Il matrimonio non si farà

Non ci sarà nessun matrimonio

Silvia entrò nella stanza e per un battito di ciglia rimase immobile sulla soglia. Davanti a lei, in abito da sposa, c’era Martina: radiosa, letteralmente sussurrata dalla luce. Il vestito le scivolava addosso come la schiuma del mare, abbracciando la sua figura con delicatezza, e nei suoi occhi danzava una felicità lieve, quasi irreale. Silvia non seppe trattenere lentusiasmo:

Madonna mia, sembri una regina! esclamò, con lo sguardo magnetizzato sulla sua amica. Sono felice per te, davvero! Finalmente hai tagliato il passato e puoi amare di nuovo, dimenticando Matteo! Sei incredibile!

Martina rabbrividì appena, la sua espressione si sciolse. Agitata, cominciò a sganciare i bottoncini a lato del vestito, senza incrociare lo sguardo di Silvia.

Meglio che lo tolga, borbottò rapida, lasciando scivolare il tessuto come pioggia bianca dalle ginocchia. Alla festa manca solo una quindicina di giorni. Se succedesse qualcosa al vestito, non troverei mai più uno simile.

Silvia si morse le labbra. Subito intuì di aver detto troppo, che non avrebbe dovuto nominare Matteo. Dopo tutto quello che Martina aveva passato, evocare il vecchio nome era come soffiare sul vetro incrinato della sua quiete. Matteo non meritava una sola lacrima! Nemmeno dopo aver lasciato Martina in frantumi!

Una volta, Martina era certa che lui fosse lunico, davvero. Credeva che il loro amore sarebbe durato tutta la vita. Ma piano piano, tutto era scivolato via. Lui aveva iniziato a prendere le distanze, a trovare scuse, poi a criticarla: le scelte, le amicizie, i sogni. Laveva convinta a lasciare un lavoro promettente, a rifiutare una borsa di studio allestero, poi aveva insistito che cambiasse completamente mestiere.

La famiglia di Martina non la capiva più. La guardavano svanire, giorno dopo giorno. Le conversazioni finivano in litigate accese: Matteo aveva convinto Martina che nessuno lo accettasse e che tutti volevano smantellare la loro “storia perfetta”. Così i ponti con i genitori si spezzarono e Martina quasi non li vedeva più.

Poi, allimprovviso, Matteo sparì. Come foschia che scompare allalba, senza una parola, senza nemmeno una lettera. Lasciò dietro di sé solo un vuoto insopportabile e un bambino che Martina scelse di tenere contro tutto e tutti.

Ora, vedendo la sua amica che nascondeva il vestito tra le pieghe del letto, Silvia provò un senso acuto di colpa. Voleva solo vederla felice, e invece aveva scalfito una cicatrice ancora aperta…

Il piccolo Matteo aveva ormai quattro anni. Un tornado di curiosità con occhi profondi come il cielo di Napoli. Si fermava a osservare i gabbiani, chiedeva perché il mare è blu, doverano dirette le nuvole, sgranava gli occhi nei vicoli cercando insetti come fossero tesori. Le maestre allasilo dicevano che apprendeva in fretta, che imparava canzoncine in un baleno, che amava le storie lunghe della buonanotte.

Trascorreva quasi tutto il tempo con i nonni i genitori di Martina che riversavano su di lui attenzioni e progetti. Avevano scelto lasilo con linglese, lo portavano in piscina, lo avevano iscritto a danza. Martina lo vedeva solo qualche ora alla settimana, abbandonando sempre la casa prima che il tempo si stendesse troppo fra le dita.

La ragione era una spina nel cuore. Matteo assomigliava in modo sconvolgente a suo padre: stessi capelli neri e ricci, identici occhi taglienti, lo stesso sorriso sornione. Ogni volta che Martina lo prendeva in braccio, precipitava in un déjà-vu nei suoi anni con Matteo. Lo amava sopra ogni cosa, era felice dei suoi sorrisi, delle sue scoperte, ma il dolore si annidava dietro ogni gesto. Appena incrociava quello sguardo, le lacrime riaffioravano. Si voltava di scatto, fingeva di cercare qualcosa nella borsa, e poi piangeva silenziosa, mentre Matteo giocava ignaro.

