Punto di non ritorno
Elisa, dove vai? Marco la osserva dal corridoio dello scompartimento, reggendo la porta semiaperta. La voce ha quella dolcezza calma che Elisa Moretti ha imparato a temere dopo ventanni. Non abbiamo ancora finito di parlare.
Vado in bagno, Marco, risponde lei senza voltarsi.
In bagno con la borsa?
Elisa si ferma. Il treno ondeggia dolcemente, le ruote martellano sulle giunture dei binari, oltre il finestrino scorre via veloce una distesa di campi e oliveti immersi nellombra. È gennaio.
Sì, con la borsa replica Elisa, e riprende a camminare.
Elisa. Ora nella voce di Marco emerge quella tipica nota, che lei un tempo chiamava tra sé da costrictore. Non rabbia: peggio. Quella sicurezza immobile che, comunque vada, lei tornerà. Mamma ci aspetta. Lo ricordi, vero?
Lo ricordo, Marco.
Arriva in fondo al vagone, si chiude nel bagno minuscolo e resta lì, appoggiata alla porta fredda. Il treno Milano-Bari viaggia già da quattro ore. Dal finestrino alto e stretto filtra il buio della notte. È inverno.
Nella borsa ci sono solo poche cose prese in casa: passaporto, libretto di lavoro, una foto dei genitori, una piccola mazzetta di euro risparmiati di mese in mese nascoste nella scatola delle scarpe sotto gli stivali. Marco non andava mai a frugare lì. Del resto girava poco per casa: tanto cera Elisa.
Tira fuori il telefono, un vecchio Spazio con lo schermo incrinato. Lo guarda, poi apre il retro e toglie la SIM. Ventanni di chiamate, messaggi, vocali da Marco e dalla signora Teresa. Elisa, compra la ricotta. Elisa, perché non rispondi? Elisa, senza di noi non ce la fai.
Spezza la SIM in due, ancora una volta, la getta poi nel cestino sotto il lavandino.
Le mani tremano appena. È strano, perché dentro non sente nulla. Solo il silenzio.
Si sciacqua il viso con lacqua gelida e si guarda allo specchio. Quarantotto anni. Capelli scuri, le prime ciocche bianche vicino alle tempie che ormai non colora più, tanto non torni giovane diceva Teresa. Gli occhi grigi, langolo della bocca abbassato. Il volto normale di una donna stanca.
Ritorna nel corridoio, passa oltre il suo scompartimento e si siede nel vagone accanto, senza fermarsi.
Cè un posto libero vicino al finestrino. Vi si accascia con la borsa sulle ginocchia, a fissare il buio fuori.
Dopo venti minuti, Marco passa nel corridoio, diretto verso il bagno, senza vederla. Elisa si sposta impercettibilmente dietro lo schienale. Lui torna indietro, il viso tirato, infastidito, come sempre quando qualcosa gli sfugge.
Lei lo osserva allontanarsi e si chiede: davvero lui lha mai voluta, o solo si era abituato? Che lei cucinasse, lavasse, facesse la contabile in uno studio e portasse lo stipendio a casa, obbedendo sempre senza discutere? Compagna, la chiamavano. Suonava moderno, ma in realtà significava: solo doveri, nessun diritto.
Teresa la mamma di Marco era parte della loro vita fin dal primo giorno. Una donna di settantacinque anni, occhi acuti e voce ferma, capace di trasformare ogni parola in rimprovero. Elisa, hai messo troppo sale. Elisa, Marco dice che sei arrivata tardi. Elisa, niente figli, dovresti capire: la famiglia viene prima di tutto.
Elisa non lha mai contraddetta. In realtà, parlava poco.
Il treno arriva a Bari. Elisa pensa che non conosce nessuno in questa città, non ci è mai stata, sa solo che cè il mare. Freddo, dinverno, ma mare.
Le basta così.
Scende tra le prime, trascina la borsa e si avvia con passo rapido verso la stazione, senza voltarsi. Il freddo punge le guance, odora di pesce, gasolio e di qualcosa di salato. Inspira forte e pensa persino che le piace.
