La piccola Mascia

Aspetta, Caterina, vieni qui che ti sistemo il velo! Anna si fermò di colpo allingresso del salotto e con gesti delicati rimise in ordine la pettinatura della figlia, aggiustando le forcine che sostenevano il leggero pizzo. Quante domeniche avevano passato a cercare proprio il velo giusto! Caterina sognava un velo simile a quello della mamma, e Anna rideva pensando che, se mai le avesse raccontato da dove fosse saltato fuori il suo, la figlia certo non ci avrebbe creduto.

Chiara era la migliore amica di Anna da sempre. Abitavano porta a porta, nate a un mese di distanza, e la sorte aveva deciso che dovevano essere inseparabili. Entrambe figlie uniche e senza un padre presente: il papà di Anna era sparito in cerca di fortuna, trovandosene unaltra, e Chiara aveva perso suo padre in una tragica notte di freddo, quando non era nemmeno riuscito a rincasare. Non ricordavano molto dei loro padri, e le madri, prese dalla fatica di tirarle su, non sempre avevano la forza per coccolarle come avrebbero voluto.

Le madri di Anna e Chiara lavoravano giorno e notte. Le bambine, invece, stavano sotto locchio attento di nonna Irma, lanziana bisnonna di Chiara. I momenti più felici dellanno erano quelli in cui, raffreddate insieme per lennesima volta, potevano starsene a casa invece di andare alla materna. La felicità era sedere sul divano una accanto allaltra, sorseggiando latte caldo e miele, ascoltando le fiabe che la nonna recitava come unattrice, con luncinetto che volava tra le mani, o il pizzo che prendeva forma con dita esperte. Anna era stregata dalla precisione con cui si muovevano quelle mani, da cui scaturiva una bellezza delicata che quasi faceva paura a toccarla. Accarezzava quel pizzo leggero appena con le dita, trattenendo il respiro.

Ti piace? sorrideva nonna Irma, strizzando gli occhi dietro le lenti.

Tantissimo!

Un giorno imparerai anche tu. Ti tornerà utile.

Avrebbe voluto insegnarglielo, ma fece appena in tempo a mostrare le basi. La sera andò a dormire come sempre, ma la mattina Chiara la trovò fredda, e la madre la portò dalla vicina. Anna e Chiara iniziavano allora la prima elementare. Niente più fiabe, niente più frittelle e latte, niente più pizzi né il calore semplice della felicità. Le madri, sempre di corsa, avevano ben altro a cui pensare: si trattava di sopravvivere, non di vivere. Nessuno viveva: lottavano tutti con la vita, barcamenandosi tra ciò che serviva e ciò che si trovava.

Di nonna Irma restavano i ricordi e i suoi lavori: copriletti, asciugamani, centrini, quei mille copricuscini da posare a piramide sul letto e coprire con un velo di pizzo, come si faceva in paese. E fu proprio uno di quei copricuscini a diventare il velo da sposa di Anna. Quello che aveva comprato per loccasione finì a terra proprio poco prima dell’arrivo dello sposo. La madre, goffa per la fretta, rovesciò sopra una tazza di tè.

E adesso? Cosa facciamo? Anna era in lacrime, ma Chiara corse a casa e tornò con una nuvola di pizzo che fino ad allora Anna non aveva notato, anche se conosceva a memoria tutti i capolavori della nonna.

Comè bello!

E ci credo! La nonna lo aveva messo nel mio corredo e mia madre lha trovato per caso, giorni fa. Guarda, è delle stesse dimensioni del tuo velo.

Chiara poggiò il velo sulla testa della sposa, fermandolo con delle forcine. Anna sospirò:

Madonna mia, che meraviglia! Grazie!

Asciugati gli occhi, su, che qui dobbiamo rifare il trucco!

Nessuno scoprì mai il segreto della vera. Gli ospiti rimasero incantati, esclamando che una sposa così bella non si era mai vista. Frase che però, detta tra noi, in Italia si dice a ogni matrimonio che si rispetti.

