Le Chiavi
Lo amo! E tu mi parli di sciocchezze! Non voglio sentirti! Sei solo invidiosa, per questo ti intrometti dove non dovresti! Lasciami in pace! Pensa alla tua vita!
Ginevra non urlava: strepitava talmente forte da far girare persino il vecchio signor Vittorio, mezzo sordo e indaffarato nel suo garage, verso il cortile, stranito. Non era tipo curioso, lui, quindi se si era voltato voleva dire che Ginevra superava ogni misura.
Aveva i suoi motivi, o almeno così pensava.
Linnamoramento, per lei, era uno stato dellanima. Se tra un amore e laltro cerano pause, erano così brevi che solo chi la conosceva meglio di sé stesso poteva accorgersene. E ormai quelle persone erano rimaste due: la mamma di Ginevra e sua sorella, Donata. Ma la mamma non cera più, e Donata aveva deciso di non voler capire Ginevra.
Fuori da quel sentimento, Ginevra non viveva, solo sopravviveva. Lo sguardo si perdeva nel vuoto, le idee scivolavano via, infrangendo ogni concentrazione, mentre i nervi la tradivano a tal punto che le colleghe iniziavano ad evitarla con fastidio:
Forse dovresti riposarti Ginevrina, sei diventata difficile!
Lei serra le labbra, digrigna i denti e pensa cose poco piacevoli di quelle donne.
Loro, in fondo, saranno sistemate! Mariti che aspettano la sera, figli che saltano sui divani… E lei? Niente casa, niente marito! Neanche in prospettiva! Sì, un figlio ce laveva, ma proprio non era la grande gioia che sognava. Pure al confronto con i cugini, suo Riccardo era in ombra. I figli di Donata erano brillanti: il grande, Alessandro, centravanti della squadra locale e primo della classe, sfatando il vecchio detto che o cervello o gambe. La piccola, Viola, cantava e ballava in un gruppo, spesso in trasferta per concorsi in tutta Italia. In meno di dieci anni, aveva visto più festival di quanti ne avesse vissuti la zia in una vita.
Anche questa era una ferita. Perché? Anche Ginevra, da bambina, aveva frequentato mille corsi, ma mai nessun risultato davvero speciale. Cambiava spesso, seguendo lestro: il cuore non si comanda! Quando si annoiava, andava altrove, inseguendo una nuova passione.
Perché così si deve vivere! Ascoltare la voce dentro! Questa era la lezione saputa da sempre: nessuno ti porta la felicità su un vassoio: Prendi, Ginevrina! È tutto per te!
Così Ginevra osservava Donata, chini sui libri mentre lei preparava la borsa per la discoteca:
Stai attenta, Donata! Se sei troppo brava a scuola, chi ti vorrà mai per moglie? Non ricordi la nonna, che diceva che una donna deve essere meno intelligente delluomo? Su di te i ragazzi tirano dritto!
E allora? Che me ne faccio adesso dei ragazzi? E poi, la nonna non diceva così!
E come allora?
Diceva che una donna saggia non mostra mai la sua superiorità, se ama. È diverso, no?
Non pensare troppo! Aiutami coi capelli, devo uscire: Giulio mi aspetta!
Ginevra fuggiva dagli abbracci della casa mentre Donata sprofondava tra le pagine di un romanzo. Due ore di vera pace.
Certo, voleva bene a Donata. Come no? Non cerano altre sorelle. E il carattere di Ginevra lo sapeva quasi quanto il proprio. Non era cattiva solo disordinata nei sentimenti, insicura, ma mai cattiva. Al contrario, aveva più dolcezza di Donata, raccoglieva animali randagi, che, tra lacrime e suppliche, portava a casa. Alberto il gatto e Cesira la cagnolina, salvati così, vissero a lungo grazie alle sue cure. I genitori, consapevoli che Ginevra non avrebbe ceduto, permisero di tenerli, purché la casa non diventasse uno zoo. Lei accettò e non chiese mai a Donata di occuparsi degli animali: se li era presi, erano affar suo. A volte Donata pensava che Ginevra amasse più i gatti che le persone.
Ginny, la mamma vorrebbe che tu andassi dalla nonna a dare una mano.
Vai tu! Ho da fare.
Ma che affari hai?
Non importa! Alberto zoppica, devo portarlo dal veterinario!
È zoppo da una settimana.
