Mamma era stanca
Veronica urlava così tanto contro la cassiera che a quella povera donna tremavano le mani.
Ma quanto ci vuole ancora?! Se non sai lavorare stai a casa, no!
Mi scusi, la signora anziana già scansionava i prodotti velocemente, eppure riuscì perfino ad accelerare.
Veronica, il marito le sfiorò piano il gomito, basta così, andiamo.
La moglie si girò di scatto:
Tu non parlare proprio! Qualcuno ti ha chiesto qualcosa?
Matteo abbassò gli occhi colpevole e tacque. Lui taceva sempre.
***
A casa odorava di pollo con rosmarino. La suocera, Lucia Bianchi, stava davanti ai fornelli mescolando la minestra.
Oh, siete arrivati! Ho preparato una buona minestra di pollo, con i tagliolini. Sedetevi che vi servo.
L’ho chiesto mille volte di non toccare la mia cucina, sibilò Veronica. Ha intenzione di vivere qui ormai, o si ricorda che è ospite?
Lucia Bianchi impallidì, mise giù il mestolo.
Ma volevo solo aiutare…
Non mi serve nessun aiuto! Faccio tutto perfettamente da sola!
Dalla camera arrivò correndo il piccolo Andrea, sette anni:
Mamma, ciao! Lo sai che Luca del secondo piano mi ha detto che sono un debole? Non è vero che sono un debole, vero?
Lasciami in pace, ringhiò Veronica, non vedi che ho da fare?!
Andrea rimase immobile. Guardò la nonna. Lei abbassò lo sguardo.
Veronica se ne andò in camera, chiudendo la porta con violenza.
***
Così vivevano ogni giorno.
I giorni si somigliavano tutti. Veronica si svegliava arrabbiata e andava a dormire arrabbiata, e nel mezzo urlava a chiunque le capitasse a tiro: al marito, alla suocera, al figlio, alle commesse, ai colleghi, ai passanti.
A volte, raramente, le affiorava il pensiero: Madonna, ma che sto facendo? e subito quella voce cadeva nel vuoto nero, dal quale pareva non ci fosse uscita.
Il marito sopportava. Si era abituato. Dieci anni di matrimonio gli avevano insegnato una sola cosa: stare zitto e farsi da parte.
Lavorava in due posti, portava a casa euro, faceva tutto ciò che lei diceva. Di notte, quando Veronica dormiva, lui usciva di nascosto in cucina, beveva il tè e fissava a lungo un punto nel vuoto. Pensava.
Lucia Bianchi era arrivata tre mesi prima per aiutare con Andrea, mentre i genitori lavoravano.
Lucia aveva accettato, e ora ogni giorno sentiva su di sé lo sguardo severo e aggressivo di Veronica.
Andrea Andrea semplicemente viveva. Correva, giocava, faceva domande. Ogni volta che si avvicinava alla madre, trovava davanti a sé un muro.
Allinizio piangeva. Poi ha smesso. Si rifugiava dalla nonna e restava lì in silenzio, era più tranquillo così.
***
Il venerdì successe quello che succedeva spesso.
Veronica tornò dal lavoro furiosa: il capo laveva sgridata, una collega le aveva messo i bastoni tra le ruote, in metropolitana qualcuno le aveva pestato il piede.
Poco prima che arrivasse, Andrea aveva rovesciato il succo darancia sul nuovo divano beige, comprato a rate.
Il bambino era lì, accanto al bicchiere vuoto, con lo sguardo terrorizzato verso la macchia che si allargava.
Ma che hai combinato?! urlò Veronica entrando in casa, ma ti rendi conto di quanto costa questo divano?!
Mamma, non volevo ti prego non gridare. Ho paura di te
Hai paura, eh?! si inalberò ancor di più Veronica, Solo a rompere le cose sei buono! Mi hai rovinato la vita!
Mamma, scusa
Vai in camera tua! E che non ti senta più!
Andrea se ne andò. Veronica continuò a urlare nel vuoto finché non rimase senza voce.
***
Quella notte non riuscì a dormire. Andò in cucina, si sedette davanti alla finestra. Fuori piovigginava.
Stava lì a guardare le gocce che scorrevano sul vetro. Pensava a quanto fosse stanca di tutto. A quanto desiderasse che tutto finisse, che tutti la lasciassero in pace. Sognava solo il silenzio.