Sfogliando le foto del matrimonio, Caterina diceva sempre alla madre:

Da grande sarò splendida come te, con un velo così!

Sarai anche più bella, vedrai! sorrideva Anna baciandola.

Ma mamma, tu sei la più bella del mondo! Caterina si rifugiava tra le mani dolci della madre, aspirando quel profumo di vaniglia e lavanda che la faceva sentire a casa. I sacchettini di lavanda della mamma tra le lenzuola, il sapone di Marsiglia, quel sentore di fresco che non riusciva a trovare altrove: era il profumo unico delle mani di sua madre.

Il velo che adesso portava Caterina lavevano scovato in una piccola boutique, ormai stanche e rassegnate allidea di optare per qualcosa di più semplice.

Mamma Caterina restò senza fiato, quando la proprietaria, una certa Luisa, piccoletta e dalle mani guizzanti, dopo aver dato appena unocchiata alle foto, sorrise e prese una scatola dallo scaffale più alto.

Guarda che incanto, tesoro! Uguale al tuo, Anna!

Non sarà fatto a mano, ma è bellissimo! Luisa la squadrò attenta, e poi, quasi fosse una zingara col dono della predizione, aggiunse: Vedi che la vita è stata dura con te. Ma andrà tutto bene. Come ti chiami? Caterina? Ascolta bene: non fermarti davanti alle salite e ascolta solo cosa dice il tuo cuore! Agisci e non dubitare, che tutto il bene arriverà! Capito?

Caterina annuì, stringendo il velo. Quelle strane parole, tra tutte le cose, le sembravano straordinariamente naturali.

La mattina dopo, si svegliò sorridendo. Manca una settimana al matrimonio: mille cose da fare, ma che bello avere tutte queste cose da sbrigare. Oggi via alluniversità, lultimo passo prima della specializzazione. Si stiracchiò e saltò giù dal letto, gli occhi chiusi contro il sole di Napoli che inondava la camera, sfiorando appena labito da sposa appeso, stirato con premura dalla madre.

Fatta colazione, baciò la mamma ed uscì in fretta.

Non capisco! Mi sveglio in orario, calcolo tutto e sono sempre in ritardo!

Dopo dieci minuti di attesa al tram, sbuffò e decise di andare a piedi, passando per il ponte. Il piccolo fiume sotto, compagno dellinfanzia, era coperto di ghiaccio: ancora un mese e la primavera avrebbe finalmente tolto il freddo. Caterina, pure cresciuta ai piedi dellEtna (si sa che i siciliani sono freddolosi), rabbrividiva comunque nonostante tutto.

Camminando, occhi strizzati contro il vento, vide apparire allimprovviso qualcosa di scuro dallaltra parte del fiume. Poi ascoltò un strillo sottile:

Aiuto

Corse alle ringhiere. Nellacqua, proprio vicino alla riva dove il ghiaccio era sottile, si dimenava un ragazzino sui sette anni. Il ghiaccio cedeva sotto le mani. In un attimo Caterina era nellacqua, tirando per il cappuccio il bambino e spingendolo verso la riva. Lacqua le arrivava quasi al petto, mentre il bambino si ritrovava immerso del tutto.

Ma cosa ti è venuto in mente? lo spingeva su, mentre lui allimprovviso si torceva tra le braccia.

Salvalo! Che affoga!

Chi? Si girò Caterina e vide, tremante fra i ghiacci, un cucciolo.

Sei saltato dentro per lui? con una mano afferrò il cucciolo, con laltra il bambino, cercando di portarli a riva. Non era affatto facile: le forze venivano meno, non sentiva quasi più le gambe. Una mano calda la strinse al polso.

Vi pare il momento di tuffi?! Uno di quei napoletani coi baffi, robusto come una botte, li strappò fuori dallacqua, uno dopo laltro. Era già arrivata lambulanza, si sentivano sirene in lontananza. Caterina tirò il fiato e abbracciò il ragazzino.

Tutto bene? Ti fa male qualcosa?

Grazie! Solo freddo, sono tutto zuppo.