E allora? Questo vuol dire che posso cambiare il gatto con le fatiche della nonna? Lei sa badare a sé! Ma Alberto, poverino, non può!
Discutendo, si separavano ognuna per la propria strada: Donata a pulire dalla nonna, Ginevra a provare la blusa più bella. Giulio laspettava sotto casa e il gatto era solo una scusa per non sporcarsi le mani con lo straccio.
Finito il liceo Donata a pieni voti, Ginevra così così. Nella media, come tanti.
Sul lavoro la scelta non era mai stata un problema. Voleva diventare pasticcera: tortine e dolcetti erano la sua felicità. Da bambina restava ore incantata davanti alle vetrine delle pasticcerie, finché mamma o papà non capitolavano. Eppure, li assaggiava appena: condivideva contenta con la sorella, poi plasmava fiori di plastilina, sognando glassa e zucchero.
Ancora una volta le strade si divisero.
Donata si trasferì dalla nonna malata era vicino alluniversità, comodo per entrambe: la nonna aveva aiuto, Donata unora di sonno in più e tanta pace. Lì portò anche Giuseppe, conosciuto tra i corridoi della facoltà:
Vivete qui, ragazzi! Ci sarà spazio per tutti!
La nonna dichiarò apertamente che avrebbe lasciato la casa a Donata e a Giuseppe, mentre la stanza del nonno, quella in condivisione, sarebbe andata a Ginevra. Voleva avere la certezza di non lasciar morire la casa vuota: i figli le erano troppo cari.
Il primo pronipote la nonna riuscì pure a vederlo e tenerlo tra le braccia. Morì che Alessandro compiva appena due anni. Si spense dopo un anno di lotta contro lictus, sognando di tornare a camminare, ma alla fine il cuore la tradì, e Donata la pianse in silenzio.
I genitori di Donata fecero valere il volere della nonna, perché la figlia se lo meritava.
Neanche Ginevra protestò più di tanto. Era immersa nellennesima storia damore e non le interessava granché chi avrebbe preso cosa. Aveva lamore!
Un amore che era solo fuoco di paglia. Lei andava in fiamme, lui la guardava distrattamente. Andava bene così: Ginevra puliva la casa, stirava, cucinava ma non restava mai la notte.
Sono uno scapolo incallito, Ginevrina. È difficile per me.
E con gli occhi languidi la pregava di riordinare lo studio e la congedava così:
Larte chiede sacrifici! Ma tu lo sai, no? Non posso, la mia vita è un turbine di passioni, impegni, amori… Mi sfinisce tutto!
Ginevra sospirava comprensiva, accarezzando un po il pensiero di quel ritratto sgangherato che prendeva polvere nellangolo dello studio. Nessuno le aveva mai dipinto un ritratto. Sembrava la conferma che potesse essere la musa per qualcuno.
Quel ritratto fu anche lunico ricordo che portò via quando annunciò la gravidanza.
Quella mattina camminava per via San Lorenzo accarezzata dal sole. Sognava, respirando a fatica, la nuova vita che cresceva in pancia. Un miracolo inatteso.
Ma il miracolo si frantumò allistante: lui si rabbuiò e tagliò corto il suo monologo gioioso:
Un figlio? Sei impazzita?
La fine fu banale e vuota, come labisso in cui crollò Ginevra dopo la discussione. I sogni si ruppero piano, poi schizzarono via come mille schegge a terra. Non ci fu neanche il tentativo di recuperare lorgoglio schiacciato: solo un cenno silenzioso e il permesso di riprendersi il ritratto.
Solo come ricordo
Lo ottenne, e passò quella sera a strapparlo in mille pezzi, sussurrando:
Avrò ancora tutto! Tu no!
Non seppe mai più nulla di quelluomo. Non le interessava. Aveva altro da pensare. Il bambino tanto desiderato nacque ma non fu la gioia sperata. Cercava in Riccardo le virtù e il talento del padre e non trovava nulla. Riccardo cresceva calmo, riservato, senza istinto artistico. Preferiva il pallone e il gioco degli scacchi. Scelse persino un club dove passava i pomeriggi, schivando le domande della madre:
Ma che ci vai a fare? Non ti annoi?
