L’anello che è arrivato in ritardo

Lanello arrivato tardi

Sei venuto per niente, Nicola. I posti ormai sono occupati.

Stava sulla soglia, e non si spostava. Non per durezza danimo. Ma la porta era stretta, e lei la occupava con la sua presenza: una verità semplice, che Nicola solo allora iniziava a intuire.

Era arrivato con i fiori. Crisantemi bianchi, una quindicina, avvolti in carta kraft presa al fioraio davanti alla metro Porta Romana. La fioraia aveva chiesto: «È per unoccasione?» E lui: «Una conversazione importante». Lei aveva annuito, aggiungendo un rametto di eucalipto in omaggio. Allora Nicola aveva preso questo piccolo gesto come un buon segno.

Ora si trovava sul pianerottolo al terzo piano, stringendo i crisantemi, e fissava Valeria. Indossava una vestaglia casalinga, blu, stampata a piccoli fiorellini bianchi, i capelli raccolti alla meglio. Di certo non si aspettava visite. O forse sì, ma non da lui.

Posso entrare? Anche solo per parlare.

Di che dovremmo parlare, Nicola.

Non era una domanda. Era una sentenza definitiva, stanca come una persiana chiusa a novembre.

Dallinterno arrivava laroma di torte salate. Non semplice odore di forno, ma quellesatto profumo che aveva avvolto Nicola fin dal primo incontro con Valeria. Le faceva di cavolo e uova, e ogni volta quellaria significava calore, casa, attesa. Si era talmente abituato a quel rituale, che ne aveva fatto quasi un riflesso: torta casa in ordine lei mi aspetta.

Ma oggi non era lui latteso.

Nella penombra oltre Valeria filtrava una luce gialla e tiepida. Dalla cucina un uomo chiese:

Vale, il timer dei rustici lo metto a cinque o a dieci?

Lei voltò appena il capo:

Dieci minuti, Sergio.

Sergio. Un Sergio qualsiasi in cucina, che chiede dei rustici. I fiori nelle mani di Nicola parvero gelarsi.

Non ricordò come scese. Rammentava solo di aver lasciato lascensore, scendendo a piedi: trentasei scalini, tre rampe da dodici. Fuori, due gradi e pioggerella quasi invisibile. Sedette in macchina, depositò i fiori sul sedile posteriore, restando a fissare il parabrezza sulle cui gocce scivolava la città.

Dal cappotto tirò fuori il piccolo astuccio di velluto blu. Lo aprì. Lanello brillava sobrio sotto il lampione: oro, un diamantino. Non era economico. Caveva pensato a lungo, unora intera in gioielleria a provarne, consigliarsi.

Scattò la scatolina, rimise in tasca.

Dieci anni fa aveva conosciuto quella donna. Lei aveva quarantaquattro, lui quarantacinque anni. Unamicizia comune, una cena aziendale dove un collega lo aveva trascinato per forza. Valeria faceva la contabile, ancora sposata ma già in uscita da quel matrimonio: il marito beveva, non tanto, ma sempre, e lei ormai da otto anni si tirava dietro quel peso. Nicola la notò vicino alla finestra, sorseggiava vino bianco guardando fuori, con addosso qualcosa dinspiegabile: non pura bellezza, benché fosse bella, né solo stile. Era una dignità interna tranquilla, silenziosa.

Si avvicinò. Parlarono per due ore, mentre intorno si festeggiava. Lei rideva piano, coprendosi la bocca con la mano, abitudine dai tempi in cui si vergognava dei denti. Erano perfetti: glielo disse, lei arrossì.

Un semestre dopo era già divorziata. Un anno dopo stavano insieme, o qualcosa di simile.

Nicola era libero da tempo: un divorzio, un figlio grande altrove, casa, macchina, lavoro stabile come ingegnere edile. Niente a cui rinunciare. Le serate da Valeria erano divenute la sua dolce abitudine. Andava quando voleva, lei sempre felice. Ripartiva e mai una protesta.