In stazione trova una bacheca di annunci vecchio stile. Affitto stanza, urgente, prezzo modico. Prende due numeri, si compra da una vecchietta al bar un bicchiere di tè caldo e una focaccia allolio, la consuma in piedi appoggiata al muro e si riscalda un po.
La prima chiamata non va: la stanza si affitta solo con un deposito enorme. La seconda, meglio. Voce di uomo anziano, un po roca.
Una mansarda, dite? chiede lei. Lontana dal centro?
Che centro, qui a Bari, ride. Quindici minuti a piedi dal lungomare. Piccola, ma riscaldata. La stufa funziona, controllo io.
Posso venire oggi?
Certo. Sono a casa.
Il proprietario si chiama Michele Ferraro, ma alla presentazione le dice subito di chiamarlo zio Michele. Basso, robusto, i capelli bianchi e lo sguardo buono di chi ha già superato troppe tempeste per sprecare energia a irritarsi. Sessantasette anni, come racconta poco dopo, mentre prendono il tè in cucina e lui le chiede da dove viene, se si ferma a lungo.
A lungo risponde lei.
Lui annuisce, senza altro.
Lavoro?
Non ancora. Devo cercare.
Faccio il fornaio, risponde. Forno piccolo, tutto mio. Si chiama Pane caldo. Niente insegne inventate, è venuto così. Avrei bisogno di aiuto. Si comincia presto, alle quattro. Non pagherò tantissimo, ma laffitto lo copriamo in parte. Le mani sono buone?
Elisa guarda le proprie mani. Ventanni di contabilità, ma prima aiutava la mamma in cucina, faceva focacce, preparava conserve. Le mani ricordano.
Sì, annuisce.
La mansarda è proprio come descritto: piccola e calda. Il soffitto spiovente, una finestra tonda verso la strada e una stretta sul cortile. Pavimento in legno con un tappeto intrecciato, letto in ferro con coperta spessa, scaffale con tre libri troppo consumati per leggerne i titoli. Un tavolino sotto la finestra.
Elisa mette la borsa sul letto e resta a lungo a guardare la strada buia attraverso il vetro rotondo.
Nessuna chiamata al telefono. Perché la SIM ora è in un cestino della spazzatura tra Milano e Bari, che viaggia chissà dove.
Questo è il silenzio più vero da ventanni.
Il primo giorno di lavoro inizia alle tre e mezza. Zio Michele bussa in modo deciso, senza rimprovero, senza invadere. Non come Marco, che la svegliava con una lamentela o unaccusa. Bussa e basta.
Il forno è attaccato alla casa: piccolo ma comodo, due forni e un lungo tavolo di lavoro, aroma di lievito, vaniglia, anice, qualcosa di vivo.
Allora dice Michele, indossando il grembiule io impasto, tu guardi. Poi mi aiuti a dare forma. Fai attenzione, non mi piace ripetere. Non perché sia cattivo, ma perché quando si ripete, la gente si innervosisce.
Lei osserva. Poi aiuta. Le mani fanno il loro lavoro mentre la testa si adatta al nuovo ritmo.
Alle sei escono dal forno le prime pagnotte. Michele spezza una a mani nude e le porge metà.
Mangia le dice pane caldo e olio è la cosa migliore allalba.
Lei mangia, scottandosi, e pensa che forse è la prima volta dopo molti anni che riesce a mangiare senza ansia, senza occhi che la giudicano. Forse dai tempi dellinfanzia. Forse mai.
Michele è taciturno, ma non silenzioso. Parla quando serve, tace quando non è necessario. Stranamente piacevole, dopo Marco che non sopportava il silenzio: nel silenzio temeva di sentire ciò che non voleva sentire.
In una settimana, Elisa impara a impastare pane integrale, fare panini alluvetta, sfornare sfogliatelle alla crema. Le dita dolgono la sera, la schiena tira, ma quella stanchezza è diversa, un po’ vera. Non la stanchezza svuotata e rassegnata di prima, ma qualcosa di onesto.
La sera, siede davanti alla finestra tonda e osserva la strada. Linverno a Bari è umido e ventoso. Spesso piove nevischio, i lampioni si riflettono nei pozzangheroni. Compra una nuova SIM, chiama la sorella a Genova e dice che è partita, che sta bene, che non dica niente a nessuno. Paola tace un attimo, poi: Era ora. Nessuna domanda in più.
