato prima di me. Lavevo presa per scontata mamma cè, e basta. Ora lei non cè più, e io non so quasi nulla di lei.
La porta dingresso sbatté. Entrarono Vittorio, scrollandosi la neve dal bavero, e subito dopo Paolo con la moglie Laura. La casa si riempì di voci, risate, tintinnare di piatti. Laura portò la sua famosa torta rustica, Paolo una bottiglia di prosecco. Vittorio mi abbracciò e mi baciò piano sulla tempia.
Hai preparato una tavola bellissima.
Sorrisi, presi cappotti, versai tè, ascoltai storie di traffico e maltempo. Ma gli occhi scivolavano sempre sulla tredicesima sedia. Vuota. In attesa.
Mamma aspettava qualcuno. Un volto vero, un nome. Quarantanni. E io non ne sapevo niente.
Il campanello suonò alle sei.
Eravamo appena passati ai salumi e tartine. Paolo stava raccontando una storia di lavoro, Laura rideva, Vittorio stappava unaltra bottiglia. Lucia era silenziosa, faceva girare la forchetta nel piatto, più pensierosa del solito. E poi: un suono deciso, inaspettato.
Apro io! gridò Lucia, saltando su.
Stavo asciugando le mani quando sentii la sua voce:
Nonna, cè un signore.
Qualcosa, nel suo tono, mi fece muovere subito verso lingresso.
Alla porta cera un vecchio con una lunga barba bianca, arruffata e trascurata. Il cappotto, una volta elegante, ora lucido e con un bottone strappato. Il berretto rilasciava ciuffi di lana e un paio di scarpe logore, una tenuta chiusa da uno spago invece che da un laccio. Era un senzatetto, di quelli che si vedono vicino alle stazioni.
Eppure non ci guardava. Fissava la casa. Le finestre con i telai lavorati, la vernice scrostata, lalbero di Natale addobbato con lucine. Guardava come se cercasse nei ricordi, come se riconoscesse qualcosa.
Buonasera disse piano, la voce roca ma pacata. Scusate avevo solo bisogno di scaldarmi un po.
Vittorio mi raggiunse alle spalle, teso.
Non facciamo lelemosina disse a voce bassa, ferma. Ma posso portarle una tazza di tè caldo. Aspetti qui.
Fallo entrare intervenne Lucia, mettendosi tra noi e la porta. Gli occhi le brillavano. Nonna Nina, hai messo tu la tredicesima sedia. Era per lospite inatteso.
Guardai il vecchio. Non chiedeva. Non si lamentava, non raccontava storie strappalacrime come certi mendicanti. Guardava la casa, la nostra casa. Quella di mamma.
E allora vidi le sue mani.
Aveva tolto i guanti infeltriti, con un buco sullindice, per strofinarsi le dita congelate. Ma le unghie erano pulite, ben curate. La pelle screpolata dal gelo ma le mani in ordine, le dita lunghe con calli precisi, da piccoli lavori. Non mani da vagabondo, ma da chi ha esercitato un mestiere minuzioso.
Entrate pure dissi prima di capire cosa stessi facendo. È capodanno. Non si lascia una persona al freddo sulla soglia.
Vittorio voleva ribattere vidi il tremolio della mascella ma gli posai la mano sul braccio. Quello stesso gesto di mamma, quando calmava papà. Funzionava sempre.
Va bene sospirò Vittorio. Ma solo per poco.
Il vecchio entrò, si fermò nellingresso. Osservò intorno, girò piano la testa verso destra il corridoio per la cucina poi a sinistra, dovera il salotto e lalbero. Nei suoi occhi passò un lampo. Riconoscimento? O solo suggestione?
La cucina è a destra? chiese, rivolto al vuoto.
Sì rispose Lucia. Ma come lo sa?
Così sono fatte di solito queste case fece lui. Perdoni, è tanto che non sto in una vera casa.
Lo conducemmo in salotto. Paolo lo guardava contrariato, Laura si strinse al marito. Solo Lucia era radiosa e, nervosa, gli stava attorno.