Una volta, dopo tre anni, lei chiese sommessa:

Nicola, ma noi stiamo andando verso qualcosa?

Lui fu sorpreso come da una domanda fuori contesto in una giornata calma. Sospirò, rispose sfuggente: «Stiamo insieme». E così lei fece finta di accontentarsi. O forse si convinse di capirlo.

Mai una scenata. Mai pianti. Niente richieste. Anche quando sparì due settimane a pesca senza telefonare, lei lo accolse con calma, domandando della pesca. Lui pensò: Che donna doro, senza isterismi, senza pretese.

Solo ora, fermo nella macchina col parabrezza appannato, capiva che la sua pacatezza non era rassegnazione. Era la pazienza di chi osserva, valuta, accumula. Senza fretta: a cinquantanni la vita già ti ha mostrato tutto.

Accese una sigaretta. Aveva smesso da anni, ma ne trovò tre in una vecchia scatola nel cruscotto. Guardava la finestra illuminata del terzo piano, il caldo giallo dietro i tendaggi.

La mattina dopo la chiamò.

Dobbiamo parlare.

Hai già detto tutto, in dieci anni. Io ho detto tutto ieri.

Vale. Aspetta. Non sono venuto a caso. Avevo un anello. Volevo chiederti di sposarmi.

Una pausa. Lunga. Sembrava fosse caduta la linea.

Mi senti?

Sì. Bravo, Nicola, davvero. Ma ormai non serve più.

Cosa vuol dire? Ero serio. Ho comprato lanello. Ho riflettuto.

Lo so che sei serio. Proprio questo il punto.

Riattaccò. Non con rabbia, semplicemente congedandolo.

Richiamò. Nullaltro. Le scrisse: «Vale, vediamoci, solo una volta, parliamo». Rispose dopo due ore: «No, Nicola. Non ora». Quel non ora lui linterpretò come più tardi. Sbagliava.

Alla gioielleria gli dissero che lanello poteva restituirlo entro quattordici giorni. Non lo restituì. La scatola andò nel cassetto. Ogni tanto la apriva, senza saperne il motivo. Forse per assicurarsi che fosse vero.

Passò una settimana. Le mandò dei fiori sul lavoro, un grande mazzo con un biglietto: Perdona. Cè ancora qualcosa di nostro. Lei li accettò, ma non chiamò. Unamica comune poi riferì: Li ha messi in vaso, ma sembrava tranquilla.

Quella tranquillità lo sorbiva. Era abituato a unaltra Valeria: quella che arrossiva alle sue visite, che faceva il suo risotto preferito senza bisogno che lui lo chiedesse, che una volta aveva attraversato tutta Milano in tram per portargli le medicine quando aveva linfluenza. Quella Valeria non avrebbe mai chiuso la porta così, restando ferma, parlando decisa. Che le era successo? O forse era una parte nuova di lei, chiusa dentro, in attesa che lui facesse davvero qualcosa.

E lui allora ci provò.

Dopo tre settimane, lattese al portone. Lei rientrava stanca con la spesa, piegata un po dal peso. Nicola corse ad aiutarla, lei cercava di sottrarsi.

Ridammi i sacchetti, per favore.

Dai, te li porto io, pesano.

Rendili, Nicola.

Glieli restituì, guardando mentre da sola se li trascinava fino allascensore. E disse sottovoce:

Mi manchi. Mi senti? Mi manchi davvero.

Lei si fermò davanti allascensore. Senza voltarsi:

Per dieci anni ho ascoltato il tuo non-mancarmi. Vai a casa.

Lascensore si aprì, lei entrò, le porte si chiusero.

Nicola rimase nellandrone gelido, a rimuginare: che fosse crudele, che se la volesse prendere, che non capisse che era cambiato, che era pronto. Non comprendeva: non era vendetta. Era aritmetica. Un semplice bilancio che lei aveva ricapitolato nella sua mente a tempo debito.