Vede per la prima volta Davide al bar Al Faro. Un posto sulla diga vecchia dove va ogni tanto per un caffè dopo il turno. Lui siede vicino al vetro, tazza tra le mani, legge un libro sdrucito. Nulla di speciale: sulla cinquantina, mani grandi, capelli brizzolati. Non guarda in giro, non fa finta di non guardare. Semplicemente legge.
Si parlano tre giorni dopo. Lei entra, lunico posto libero è il suo. Chiede se può. Lui risponde certo, sposta la giacca.
Non sei di Bari? chiede dopo dieci minuti, mentre lei si scalda le mani sulla tazza.
No, arrivata da poco.
Bari non la sceglie mai nessuno apposta, dice senza giudizio, solo constatazione. Di solito ci si ritrova.
Io mi ci son ritrovata, sorride lei appena.
Lui sorride di rimando, appena visibile.
Davide, si presenta.
Elisa.
Bel nome. Oggi raro.
Un po’ vecchio, precisa lei.
E quindi?
Lui restaura mobili. Recupera vecchi tavoli che gli portano i padroni a sistemare o che trova nei solai polverosi delle case antiche. Li aggiusta, rinnova, ridà vita. Ha la bottega in periferia, in una casa di pietra.
Bel mestiere, commenta Elisa.
Serve pazienza dice lui. Soprattutto. Se corri, rompi ciò che era ancora recuperabile.
Lei pensa che valga anche per le persone, ma tace. Non per paura: solo non le viene più naturale dire ciò che pensa.
Si incontrano ancora al Faro, sempre per caso. Poi lui capita un giorno al forno di Michele per il pane, e Michele dice: Davide, questa è Elisa Moretti, la mia nuova aiutante. Davide annuisce. Ci conosciamo.
Michele non aggiunge altro. Prende i soldi e restituisce il resto.
A febbraio fa meno freddo. Non proprio caldo, ma le guance non gelano più in cinque minuti. Elisa compra stivali nuovi e impermeabili in un negozio sulla via delle Pescherie e inizia dopo il lavoro a camminare sulla diga. Il mare, in inverno, è un altro: grigio, ruvido, onde bianche e vento tagliente. Eppure, lo guarda e pensa che sia proprio ciò di cui ha bisogno. Non una baia protetta, non un porto sicuro: qualcosa di brusco, ma vero.
Qualche volta pensa a Marco. Non con dolore. Piuttosto come si pensa a un autobus che aspetti per ore e poi scopri che non passerà più. Non tristezza: consapevolezza che il tempo è stato semplicemente speso.
Ricorda linizio. Lei aveva ventotto anni. Lui sembrava affidabile, calmo, abile con le parole giuste al momento giusto. Sei diversa, capisci tutto, sei speciale. Ora sa che erano mezze verità, ma allora suonavano bene.
Teresa si era trasferita da loro un mese dopo il primo appuntamento. Arrivata come ospite, era rimasta. Marco non vedeva il problema. Esageri. Mamma si preoccupa. Sei troppo sensibile.
Dopo un anno, Elisa capì davvero di vivere in una casa non sua. Non per lintestazione del contratto, ma perché lì le regole le dettava Teresa e Marco era solo il giudice che diceva sempre la stessa sentenza.
Non se ne andava perché non aveva idee su dove andare, non aveva nulla di proprio. Ogni volta che ci provava, succedeva qualcosa: una malattia di Marco o della mamma, uno scossone al lavoro, oppure Marco che le diceva che senza di lui non sarebbe sopravvissuta, che da sola sarebbe persa. E lei ci credeva. Non perché sciocca, ma perché te lo ripetono abbastanza a lungo.
Il meccanismo è banale e terribile: farti credere meno di ciò che sei. Goccia a goccia, anno dopo anno, senza urla, né scenate. Solo premure, voce bassa, so io cosa è meglio per te.