Gli feci sedere sulla tredicesima sedia. Lui si accomodò con cautela, quasi temesse di romperla. Schiena dritta, mani sulle ginocchia.
Le porto subito qualcosa da mangiare sussurrò Lucia.
Grazie. Molto gentile.
La voce era strana. Le inflessioni giuste, il linguaggio preciso. Non sembrava uno abituato alla strada, anzi.
Lucia gli pose davanti del pinzimonio, patate arrosto e una fetta di arrosto di maiale. Lui prese la forchetta, e di nuovo notai le sue dita: teneva le posate con precisione, mangiava lentamente, con cura, senza rumorose smorfie. Era stato educato così, fin da bambino.
Come si chiama? domandò Lucia, sedendosi di fronte.
Lui alzò la testa.
Gabriele.
Quasi rovesciai il calice. La mano tremò, il vino macchiò la tovaglia. Gabriele. Zio Gabriele, di cui parlava Lucia. Ricordavo a fatica: un parente che se nera andato quando ero bambina. Avevo nove anni; già allora si faceva vedere poco, lavorava lontano. Non ricordavo il viso, solo le lacrime di mamma dopo la sua partenza. Ma in Italia di Gabriele ce ne sono a milioni. Sarà un caso.
E il cognome? insistette Lucia.
Andrea.
Le mani corsero agli orecchini dambra. Andrea. Il nome del padre di mamma, mio nonno. Andrea Ferri. Morto prima che io nascessi, per me era solo una foto sbiadita.
Buono, disse il vecchio, spingendo via il piatto vuoto. Da anni non assaggiavo niente di così.
Se vuole, cè ancora.
No, grazie. Basta così.
Restava seduto con le mani intrecciate, lo sguardo allalbero, le decorazioni, la stella in cima. Gli occhi pallidi, grigio-azzurri. Qualcosa di familiare. La stessa luce che avevo visto ogni giorno, per cinquantadue anni, negli occhi di mamma.
Ninetta disse dun tratto, fissandomi , mi porresti il sale?
Ninetta.
Solo mamma mi chiamava così, da piccola. «Ninetta, vieni a tavola!». «Ninetta, a letto!». Nessun altro. Vittorio mi chiama Nina, Paolo mamma, Lucia nonna Nina, a lavoro signora Nina Andrea.
Come sa il mio nome?
Si irrigidì con la forchetta in mano. Nello sguardo un lampo di paura. O solo sgomento?
Ho sentito che la chiamavano così.
Nessuno mi aveva chiamato Ninetta, quella sera. Nessuno.
Taccio. Passo il sale. Mi volto verso la finestra, dove la neve continua lenta e spessa come in un sogno.
Ma non smetto di guardare le sue mani.
A mezzanotte meno un quarto, alzammo i calici. Vittorio fece un brindisi: famiglia, salute, felicità. Tutti fecero tintinnare i bicchieri. Il vecchio Gabriele bevve silenzioso, a piccoli sorsi, il prosecco appena sfiorato.
Quando rintoccarono i rintocchi di mezzanotte, Lucia urlò Buon anno! e Laura corse ad abbracciare Paolo, mentre Vittorio mi diede un bacio. Io guardavo il vecchio: era immobile, lo sguardo fisso allalbero. Le labbra si muovevano una preghiera, o forse solo contava i rintocchi.
Dopo i fuochi, Lucia mise su la musica. Paolo e Laura andarono a ballare nellaltra stanza, da cui filtravano canzoni e risate. Vittorio si appisolò in poltrona, stanco dal vino e dallemozione. Lucia scappò al telefono a fare gli auguri alle sue amiche.
Io rimasi a sparecchiare.
Il vecchio era ancora lì, dritto sulla sedia, le mani sulle gambe. Guardava lalbero.
Sentii un cigolio leggero.
Gabriele si alzò. Lentamente, delicato come chi protegge le ossa fragili. Si avvicinò allalbero. Con una mano fece ruotare la stella sulla cima. Vecchia, scolorita, ancora quella che la nonna tirava fuori ogni anno.
