Lui non ha mai letto

Me ne vado, disse lui, senza nemmeno guardarla. La valigia era aperta sul letto, come uno scrigno a metà, e lui gettava dentro le camicie una dopo laltra, senza piegarle, come si lancerebbero sulla carta i destini della settimana. Da tempo siamo estranei. Non facciamo scenate. Ti resterà la casa, ti prenderò un appartamentino serio, ci accorderemo sui soldi. Ognuno per la sua strada. Ho trovato una donna con cui sto bene.

Lei era appoggiata allo stipite, con la spalla che scompariva contro il legno, avvolta in un cardigan di lana un po slabbrato, che lui ha sempre detestato. I capelli raccolti in uno chignon tirato, il viso innaturalmente sereno, come se gli avesse solo annunciato che fuori piove.

Va bene, rispose lei.

Quella va bene esplose nellaria come uno schiaffo. Lui alzò la testa, la guardò: in fondo si aspettava le lacrime, una scena, almeno la domanda perché?. Ma lei aveva solo acconsentito.

Hai sentito cosa ho detto? si raddrizzò, lucido, imponente, con il gesto sicuro di chi sa cosa significa avere euro in banca e unauto tedesca in garage. Me ne vado per unaltra. Sul serio.

Ho sentito, Federico, disse Teresa.

E basta così? quasi rise, sbilanciato. Solo va bene?

Volevi che implorassi?

Non rispose. Arrotolò la cravatta, la poggiò sulle camicie. Teresa guardava le sue mani, mani che conosceva da trentadue anni, aritmia di vene e gesti, ogni movimento familiare come una canzone destate passata. Trentadue anni.

Giulia è giovane, disse lui, e nella voce affiorò qualcosa di infantile, quasi una giustificazione. Capiscimi. Noi due siamo stanchi luno dellaltra.

Ha ventinove anni, disse Teresa.

Sì. Esitò. E quindi?

Niente. Una precisazione.

Federico chiuse la valigia con uno scatto metallico che diede limpressione di una porta che si richiudeva tra due mondi. Nuova di zecca, mai vista prima: segno che laveva scelta da settimane, forse con Giulia, forse da solo, immaginando la sua gioia.

Gli avvocati si occuperanno delle carte. Ho già pensato a tutto. Non devi preoccuparti, disse Federico, staccando la valigia dal letto.

Non sono preoccupata, rispose lei.

Lui la sfiorò, attraversò lombra della porta. Si fermò un attimo.

Potresti dire qualcosa, almeno, sussurrò, offeso. Trentadue anni.

Trentatré, lo corresse Teresa.

Non rispose. Lei ascoltò i passi, il rumore dei tacchi sulle scale, il portone che sbatteva, il motore della sua Stelvio che si accendeva. Poi silenzio.

Teresa aprì la finestra della camera. Laria dautunno era fredda e odora di foglie bagnate, come un respiro antico. Guardò le luci rosse dellauto scomparire dietro il viale di platani. Poi andò in cucina, mise su lacqua per il tè.

Non pianse. Non perché non facesse male, ma perché il pianto non aveva più ragione dessere.

Cinque anni prima aveva pianto tutta la notte. Una sola notte, bastava così.

Era un martedì di ottobre, il cielo di Milano pulsava di nebbia. Federico disse che sarebbe andato per affari a Torino, avrebbe fatto tardi o forse avrebbe dormito là. Teresa preparava la cena, quando dallo spolvero della sua giacca cadde un telefono. Portava sempre due cellulari, ma questo lei non lo conosceva: un vecchio Fiocco, nessun blocco, solo una schermata illuminata.

Un messaggio. Una sola fotografia.

Teresa si ricordava come era scivolata lenta sulla sedia, fissando lo schermo. Poi aveva posato il telefono, indossato il cappotto, uscita senza ombrello sotto la pioggia.

