Cose al posto dellamore.
Giulia, ma sei seria? Un altro servizio da tè?
Vittorio era fermo sulla soglia del bilocale in affitto, con in mano la solita busta delle cattive notizie. Giulia cercava in tutta fretta di infilare lultima scatola nel già devastato armadio: spuntavano dei manici con dipinti rosa.
Vitto, ma è porcellana Fiocco di Neve, lultima collezione! Guarda che roselline… E poi cera lo sconto, al Paradiso dei Ricordi.
Sconto, già, ripeté lui, spento come la luce in cantina. Giulia, dobbiamo lasciare lappartamento. Entro fine mese. La proprietaria vende.
Lei si bloccò, una mano aggrappata allo sportello. Da dentro larmadio tintinnarono tazze: era già il quarto servizio mai usato, sempre impacchettato nei giornali. Altri tre si conservavano in soffitta. Giulia aveva quarantasette anni, ma in quei momenti ne dimostrava almeno sessanta, con le rughe agli occhi, le spalle curve… Le mani che si perdevano tra i ricci ormai un po spenti.
Di nuovo?
Di nuovo.
Giulia chiuse piano lanta, si voltò. La voce, questa volta, non era seccata né infastidita. Era stanca, arrendevole.
È già la settima casa in dodici anni, mormorò. Era unatmosfera così disperata che persino Vittorio ne fu contagiato.
Lo so.
Continueremo così tutta la vita?
Gli occhi di Vittorio passavano dalla busta alla stanza: ventidue metri quadri stipati come la dispensa della nonna. Divano-letto, armadio a rischio esplosione, sopraelevate sommerse di scatole con “occasioni imperdibili”, statuine di porcellana sulla finestra, tre piatti decorativi alle pareti. In un angolo, una pila epica di Donna Moderna e Cucina Italiana degli ultimi anni.
Giulia, cominciò. Se solo non avessimo…
Ti prego, lo fermò con uno sguardo. Non oggi.
Un altro silenzio: tanto sapevano bene a cosa stava pensando. Al fatto che, dalla microbusta paga di professori e impiegati, spariva sempre una fetta preziosa: il prossimo oggetto splendido, la veramente irripetibile, “lultima serie”. Senza quegli acquisti, chissà, forse avrebbero avuto i soldi per comprare un monolocale fuori Milano qualche anno fa… poi però era arrivato il samovar dargento, poi il lampadario di cristallo, poi…
Mia madre ha chiamato, cambiò argomento Vittorio. Vuole che andiamo domani. Dice che è importante.
Vieni anche Marta?
Non lo so, non lho chiesto.
Marta, la loro figlia venticinquenne, da tre anni abitava da sola, in una cameretta in condivisione a Lambrate, lavorando in qualche azienda. Ultimamente veniva pochissimo. La settimana prima Giulia aveva provato a regalarle degli asciugamani ricamati, Made in Istanbul, bellissimi secondo lei. Marta aveva rifiutato, dicendo che nella camera non ci stava più neanche uno spillo.
Ce lha con me, sussurrò Giulia, sedendosi sul bordo del divano.
Non ce lha, ha solo la sua vita.
Ce lha, invece. La vedo, come mi guarda. Come guarda tutta questa roba, ruotò la mano, abbracciando la muraglia domestica. Sembra che io sia fuori di testa.
Vittorio si sedette vicino a lei. Gli sarebbe piaciuto rassicurarla: Ma no, sei solo appassionata, collezionano tutti!. Ma non aveva cuore di mentire: quella non era vera passione. I collezionisti almeno seguono un criterio, Giulia invece comprava ciò che le sembrava bello o in offerta, o solo perché la commessa diceva questo è lultimo.
Domani si va dai miei, propose timidamente. Vediamo un po che vogliono loro. Poi cerchiamo casa.
Giulia annuì, senza guardarlo. Poi si alzò e sgattaiolò in cucina, piccola come uno stanzino ma già pronta con un nuovo set da tè appena impilato sul tavolo, ancora dentro la scatola.