Una sera, Martina andò a prendere Matteo a casa dei suoi. Il piccolo era seduto sul tappeto e cercava di completare un puzzle con aria serissima. Appena vide la madre, corse da lei tutto eccitato.

Mamma, guarda! la tirò verso il suo capolavoro. Ho quasi finito. Qui cè una casa, qui un albero, e qui qui ci sarà un cane!

Martina si inginocchiò, cercando di sorridere.

È bellissimo, gli disse, carezzandogli la testa. Sei bravissimo, sei stato attento.

Matteo la studiò a lungo, poi sollevò il capo:

Mamma, dovè il mio papà? Tutti allasilo hanno un papà, solo io no…

Martina si immobilizzò. Sentì lo stomaco chiudersi. Cercò di usare una voce tranquilla:

Non lo so, tesoro. Papà è lontano, ora. Ma pensa a te, ti vuole bene.

E perché non chiama mai? chiese Matteo, aggrottando la fronte. Vorrei dirgli che so allacciarmi le scarpe da solo!

È solo molto impegnato, balbettò Martina, sentendo il nodo alla gola stringersi. Ma sono sicura che è fierissimo di te.

Il piccolo sembrò pensarci, poi acconsentì con la testa. Si rimise a pescare tessere nel puzzle.

Allora finisco questa casa, così lui vedrà che sono intelligente!

Martina rimase accanto a lui in silenzio, accarezzando i suoi ricci mentre le lacrime silenziose le scendevano. Avrebbe voluto cercare altre parole, spiegare, ma restò muta, a cullare quel momento fragile: il figlio felice, fiducioso, con domande che non avrebbero mai avuto risposte.

Anche ora, Martina non smetteva di pensare a Matteo, il padre. Nel fondo del cuore continuava a cercare una scusa per lui. Forse era successo qualcosa di terribile? Forse era in pericolo e non poteva contattarla? Quelle ipotesi la aiutavano a non annegare nella disperazione.

I suoi cari avevano provato a parlarle. Sua madre lo faceva con delicatezza: “Non guardarti più indietro, pensa a tuo figlio”. Gli amici erano più diretti: “È andato via. Devi affrontare la realtà!”. Ma Martina difendeva ancora il ricordo: raccontava di quanto fossero stati felici, delle promesse due volte sussurrate. Alla fine, restava chiusa in se stessa, gli altri si fermavano delusi.

Eppure, Martina non era rimasta inerte. Navigava sui social, chiamava vecchie conoscenze, chiedeva aiuto in gruppi di quartiere. Sempre a vuoto. Ma non riusciva o forse non voleva rassegnarsi allidea che lui fosse semplicemente sparito di sua volontà.

Poi, dopo cinque anni lunghi come lattesa del treno che si ferma sempre a una stazione prima, entrò nella sua vita qualcuno capace di scaldarle di nuovo il cuore. Per caso, durante una cena di compleanno. Marco era subito diverso. Aveva qualcosa di solidale, di terreno. Non le chiedeva di sorridere a comando, di rispondere sempre allegra: bastava un suo “andiamo a casa” se lei si mostrava stanca. Se aveva bisogno di silenzio, lui restava solo a tenerle la mano. Marco era serio, equilibrato, sincero e profondamente innamorato.

Le sue attenzioni erano piccole carezze quotidiane: chiedeva quale caffè preferisse, ricordava i nomi dei colleghi, risolveva le noie domestiche senza far rumore. Si sarebbero potute scrivere serenate con tutte quelle delicatezze.

Ma quello che commosse davvero Martina fu come Marco seppe parlare con Matteo. Alla prima visita, il bimbo si aggrappava alla mano della madre, diffidente. Marco allora si mise in ginocchio, allaltezza del piccolo: Quali cartoni guardi?. Dopo mezz’ora, costruivano insieme una torre di costruzioni e Matteo mostrava i suoi giocattoli, ridendo.

Col tempo, Marco divenne parte fissa della casa dei nonni. Accompagnava Matteo al parco, gli insegnava ad andare in bici, gli leggeva le fiabe. Una volta, mentre li sorprese a disegnare insieme, Marco le disse piano: Vorrei diventare davvero suo papà. Se vuoi, sono disposto ad adottarlo.

Silvia osservava felice il cambiamento di Martina: nei suoi occhi cera di nuovo una luce vera, il sorriso era tornato autentico. Ma proprio oggi, Silvia aveva commesso una gaffe tirando fuori il nome di Matteo-padre, e ora si rodeva dalla paura di aver rovinato tutto.