Ora, sola in mansarda, trova tra i vecchi libri un librettino scucito. Trova dentro dei versi: Pensavo tu fossi un faro. Eri nebbia. Non ricorda di chi siano. Li scrive sul quadernino blu che ha iniziato a Bari.
Annota ricette che Michele le insegna, parole che le colpiscono, osservazioni (Oggi il mare era quasi verde. Un gabbiano aveva in becco qualcosa darancione). Prima non scriveva nulla. Marco una volta aveva letto un vecchio diario e aveva iniziato a spiegarle, con calma e pazienza, che rifletteva troppo su sciocchezze.
Da allora aveva smesso di annotare.
Ora lo fa di nuovo.
A marzo Michele le insegna la pasta sfoglia. Serve pazienza, gesti precisi. Bisogna piegare e ripiegare senza fretta, lasciar riposare.
Ecco qui le dice Michele, guardandola lavorare la pasta. Qui non schiacciare troppo, vedi come viene da sé? Non costringerla.
Non costringerla, ripete lei.
Giusto. La pasta buona non ama imposizioni.
Lei ride. È la prima risata vera da tanto, senza motivo, sincera.
Lui la guarda soddisfatto.
Ora sì che sembri te stessa le dice.
Me stessa?
Sì, la donna che eri prima di tutto questo.
Lei non chiede spiegazioni. Michele non approfondisce. Torna allimpasto.
A metà marzo incontra Davide al mercato. Sta scegliendo attrezzi da un banco. Lei prende del pesce. Si incrociano appena dietro una fila di bancarelle.
Oh dice lui. Da quanto non ci si vede?
Tre settimane, credo.
Stai perdendo il pesce.
Guarda nella borsa: gocciola. Ride anche lei, lui fa altrettanto.
Vieni per un caffè? offre. Qui dietro cè un bar piccolo. Il Faro oggi è troppo gremito.
Restano in quel locale senza insegna, solo Caffé e dolci scritto a penna su un foglio. Bevono, chiacchierano di nulla: il mercato, linverno che tarda, le sue origini.
Da Udine dice lui. Venuto qui dieci anni fa. Doveva essere per poco. Eccomi ancora.
Perché?
Il mare, penso. E le persone diverse. Qui la gente è più vera: se sta male non fa finta che vada tutto bene.
Mi piace dice lei.
Non le domanda nulla di Milano, di Marco, dei ventanni passati. Non insiste. Pure questo è nuovo. Marco sapeva sempre tutto, e la chiamava cura.
Ad aprile arriva ciò che temeva, anche se era pronta.
Tornando dal lungomare la mattina, trova qualcuno sul portone. Di spalle, giaccone grigio, telefono in mano. La postura, il modo di reggere la testa: subito riconoscibile.
Si ferma.
Lui si volta.
Elisa, dice Marco.
Voce stanca e offesa. Come sempre, quando qualcosa gli sfugge di mano.
Come mi hai trovata dice lei, quasi monotona.
Non conta. Fa un passo avanti. Sei sparita. Così, allimprovviso. Mamma non dorme più.
Sono andata via, Marco.
Ma perché, dove? Sei impazzita? Abbiamo casa, una vita.
Voi avete una vita dice lei piatta. Qui io ne ho unaltra.
Lui osserva la casa, la strada, i suoi stivali infangati di sabbia.
Qui? In questa buca? Fai la fornaietta, Elisa. Una con ventanni di contabilità alle spalle.
Mi piace il forno.
Non è serio. Si avvicina di più. Torna a casa. Ne parliamo, ricominciamo. Sei solo stanca.
No.
La parola esce ferma, più dura di quanto volesse.
Non capisci. Ho dei tuoi documenti. Ricordi? Firmavi senza leggere. Se serve, posso creare dei problemi.
Ecco la minaccia nascosta sotto la voce pacata. Sente che prima le avrebbe fatto effetto; ora invece, nulla. Ventanni di negoziazioni e passi indietro.
Quali documenti, Marco? chiede calma. Quelle fatture di dicembre? Erano firmate con delega regolare. Se vuoi chiarire, devi parlare con la ditta. Non con me. Sono cose diverse.
Lui è spiazzato.
Sei diventata sveglia, dice come fosse una colpa.