Era cresciuto in una famiglia normale a Parma. Madre maestra, padre operaio. Insieme da quarantanni: la madre sopportava, il padre faceva come meglio credeva e la famiglia reggeva. Non giudicava il padre: così funzionava per tutti, anche per gli zii, i vicini.

La prima moglie, Giulia, aveva divorziato proprio perché, a differenza della madre, non stava ad aspettare. Lei voleva presenza, tempo, dialogo. Nicola si infastidiva. Litigavano. Alla fine lei disse: Basta, mi sento sola dentro il matrimonio. Se ne andò. Il figlio Marco era ancora piccolo, cinque anni. Bruciava ancora, anche se Nicola lo ammetteva di rado.

Con Valeria era stato tutto meglio proprio perché lei non domandava. O forse a lui così pareva.

In realtà, chiedeva. Ma a modo suo. Con la presenza, il calore, i piatti cucinati, i viaggi in tram con le medicine. Dava, e di rimando attendeva che lui capisse. Che dicesse, prima o poi: Valeria, ho capito. Resta.

Non lo disse mai. Per dieci anni non lo disse.

Una volta era sei anni addietro partirono per il mare, a Sestri Levante, dieci giorni insieme. Lunica vacanza vera insieme. Una stanza dalbergo, le passeggiate sulla spiaggia, le cene nelle osterie. Ci si sentiva quasi una famiglia, ma ognuno a modo suo. Lei rifioriva, rideva forte, un giorno lo prese per mano sul lungomare, senza preoccuparsi di chi guardava. Lui non tolse la mano, ma si irrigidì per un attimo: troppo pubblico, troppo ufficiale.

Tornato a casa, ricominciò pian piano a defilarsi. Sempre meno presente. Lei non domandava mai.

Lui pensava: comodo, così. Donna brava, comprensiva. Non scappa.

Sergio lo aveva conosciuto un anno e mezzo prima. Non online, ma a una grigliata da amici. Era venuto ad aiutare per il tetto della villetta di Lucia, era amico del marito, vedovo, operaio della zona. Tutti lo chiamavano Sergio, anche se era ben oltre la cinquantina. Non era bello, né brillante, ma sapeva ascoltare, e il suo silenzio aveva qualcosa di accogliente.

Lucia raccontò poi a Valeria che Sergio dopo quella volta chiese di lei tre volte. Una curiosità gentile, senza pressione. Così li fece incontrare di nuovo, con la scusa di una cena in compagnia.

Parlarono per ore. Lui la riaccompagnò a casa con la sua vecchia Punto. Sotto il portone chiese:

Posso chiamarti qualche volta?

Valeria ci pensò su. In quellistante le passarono in mente dieci anni con Nicola, e rispose:

Puoi.

Era trascorso esattamente quattordici mesi.

Nicola apprese di Sergio da Lucia. Casualmente, in farmacia. Lei parlò, timidamente, sfuggendole troppo. Uscì dalla farmacia come colpito da una nuova realtà: come se tornando a casa, avesse trovato la serratura cambiata.

Fu lì che comprò lanello.

Un gesto impulsivo, insolito per lui. Ma dun tratto capì che stava perdendo qualcosa non in teoria, ma proprio ora: Valeria, i suoi rustici, la vestaglia blu, il modo di ridere coprendo la bocca.

Andò in gioielleria e scelse lanello, come se un gioiello potesse risolvere tutto.

Si presentò da lei. Lei aprì la porta. Disse: Hai sbagliato a venire, Nicola. Adesso cè chi mi tiene il posto. E nellaria, il profumo di rustici, per qualcun altro.

Dopo quellultima sera, passarono altre due settimane. Non chiamò più. Infine, le scrisse. Propose di vedersi in un bar, in territorio neutro. Lei accettò, Va bene. Sabato alle quattro. Bar Milano in corso Vittorio Emanuele.

Si presentò con venti minuti danticipo. Scegliendo il tavolo accanto alla vetrina, ordinò prima un caffè, poi lo cambiò in tè, poi tornò al caffè. Era nervoso ma credeva di non mostrarlo.