Riccardo non si annoiava mai. Gli scacchi erano una danza di logica e grazia, che a volte lo portava a volteggiare da solo per la stanza, seguendo la musica che sentiva solo lui. Ma solo se la madre non lo vedeva, ché per lei erano solo stranezze:
I balli non sono da maschi! Basta!
Lunica che capiva Riccardo era la cugina Viola. Non capiva i problemi tra mamma e zia, ma la nonna diceva che la famiglia è famiglia e che rifiutarla è sciocco. Non capiva perché, allora, la madre non valorizzasse il legame con la zia, ma le parole della nonna gli restarono dentro.
Con Alessandro andava daccordo, ma Viola era speciale. Aveva trovato la chiave segreta verso la sua anima, ascoltava affascinata quando lui parlava della musica delle combinazioni e dei suoi sogni.
Tu la senti? lei lo fissava incantata.
Sì… È bassa, ma bellissima…
Pure io! Te la faccio vedere!
Lei si metteva a danzare per la stanza, tentando di tradurre in movimento quella musica segreta, e Riccardo capiva che non era solo: cera chi lo comprendeva davvero.
Ma i bambini non possono decidere con chi stare e con chi no. Sono gli adulti, spesso in balia del loro umore, a scegliere. E Ginevra cedeva spesso a quei capricci: bastava un litigio con Donata per proibire a Riccardo di vedere i cugini.
Riccardo non poteva farci niente. Opponeva resistenza con gli unici mezzi a disposizione. Scioperi, capricci, il rifiuto di mangiare. Sapeva che prima o poi la madre avrebbe capitolato:
Fa come vuoi! Basta lagne!
Per lungo tempo, Riccardo non capì la ragione dei dissapori tra la madre e Donata. Solo dopo molto seppe che, dopo la sua nascita, Donata aveva aiutato la madre in tutti i modi, ma fu cacciata via quando lennesima storia damore di Ginevra finì e lei scoprì come la nonna aveva disposto le case:
Non è giusto! Sono nipote quanto te!
Ginevra, mica lho chiesto io! Senti, vendiamola e dividiamo i soldi! Non voglio litigare con te!
Non mi serve la tua elemosina! La nonna ti ha sempre amata di più! Ecco perché ti ha lasciato tutto! Io invece… nessuno mi ha mai amata davvero!
Non dire così! E io? E mamma e papà?
Non è amore se non mi capite! Pensi che mimporti questa casa? No! Voglio solo sentire che almeno la mia famiglia mi ama!
Ginevra
Basta! Non voglio più sentire niente!
Il rancore era diventato un nido fra le due sorelle, tirando fuori vecchi conti e antiche invidie.
Guarda, Ginevrina, ricordi la bambola di Donata? Aveva il vestitino rosa, la tua era verde Un dettaglio, ma lo volevi rosa, vero? Donata non volle scambiarla con te! Piccola perfida! Tutte queste piccolezze le bambole, i vestitini, il mascara tanto sospirato e regalato a Donata, la buona carriera, la casa, i figli, così diversi da Riccardo… Sono tutti mattoni del tuo sogno, un po storto, impolverato, non finito e vuoto. Quello che poteva rattopparlo, aggiustarlo, non ti è mai toccato, Ginevra! Era tutto di Donata! Ma è forse migliore di te? Certamente no! Le manca il fuoco, il sogno! Non sa che cosè lamore, quello vero, quello che conosci solo tu, Ginevrina! Lamore-vortice, amore-vita! Lamore che porta le chiavi per la felicità, chiavi che pochi possiedono! Tu credi che Donata ne sappia qualcosa? Mai! Lei nulla sa di quel segreto!
Anche Donata, a volte, sentiva il morso delloffesa, ma forse aveva meno appigli di Ginevra, o lanima più disposta al perdono. Dal lato di Ginevra, il nido del dolore era fitto e solido; da Donata, due ramoscelli e un soffio li faceva volare, mostrando ancora il cuore allaltra. E lei soffiava, come poteva, dopo lennesimo: Tu non mi sei sorella! Ma come fai a comportarti così?!
Il respiro si faceva corto per tanta ingiustizia, Donata si sentiva come un pesce sulla spiaggia, a corto dacqua. E quanta fatica serviva per risaltare a raggiungere quel poco di buono che le univa! Tagliare il filo era facile, ritessere quasi impossibile.
I genitori delle sorelle se ne andarono insieme, nellarco di un anno, come per accordo segreto. La disperazione strinse le due sorelle.