Camminava sui sanpietrini lucidi del Naviglio pensierosa. Non su chi fosse quella donna, o da quanto durasse, ma su cosa sarebbe successo dopo se avesse fatto come tutti: urlato, chiesto spiegazioni, rotto il vaso dei panni sporchi. Cosa sarebbe successo della sua vita, della casa, dei risparmi che aveva versato nel loro Piccolo Emporio Lombardo per ventanni. Lei ragionava fredda, la mente come lacqua che taglia la brina, e fu proprio questa chiarezza a spaventarla di più.

Federico si fece vedere il mattino dopo, fresco, cordiale, come se niente fosse. Disse che gli affari erano andati bene, divorò le uova strapazzate, sfogliò la Gazzetta, le baciò la tempia, filò in ufficio. Teresa lo guardò andare e capì che avrebbe pianto solo quella notte. Solo una. Poi sarebbe arrivato il lavoro.

Mantenne la promessa.

Se qualcuno le avesse chiesto oggi, trentatré anni prima, perché aveva scelto Federico, avrebbe detto che lo amava: vero. Allora era un altro: magro, irrequieto, con occhi accesi e progetti che toglievano il fiato. Era il 91, tutto crollava e si apriva insieme. Lei stava finendo la Bocconi; lui lavorava in una micro-impresa di forniture, sognava in grande.

Lasciò luniversità al quarto anno. Non perché lui glielo chiese, ma perché il momento di rischiare era adesso, e se si perdeva non sarebbe tornato. Aveva il dono dei numeri, vedeva nei bilanci quello che altri non vedevano; scorgeva i rischi dove lui percepiva solo possibilità.

Era il 93. Seduti su una seggiola della cucina in affitto, lei ordinava le carte.

Fede, se prendiamo un prestito per questa partita e il fornitore ritarda, non copriamo nemmeno gli interessi. Serve un magazzino di sicurezza.

Mi ha garantito, diceva lui. È un tipo affidabile, non ci lascia a piedi.

Tutto a voce?

Ma dai, va tutto bene.

Tu non hai paura di niente.

Non è vero. Io conto.

Lui il prestito lo prese, il fornitore ritardò. Dovettero vendere la Fiat usata, chiedere soldi al fratello. Teresa non disse te lavevo detto, solo telefonò a tutti i clienti affidabili. Ne trovò due. Si chiuse il buco.

Dopo quel disastro, Federico iniziò a consultarla anche sui numeri. Non sempre, ma più spesso. Questo durò fino a quando limpresa stava in piedi da sola. Poi, quando aprirono il secondo ufficio, il primo stabilimento, Federico smise di ascoltare. Non perché divenisse stupido, ma perché il successo ti convince che tutto quello che fai va bene, e che non cè bisogno di domande.

Teresa restò nellombra. Direttore finanziario, firmava come amministratore, conosceva tutti i conti, i fornitori, i passaggi. Federico si fidava incondizionatamente. Non era fiducia: era indifferenza. Non controllava cosa facesse, perché funzionava sempre.

Fu proprio questa indifferenza che lei sfruttò.

Ma prima passarono altri quattro anni da quella notte di pioggia, e cerano molte cose da decidere.

Allinizio osservava. Studiava. Aveva accesso a ogni documento, a tutti i contratti, alle mail aziendali. Era sempre stato il suo lavoro. Ora guardava in modo diverso. Costruiva una mappa mentale: dovera la ricchezza vera, quali asset producevano profitti, quali solo costi.

Il quadro era vivido.

Federico aveva messo insieme un buon impero: due fabbriche, tre centri commerciali in Brianza, un deposito fuori Monza, diversi conti, uno anche a Lugano. La società madre, di cui si vantava e che figurava su tutte le carte intestate, era piena di debiti. I prestiti, le garanzie, le dilazioni con lAgenzia delle Entrate: una facciata elegante montata su fondamenta marce. Teresa lo sapeva bene; ora pensava a come usarlo.