Eppure Martina fu inattesa, quasi sospesa come laria prima della tempesta.

Sono cresciuta, disse con un sorriso dolce, sistemando labito sulla coperta. So che quello che sentivo per Matteo ormai appartiene al passato. A volte mi dispiace persino di aver dato al bambino il suo stesso nome. Sciocca, orgogliosa come avete fatto a sopportarmi?

Silvia la consolò con una carezza.

Hai intenzione di portare via Matteo dai nonni?

Sì, rispose Martina, divenendo subito seria. Marco lo desidera. Ha proposto anche di cambiare nome a Matteo, per aiutarmi a dimenticare. Dovrò comunque rifare il certificato dopo ladozione.

Guardava fuori dalla finestra, dove la pioggia scivolava lenta.

Prima mi sembrava impossibile vivere questo bambino senza soffrire. Invece era un errore. Lui è solo il mio bambino, e merita una famiglia intera, con due genitori che lo amino! I nonni sono speciali, ma non sono mamma e papà. Marco lo ha capito. Lo ama già come figlio suo dovrebbe vedere come lo guarda!

Ottima idea! si animò Silvia. Puoi lasciare che sia il piccolo a scegliere il nome che più gli piace.

Vedrò. Ho tempo per pensarci.

La verità però era unaltra. Martina ancora amava Matteo, e lamore non si era mai spento davvero. Ma quellamore non aveva portato che sofferenza. I genitori ormai le concedevano il figlio poche volte: temevano che Martina si lasciasse prendere dal pianto, spaventando il piccolo. Gli amici la evitavano e quasi la giudicavano pazza alle sue spalle. Sì, il passato era una zavorra, e il presente chiedeva tutta la sua attenzione.

Ma era così difficile lasciarsi tutto dietro!

Marco era un uomo buono, ma… non era Matteo. A lui non legava lo stesso trasporto, quasi usasse la sua dedizione come una coperta in prestito.

Se Matteo fosse tornato… avrebbe dato tutto per ricominciare.

***************************

Niente matrimonio! esclamò Martina, quasi danzando nella stanza. È finita! Come navi in tempesta, ci separiamo!

Marco la guardava incredulo, cercando di afferrare le sue parole. Era rimasta una settimana alle nozze: tutto pronto, fiorai, invitati, tavoli disposti e menù scelti. E ora tutto svanisce?

Che significa, scusa? mormorò Marco, lanciandole uno sguardo sbalordito. Martina, cosè successo? Spiegami!

Ma Martina era già nel vortice. Correndo per la casa, buttava oggetti nel trolley. Aveva sugli occhi una luce intensa, lucida, inaspettata.

È tornato Matteo! esplose senza voltarsi. E la sua voce era piena di una gioia così brutale da mozzargli il fiato. È arrivato ieri, abbiamo parlato… Non potevo crederci!

Si fermò, fissandolo con due occhi che non conoscevano rimpianti, solo entusiasmo.

Ti ringrazio per questi mesi, continuò in tono più dolce, con te ero serena, mi sentivo accolta. Sei una persona splendida, Marco. Ma non ti ho mai amato davvero. Ora che ho una nuova possibilità, non posso lasciarmela scappare.

Marco sentì gelarsi il petto. Ancora Matteo, sempre lui. Quel Matteo di cui Martina parlava con venerazione, lasciando Marco sempre più ai margini, sperando che la routine, la vita nuova, scalzasse quei sentimenti.

Ci hai già parlato? chiese con voce fioca. Cosa ti ha detto questa volta?

Niente scuse, rispose seccamente Martina. Mi ha detto che ha capito di aver sbagliato tutto. Che non ha fatto altro che pensare a me!

Ricomincia a sistemare nervosa le sue cose, Marco sentiva il mondo sbiadire.

Abbiamo parlato per telefono, continuò Martina, buttando alla rinfusa oggetti nella borsa. I suoi genitori lo hanno obbligato a studiare a Parigi, senza che potesse avvertirmi. Capisci? È da sempre che pensa solo a me. Ora sistemeremo tutto finalmente saremo felici per sempre!