La girò. Appena. Un paio di centimetri a sinistra.
Dentro di me qualcosa si spezzò.
Quel gesto. Quellesatto movimento. Mamma faceva così ogni anno, dopo aver finito di addobbare. Si avvicinava in silenzio e ruotava la stella di due centimetri a sinistra. Sempre. Chiedevo perché?, lei sorrideva e diceva solo: Così, Ninetta. È giusto così.
Mi avvicinai, il cuore mi martellava.
Perché lo ha fatto?
Ritirò la mano. Si voltò. Nel viso, paura.
Abitudine.
Di chi?
Silenzio. I suoi occhi grigio-azzurri, pieni di rughe. Ma gli occhi erano quelli di mia madre.
Conosceva la mia mamma non era più una domanda.
Lui abbassò lo sguardo.
Zina Ferri? Sì, la conoscevo.
Come?
Una lunga pausa. Voltò lo sguardo allalbero, come se lì fosse la risposta.
Siamo cresciuti insieme, in questa casa.
Un colpo al cuore. In questa casa. Poteva essere di tutto: amici di famiglia, cugini lontani.
Proprio in questa casa? chiesi, ma lo sapevo già.
Sì.
Mi mancò il respiro. Feci un passo avanti.
Chi è lei davvero?
Tacque.
Qui cera la cameretta sussurrò, fissando il corridoio. Piccola, alla fine del corridoio, affacciava sul cortile. Dinverno le finestre erano decorate di ghiaccio: ci piaceva inventare cosa sembrassero.
Ora è il ripostiglio.
Lo so. Un attimo di esitazione. Io e Zina si fermò.
Cosa?
Scosse la testa.
Niente. Scusatemi, dovrei prendere un po daria.
Uscì di corsa, senza il cappotto.
Lo trovai mezzora dopo.
Era seduto sulla panchina vicino al cancello, guardava le finestre di casa. La neve si posava sulle spalle, sulla barba, sulla berretto. Rimaneva lì, immobile.
Presi il piumino vecchio di mamma, ancora caldissimo, mi avvolsi e uscii.
Si congelerà.
Non sarebbe la prima volta.
Mi sedetti accanto a lui. La panchina fredda trapassava le ossa. La neve pungeva il viso.
Mi dica la verità.
Cosa?
Tutto. Chi è. Come conosceva mamma. Perché qui, stanotte.
Lungo silenzio. Guardava le mani sempre loro, curate, segnate dal lavoro delicato.
Zina era mia sorella disse, la voce rotta. La più piccola. Andai via quando lei aveva ventisette anni. Io trenta.
Il mondo mi crollò sotto i piedi. Mi aggrappai alla panchina.
Lei è zio Gabriele?
Lui tremò. Mi guardò.
Glielo ha raccontato?
Alla nipote, Lucia. Oggi me lo ha detto. Diceva che la bisnonna lha aspettato. Per quello il posto in più, ogni capodanno. Per quarantanni.
Si coprì il viso. Le spalle che tremavano.
Quarantatré anni che non trovavo il coraggio.
Perché?
Abbassò le mani. Gli occhi rossi e bagnati. Il vecchio piangeva in silenzio.
Papà sussurrò. Litigammo. Forte. Gli dissi cose che non si dicono. Che mi aveva rovinato la vita. Che non avrei mai più messo piede in casa. Me ne andai al Nord, in un cantiere. Pensavo: torno tra un anno. Rientrerò, farò pace. Un anno divenne cinque, poi dieci, venti. E allora ormai era troppo tardi. Meglio che pensassero che ero morto.
E Zina? Mamma?
Una smorfia gli ritagliò il volto.
Pensavo che anche lei mi odiasse. Che fosse dalla parte di papà. Non le scrissi mai. Avevo paura che non rispondesse, o che mi dicesse di non tornare.
Mamma lha aspettata sussurrai. Per quarantanni ha messo un posto in più. Ogni capodanno.
Mi fissò.