Il primo passo fu piccolo: uno degli stabilimenti lavorava tramite una società di gestione che Teresa stessa aveva creato su suggerimento del commercialista. Formalmente era intestata a lei, come si fa spesso, e Federico lo sapeva, aveva firmato senza leggere, tanto controlli tutto tu, Tes, che mi devo preoccupare?. Teresa rilesse quellaccordo. Poi chiamò un avvocato di fiducia, estraneo a Federico.

Dimmi la verità: se sposto il contratto operativo su unaltra struttura, rimango nel legale?

Dipende. Mandami i documenti.

Studiarono le carte per tre mesi.

Intanto Teresa aveva già capito chi era Giulia. Giulia Valenti, ventiquattro anni, lavorava in uno dei centri commerciali come commessa. Unghie lunghe, risata rumorosa. Federico la conobbe allinaugurazione. Teresa laveva saputo dal custode, un certo Marco, a cui chiedeva sempre dei figli.

La gente parla volentieri con chi li nota.

Federico non vedeva nessuno, tranne se stesso.

Il secondo passo fu più audace. Un centro commerciale era su terreno comunale in affitto. Il contratto era intestato a una controllata di cui Teresa era formalmente direttrice. Federico era solo socio unico. Ma nello statuto, scrupolosamente inserito da Teresa tre anni prima, cera la clausola che permetteva alla direttrice di riscattare la quota in alcune condizioni: una garanzia normale, firmata di fretta a colazione, tanto mi fido.

Quanti fogli, sbuffò lui quella mattina. Servono tutti?

Sono standard, rispose lei.

Mi fido di te.

Sono io.

Firmò.

Il riscatto avvenne in modo cristallino, davanti al notaio e con bonifico bancario, valutazione affidata a un perito esterno. I soldi li tirò fuori Teresa dal proprio stipendio di molti anni, quote che nessuno seguiva più, nemmeno Federico, che guardava solo i profitti finali: quelli lei li sapeva far sembrare belli.

Dopo tre anni dalla notte di ottobre, Teresa controllava tre società chiave, i cui asset erano i più redditizi. I fabbricati andavano, i centri pure. Il conto allestero fu spostato su una società intestata alla sorella maggiore, Carla, che viveva a Firenze e che ascoltò il suo racconto in una lunga telefonata.

Tes, è tutto legale?

Certo. Non prendo nulla che sia di altri, solo ciò che già risulta a nome mio o delle mie società. Tutto chiaro, solo che Fede non leggeva.

Carla rimase in silenzio.

Lo sa?

No.

E glielo dirai?

Quando sarà il momento, lo saprà da sé.

E il momento arrivò proprio adesso, in quella sera dottobre, mentre Federico andava via con Giulia e Teresa stava in cucina col tè guardando la pioggia che riempiva il cortile di odore di terra e castagne.

Pensò di chiamare Carla, ma decise di farlo al mattino. Ora desiderava solo silenzio.

Il divorzio procedette esattamente come Teresa aveva previsto. Federico assunse un avvocato costoso, con ventiquattro ore di tempo e una borsa Vuitton. Lavvocato di Teresa era meno vistoso, ma conosceva ogni documento.

Fin dalla prima seduta fu chiaro che non cera granché da spartire. La società madre era soffocata dai debiti, nessun asset netto davvero appetibile. Teresa non reclamava lazienda. Pretese solo la villa a Varese, comprata quindici anni prima a nome suo, e una quota fissa, modesta per i loro standard.

Federico era soddisfatto. Alluscita dalludienza.

Tes, sei in gamba. Avevo ragione su di te.

Lo dicevi, sorrise lei.

Senza rancore, è andata così.

Senza rancore, Fede.

Salì sulla Stelvio leggero. Teresa entrò in un bar dallaltra parte della piazza, prese un caffè. Vicino due donne parlavano di tiramisù. La vita sembrava andare avanti nel modo giusto.