Lei arrivò puntuale, in un cappotto bordeaux che lui non ricordava. I capelli sciolti, orecchini dambra. Stava bene. Non appariscente, semplicemente bene. Come chi ha finalmente pace.

Ordinarono il caffè. Rimasero in silenzio.

Volevi parlare, parla, disse lei.

Vale, voglio che tu capisca. Non sono venuto con lanello per paura o per mancanza dalternative. Volevo te.

Lei reggeva la tazzina tra le mani, fissandolo calma:

Credo che ora tu lo pensi davvero.

Non lo penso. Lo so.

Nicola, per dieci anni hai dato per scontato che io ci fossi. Era vero. Non sono scappata. Ho aspettato. Non ti ho messo fretta, credevo non si potesse forzare un uomo. Speravo che sentissi. Ma tu non sentivi. E ho trovato un altro.

Ma lui chi sarebbe? Lo conosci solo da un anno e mezzo.

Quattordici mesi.

E me mi conosci da dieci anni.

Abbozzò quel suo modo di inclinare la testa, come sempre quando rifletteva.

Sai cosho capito in questi mesi? Che conoscere qualcuno e viverci sono due cose diverse. Te ti conosco. Ma con Sergio ci vivo. Tutti i giorni. È diverso.

Nicola taceva. Poi chiese:

Lo ami?

Pausa.

Con lui sto bene. Non mi domando se chiamerà, non aspetto, non indovino lumore. Mi sveglio e lui cè. E basta.

Questa non è una risposta.

Lo è. Solo che non è quella che vuoi.

Guardava fuori. Persone coi cani, coi passeggini, una normale sabato di Milano. La vita che proseguiva.

Cosa dovrei fare allora? domandò piano. Dimmi cosa vuoi, lo farò.

Non cè più nulla da fare, Nicola.

Perché?

Lei posò la tazzina. Negli occhi nessuna vendetta, nessun vanto.

Perché non puoi creare in poche settimane ciò che non cè stato per dieci anni. Perché sono stanca. Non di te, ma di questa attesa. Ho passato dieci anni su una strada laterale della tua vita. Tu non vedevi, ma io sì. Continuavo perché lo volevo anchio, ma adesso scelgo diverso.

Per Nicola, le parole facevano male di precisione. Non erano offensive: erano vere. E la verità è dolorosa.

Rimasero ancora. Finirono i caffè. Parlarono del nulla, dellinverno, dei lavori stradali. Lei si alzò, lui la aiutò col cappotto, come sempre. Lei non si sottrasse, ma il gesto era quello di chi chiude una pagina.

Alla porta, lei disse:

Sei una brava persona, Nicola. Solo, non sei più il mio.

Lui uscì dietro, restando a vederla allontanarsi sul marciapiede il cappotto bordeaux tra il grigio di novembre.

Poi iniziò un periodo che lui stesso avrebbe poi chiamato la nebbia. Al lavoro tutto funzionava, i progetti consegnati in tempo, i capi soddisfatti. Fuori, andava bene. Dentro, solo rumore, come linterferenza di un vecchio televisore.

Telefonò più volte a Marco, che lavorava come informatico a Torino. Sposato, due figli. Non erano mai stati davvero intimi, ma ogni tanto si sentivano. Nicola non aveva mai raccontato a Marco di Valeria. Niente da nascondere, semplicemente non sapeva come spiegare quella storia. Ora, non serviva.

Una sera di novembre Marco chiese:

Tutto bene, papà? Cè qualcosa?

Tutto ok.

Hai una voce strana.

Solo il tempo.

Marco non insistette. Parlarono di bambini, di campionati, di una serie tv. Si salutarono. Nicola rimase seduto in cucina al buio.

Una sera guidò fino a casa di lei. Senza scopo, solo per guidare. Parcheggiò davanti. Guardò le finestre illuminate. Dietro le tende, si vedeva la luce calda. Rimase quaranta minuti, finendo le ultime sigarette. Immaginò la cena, i rustici. Sergio con le sue mani grandi seduto al tavolo a condividere le risate di Valeria.