Martina ricordava ancora quella voce, quella telefonata tanto attesa. La voce di Matteo, spezzettata e tremante:

Martina, sembra una follia, lo so. I miei mi hanno incastrato. O luniversità a Parigi o mi tagliano fuori. Ho provato, davvero… mi hanno bloccato i conti, niente telefono!

E una telefonata? la sua voce tremava dal dolore.

Come potevo? Che avrei detto? Che sono stato debole?

Quel calore che le aveva inondato il cuore al telefono le rimase attaccato addosso, ora che guardava Marco.

Si voltò solo allora, vedendo il suo volto pallido come una statua.

Non preoccuparti, aggiunse, senza il minimo dubbio. Ho già comunicato a tutti l’annullamento. Ho avvisato parenti e amici. Capiranno tutti. Avrai chi ti consola, tu sei forte.

Tirò il trolley vicino a sé, sistemando il manico come fosse lunica cosa che contasse. Poi fissò Marco negli occhi, senza scampo.

E per favore, non scrivermi e non lasciarmi messaggi inutili. Ho deciso, e non torno indietro. Mai!

Raccolse la valigia, oscillando appena sotto il peso, poi si raddrizzò e andò verso la porta, temendo che bastasse indugiare un istante per vacillare.

Marco restò in piedi in mezzo alla stanza, sentendo il cuore ridursi come sale sotto il sole. Avrebbe voluto urlare, chiedere ancora spiegazioni, ma si trattenne. Non volle mostrarsi sconfitto.

E se ti stessi sbagliando? disse, calmo solo in apparenza.

Martina si fermò, una mano sulla maniglia, ma non si voltò.

E se lui non volesse tornare con te? E se non volesse riconoscere Matteo? O magari ha già unaltra vita?

Martina si girò di scatto, gli occhi ardenti. Si lanciò in avanti:

Vuole solo parlare con me! Tanto basta! Non dire male di lui Matteo è diverso!

Si morse le labbra e tirò la valigia verso luscita.

Potresti almeno aiutarmi, mormorò, penando sotto il peso del bagaglio.

Marco avvicinò distinto, ma si arrestò. Perché avrebbe dovuto? Vide chiaramente: nella testa di lei, in quellistante, esisteva solo Matteo. Nei suoi occhi galleggiava leuforia di una nuova vita già pronta a iniziare.

Ma la realtà era unaltra. Matteo, invitando lei a una chiacchierata seria, non voleva riprenderla con sé. Voleva solo chiudere lultimo capitolo, senza promesse, senza futuro insieme. Perché aveva già unaltra vita.

Martina, invece, era obnubilata dalle proprie illusioni. Laveva aspettato così tanto da credere a tutto, pur di non restare delusa di nuovo.

Barcollando caricò la valigia fino alluscita, appoggiò una mano sulla maniglia, forse per dire qualcosa. Ma ci ripensò e scomparve dietro la porta.

Marco rimase solo con leco delle sue parole: Matteo non è come gli altri!

Sprofondò su una sedia, esausto. Tutto era finito in pochi minuti, e ora restava solo il silenzio.

***************************

Matteo aprì la porta, accigliato per quella visita inattesa. Fuori, Martina, con due valigie e tutta la felicità del mondo misteriosamente intatta. Si paralizzò, incapace di parlare. Lunica cosa che pensava era: Come può essersi inventata tutto questo?

Lui era certo che tutto fosse già alle spalle. Quando aveva saputo che Martina si era fidanzata con Marco, finalmente aveva tirato un sospiro di sollievo. Poteva tornare nella sua città sul mare, vivere con sua moglie senza più timori di telefonate, pianti, rimorsi. Nel segreto del cuore, aveva persino ringraziato Martina: ora era libero.

Sì, laveva ricontattata perché sentiva di doverle una chiusura, ma era solo per correttezza!

Invece ora si trovava davanti quella donna, con i bagagli pronti. Matteo arretrò, spaesato.

Matteo! gridò Martina con gioia. Ho preso la mia decisione. Sono qui, finalmente staremo insieme!

La sua voce era così sicura che per un attimo la realtà sembrò sciogliersi. Martina fece un passo avanti, lui la bloccò con un gesto.

Martina, aspetta disse piano. Forse le cose non stanno come credi.

Il sorriso di lei si dissolse.

Cosa vuoi dire? Avevamo un appuntamento!

Matteo sospirò.

Sono sposato, Martina. Da due anni. Con mia moglie sono felice.