Le firme furono apposte in novembre. Federico prese lappartamento in città, la macchina, la società madre. Teresa si trasferì nella villa. Tre giorni dopo chiamò lavvocato.

È ora, disse.

Pronto, rispose lui.

Quello che successe dopo, per la legge era la normalità: le società di gestione notificarono alla capogruppo la rescissione dei vecchi contratti e il passaggio a nuovi regimi. Tutto legale, solo molto meno vantaggioso. I profitti restavano nelle nuove strutture; a Federico rimase la targa lucida, la scrivania con vista, i debiti.

Era dicembre.

A gennaio la banca ricevette unispezione. Nulla di strano: controlli di routine. Ma congelò alcune operazioni. Federico chiamò la contabile, che rispose: Aspettiamo, le carte sono ok.

Il tempo passava. I soldi no.

A febbraio Giulia chiamò: dovevano parlare. Si videro in un ristorante. Pagò lui, occhi spenti. Lei raccontò allamica, la voce fece il giro, arrivò a Teresa attraverso un passaparola di commesse, sorelle di fornitori, gente che saluta e che ricorda le ricette. Giulia disse che non poteva stare in mezzo ai guai. Che aveva bisogno di stabilità, non di avventure.

Federico rimase solo a fissare il bicchiere vuoto.

Marzo gelava tutto, tranne il silenzio. La casa accanto al bosco spuntava sopra la bruma e dal salotto si vedeva lo stagno ghiacciato. Teresa aveva preso labitudine di camminare ogni mattina tra i pioppi. Stivali caldi, piumino, un thermos di té. Intorno, solo il canto dei merli.

Pensava a Federico. Non a ciò che gli succedeva ora, ma a comera nellestate del 93, le mani piene di entusiasmo, la voce squillante. Lo amava. Forse, se lui fosse rimasto quello, la storia sarebbe stata diversa.

Ma non fu così.

La gente crede che il tradimento sia un momento. In realtà è un processo: laltro smette di vedere te come persona. Federico la perse di vista tra il secondo stabilimento e il primo centro commerciale. Lei diventò funzione, affidabile, utile, invisibile.

Teresa lo capiva, senza amarezza.

Tornava dalla passeggiata, si toglieva gli scarponi, accendeva il fornello, guardava il giardino selvatico dalla finestra: meli coperti di brina. La bellezza stava nelle piccole cose.

Carla venne sul finire di marzo, portò marmellata e un vecchio album.

Eccoci, disse sfogliando. 88, avevi diciassette anni, guarda che serietà.

Teresa guardò: una ragazzina scura, lo sguardo già adulto, contro la rete e il sole lombardo.

Sempre stata seria, disse Teresa.

Anche da piccola, rise Carla.

Passarono il pomeriggio a raccontarsi, a ripetere che cera da potare i meli prima del risveglio della linfa.

Tes, non ti pesa? chiese a sera Carla.

Non tanto quanto pensi.

Carla annuì. Sapeva aspettare i silenzi.

Aprile portò disgelo e chiamate inattese. La prima fu di Antonio, manager storico di Federico. Cercava documenti di vecchi affari.

Teresa, ci manchi qui. Federico si impiccia da solo e

Antonio, non sono più dei vostri. Andrà tutto bene.

Poi chiamò lavvocato di Federico.

Il mio cliente vorrebbe discutere delle società di gestione

Sono disponibile solo di persona, rispose Teresa. Niente avvocati.

Federico arrivò di venerdì sera. Teresa lo vide dalloblò del citofono. Restò in auto, poi scese.

Il custode, Vittorio, assunto da Teresa tre mesi prima, sbarrò lingresso.

Proprietà privata, deve essere annunciato.

Ero il padrone di casa.

La signora Teresa, la informo io.

Teresa guardava la scena dal monitor in cucina. Dopo un minuto si infilò il cappotto e uscì.