Ho saputo che è morta un anno fa. Per caso: su una vecchia Gazzetta di Parma trovata in stazione. Lì cera la foto. Zina Ferri, anziana, i capelli bianchi E sotto: si è spenta dopo lunga malattia. Ho capito che era troppo tardi. Quarantatré anni a rimandare, e alla fine sono arrivato troppo tardi.
Perché qui ora?
Perché lei mi ha aspettato. La sedia, ogni anno, era per me. Dovevo vedere la nostra casa, almeno unultima volta. Dove tutto è cominciato, e dove tutto è andato rotto.
Restammo lì zitti. La neve ci coprì, ma non importava. Il piumino di mamma ancora profumava di borotalco e qualcosa di indefinibile casa, infanzia.
Non le credo dissi, infine. Mi scusi. Ma potrebbero tutti raccontare questa storia. Dire di essere un fratello perduto.
Lo capisco.
Ha delle prove?
Stette in silenzio, guardando le finestre.
Nella cameretta, ora ripostiglio. Io e Zina, da bambini, abbiamo inciso una scritta nel muro. Sotto la carta da parati. Nel 62. Io avevo undici anni, lei otto.
Labbiamo tappezzata cinque volte.
Lo so. Ma la scritta è sulla muratura. In basso, allangolo destro della finestra. Salimmo su uno sgabello per arrivarci.
Mi alzai. Le gambe mi tremavano.
Venga.
Il ripostiglio sapeva di lana e carta. Accesi la lampadina fioca, mi avvicinai alla finestra, destra, altezza bambino. Circa un metro.
Qui?
Sì. Un po più su, eravamo su uno sgabello.
Cercai delle forbici arrugginite tra gli scatoloni, le usai per sollevare gli angoli della tappezzeria. Primo strato beige, ci lavorammo circa cinque anni fa. Sotto, verde a fiorellini. Poi azzurro, che ricordo da bambina. Giallo, degli anni Settanta. E infine, il rosso degli anni Sessanta sbiaditi.
Sotto, lintonaco grigio, crepato.
Accesi la torcia del telefono. Le mani mi tremavano.
Le lettere. Imprecise, infantili, graffiate nel muro con un chiodo.
Qui vivevano Gabriele e Zina, 1962.
Feci scivolare il telefono. Mi inginocchiai e sfiorai la scritta con le dita. Sessantadue anni nascosta, sotto cinque strati. Il loro segreto.
Lho inciso io disse piano Gabriele. Zina aveva paura che la mamma la sgridasse, ma io promettevo che bastava coprire tutto e nessuno avrebbe saputo. Il nostro segreto per sempre.
Mi voltai. Era lì sulla soglia. Vecchio, sgualcito, straniero. Eppure, familiare. Il fratello di mamma. Mio zio. Quello che lei ha atteso quarantanni.
Lei è davvero zio Gabriele.
Sì, Ninetta, proprio io. Tacque. Tu eri piccina quando me ne andai. Ma ricordo che ti tenevo sulle ginocchia. Zina diceva: Ninetta, vai dallo zio Gabriele. Mi è scappato anche stasera.
Restammo in cucina fino allalba.
Feci il tè forte, col timo come piaceva a mamma. Trovai della marmellata di lamponi, ancora fatta da lei pochi mesi prima di morire.
Gabriele raccontava. Del Nord Torino, Bolzano, i canteri, un periodo anche in carcere per una sciocchezza da ragazzo. Degli anni da senza fissa dimora stazioni, dormitori, cantine. Della paura che cresceva ogni anno, fino a mangiarsi ogni coraggio.
Facevo lorologiaio mi mostrò le mani. Fino a che partii. Lavoravo in una bottega su via Roma. Riparavo orologi, sveglie, pendoli. Le mani le ho rovinate così, vedi i calli? Da pinzette, cacciaviti, lenti di ingrandimento. Non lavoro più da anni, ma le mani ricordano.
Mi mostrò i palmi, delicati e segnati.
Sai perché non tornavo? domandò, mentre lalba tingeva di rosa il cielo. Non solo per vergogna, anche per paura. Che Zina mi dicesse: vattene. Che per lei fossi morto davvero. Meglio ignorare, che sentirselo dire.