***
I genitori di Vittorio abitavano alla periferia di Milano Sud, in una vecchia palazzina Anni Sessanta. Carlo, ex ingegnere con un cuore stanco; Maria, contabile da sempre, adesso in pensione. La loro casa era un biglietto da visita: ordinatissima, pulita, niente ciarpame. Solo lessenziale: ogni oggetto al suo posto.
Quando Giulia e Vittorio arrivarono, Maria stava già sparecchiando la cucina; Marta era già lì e digitava sul telefonino.
Ah, eccovi, mormorò la figlia come saluto.
Marti, Giulia provò ad abbracciarla, ma Marta sgusciò via come unanguilla col pretesto di lavarsi le mani.
Carlo guardava SuperQuark seduto in salotto. Quando Vittorio andò a salutarlo, alzò appena lo sguardo.
Sedetevi, va, si agitò Maria. Ora porto il tè. Ho fatto la torta.
Tavola apparecchiata per la guerra. Silenzio glaciale. Marta fissava il balcone, Giulia tormentava le unghie.
Allora, entrò Carlo in cucina. Raccontaci, figliolo.
Maria versò il tè, tagliò la torta, si sedette e incrociò le mani davanti a sé.
Vitto, ti ricordi la zia di papà, la zia Elvira?
Ehm, sì… quella che stava a Sesto?
Proprio lei. È mancata il mese scorso. Silenziosa, nel sonno. Ottantasei anni.
Pace allanima, recitò Giulia in automatico.
Insomma, la casa è rimasta. Un bilocale. Nessun erede diretto. Da testamento passa a me.
Vittorio appoggiò la tazza, piano.
Vuoi dire… che avete una casa in più?
E noi che ce ne facciamo? si inserì Maria. Ne abbiamo già una. E vendere… sai che sbattimento? Agenti, carte, i soliti furbi… E poi non voglio darla a estranei. È di famiglia.
Insomma, tossicchiò Carlo, abbiamo deciso. La intestiamo a voi. Donazione.
Silenzio tale che sembrava di sentire le lancette dellorologio Ikea.
Ma… sul serio? sussurrò Vittorio.
Sì, proseguì Maria. Finalmente una casa vostra. Basta affitti, finalmente.
Giulia sembrava di gesso. Silenziosa, con due lacrimoni che correvano da sole.
Ma perché voi… tentò Vittorio. Potreste venderla, godervi la vecchiaia…
Bastano le pensioni, troncò Carlo. Avete più bisogno voi, che correte da una casa allaltra senza pace.
Solo… Maria guardò Marta …solo una cosa. Anzi, due richieste.
Vittorio si irrigidì.
Vogliamo vedere di più la vostra ragazza. È lunica nipote e la vediamo meno delle pubblicità della TV. E poi, quando arriverà il momento… beh, fateci un bel funerale. Che non sembriamo due poveracci. Un po di dignità ci vuole!
Mamma, basta, sussurrò Vittorio.
No. Bisogna parlarne, siamo vecchi, lo sapete. Ma soprattutto, ora almeno dormiamo tranquilli: avete una casa.
Giulia annuiva senza dir parola. Maria porse gesti i mazzi di chiavi.
È vuota, mobili vecchiotti, zia Elvira negli ultimi anni non ci stava dietro. Ma sistemate voi, ecco.
Vittorio prese le chiavi, che sembravano pesare quanto la storia di famiglia.
Quando si può vedere?
Anche domani. Ti lascio il foglietto: scala B, quinto piano, interno 15. Ascensore funzionante, ho controllato.
Bevvero un altro tè. Si parlò solo di carte, notai, traslochi. Marta restava in silenzio. Quando fu ora di andare, Maria abbracciò Giulia:
Fate che diventi una vera casa. Non come la fine di zia Elvira, che spingeva roba ovunque. Togliete tutto, fate ordine.
***
La metropolitana scivolava via. Marta scese alla sua fermata. Prima di uscire si rivolse a loro:
Auguri, disse. Finalmente avrete spazio per tutta questa roba.
E sparì nella folla.
***
Andarono a vedere casa sabato. Vittorio prese un giorno libero, Giulia chiese permesso in segreteria. Lei insegnava matematica alle medie, da ventitré anni. Non amava né odiava il lavoro. Ci andava. Correggeva compiti. Lo stipendio non era granché, ma almeno arrivava.