Federico la guardava attraverso la grata. Era diverso: stanco, dimagrito, il cappotto grigio di sempre.

Tes

Buonasera, Fede.

Non apri?

No.

Imbarazzo siderale tra le sbarre. Teresa restò ferma.

Tes, devo parlarti. Cosa è successo alle aziende?

Nulla di strano. Le gestioni sono passate a nuovi regimi.

Quali regimi? Chi li ha decisi?

Io.

Silenzio.

Tu?

Sì.

Ma sono le mie imprese! La mia vita!

Le società sono a mio nome. Quella è la tua firma, Federico. Tu non hai mai letto niente.

Non è giusto.

Vero. Come i cinque anni di bugie.

Aperse la bocca, richiuse.

Da quanto

Lo sapevo da sempre. Semplicemente, non ho mai urlato.

Appoggiò la mano alla grata. Teresa pensò a quella mano nel 93, nervosa. Ora era solo diversa. Tutto era diverso.

E ora cosa faccio, mormorò lui, quasi assente.

Non lo so.

Potresti aiutarmi. Tu sei lunica che capisce questi meccanismi.

Sì.

Ma non lo farai.

No.

Restò fermo, muto. In giardino, alle sue spalle, si sentiva il rumore di un merlo. La sera di aprile era lunga e morbida.

Capisci che rischio i tribunali, i creditori?

Capisco. Le firme sui debiti sono tue. Le garanzie pure. È giusto così.

Credevo che dietro ci fosse ancora unazienda sana.

E cè, disse lei. Solo che non è più la tua.

Guardò la casa, le luci calde, i meli con le gemme nuove.

Ho costruito tutto questo, sussurrò.

Lo abbiamo costruito, rispose Teresa. Solo che tu, a un certo punto, hai agito come se fosse solo tuo. E che tutto sarebbe restato come prima, anche se te ne andavi.

Federico rimase a lungo in silenzio. Poi:

Non è umano.

Teresa inclinò leggermente la testa.

Fede, su ciò che è giusto o no ho riflettuto già tanto. E sono giunta alla conclusione che ognuno vive come sceglie. Tu hai scelto. Io pure.

Si voltò e seguì il cammino verso casa, i tacchi che battevano lievi sulle piastrelle. Vittorio, di fianco, guardava altrove, indifferente.

Tes, la chiamò Federico.

Non si fermò.

Teresa

Sali le scale, apri la porta. Laria profuma di terra e gemme. Poi chiudi.

In cucina mise lacqua su fuoco. Dalla finestra vide che Federico era ancora in macchina, fermo. Quando infine se ne andò, Teresa si sedette e bevve il suo tè. Dalla radio arrivava una canzone degli anni 80. Ballava con Federico a una festa lontana.

Finito il tè, lavò la tazza e spense le luci. In camera, sopra il comò, una foto del 95: davanti al primo vecchio ufficio, una stanza semi-interrata, Federico con un braccio sulle sue spalle e la bocca aperta in una risata; lei seria, come sempre.

La prese, la guardò per un attimo, poi la rimise a posto.

Al mattino si svegliò presto. Fuori le allodole tracciavano archi sopra il laghetto. Teresa mise gli stivali e camminò fino allacqua. Il ghiaccio era sparito, restava una pelle di gocce. Dallaltra riva alzò il volo un airone.

Pensò alle piante da ordinare. Lanno prima avrebbe dovuto mettere dei nuovi meli, ma non ci aveva mai pensato per davvero. Adesso era il momento giusto. Tra tre anni, le piante avrebbero prodotto i primi frutti.

Fra tre anni, avrebbe avuto cinquantanove anni: letà perfetta per raccogliere.

Tornò alla villa. La via era umida di rugiada, il sole dipingeva tutto di rosa antico, come una cartolina piegata dallaria.