Non si accorse nemmeno quando si assopì sul tavolo.
Si svegliò infreddolita, verso le quattro del mattino.
Era tutto tranquillo in casa. Matteo dormiva, Lucia dormiva, Andrea dormiva.
Passò vicino alla camera di Andrea tornando dal bagno. La porta era socchiusa. Si affacciò per controllare che fosse coperto.
Andrea dormiva, raggomitolato ad abbracciare il cuscino. Sul comodino cera il suo quaderno, quello a quadretti di scuola, con la copertina piena di disegni di carri armati.
Veronica stava per andarsene, quando vide una scritta: Mamma.
Prese il quaderno. Sedette sul bordo del letto. Iniziò a leggere.
Era un diario.
La prima pagina era di settembre.
Oggi mamma ha gridato di nuovo. Papà dice che è stanca. Io volevo abbracciarla, ma lei si è scostata. È colpa mia, sono cattivo.
Veronica deglutì. Girò pagina.
Ottobre. Oggi è il compleanno della nonna. Ho disegnato un biglietto con i fiori, bello. Volevo darglielo la mattina. Ma mamma di nuovo ha urlato contro papà, così non lho fatto. Lho messo sotto il cuscino. Magari lo do domani, quando mamma non è in casa.
Continuò.
Novembre. Ho rotto la macchinina che mi aveva regalato papà. Apposta. Pensavo che se distruggevo qualcosa mia, lei non avrebbe gridato. Invece ha gridato lo stesso. Ha detto che non so dare valore alle cose. E che sono stupido.
A Veronica tremavano le mani.
Dicembre. Arriva Natale. Ho scritto una lettera a Babbo Natale. Ho chiesto che la mamma smetta di gridare. Peccato che non si può ricevere un regalo così.
Gennaio. A scuola abbiamo dovuto scrivere cosa vogliamo fare da grandi. Io ho scritto che vorrei diventare invisibile. Così mamma non mi vedrebbe, e non urlerebbe mai. La maestra si è sorpresa e ha chiamato papà. Papà è venuto, ha parlato con me. Ha detto che mamma è buona, solo che per lei è difficile. Io lo so. Io mi ricordo com’era prima. Rideva e mi abbracciava. Ora non ride più. Mai.
Veronica non riusciva a muoversi. Le lacrime rigavano il quaderno, bagnavano linchiostro.
Febbraio. Oggi ho rovesciato il succo sul divano. Mamma ha urlato tanto.
Quando strilla, sembra che io muoia a pezzetti. Prima le orecchie, poi il cuore, poi l’anima. Mi sono coricato e ho pensato: se muoio nel sonno, cosa farà? Piangerà? O dirà solo: meglio così, ho un problema in meno?
Il quaderno le scivolò dalle mani. Veronica tremava tutta, ma non emise un suono. Temeva di svegliare il figlio. Temeva che la vedesse così. Aveva paura di tutto.
Rimase lì a lungo. Forse venti minuti. Forse unora. Poi rimise il quaderno dove stava.
Si infilò nel letto accanto a Matteo. Fissò il soffitto fino allalba.
***
La mattina Andrea fu il primo a svegliarsi.
Aprì gli occhi, si stiracchiò, si sedette a letto. Vide la porta aperta e ricordò la sera prima. Sospirò.
Uscì in corridoio, scrutò in silenzio. Strano. Di solito, a quell’ora, la mamma strepita già in cucina e urla che siamo tutti dei dormiglioni.
Si affacciò in cucina.
La mamma era seduta al tavolo. Non urlava, non faceva rumore. Stava solo lì a guardare fuori dalla finestra. Davanti a lei, una tazza di tè ormai freddo.
Mamma? chiese piano Andrea.
Lei si voltò. Il viso era diverso dal solito: né arrabbiato, né stanco, solo diverso. Andrea non capiva in che modo.
Buongiorno, disse softa Veronica. Vieni, faccio colazione.
Lui si mise a tavola. La mamma gli portò la scodella con il porridge. Si sedette di fronte.
Andrea mangiava osservandola di nascosto. Aspettava che tutto ricominciasse come sempre. Ma non succedeva.
Mamma, azzardò infine, che hai?
Niente.
Perché non parli?
Sto pensando.