Stava male. Non conosceva quel sentimento, non sapeva gestirlo.

Andò via solo quando ebbe freddo.

A dicembre ci fu la cena aziendale. Si presentò quasi per dovere. Cera una collega, Marina, anche lei divorziata, sua età. Non avevano mai parlato molto, solo saluti in ascensore. Quella sera finirono a chiacchierare insieme. Marina era allegra, faceva ridere tutti. Nicola sorrideva, più per cortesia che altro. Lei gli diede il numero: Chiamami, se hai voglia. Preso, ma mai chiamato. Non perché non fosse brava. Ma non voleva ricominciare.

A capodanno Nicola fece una cosa che poi non si seppe spiegare. Mandò a Valeria un messaggio lungo, tre pagine quasi. Raccontandole ciò che aveva capito che quei dieci anni non erano stati inutili; che era cambiato; ricordando la vacanza in Liguria, quando era stato spaventato di darle la mano in pubblico; raccontandole dellanello mai dato. E che pensava a lei ogni giorno.

Lei rispose il giorno seguente. Un messaggio breve:

Nicola, ho letto ogni parola. È tutto vero, fa bene che tu labbia compreso. Ma questo è un lavoro tuo, non mio. Sono felice se sei più sereno. Ma non ho più motivo né luogo dove tornare. Stammi bene.

Stammi bene. Tre parole. Non fredde, non amare. Solo finite.

Trascorse gennaio in uno stato ovattato. Lavoro, pasti, serie tv, tutto senza restarne segnato. Chiamò una volta lamico Andrea, dalluniversità. Andrea viveva lì, aveva tre figli da due matrimoni, e la vita non lo spaventava.

Si videro in birreria. Nicola raccontò tutto, da capo. Andrea ascoltava, ogni tanto annuiva.

Poi disse:

Eh, Nicola. Per dieci anni hai mangiato gratis, ora ti stupisci se ti chiedono il conto.

Non è divertente.

Non lo è. È così.

E cosa dovrei fare, allora?

Cosa puoi? Hai già fatto tutto. È tardi. Capita. La cosa peggiore della vita è capire che è tardi, e basta non è una tragedia, è che il tempo passa e non si recupera.

Nicola restava in silenzio.

Era una donna a modo, Valeria. Te lho anche vista, sette anni fa alla tua festa. Portò linsalata fatta in casa. Pensai: Ecco, una brava donna.

E allora perché me lo dici?

Me lhai chiesto tu. Il consiglio mio: non si torna indietro. Lasciala vivere. Ora vive davvero. E prova a farlo anche tu.

Poi Andrea pagò da bere. Nicola tornò a casa con in testa una sola parola, irreversibile. Parola giusta, ma amara.

Un episodio lo segnò nei mesi seguenti. In febbraio, passando per il centro durante la pausa pranzo, li vide. Valeria e Sergio davanti a una vetrina di una libreria. Lei parlava, indicando le copertine. Lui ascoltava, leggermente piegato verso di lei. Non si tenevano per mano, né si toccavano. Solo insieme, sereni.

Nicola si fermò, osservandoli da lontano. Vedeva Valeria ridere. Riso aperto, senza la mano a coprirsi la bocca. Mai laveva vista così. Sergio le disse qualcosa, risero di nuovo. Poi entrarono insieme.

Nicola restò ancora un po, poi si allontanò.

Fu il momento in cui qualcosa si spostò. Non si ruppe: semplicemente si spostò. Come una pietra che da anni giace in un punto e, spostata, modifica lo spazio.

Camminava pensando a quella risata, finalmente libera. In dieci anni mai le aveva detto che quel gesto di coprirsi la bocca era superfluo. Che aveva un sorriso bellissimo. Solo allinizio, poi più nulla. Sergio magari glielaveva detto. O forse bastava lo sguardo.

Ecco, capì, che il problema non è chi è migliore. Ma chi ti fa sentire più te stesso o chi ti fa essere di meno, senza volerlo.