Anna si precipitò in ospedale appena seppe tutto, e calmò i nervi solo dopo che il medico confermò che la figlia non aveva nulla di serio. Passarono a salutare il piccolo, Filippo si chiamava, che dormiva tranquillo, e andarono a casa dove Caterina si infilò sotto una coperta calda, stringendo una tazza di latte caldo che la mamma le porse sorridendo.

Al matrimonio fu tutto un turbinio di risate e pianti, con Caterina raggiante e la madre che ormai non si conteneva più.

Anna, ma che chai da piangere ancora? Chiara era arrivata con la figlia. Ma goditela!

Gioisco! Sono lacrime di felicità, Chiara! Dimenticata di come hai pianto tu, quando tua Valentina si è sposata?

Dimenticato? Figurati! Chiara rideva, lanciando uno sguardo alla figlia, che aveva raggiunto il tavolo col pancione ben in vista.

Nonna, posso prendere un dolcetto? E un palloncino? Ci sono un sacco di bambini! Una bambina di quattro anni, con il cerchietto luccicante e unaria da furbetta saltellante, chiese ansiosa.

Maria! Non si fa così! Aspetta che siamo a tavola, dopo prendiamo i dolci. Vai a giocare con gli altri.

Un attimo, Chiara. Vieni qui, Mariella! Anna, accomodante, prese dalla ciotola una manciata di caramelle, riempiendo le manine della piccola. Ma non mangiarle tutte assieme, eh, che poi ti fa male lo stomaco.

Grazie! la piccoletta scappò a razzo, e Anna si voltò verso Chiara.

È la famosa figlia in affido di Valentina di cui mi scrivevi?

Proprio lei. Oh, Anna, quante ne abbiamo combinate. Ora chi ci aiuta a rimettere ordine, non lo so.

In che senso? Anna seguì lo sguardo della sua amica verso la bambina allegra che svolazzava per la sala, offrendo caramelle a chiunque passasse.

Anna, è tutto un pasticcio. Vieni, sediamoci: ti racconto.

Valentina, la figlia di Chiara, era più grande di Caterina di quasi cinque anni. Chiara si era sposata giovanissima, diventando una moglie attenta e una madre premurosa. Amava la sua bambina, la coccolava e la educava con fermezza, e Valentina era cresciuta bene: maturità col massimo, università a Roma, lavoro come interprete, matrimonio con Marco conosciuto in azienda. Tutto sembrava perfetto, se non fosse che ogni tentativo di diventare mamma si era trasformato in un dolore silenzioso. Dopo vari aborti, le lacrime e la stanchezza, il marito le propose una pausa. Se non era destino, pazienza. Valentina finse di accettare, ma in realtà coinvolse la madre in una via tutta italiana: visite a santuari, pellegrinaggi e preghiere.

Non so più a chi chiedere aiuto!

Nel silenzio di una chiesa del sud, dinnanzi alla Madonna Nera, una suora si avvicinò a Valentina. Chiara ascoltava da lontano; vide però gli occhi della figlia brillare allimprovviso.

Che è successo? Cosa ti ha detto?

Ha detto che se non arriva un figlio è una prova: bisogna accogliere un orfano, aprire il cuore, e poi chissà. Se Dio vuole, il bimbo arriverà. Se no, ne amerò uno adottivo.

Valentina, è una grossa responsabilità! Un bambino non è una bambola

Lo so, mamma. Non sono mica una bambina.

Chiara la strinse forte, mentre pensava che la figlia non avesse idea di quale tornado emotivo stesse per affrontare. Perché un bambino che non nasce da te è sempre un salto nel buio.

Ma Valentina non si lasciava scoraggiare. E così, nella loro famiglia, arrivò Mariella: occhi grandi come prugne, sei mesi di sorrisi che conquistarono lei e Marco subito. Nemmeno due settimane in orfanotrofio.

I genitori sono morti in un incidente, la nonna ha rifiutato il ritiro. È sana, bravissima. La lista di attesa è lunga. Decidete in fretta!