In cucina preparò la crema, aprì la finestra. Laria entrava con il rumore degli uccelli. Cotta la crema, la versò nella ciotola col burro. Si sedette a tavola.

Fuori soffiava vento tra i meli, le foglie secche ballavano. Il sole saliva piano.

Teresa mangiava piano, guardando in giardino. Pensò un attimo a Federico: non si può spegnere la memoria a comando. Ma era un pensiero sereno, come per ciò che si è chiuso e non chiede più gesti.

Di Federico non sapeva che sarebbe stato: forse avrebbe negoziato con i creditori, venduto la casa del centro. Forse avrebbe iniziato un altro affare. Aveva qualità. Solo, pensava che le cose funzionassero da sé.

Ora non era più così.

Lavò i piatti, prese il cellulare, compose il numero.

Pronto? rispose Carla, come se aspettasse la chiamata. Tes, come va?

Bene. E tu?

I nipotini sono venuti lo scorso weekend. Pietro cresce, ora arriva alla mia spalla!

Crescono in fretta, rise Teresa.

Ma non sembra vero! Tes

Ieri è venuto Federico.

Carla tacque.

E come?

Ha fissato il cancello. È ripartito.

Cosa voleva?

Che facessi diversamente.

E tu?

Nulla di speciale. Ho spiegato come stanno le cose.

Carla fece una pausa.

Ti fa pena? chiese, piano.

Teresa non rispose subito. Guardava le gemme dei meli, il cielo pulito sopra Varese.

Un po, forse. Prima era diverso.

Già, confermò Carla.

Rimasero in un silenzio senza disagio.

Vieni a trovarmi per il primo maggio? chiese Teresa.

Certo.

Salutarono. Teresa uscì in giardino. La terra era già morbida. Passò davanti al recinto ovest, quello delle nuove piante. Buona esposizione. Tre o quattro meli, da decidere.

Alzò lo sguardo al cielo alto, limpido. Sopra il bosco volava un passero, piccolo e scuro.

La storia del divorzio, se lavesse dovuta raccontare a qualcuno, sarebbe stata imprecisa perché non ci sono grandi emozioni: solo strati, come nella pasta sfoglia dolore, poi pazienza, poi sapienza chirurgica, poi stanchezza, poi, stranamente, calma.

A cinquantanni i rapporti funzionano diversamente: si sa che i nuovi inizi sono rari. Ma questo non è tragico: cè chiarezza la capacità di distinguere ciò che conta.

Teresa sapeva cambiare ciò che poteva.

Se avesse dubbi se comportarsi così fosse giusto, non se li poneva più: sapeva cosaveva fatto, come si chiamava per legge, che tutto era in ordine. Sapeva che Federico poteva, se voleva, leggere cosa firmava.

Ma non lo faceva.

Una donna non è più furba di natura: a volte le tocca pensare meglio. Quando non ti guardano più, impari a guardare. Quando non ti sentono, impari ad ascoltare gli altri. Teresa aveva imparato molto in quegli anni in cui Federico andava a riunioni mai avvenute.

Rientrò. Doveva chiamare il vivaio, sistemare la cartella con i documenti che stava sul tavolo da settimane, pensare a cosa cucinare per Carla il primo maggio. La vita, al contrario di certe persone, non se ne andava mai.

Andava avanti, e basta.

A maggio fiorirono i vecchi meli. Il giardino si riempì di profumo fino a far girare la testa. Carla arrivò con Pietro, ormai alto e con laria pensierosa.

Lo stagno è profondo?

Due metri. In estate si può fare il bagno, ma solo se si sta attenti.

Ci sono pesci?

Ci ho messo qualche carassio, anche delle carpe lanno scorso.

Posso pescare?

Certamente.

Corse via, e le sorelle si misero sotto la tettoia col caffè.

Che pace, esalò Carla.

Sì.

Non ti annoi da sola?

No.

Carla la studiò, seria.

Tes, rimpiangi qualcosa?