Pensò che Valeria aspettasse lui. Ma lei, in realtà, aspettava se stessa. Attendeva di essere abbastanza coraggiosa da scegliere altro. E lo aveva fatto.

Le storie simili suonano banali quando si raccontano: luomo non si accorge, la donna se ne va; lui poi se ne pente. Ma ciascuna di queste storie contiene dieci anni vissuti. Veri giovedì sera, veri profumi di torta, veri silenzi e parole.

La stanchezza nelle relazioni spesso nasce non dalla persona, ma dallattesa. Lei era stanca di aspettare che lui capisse. Lui non vedeva la sua stanchezza. Non per cattiveria, solo per disattenzione. Ma la disattenzione fa danni come un tradimento. Solo che richiede più tempo.

Uno psicologo, se ci fosse andato, avrebbe detto: Lei aveva paura degli impegni, non lei: proprio tu, Nicola. Paura che, prendendo degli impegni seri, e andando male, sarebbe stata solo colpa tua. Finché tutto restava in sospeso, potevi fingere che non fosse reale. Ma Nicola non era tipo da psicologo. Neanche ci pensava.

Marzo arrivò piovoso e ostile. La neve sciolta e poi ancora pioggia; le strade grigie e sdrucciolevoli. Nicola pensava che la casa ormai necessitava di cambiare aspetto, specie la cucina. Voleva rimandare finché non aveva senso per uno solo. Ora si chiese: perché non farlo, allora? Vive da solo. Per sé stesso.

Il pensiero fu piccino, quasi invisibile; ma diverso dagli altri degli ultimi mesi. Non più Valeria, non Sergio, solo sé stesso.

Telefonò alla ditta di ristrutturazioni.

Lamore e il tempo, pensava poi spesso, alla fine sono la stessa cosa. Il tempo che si spende per qualcuno, è lamore nella sua forma vera. Non un regalo, o un anello nella scatolina. Il tempo. Quello no, non si restituisce. Valeria aveva speso dieci anni con lui. Nicola pensava che non avesse perso nulla invece sì: avrebbe potuto spenderli per qualcun altro, magari per Sergio, se fosse arrivato prima. O solo per lei stessa.

La felicità dopo cinquantanni che trova Valeria non è fortuna. È una conquista: ha lasciato andare il passato, senza scenate, con decisione tranquilla. Ha scelto, per una volta, di mettersi al primo posto. Non da egoista, ma per rispetto verso il proprio tempo. Questa è la vera saggezza: non la pazienza, ma conoscere il proprio limite.

Le storie finiscono raramente perché qualcuno è cattivo. Di solito è questione di distanza: lui pensava fossero insieme, lei sapeva di essere sola. Questa era la vera, invisibile distanza.

Nicola finì la nuova cucina ad aprile. Tutto nuovo: mobili, piani di lavoro chiari, luci diverse. Sembrava più abitata. Sul davanzale mise un vaso con una pianta, nemmeno sapeva il nome. La bagnava ogni due o tre giorni. Non morì.

Una mattina di aprile chiamò Marco, senza motivo.

Papà, come va davvero?

Bene. Ho rifatto la cucina.

Ma dai! Era ora.

Sì, finalmente.

Senti, io e Chiara pensavamo di venire a trovarti in maggio coi bambini. Sei daccordo?

Nicola pensò un attimo.

Venite pure. Cè spazio per tutti.

Sicuro di non dare fastidio?

Marco, sarei felice.

Parlarono di treni e biglietti. Poi Marco disse:

Papà, ultimamente sei cambiato. In meglio.

In che senso?

Non so, sembra che sei più sereno, meno sempre di corsa. Prima le telefonate erano uno sbrigarsi. Ora no.

Nicola non rispose. Dopo, seduto sulla cucina nuova, sorseggiò il tè pensieroso. Più sereno, forse. Chissà, magari è solo il principio. Non la felicità, che è una parola grossa, ma linizio di una versione diversa di sé stesso.