Quella settimana Giulia dormì poco e fantasticò molto. Immaginava nuovi mobili, nuove tende, lesposizione delle porcellane. Magari una vetrinetta speciale, tipo quelle dei musei. Per metterle in mostra, finalmente.
Ci vorrà un bel po di lavori, fantasticava. Tappezzerie nuove, pavimenti. Parquet o laminato? Adesso fanno un linoleum che sembra vero!
Aspettiamo di vedere dentro, ripeteva Vittorio, poco convinto.
La palazzina era uno di quei palazzoni popolari grigi, che sembrano piuttosto tristi anche alle palme. Lascensore, miracolosamente, funzionava. Al quinto piano il corridoio puzzava di gatti e cavolfiore lesso.
Dentro, la casa era… una caverna di cose. Ma non piena: sepolta. Il corridoio era appena un passaggio tra muri di giornali, scatoloni, borsoni gonfi come panettoni a Natale. Un odore di chiuso, polvere e chissà cosaltro.
Oddio, fu tutto quello che riuscì a dire Giulia.
Entrarono nella prima stanza. Peggio ancora. Un letto nel centro, circondato da muraglie di vestiti, coperte, cuscini. Pareti cariche, mensole traboccanti, scatole a terra. Vittorio lesse qualche copertina: Cucina Italiana, Salute Donna, Famiglia Cristiana. Anni Settanta.
Forse la stanza piccola è meglio? bisbigliò Vittorio.
Niente da fare. Anche il loculo minore era sommerso: armadio spalancato con i vestiti penzolanti, tavolo invaso da scatoline, vasetti, vassoi. Sedie sommerse dalla ceramica, pentole, piatti.
Giulia girava su sé stessa, pallida come uno spremiagrumi inutilizzato.
Dovremo buttare tutto, decretò. Smaltire tutta questa storia.
O ordinarla, tentò Vittorio, aprendo una scatola. Dentro, solo vasetti di vetro, ventina almeno. Tutti vuoti.
Passarono in cucina, dove la situazione era degna di un reality show. Scaffali pieni di piatti, la tavola sommersa di scatole di pasta scaduta da dieci anni.
Ma come faceva a vivere così? chiese Giulia. Come si può vivere così?
Vittorio non rispose. Guardava fuori: bambini che giocavano, cagnolini, la normalità del cortile. E loro lì, nellappartamento 15, in una realtà parallela di accumulo.
Bisogna chiamare unimpresa di sgombero, ammise. Una settimana e ce la caviamo.
Giulia non rispose: fissava le mensole. Cera un servizio da tè, rosa, identico a quello comprato la settimana prima. Fiocco di Neve.
Vitto, guarda.
Lui annuì, incapace di trovare ironie.
Giulia tornò nella stanza grande. Si sedette sul bordo del letto, tra cumuli altrui. Vittorio la seguì.
Mia madre diceva che zia Elvira era strana. Sempre a mettere da parte tutto. Ma non immaginavo fino a questo punto.
Era sola?
Sì, vedova, nessun figlio.
Giulia accarezzò una coperta, vecchia e macchiata.
Ma che senso ha riempirsi così la vita di cose? A che serve tutta questa roba?
Vittorio fece spallucce.
Sarà stata paura, nel suo tempo chi non aveva provato miseria o guerra? Forse era abitudine, mettere da parte.
Ma non usava nulla. Guarda quante cose ancora nelle scatole.
Silenzio.
Lui la guardava, seduta sul letto di qualcun altro, sommersa dalle cose di qualcun altro, e allimprovviso capì: anche Giulia aveva paura di diventare così. Che era la stessa direzione.
Giulia…
No, basta. Usciamo.
Uscirono. Giulia si appoggiò al muro, chiuse gli occhi.
Ora cosa facciamo?
Non lo so.
Dovremmo dire ai tuoi che non ce ne occupiamo più?
Non si può. Hanno già fatto tutto. Lo hanno fatto per noi, per aiutarci.