Donata, ma come è potuto succedere? Erano ancora giovani! Dovevano vivere!
Ginevra, la vita non ci chiede mai niente. La salute è lunica cosa che sfugge Abbiamo fatto il possibile. Il resto… non dipende da noi Donata abbracciava la sorella nei suoi pianti convulsi.
È ingiusto!
La vita non è giusta con nessuno. Sembra che debba premiare i meritevoli, ma
Sì, hai ragione! La realtà è diversa…
La rinuncia alleredità a favore di Ginevra diede a Donata un po di tregua. Ginevra si tranquillizzò, pensò alle scartoffie per la nuova casa.
Pensavo che prendessi pure questa.
Lo disse sistemando il cappuccio, senza guardarla.
Erano davanti al notaio, aspettando Giuseppe.
Ma perché, Ginevra? Siamo forse sconosciute?
Non lo so, Donata. Siamo parenti. Ma tu non mi hai mai capita.
Nemmeno tu… ma conta davvero così tanto?
Certo! sbottò Ginevra. Se non ci si capisce, che senso ha stare insieme?
Forse per provarci, almeno? Niente si ottiene senza fatica! Dovresti saperlo!
Eccome! Io, molto meglio di te! La tua è una vita facile: marito, casa, figli… Io sono sola! Sempre!
Non è vero… E Riccardo?
Riccardo fa da sé! Ormai è quasi adulto. Lo vedo a fatica. Lavoro sempre, lui sta più da te che a casa!
Da noi si trova bene. In pace
Ecco! Vedi? Donata, ma tu pensi che io sia una cattiva madre? Cosa ti ho fatto?
Non urlare! Quando mai ti ho detto che sei una cattiva madre? Ti inventi le cose!
Sempre! Tu perfetta, i tuoi figli splendidi! E io no! Riccardo nemmeno! Invece di stare a casa, scappa Ti dà fastidio?
Ma che dici? Ti rendi conto?
Giuseppe, arrivando a prendere Donata, la trovò sola e in lacrime.
Ma perché mi tratta così?
Cercando di calmarla, Giuseppe le strinse la mano:
Ha un brutto carattere. La vita ancora non lha piegata.
Donata, sentendo quelle parole, smise di piangere:
Non dirlo mai! Potrebbe succedere davvero qualcosa… Mi fa pena, Giuseppe…
E questo è un bene!
Cosa?
Il fatto che tu la compatisca. Non ha ancora capito chi la ama davvero. E forse non lo capirà mai.
Forse! Ma è mia sorella, e la amerò sempre! Donata si asciugò gli occhi Non cè nessun altro. Riccardo è ancora piccolo.
Meglio la pace imperfetta della guerra aperta. E Donata fece di tutto per mantenere almeno quella sottile trama tra loro. Non la lasciò rompere.
Gli uomini nella vita di Ginevra comparivano e sparivano, lasciando poco più che amarezza e confusione. Lei si chiedeva sempre perché, quando dava tanto amore, riceveva solo unalzata di spalle:
Ginevrina, non prendertela! Siamo in una relazione aperta, no? Tanto eravamo daccordo. Ricordi?
Era vero. Ogni nuovo cavaliere, al suo arrivo, metteva subito in chiaro:
Non sono pronto per una storia seria. Complicato, mi capisci?
E Ginevra annuiva, convinta. Ma presto dimenticava la regola e piangeva ogni nuova partenza, spesso senza neppure un saluto.
La sua anima si lacerava. Ginevra voleva essere unica per qualcuno. Dava tutto: si adattava, imparava hobby nuovi, si trasformava. Se il compagno era cacciatore, imparava i segreti dei cani da caccia; se pescatore, impastava esche e modellava ami.
Non riusciva però a dare le chiavi della sua felicità a nessuno: nessuno voleva davvero prenderle.
Durante le nuove storie damore, Riccardo viveva quasi sempre dalla zia. Né Giuseppe né Donata obbiettavano: lo trattavano come fosse figlio loro. In camera di Alessandro cera un letto a castello, due computer sul tavolo costruito da Giuseppe, e i ragazzi si sfidavano la sera gridando:
Viola! Non vale! Sei troppo rapida! Giochiamo in squadra, contro di te non si vince!
Donata, aggiornata sui progressi del nipote, sospirava:
È molto sveglio, Ginevrina! Dovrebbe andare al liceo scientifico.