Non lavrebbe fatto.
Come lo sai?
Metteva la sedia posai la mano tra noi, sul tavolo. Ogni anno. Per quarantanni. Anche quando era a letto, chiedeva a me di metterla. Io non capivo, pensavo fosse un capriccio. Invece aspettava te.
Lui tacque a lungo. Fuori le luci dellaurora.
Gli orecchini disse dun tratto. Quelli dambra e argento. Glieli regalai io per i suoi diciottanni. Li comprai con i primi risparmi da orologiaio. Era felicissima, promise che non li avrebbe mai tolti.
Mi toccai un orecchino. Goccia dambra nel freddo argento. Il suo dono. Ora sapevo da chi.
Non li ha mai tolti gli dissi. Persino in ospedale li teneva. Le infermiere la sgridavano, ma lei li teneva.
Gabriele pianse. Piano, senza suono, solo lacrime.
Rimasi in piedi. Aprii larmadio. Sulla mensola cera la sciarpa di mamma, grigia e morbidissima, fatta da lei. Profumava ancora dei suoi fiori e di qualcosa di misterioso. Lodore di casa.
Gliela appoggiai sulle spalle.
Buon anno, zio Gabriele.
Lui mi afferrò la mano e se la strinse contro la guancia. La sentii inumidirsi di lacrime.
Non ce lha fatta, mormorò. Tre anni di troppo se fossi tornato prima
Sei tornato. Tardi, ma sei qui. È questo ciò che lei voleva.
Mi guardò gli occhi impiastricciati e gonfi.
Vorrebbe che restassi?
Sì. Qui. Con noi.
Tacque. Fuori, il sole invernale si levava flebile e delicato: il primo sole del nuovo anno.
Allalba tornai in sala.
Zio Gabriele era seduto al tredicesimo posto. Davanti una tazza di tè fumante. Accanto Lucia, che gesticolava animata per raccontargli qualcosa. Lui la ascoltava, sorridendo davvero per la prima volta.
La stella era girata a sinistra, proprio di quei fatidici due centimetri. Adesso sapevo perché: era il loro segreto, di fratello e sorella. Lei aveva atteso che lui la ruotasse di nuovo.
Paolo rimaneva in disparte, guardando incredulo il vecchio. Laura trafficava tra i fornelli, come a voler far finta di nulla. O forse era così davvero: uno sconosciuto, una storia che non toccava.
Vittorio mi abbracciò da dietro.
Allora, resta?
Sì.
Nina Sei sicura? Non lo conosciamo. Poteva essere chiunque
Sa della scritta, Vito. Sotto cinque carte da parati. Qui vivevano Gabriele e Zina, 1962. Questo non lo inventi.
Vittorio sospirò. Era un uomo buono, prudente ma mi amava abbastanza da fidarsi.
Va bene. Ma se succede qualcosa
Guardai zio Gabriele: teneva la tazza tra le mani gentili. Le mani di chi ha inciso un nome nel muro. Le mani di chi regalava orecchini dambra a una sorella.
Mamma ha tenuto libera quella sedia per quarantanni dissi. Tre anni è rimasta vuota. Basta così.
Lucia si accorse di me e mi salutò.
Nonna Nina! Zio Gabriele sa aggiustare gli orologi! Hai presente il pendolo della nonna, che non va mai? Dice che può sistemarlo!
Mi avvicinai. Poggiai una mano pesante sulla spalla di zio come faceva mamma. Come faceva quando ci sentivamo perduti. Ora quel gesto era mio.
Buon anno dissi. Buona nuova vita.
Mi prese la mano tra le sue. Era calda.
Grazie, Ninetta. Grazie per avermi accolto.
Fuori scendeva ancora la neve, lenta e gentile. Mamma diceva che portava gli ospiti.
Aveva ragione. Come sempre.
Quarantanni ad aspettare. Eppure, tre anni dopo, lui arrivò.
E la tredicesima sedia, finalmente, non fu più vuota.