Lo sono sempre stata, Marco. Non te ne sei mai accorto.
Si sente il cigolio del cancello. Non si volta subito, ma dal tono capisce che è Davide:
Signora Elisa, dice con calma. Zio Michele chiede se oggi rientra nel pomeriggio. Cè una consegna.
Lui si affianca, non si mette in mezzo, solo vicino.
Marco lo guarda.
Lei chi è? domanda ad Elisa.
Davide, risponde lei. Abita qui vicino.
Capisco. Marco la torna a fronteggiare. Elisa, ti dico sul serio. Mamma sta male, sai quanto ti vuole bene.
Elisa sospira. Sa quanto Teresa è affezionata. Esattamente come si lega un sasso pesante al piede.
Teresa se la caverà, dice Elisa. Ha te.
Elisa.
Devo andare, Marco.
Aspetta. Le prende il braccio. Non con forza, solo stringe.
La lasci andare, per favore. Dice Davide. Tranquillo, senza minacce.
Marco lo fissa, indeciso.
Ma lei chi è?
Una persona che sta qui, risponde Davide. Questo basta.
Marco lascia la presa. Osserva Elisa. Nei suoi occhi qualcosa che lei non aveva visto mai, o si vietava di vedere: lo smarrimento. Non sa che fare. La sceneggiatura abituale non funziona.
Te ne pentirai, dice a bassa voce.
Forse risponde lei. Ma è un problema mio.
Passa accanto a lui, apre il cancello, non si volta né si affretta. Entra nel cortile.
Poco dopo, dalla finestra rotonda, lo vede allontanarsi verso la fermata del bus, la schiena dritta, le spalle rigide. Lo guarda andare via e pensa che, un anno fa, questa scena lavrebbe distrutta per giorni. Ora avverte solo stanchezza e una sottile, nuova leggerezza.
Davide bussa dopo mezzora.
Prego dice lei.
Entra, osserva la mansarda senza curiosità, si siede sullunica sedia.
Tutto ok? chiede.
Più o meno. Lei scalda le mani sulla stufa. Grazie.
Non ho fatto nulla di che.
Sei rimasto. Contava.
Tace per un attimo.
Tornerà ancora? chiede Davide.
Non credo. Non sopporta perdere il controllo. Se il risultato non va, preferisce mollare. Ha davanti anni di vita e una madre che gli troverà qualcunaltra.
Un po’ cinica.
Realista. Lo guarda: Vuoi del tè?
Grazie.
Bevono in silenzio. Fuori oscillano i rami di una vecchia betulla; Elisa pensa che le piace il modo in cui Davide sa tacere; il suo silenzio non pesa.
Da quanto sei via da Milano? chiede lui.
Lei lo guarda sorpresa.
Michele lha detto a caso chiarisce Davide. Se non vuoi, non rispondere.
Tre mesi. Risponde. Sono partita a gennaio.
Non è stagione facile per traslochi.
Era la più adatta. Linverno è sincero. Non fa finta sia caldo, se fa freddo.
Lui annuisce, come fosse unottima spiegazione.
Ti dispiace essere andata via?
Lei riflette.
Rimpiango solo di non averlo fatto prima. Stringe la tazza. Ma ormai è passato. Ripensarci non serve.
Serve, ribatte lui dolcemente. Solo che bisogna farlo con delicatezza. Come coi mobili: non rompere ciò che regge ancora. E non trattenere quello che non serve più.
Parla il restauratore, eh?
Ride. Piano, sinceramente.
Forse.
Lindomani Michele la accoglie alla panetteria come chi sa tutto, ma per rispetto non domanda.
Limpasto per domani è già pronto in frigo, la avverte. Come stai?
Va bene, risponde lei.
Ottimo. Apre le teglie. Davide è passato ieri, ha detto che è tutto a posto.
Al telefono?
No, di persona. Fa spallucce. È fatto così. Ha detto poco, quanto bastava.
Lei tace. Si dedica allimpasto.
A Bari aprile cambia la città: giorni più lunghi, il mare ancora freddo, ma a volte blu. Sul lungomare si vedono i primi turisti, che i locali soprannominano uccelli mattinieri col sorriso.