Va bene così! È comodo che sia con Alessandro, posso sempre sapere come va a scuola. E tu lo tieni docchio.
Per Riccardo è scomodo andare avanti e indietro. Se dorme a casa, non si riposa mai.
Allora lascialo da te ancora un po. Lo sai, da me ora è tutto un casino.
Va bene. Resta pure.
Grazie! Lorenzo è fantastico! Ha accettato Riccardo e vuole che diventiamo una vera famiglia!
Ti ha chiesto di sposarti?
Non ancora, ma tutto fa pensare di sì! Non ostacolateci! Aiutatemi! È la mia occasione per essere felice!
Ginevra, che discorsi sono questi? Certo!
Donata mentiva a sé stessa. Il nuovo fidanzato della sorella le stava antipatico: troppo pieno di sé e con un umorismo bizzarro. A volte le sue battute sembravano quasi degli insulti. Pazienza, Donata pensava più a Riccardo che a sé stessa.
Venne a sapere per caso che Lorenzo premeva perché Ginevra vendesse la casa lasciatale dai genitori.
Una sera, tornando dal lavoro, Donata si imbatté nel solito caos di scarpe nel corridoio. Le scarpe di Alessandro e Riccardo erano talmente sporche che le scappò unimprecazione.
Ragazzi! Chi cè a casa? Ma che cosè questo disordine?!
Viola, spuntando dalla camera, si affrettò a chiudere la porta:
Mamma…
Che succede?
Mamma, non agitarti… Ecco,
Cosa, Viola? Parla! Mi fate venire un colpo!
Riccardo… e iniziò a singhiozzare, aggrappandosi al braccio di Donata Non ti spaventare, gli abbiamo messo il ghiaccio
Basta così. Donata trattenne Viola e poi corse in camera dei ragazzi, chiudendosi alle spalle.
Riccardo era sdraiato sul letto a castello, rivolto alla parete, una borsa di ghiaccio sulla guancia gonfia.
Riccardino, cosa è successo?
Niente
La voce era sorda, offesa. Donata capì che era grave: Riccardo non ha mai nascosto i suoi sentimenti a lei.
Salì sul letto, si sdraiò accanto a lui, lo abbracciò e toccò piano il livido.
È stato Lorenzo?
La risposta era ovvia. Riccardo pianse a lungo, attaccato a chi voleva solo ascoltarlo. Nessuna vergogna. Sapeva che Donata lavrebbe sempre capito. Non cè giustizia se difendi la mamma e un adulto ti colpisce sibilando:
Vuoi insegnare qualcosa a me? Ma chi ti credi? Levati di torno!
Mai aveva visto quel volto su Lorenzo, tutto ghigni e mani addosso a Ginevra. Riccardo capì che nemmeno quelluomo amava sua madre. Non era amore: solo interesse. Come diceva Viola?
Quando si ama, si vede. Possibile che sia così difficile, Riccardo?
Molto
È strano. Tu vedi la musica…
Sì?
O almeno la senti… Lamore è come la musica. Si sente, e allimprovviso sai quale passo fare nel ballo.
Forse non tutti…
Pensi che tua mamma non la sente?
Non sente niente. Vorrebbe, ma non le riesce.
Mi dispiace per lei…
Anche a me!
Riccardo si scagliò addosso a Lorenzo per difendere la madre. Lo fermarono in fretta. Vide solo gli occhi terrorizzati di mamma e sentì:
Perché fai così, Riccardino?
E nientaltro. Non volle sentire altro. Unondata di dolore, tagliente come mille lame, lo ferì, lasciandolo senza fiato. Riuscì a malapena ad arrivare in camera, dove restò nascosto a singhiozzare. Un ragazzo, in fondo, non dovrebbe piangere mai. Lorenzo, per ogni emozione, rispondeva sempre:
Sei un uomo o un bambino? Niente piagnistei! Mettiti a posto!
Poi, calmato, Riccardo riempì lo zaino e andò da Donata. Lì non si sarebbe sentito mai fuori posto.
Ovviamente, Donata, ascoltato il nipote, cercò subito la sorella. Chiamò a lungo il numero di Ginevra, cercando di raccogliersi: la rabbia non serve, bisogna ricomporre tutto. Riccardo ama la mamma, non può sentirsi escluso. Il telefono squillava, senza risposta. Chiamò Giuseppe.