Valentina si voltò decisa verso il marito:

Si prende!

Mariella crebbe vivace, intelligente, bellissima. Valentina passeggiava fiera con la carrozzina, raccogliendo complimenti a palate e sentendosi finalmente compiuta.

Poi, il miracolo: lantica profezia della suora si avverò. Diversi anni dopo, Valentina rimase incinta. Felicità, ansie, tutto perfetto. Ma col tempo Chiara, e poi anche Marco, notarono che Valentina era infastidita dalla presenza della figlia maggiore, Mariella. Dolce, affettuosa, sempre bisognosa di attenzioni. Valentina, invece, cercava pace e silenzio, e la prima volta che le urlò contro, spaventando anche se stessa, capì che qualcosa non andava. Pian piano la distanza aumentò e, fra pianti e notti insonni, Valentina ammise alla madre di non riuscire a sopportare più la presenza di Mariella.

Mamma, lo sai che ho fatto tutto, ci ho provato in ogni modo ma ora non ce la faccio più! È più forte di me. Non è mia figlia

Valentina, calma! Non ti agitare! Chiara passava come una trottola per la cucina, cercando di tranquillizzarla. Poi, però, chiamò lambulanza: meglio prevenire che curare.

Fu una scelta saggia. Valentina rimase in ospedale per quasi due mesi e, uscita, si confrontò con marito e madre: se non poteva offrire amore, era meglio cercare una nuova famiglia per Mariella, ancora piccola. Marco, per il quale la salute di Valentina e del nascituro era tutto, acconsentì. Chiara scosse soltanto la testa: aveva paura di unaltra crisi.

E così, Anna Mariella è con noi ancora per poco. Abbiamo cominciato le pratiche.

Ma è terribile, Chiara Per lei, Valentina è mamma. È ingiusto.

Lo so, lo so, Anna. Anche io vorrei adottarla io, ma tra analisi e visite, aspetto un intervento che forse mi aiuta. Dicono che cè ancora una speranza, magari

Dici davvero? Che intervento?

Quello là Lo sanno tutte le donne dopo una certa età. Ma su di me non credo, quindi anche per Mariella temo di non riuscire a occuparmene.

Restarono ancora abbracciate a lungo, raccontandosi gli ultimi anni, senza accorgersi che il tempo era passato e che la festa era finita. Marco aveva già portato a casa la sua famiglia quando Caterina, stanca ma felice, si avvicinò.

Mamma, andiamo! Domattina presto abbiamo laereo, quindi non ci vedremo.

La abbracciò forte, poi Chiara, e corse dal marito che la attendeva allingresso.

Sembra davvero una principessa, tutta sua mamma! – Chiara si asciugò una lacrima ammirando la figlia dellamica. Comè volato il tempo, Anna, vero?

Troppo in fretta sospirò Anna.

Dopo due settimane, Caterina e il marito tornarono in città, abbronzati dalle spiagge pugliesi. La vita riprese il suo ritmo, e si ritrovarono subito risucchiati dalla routine.

Però, qualcosa in Caterina cambiò quasi subito. Una settimana dopo la vacanza era già dal medico e, nel giro di poco, il suo mondo si trasformò in un incubo. Operazioni su operazioni, una diagnosi difficile da accettare. La bionda Caterina, con la testa alta e il cuore a pezzi, piangeva sulle ginocchia della mamma.

Perché io, mamma? Perché proprio io?

Quel bagno gelido le era costato caro: non sarebbe mai diventata madre. Si chiuse nel suo dolore, allontanando il marito.

Trova unaltra, io non ti servo più!

Andò così, finché arrivò la suocera: passo traballante, due piani di scale con il bastone, piombò in casa, mandò a spasso il figlio, e si sedette accanto a Caterina.

Non chiamare sfortuna quello che non lo è. Lui ti ama davvero. Anche io vorrei diventare nonna, ma per lui tu sei tutto. E ricordati cosha avuto da piccolo? Chissà se potrà avere figli; ti ricordi che te lo dissi prima del matrimonio? E tu che rispondesti? Che era lui il tuo unico amore. Allora perché ora vuoi togliergli il diritto di scegliere?