A cosa?
Veronica lo guardò a lungo. Poi allungò una mano, gli accarezzò la testa. Così, senza motivo.
Penso a te, disse. Penso a noi.
Andrea restò di stucco, il cucchiaio a mezzaria.
Mamma, sei malata?
No, Andrea. Anzi sto iniziando a stare meglio.
Lui non capiva, ma annuì. Non gli importava, contava solo che lei non urlava.
Sbrigati a finire, disse Veronica. Presto devi andare a scuola.
Andrea bevve il tè, si alzò, iniziò a vestirsi. Sulla porta si fermò.
Mamma, mormorò timido, e stasera insomma tu non urli più?
Veronica si avvicinò, si accovacciò di fronte a lui.
Ascoltami bene, disse decisa. Non so se ci riuscirò sempre. Ma giuro che mi impegnerò a non urlare. Più che posso. Così non avrai più paura. Hai capito?
Andrea annuì.
E se non ce la fai? domandò sussurrando.
Se non ce la faccio, tu me lo dici. Basta che mi dici: Ci risiamo?. E io mi ricorderò.
Cosa ti ricordi?
Tutto, lo baciò sulla fronte. Vai.
Andrea se ne andò.
Veronica rimase lì nella sala. Sentì il portone dellascensore chiudersi. Poi silenzio.
Dal corridoio sbucò Matteo, assonnato e spettinato.
Sei già sveglia? chiese lui.
Non riuscivo a dormire.
Lui la fissò.
Tutto bene?
Tutto bene, rispose Veronica. Vai a fare colazione.
Il marito si spostò in cucina. Veronica andò con lui.
Si sedettero insieme. Matteo si versò il tè
Matte, domandò a un tratto Veronica, tu perché mi vuoi bene?
Lui tossicchiò per limbarazzo.
Eh?
Perché mi ami? Io io sono stata un mostro.
Matteo posò la tazza. La guardò negli occhi.
Tu non sei un mostro, disse. Ti sei solo dimenticata di chi sei.
E chi sono?
Sei tante cose, sorrise lui. Io me lo ricordo. Sai essere dolce, simpatica, capace di abbracciare forte. Io ti ricordo bene, Veronica. È che tu ti sei scordata
Lei tacque.
Io aspetto solo che tu torni a essere quella che eri, aggiunse Matteo. Non importa quanto tempo ci vorrà.
Veronica gli prese la mano, la strinse forte.
***
Quel giorno, per la prima volta, non urlò a nessuno.
Andrea tornò da scuola. Mollò lo zaino, la raggiunse e la abbracciò, così, senza motivo.
Mamma, oggi ho preso un dieci!
Bravo! Veronica lo lodò. Sono fiera di te!
Lui rimase a fissarla stupito.
Davvero?
Davvero.
Andrea sorrise. Larghissimo, come non faceva da tempo.
Mamma, sai disse, oggi in classe speravo che magari oggi tu mi abbracciassi. E lhai fatto davvero.
Sciocchino, lo strinse forte a sé. Dora in poi ti abbraccerò tutti i giorni!
***
La sera Veronica andò nella sua cameretta. Andrea dormiva già. Sul tavolo cera quel quaderno.
Lo prese, aprì sullultima pagina. Prese la penna e in fondo, sotto quelle righe, scrisse:
Figlio mio, ti voglio un bene immenso. Perdonami. Farò di tutto per migliorare.
MammaPoi chiuse il quaderno piano, quasi temendo di svegliare i sogni del suo bambino. Uscì a passi leggeri nel corridoio, dove una lama di luce tiepida filtrava dalla porta socchiusa della cucina. Da lontano sentì il profumo familiare della minestra, e per un attimo le sembrò di vedere, riflesso nel vetro della finestra, il sorriso che non ricordava di avere più.
Prese fiato, sentì il cuore più leggero. C’era ancora tanto da cambiare, tanto da imparare, ma almeno ora sapeva da dove cominciare.
La notte avvolse la casa come una coperta promessa. E nella calma silenziosa, Veronica si permise di sognare anchella, finalmente, un domani diversodove ogni giorno, insieme, si sarebbero ricordati che lamore era dentro le cose semplici: un abbraccio, una parola sussurrata, un quaderno e la forza di ricominciare.