Lei si bloccò, sgranando gli occhi come in un incubo. Poi il volto le si contorse tra rabbia e paura.

Cosa dici? Non è possibile Hai detto che era cambiato tutto!

Ho voluto dirtelo di persona, rispose Matteo quasi sottovoce. Ognuno ora ha la propria vita. Tu… hai frainteso.

Martina arretrò, le mani tremanti. Tentò di ricomporsi, ma le emozioni erano troppo forti.

Mi hai mentito! urlò, tremando dalla rabbia. Ho lasciato tutto per te!

Matteo sentì la rabbia crescere dentro. Non voleva scene, ma Martina insisteva, pretendeva spiegazioni, metteva al centro la sua delusione.

Io non ti ho promesso niente, disse, freddo. Sei stata tu a credere che dovessimo tornare insieme. Io volevo solo chiudere dignitosamente.

Martina gridò, lanciò una valigia contro il muro, i vestiti rotolarono nellatrio. Ma aveva occhi solo per la ferita che le pulsava in petto. Urlava sempre più forte, finché Matteo fu costretto ad accompagnarla fuori. Chiuse la porta dietro di lei, sperando fosse tutto finito. Ma Martina batteva ancora i pugni, chiamava il suo nome; i vicini uscivano dai pianerottoli, sbuffando e sussurrando insulti.

Dopo unora interminabile, minacce di chiamare i carabinieri, Martina cedette. Guardò la porta di Matteo, le guance fradice:

Tornerò! gridò col pianto in gola. Ti pentirai di questo!

Matteo sprofondò sul divano. Era solo linizio, lo sapeva: Martina era testarda e non avrebbe mollato tanto presto.

Afferrò il telefono, cercando annunci immobiliari.

Devo vendere la casa e sparire il più lontano possibile da tutto questo.

*********************

Martina camminava nella pioggia, cieca al mondo. Solo lacrime, pensieri confusi, il cuore svuotato come le fontane destate. Non riusciva ancora a capire cosa fosse successo. Pensava che Matteo lavrebbe accolta, avrebbe gridato di averla aspettata, che finalmente sarebbero stati insieme. Invece la realtà laveva spezzata senza pietà.

Vagò per la città, solo i passi a scegliere la strada. Quando la mente si svegliò, si ritrovò davanti al portone di Marco. Si asciugò gli occhi, ricompose i capelli. Prese fiato, salì le scale e schiacciò il campanello.

Marco aprì tardi. Quando apparve, aveva il volto duro, distante. Rimase lì, fermo sulla soglia.

Marco, ti prego, sussurrò Martina tra le lacrime. So di aver sbagliato. Ho fatto una cosa stupida e crudele. Ma… voglio rimediare.

Restò in cerca di parole. Gli occhi ancora lucidi.

Non parlerò mai più di Matteo, continuò, guardandolo fisso negli occhi. Lo giuro. È stato solo un errore. Ora so che solo con te posso essere felice. Ti prego, dammi una possibilità.

La voce era sincera, quasi disperata. Credeva davvero in quelle parole, come se bastasse il perdono di Marco per cancellare tutto.

Lui scosse appena il capo, deciso.

Martina, disse con dolcezza, tu la scelta lhai già fatta. Stamattina eri qui con le valigie a dire che ti lasciavi tutto alle spalle.

Ma… mi sbagliavo! singhiozzò Martina. Ero fuori di me! Io…

Marco sospirò. Ma aveva deciso: non voleva più lasciarsi ingannare.

Tu sei andata via. Hai scelto, io ho accettato. Ora che il tuo sogno è crollato, vuoi tornare indietro?

Sì! gridò Martina. Perché amo te! Solo te!

Marco la fissò per qualche istante in silenzio, poi sorrise stancamente.

Non credo più alle tue parole. Addio.

Martina sentì che dentro tutto si sgretolava. Negli occhi di lui non cera odio né rabbia: solo una serena, irrevocabile distanza.

Ti prego bisbigliò infranta.

Scusami, disse Marco. Ma è meglio così, per tutti e due.

Chiuse la porta. Martina restò sulle scale. Si accasciò sul gradino, le mani sul viso, singhiozzando in un pianto senza più orgoglio né risentimento. Aveva perso tutto: Matteo, Marco, e ora la sua anima non sapeva dove andare.

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