Sì, i dieci anni belli. Poi lui è cambiato.

O si è solo rivelato?

Forse entrambe.

Pietro gridava dal laghetto; il vento portava le parole via.

E lui, chiama ancora?

Da aprile non più.

Nemmeno tu?

Nemmeno io.

Carla annuì.

Bene.

Forse.

Teresa piantò quattro meli a maggio: due estivi, due autunnali, a mano. Lo sentì nella schiena, ma era un dolore buono.

Lortolano, Giorgio, scuoteva la testa:

Teresa, lo facevo io.

Volevo farlo io.

Lui seminò il prato.

Guardando le nuove piantine, Teresa pensava che avrebbero prodotto tra anni, quando lei avrebbe avuto più di sessantanni. Era una bella idea. Solo una semplice idea sul futuro, in cui ci sarebbero state mele, uccelli sul laghetto, la sorella a trovarla.

La storia del marito che restò con niente sarebbe venuta fuori prima o poi; era fisiologico. Teresa non temeva. Tutto regolare. Era la storia di una donna che si era tenuta il frutto di trentanni di lavoro. Non aveva rubato; aveva solo raccolto ciò che aveva seminato.

Come restituire giustizia? Forse non è giustizia: è equilibrio. O calcolo. O prezzo pagato.

Ognuno la chiami come preferisce.

A fine maggio arrivò una lettera, vera, scritta a mano. Riconobbe subito la carta.

Teresa. So che non mi devi spiegazioni né aiuti. Voglio solo che tu sappia: non pensavo che saresti stata capace di tutto questo. Non è un rimprovero, anzi. Sei stata sempre più sveglia di me. Io non volevo vederlo. F.

Lesse la lettera due volte. Poi ripose la busta con le scartoffie.

Non rispose.

Non per punirlo; solo perché non sapeva che dire. E questa era già una risposta.

A giugno arrivò la luce e le sere lunghe. Teresa prese labitudine di stare in veranda con un libro finché non era buio. Rileggeva romanzi lasciati a metà, sentiva il fruscio del vento tra i meli. Le rane gracchiavano nello stagno, gli uccelli si scambiavano gli ultimi richiami del giorno.

Era quieto, era buono.

Qualcuno chiamerebbe quella felicità, qualcuno solitudine. Teresa non la chiamava in nessun modo. Era la sua vita. Laveva scelta, o forse era la vita ad averla scelta. Chissà dove finisce la scelta, dove comincia ciò che accade.

Federico non tornò più. Di lui sentì voci: stava trattando coi creditori; non aveva venduto la casa; viveva solo. Giulia si sposò con un coetaneo che lavorava in edilizia. Teresa lo seppe per caso, da una conoscente.

Non ci pensò più di tanto.

A fine agosto andò a teatro in città: lo spettacolo parlava di due donne anziane su una panchina, intenti a ricordare la gioventù. Bravissime. Teresa guardava la scena, poi pensava che in realtà nessuno si ferma mai davvero a ricordare a voce alta. La vita va avanti, semplicemente.

Dopo il teatro, prese un caffè con pasticcino in un bar. Accanto, una ragazza gesticolava al telefono.

E vabbè, diceva. Se non vuole, pazienza.

Teresa sorrise alla tazzina.

Rientrò che era notte fonda. Vittorio aprì il cancello, lei parcheggiò, entrò. Nel buio, tutto era benevolo. In cucina bollì lacqua. Guardò il profilo dei meli nuovi, ancora piccoli, ma ormai radicati.

Tra tre anni, in autunno, avrebbe avuto le prime mele.

Si sedette in poltrona col libro. Lesse un paragrafo, poi un altro.

Fuori la notte di agosto era tiepida, una civetta urlava lontano.

Teresa leggeva e pensava piano, pensieri senza fretta.

Era la sua vita.

Non la cambiava; semplicemente, la viveva.

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