Elisa comincia a cucinare anche in mansarda. Prova a rifare la torta di mele che faceva la madre tanti anni fa, prima di Marco. La prima è dura. La seconda va meglio. La terza quasi perfetta.
La offre a Michele.
Buona mastica lui. Un po’ meno zucchero, e aggiungi cannella. Le mele sono già dolci.
Ricetta di mia madre, dice lei.
Le mamme sanno il fatto loro. Ma un pizzico di cannella migliora.
Segue il consiglio; ci azzecca.
Un sabato di aprile, Davide entra in forno non per il pane, solo per parlare. Elisa, ti va di vedere la bottega? Sto lavorando su una credenza dellOttocento che viene da un vecchio solaio.
Mi piacerebbe.
Quel sabato camminano attraverso la città; Michele le ha dato il giorno libero. La bottega è in una casa bassa di pietra, portone di quercia massiccia. Dentro odore di legno, vernice, qualcosa di resinoso, forse olio di lino. Attrezzi ovunque, tavoli senza gambe, poltrone scucite, cassettoni smontati.
La credenza sta in un angolo, scura e massiccia, con intagli rovinati, vernice scrostata.
Immagini comera da nuova?
Lei annuisce; sotto si indovinano proporzioni buone, piedi torniti, ante dritte.
Quanto ci vorrà?
Tre mesi, senza fretta. Passa la mano sul lato. Legno buono. Il rovere resiste. Basta sverniciare con calma e sarà quasi nuovo.
Quasi nuovo.
Sì, non perfetto. Ma vero.
Lei annuisce, accarezza il bordo caldo del mobile. La calma che le dà è strana ma reale.
Rientrano al bar Al Faro, bevono il tè tra le ombre della sera, lui racconta altre storie di mobili, lei ascolta. Capisce che è bello vedere chi ama ciò che fa. Anche dalle piccole cose.
Ti piaceva la contabilità? domanda lui.
Lei sorride, per la domanda inusuale.
Ero brava, risponde alla fine. Ma amare no, non credo. Era il lavoro che sapevo fare. Cosa diversa.
Già, concorda lui.
Qui esita lei qui mi alzo ogni mattina alle quattro senza sentire il peso della sveglia. Mi alzo e basta.
Forse è proprio questo, dice lui.
Cosa?
La cosa giusta. Quella che ti piace fare, così.
Lei guarda il mare allimbrunire e pensa che sì, forse è proprio così. Non sa dare un nome, né ha fretta di trovarlo. È abbastanza così.
A maggio va qualche giorno dalla sorella a Genova. Primo viaggio dopo tre mesi. Paola, di cinque anni più giovane, la accoglie in stazione, la stringe forte.
Ti sei asciugata, le dice.
Lavoro fisico.
Però stai bene. Sembri più giovane di dieci anni fa.
Esageri.
No. Hai occhi diversi.
Che vuol dire, diversi?
Vivi, dice Paola.
Elisa ci riflette tornando in treno, nel buio. Occhi vivi. Allora prima erano diversi. Quando sono cambiati? Forse gradualmente. Goccia dopo goccia, finché il vaso resta vuoto.
Ora si riempie di nuovo. Lento, come tutto ciò che è vero.
A fine maggio, Marco non si fa vivo. Nemmeno a giugno. Lei non lo aspetta, ma ogni tanto ha un sussulto vedendo un uomo simile di spalle. Passa presto però. Il corpo si ricorda più a lungo della testa.
Michele amplia la scelta a giugno: partono con biscotti al miele (quelli veri) e panzerotti di pesce alla pugliese, sua ricetta. Elisa gestisce i pagamenti ai fornitori; la testa contabile serve ancora, ma ora è un piacere. La sua è la panetteria, il suo il lavoro.
Lo sai che non posso più fare a meno di te? dice una volta Michele quando lei chiude i conti del trimestre.
Non è vero sorride nessuno è indispensabile.
In teoria. In pratica una come te, che sa impastare e sommare i numeri, non lho mai avuta.
La vita è una cosa multiforme.
Appunto.