E Caterina crollò, lasciandosi andare fra le braccia della suocera, che per la prima volta chiamò mamma.

Col tempo, ricominciarono a vivere. Caterina, accettato il proprio destino, si laureò in medicina e divenne cardiologa presso lospedale pediatrico regionale. Se non poteva essere madre, allora almeno avrebbe curato e protetto i bambini degli altri, restituendo loro un po di infanzia. E ci riusciva benissimo. I bambini ladoravano, le mamme la benedicevano, e lei continuava a studiare ogni sera, cercando qualsiasi occasione per migliorarsi, sapendo che da lei dipendevano le vite dei suoi piccoli pazienti.

Dottoressa Caterina, caso difficile! la giovane collega Vera lasciò una cartella sulla scrivania.

Racconta, Vera.

Una bambina di nove anni, dellorfanotrofio. Una storia complicata: adottata da neonata e poi restituita. Siamo il terzo ospedale che la vede, e tutti si arrendono.

Va bene. In quale stanza?

Nella sette.

Caterina percorse il corridoio, cercando di evitare domande e saluti: avrebbe avuto tempo dopo. In sette trovò una piccola tribù che giocava a carte ridendo. Una delle mamme capì al volo, radunò i bambini e li portò fuori.

La bambina era sdraiata, di schiena, con un dito che disegnava strani motivi sulla parete. Caterina avvicinò la sedia.

Ciao!

La bambina si irrigidì, poi si girò piano.

Sono la dottoressa Caterina, ti curo io. Amiche?

Mariella la voce roca come quella di chi ha pianto e urlato. Caterina, ovviamente, non poteva sapere.

Dimmi Mariella, ti fa male qualcosa?

Niente. Me lo chiedono tutti. Non so più cosa rispondere. Non mi fa male niente.

Caterina riconobbe al volo i segni di una salute precaria. I bambini dellorfanotrofio spesso avevano una forza sorprendente, tiravano avanti senza che nessuno potesse aiutarli, e dove un figlio di casa si sarebbe messo a piangere, quelli stringevano i denti e sopportavano tutto. Mariella però sembrava una vecchina in miniatura: quando Caterina la guardò negli occhi, trasalì per tutta la sofferenza che traspariva da quel visino.

Mariella, facciamo un patto? Io vorrei tanto che tu fossi felice e in salute. Se mi permetti di aiutarti, insieme ce la possiamo fare.

Ho capito. Ma io sono già sana. Felicità non so nemmeno cosa sia. Esiste davvero?

La felicità? Ma certo! Davvero non ci credi?

So che non esiste. Mariella fissò il soffitto. Devo alzarmi?

No, resta pure. Ti visito così.

Caterina si chinò e si bloccò: da dove veniva quel profumo, così buono, pulito, come quello della mamma? Annusò istintivamente: veniva proprio da Mariella. Che strano Fece le visite, poi la accarezzò piano sui capelli. La bimba si irrigidì subito, scansando la testa. Come poteva sapere Caterina che era proprio quella bambina che, anni prima al matrimonio, aveva insistito perché la sposa mangiasse la caramella più buona?

Cosa scattò in Caterina per quella bimba spezzata, non lo seppe spiegare. Era un desiderio profondo, struggente di proteggerla. Così, quando la madre le chiese spiegazioni, non seppe dire altro che:

Mamma, lei è mia

E allora cosa aspetti! Anna la abbracciò stretta. Ti ricordi cosa ti disse Luisa? Agisci!

Luisa, divenuta fedele amica di Anna proprio restituendo il vestito da sposa di Caterina, la invitò per un caffè e rimasero a parlare per tutto il pomeriggio.

Caterina scoprì la storia di Mariella solo quando avviò le pratiche dellaffido. Chiamò la madre:

Mamma, capisco che Chiara sia tua amica, ma né Valentina né suo marito voglio più vederli. E se ci saranno feste o ricorrenze, evitale pure, senza pensieri.