Valeria di tutto questo non sapeva nulla. Nemmeno Sergio. Loro vivevano la loro nuova vita.

A maggio lei andò con lui nella cascina vicino a Parma da suo fratello. Due settimane tra i campi e la tranquillità. Per la prima volta piantò da sola i cetrioli. Lui la osservava china tra le zolle, trovandola bella. Quando lei si sentì osservata, alzò lo sguardo:

Che guardi così?

Ti ammiro.

Lei fece una smorfia, tornò al lavoro. Ma le spalle si aprirono, si vedeva che qualcosa dentro era più caldo.

La sera erano in veranda. Profumo di terra, il canto lontano degli uccelli. Lui versò il tè, lei lo cinse con le mani. Silenzio buono come acqua calma.

Sergio, disse.

Mh.

Sto bene.

Lui la guardò.

Anchio.

Non serve aggiungere altro.

Non si lascia andare il passato con una tecnica. Ma quando arriva il presente vero. Quando cè finalmente oggi, il ieri diventa solo una storia. Non un dolore, né un debito. Solo un pezzo di strada.

Nicola dei cetrioli non sapeva niente. Non sapeva nulla della veranda. Ma a maggio accolse Marco e la famiglia. Portò i nipotini allo zoo, comprò loro più gelati di quanto la nuora approvasse. Marco osservava il padre e scopriva qualcosa di più aperto in lui.

Lultima sera, chiacchierarono in cucina, mentre i bimbi dormivano.

Papà, fece Marco. Non pensi che sia dura, stare soli?

Non sono solo. Sto con me stesso.

È uguale.

No, Marco. Non è uguale.

Il figlio tacque. Poi annuì.

Come vuoi.

Nicola contemplò la cucina, luminosa e nuova, la piantina viva sul davanzale. «Valeria questa cucina non la vede mai», pensò. Solo quella vecchia. Questa mai. Strano, e un po triste.

Allimprovviso si lasciò sfuggire:

Cera una donna. Valeria. Siamo stati insieme a lungo. Forse non sono stato come avrei dovuto.

Marco non parve stupito.

Succede.

Sì, succede. Ora ha uno, Sergio. Dicono sia bravo.

Ti dispiace?

Nicola rifletté:

Sì. Ma non nel senso di voler tornare indietro. Dispiace perché capisco cosa ho perduto. Sono cose diverse.

Annuirono. Finirono il tè, lavarono le tazze. Spensero la luce.

Lei, intanto, nel letto di ferro della campagna, dormiva accanto a Sergio. Laria fresca della notte entrava dalla finestra. Sognava qualcosa di chiaro che non ricordò. Ma al mattino, prima degli altri, uscì sulla veranda, tè in mano, e sentì: ecco. Ecco questa cosa che aveva atteso. Non una persona. Ma un senso. Essere, finalmente, al proprio posto. A casa.

Non pensò a Nicola. Neppure un istante. Forse la prima volta, in tanti anni. Non perché lo avesse dimenticato: semplicemente non era più necessario.

Quello stesso mattino Nicola sorseggiò il caffè alla finestra, i nipoti ancora a letto, il verde insistente di maggio fuori. Dal taschino del pigiama estrasse la scatolina blu. Guardò lanello.

Poi la richiuse. Tornò a riporla nel cassetto. Si mise alla finestra.

Sul davanzale, la piantina cresceva il nome ancora sconosciuto.

Rimase a guardare la via, il caffè tra le mani, senza pensieri precisi. O forse con tutti insieme. Come solo capita a maggio di buon mattino, quando sei solo ma non ti senti più solo, e non sai ancora cosa ti aspetta, ma sai che qualcosa arriva.

Dalla stanza vennero voci di bambini. Si erano svegliati.

Nonno! gridò il più piccolo. Nonno, dove sei?

Sono qui, rispose lui. Arrivo.

E andò.

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L’anello che è arrivato in ritardo
Ho 26 anni e mia moglie dice che ho un problema che non voglio ammettere.