Dove sei? Bene, non salire, portami da Ginevra. Arrivo subito.
Mandò i figli in camera con Riccardo, proibendo di lasciarlo mai solo, e corse fuori così comera.
Cosè successo? si rabbuio Giuseppe, mentre lei si infilava in macchina.
Te lo racconto per strada. Andiamo!
La conversazione con Ginevra fu un disastro. Era giù in cortile, in lacrime; Lorenzo se nera appena andato, insultandola.
Non capisci, lo amo! urlava. Non voleva sentire ragioni, incapace di giustificarsi.
Ma chi ami, Ginevra? Chi? Un uomo che ha alzato le mani su tuo figlio? Possibile che tu non ragioni ogni tanto? Smettila di inseguire chissà quale felicità la tua felicità è qui! Ma Riccardo che colpa ne ha? Perché lo tradisci così? È tuo figlio!
Non è più mio, è tuo ora! Lhai portato via tu! Non vuole più saperne di me! Tutta colpa tua! Hai preso tutto!
Cosa ti ho preso?!
La mia vita! Le mie chiavi!
Che chiavi?
Donata rimase senza parole. Si guardò insieme a Ginevra da fuori: due sorelle che gridavano in mezzo al cortile. Era davvero questo che avrebbero voluto i loro genitori, la nonna? Dovè finito tutto ciò che le univa? E se il filo si spezzava per sempre? Era giusto?
La voce si fece più calma e morbida, mentre domandava ancora:
Che chiavi, Ginevra? Cosa intendi?
Le chiavi della felicità… Ginevra abbassò il tono, asciugandosi le lacrime Tu ce lhai! E io?
Solo allora Donata iniziò a capire. Tirò un respiro lungo, poi la abbracciò forte, come aveva imparato da mamma.
Vieni qui! Oh Ginevrina… ma perché sei così,
Sciocca, vuoi dire? sussultò Ginevra, ma Donata la strinse più forte.
No! Per niente! Non sei sciocca, sei vulnerabile. Esigi tanto amore… Lo capisco. Ma non chiedermi mai di capire come si può barattare un figlio per un sogno. Questo no, Ginevrina, lo sai anche tu. E le chiavi… Non te le ho mai prese! Faccio fatica già con le mie! Ma la differenza tra noi cè, sì.
Quale?
Tu le tue chiavi vuoi sempre darle via. Io me le tengo.
E qual è la cosa giusta?
Non lo so. Lo dirà la vita.
Lha già detto Ginevra singhiozzò. Come faccio ora? A chi servo io?
A me servi. Non basta? A Riccardo. È poco?
Non so…
Parti da questo. Il resto verrà, Ginny.
E se non viene?
Allora le tue chiavi non sono quelle della porta giusta. E quella lì, resterà chiusa. Ma quella che combacerà, ti aspetta. Vuoi restare tutta la vita nel corridoio, senza mai aprire la tua porta?
No!
Allora forza! Vuoi vedere tuo figlio?
Non mi perdonerà…
Ah, Ginevra! Tuo Riccardo di vita ne sa già più di te. Ma non sarà facile. Ti ha dentro una ferita profonda.
Immagino…
Allora fai qualcosa! Sei la madre o la zia qualsiasi?
Donata!
Che cè? Vieni in macchina! Abbiamo finito di perder tempo! Giuseppe, daje coi fazzoletti! Ce li hai in auto? Mettila in ordine e partiamo! I ragazzi ci aspettano!
Un giorno Riccardo avrà sì un patrigno, ma molto dopo. Ginevra troverà parole nuove per la sua felicità. E anche se Riccardo preferirà la casa di Donata alla nuova casa dove da poco una sorellina culla i giorni, Ginevra farà di tutto per fargli sentire il suo amore. Luomo che Ginevra avrà accanto sarà più saggio: lascerà il tempo a Riccardo, costruendo piano quel legame discreto che, col tempo, sostituirà qualunque parentela.
E saluterà, abbracciandoli, tutti sul binario mentre parte per il servizio civile, stringerà la mano al patrigno e gli dirà:
Abbi cura di mamma!
E quelluomo, alto, con i capelli già striati, restituirà la stretta e risponderà:
Tu guarda avanti, figlio mio! Ti aspettiamo!
Lo so!