Anna non obiettò. Chiara, tra ricoveri e visite, non ne aveva più la forza. Valentina si offese parecchio quando Anna rifiutò linvito al compleanno del suo bimbo.

Meglio così! Anna lasciò il telefono, scrollando le spalle.

Gli anni a seguire non furono facili per nessuno.

Mariella era una distesa di paure e diffidenza. Caterina, ogni tanto, si abbandonava allo sconforto: la bambina desiderava affetto, ma aveva panico a lasciarsi andare. Era un tira e molla di passi avanti e indietro: a ogni crisi, Caterina correva da Luisa, che con la tazza di caffè e il rito del fondo rispondeva sicura:

Ce la farai, fidati! Devi solo crederci.

E Caterina ci credeva con una forza feroce.

Quando Mariella, a quindici anni, vide per la prima volta il mare al tramonto quel mare di Gaeta che sognava sin da piccola si mise a ridere come una bambina e si voltò di scatto verso Caterina:

Mamma, mamma! Guarda il mare! È ancora più bello di come lo immaginavo!

Caterina, sentendo finalmente quel mamma, scoppiò in un pianto incontenibile. Passanti e turisti si voltavano stupiti, qualcuno offrì una bottiglietta dacqua, altri restarono perplessi davanti a quella scena: una donna che stringe forte la sua ragazza, più alta di lei, la ricopre di baci borbottando fra le lacrime:

Sei mia, amore mio, sei la mia famigliaEra un momento minuscolo e infinito allo stesso tempo, un respiro che attraversava generazioni. Sulla spiaggia, il vento le arruffava i capelli, e Mariella, ancora incredula del proprio coraggio, prese la mano di Caterina con una forza nuova.

Alle loro spalle, Anna e Chiara osservavano in silenzio, abbracciate come da bambine, sentendo le ossa un po’ acciaccate ma il cuore vivo. Il tramonto versava sullacqua riflessi arancio e ametista, e ogni molecola daria sapeva di lavanda, di pizzo, di nuovi inizi.

Mariella chiuse gli occhi, lasciando che la schiuma del mare le bagnasse i piedi. Sapeva che la felicità esisteva davvero, fragile, incerta, da difendere e conquistare ogni giorno. La sentiva palpitare nellabbraccio caldo di Caterina, nelle risate allimprovviso, nella mano stretta della nonna, nei dolci di uninfanzia lontana eppure mai persa del tutto.

Forse la felicità, pensò Caterina, era proprio questo: tramandarsi lamore, senza aspettarsi perfezione, sbagliando e ricominciando, come intrecciare il pizzo minuto che la nonna Irma tesseva senza che nessuno se ne accorgesse.

Sulla spiaggia, tra spruzzi di sale e promesse di futuro, Mariella si voltò ancora una volta verso la sua mamma, stringendo più forte la sua mano.

Mamma, posso tenere un po di mare nelle tasche, quando torniamo a casa?

Caterina rise, baciandole la fronte. Il mare è dentro di te, amore mio. E non se ne va più.

Ridevano entrambe, mentre le onde cancellavano le orme della paura.

Dietro di loro, Anna allungò una mano a Chiara:

Ti ricordi, Chiara? Un giorno imparerai anche tu. Ti tornerà utile

Chiara sorrise commossa. Il filo della loro storia non si era mai spezzato davvero, nemmeno quando la vita sembrava aver cucito troppi buchi. Aveva solo cambiato trama, lasciando liberi, sotto la superficie, piccoli motivi di speranza.

Così, in quel giorno limpido di fine estate, si chiusero antiche ferite e si aprirono nuove strade: generazioni di donne che avevano lottato, amato, rinunciato e custodito, ora camminavano unite, finalmente leggere. Il bene, quello vero, aveva impiegato una vita a volteggiare tra le dita, ma adesso, come un velo sottile e lucente, era lì e nessuna tempesta avrebbe più saputo strapparlo via.

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