Davide ora passa ogni settimana. A volte, chiudono la panetteria e vanno a camminare sul lungomare. Non si danno appuntamenti: semplicemente accade. Parlano di tutto, o stanno zitti, camminano insieme sulla sabbia bagnata dopo lalta marea.
Elisa si abitua a lui piano. Non allimprovviso, non conquistata: si accorge solo che la sua presenza la fa stare più tranquilla. Non pesa ciò che dice; a differenza di prima, il suo silenzio è neutro, un suolo su cui non si sprofonda.
A luglio, una sera, chiede:
Davide, sei mai stato sposato?
Lui resta un po in silenzio, guarda il mare.
Sì, tempo fa. Separati bene, circa dodici anni fa. Semplicemente ci siamo trovati diversi, felici così.
Succede.
Sì. Ogni tanto ci scriviamo. Vive a Firenze, sta bene. E io ne sono felice.
Bello quando è così.
E tu?
Mai sposata. Convivenza. Ventanni.
È la prima volta che lo dice a lui.
Tanto tempo.
Già.
Non ci tornano più in quel giorno.
Agosto a Bari è bello: mai troppo caldo né freddo. Il mare scalda abbastanza da poterci entrare. Elisa fa il primo bagno a fine luglio, restando vicino alla riva, lacqua salata le pare così vera che ride a voce alta dentro le onde.
Michele la vede dal lungomare e fa finta di nulla; poi, quando arriva gocciolante, le dice: Il mare cura, ma a modo suo. Non promette mai cose in più.
È proprio questo il bello.
A fine agosto la torta di mele con cannella è la sua specialità. La fa una volta a settimana, la domenica. Michele dice che va a ruba. Lei ci si sente orgogliosa in modo semplice.
La prima domenica di agosto invita Davide in mansarda per un tè. Primo invito a casa. Arriva con un pacchetto: una cornice in legno restaurata, fine, antica.
Ti servirà, le dice.
Grazie. Lei la posa sulla mensola. Ci metterò una foto.
Quale?
Il mare, a marzo, quando era ancora grigio. Mi piaceva molto.
Il mare grigio?
Vero, lo corregge lei.
Lui guarda la cornice sulla mensola e annuisce.
È perfetta.
Si siedono al tavolo sotto la finestra. La torta tra loro, ancora calda. Fuori le fronde degli alberi si muovono al vento. Elisa versa il tè, laroma di mele e cannella si mescola con lodore della cornice.
Davide, dice piano Ti trovi stretto qui?
Lui guarda in giro.
No. Qui va bene. È la giusta misura.
Misura?
Sì. A certi serve spazio per respirare, ad altri basta un posto giusto.
Lei capisce che non parla solo della stanza.
Pensavo servisse tanto, dice Elisa. Appartamento grande, sicurezza, ordine. Invece mi basta questo. Indica la finestra, il lungomare dietro i tetti, il profumo del pane.
È molto, osserva lui.
Sì, molto.
Elisa taglia una fetta di torta. Lui assaggia.
Buonissima.
Michele ha detto di provare la cannella.
Zio Michele ha il suo perché.
Eccome.
Tacciono. Fuori un rumore di foglie o di un uccello. Il mare, quel giorno, forse è blu. Non si vede, ma lodore, leggermente salmastro, entra dalla finestra aperta.
Elisa, dice lui, ti dispiacerebbe se ogni tanto venissi qui? Così, senza motivo.
Lei lo guarda: non cè aspettativa, solo domanda sincera.
Non mi dispiace.
Bene.
Prende unaltra fetta di torta. Lei aggiunge tè.
Ho avuto paura, sai dice allimprovviso. Di Marco, di aprile, della scena al cancello.
Lui non chiede cosa. Ha capito.
E ora?
Lei guarda fuori. La betulla ondeggia. In lontananza il rimorchiatore fischia verso il largo.
Ora esita. Non so. Ma la torta è riuscita.
Lui non risponde. Annuisce solo.
Restano così, nel silenzio della mansarda, accompagnati dal tè e dalla torta di mele con cannella. E da qualche parte, oltre i tetti e la betulla, cè il mare: freddo, vero, che non promette niente ma resta, saldo.