Ma davvero la sgomberiamo tutta? E coi nostri soldi, che quasi non bastano nemmeno per il nuovo affitto e i debiti vecchi?
Rimasero zitti. Poi Vittorio:
Facciamo noi, piano piano. Due mesi e la sistemiamo.
Due mesi per svuotare una vita?
Ma sapevano che stavano parlando anche daltro.
***
I documenti li sistemò un notaio amico di famiglia in un lampo. Ora la casa era loro. I suoceri sollevati. La padrona dellaffitto concesse un mese extra per traslocare.
Tutte le domeniche, Giulia e Vittorio prendevano sacchi, guanti, mascherine. I primi giorni fissavano la montagna di roba senza sapere da dove iniziare.
Partiamo dal corridoio, propose Vittorio. Almeno passiamo.
Via con le sporte piene di giornali: Corriere della Sera, Gazzetta, tre decenni di carta stampata, ordinata come una biblioteca segreta. Sette sacchi solo il primo giorno. Ci volle parecchia acqua per riprendersi.
Il secondo weekend, via con i vestiti. Cappotti, abiti, gonne decenni Settanta. Perfino Giulia riconobbe un modello di sua madre.
Li butto?
Certo.
Ma li abbracciò ancora un po, prima di infilarli nel sacco.
Sotto cerano altre scatole: foto in bianco e nero. Gente vestita come in Lamica geniale, bambini, matrimoni, cene di famiglia.
Qualcuno li vorrà?
Non cè nessuno. Butta via.
Giulia tenne una foto: una sposa giovane, un uomo sorridente. Forse la zia Elvira e il marito. Li rimise via senza emozione.
Terza domenica. Quarta. Quinta. Gli oggetti sparivano, ma la Giulia taciturna cresceva. Una sera Vittorio la trovò a piangere.
Cosè successo?
Niente. Sono solo stanca.
Ma sapeva che il problema era un altro.
Un giorno, tra una scatola e laltra, Giulia scoprì un vecchio diario. Quaderno con calligrafia minuta. Lesse a voce alta.
Oggi ho comprato un servizio da tè. Finalmente ho una vera porcellana. Carlo dice che non ci serve, ma io voglio una casa bella. Un giorno faremo una festa e tutti vedranno.
Sfogliò avanti.
Ho comprato un altro set. So che Carlo si arrabbierà ma non posso farne a meno. Quando avrò tanti oggetti belli, mi sentirò più tranquilla. Come se avessi scorte, come se fossi al sicuro.
Scriveva queste cose a venticinque anni, disse Giulia. Ha vissuto così tutta la vita. Comprando, accumulando, aspettando chissà cosa. E poi? È morta da sola, in mezzo a cose che non ha mai usato…
Vittorio si sedette vicino.
Cosa vuoi dire?
Che facciamo lo stesso. Io faccio lo stesso. Compro e accumulo cose mai usate, aspettando la vita perfetta, la casa definitiva, la felicità. Ma le cose non migliorano mai davvero, vero?
Lui taceva. La Giulia aveva ragione, solo che lui non aveva mai avuto il coraggio di dirlo.
Sai che mi spaventa? Capire che se non cambio adesso, finirò anchio con una casa soffocata da oggetti inutili.
Non sei sola.
Per il momento. Ma un giorno Marta si allontanerà per sempre, tu ti stancherai. E io resterò qui con tutto il mio Fiocco di Neve.
Ancora silenzio.
Forse dovrei parlare con qualcuno. Uno psicologo, magari?
Forse sì. Prima finiamo qui. Poi vediamo.
***
Dopo altre tre settimane, la casa era quasi vuota. Una discarica ambulante. I vecchi mobili li avrebbero buttati poi. Le pareti nude, il pavimento freddo. Ma finalmente una casa tutta loro.
Vittorio osservava le pareti.
Bisogna cambiare tutto, eh: tappezzeria, pavimento…
Giulia non rispose. Guardava fuori.
Giulia?
Penso… penso che forse non ci serve questa casa.
Cosa?
Questa casa non ci serve. Noi pensavamo che risolvendo i problemi di eredità, risolviamo tutto. Ma non è vero. Non è mai stato il problema la casa.
Vuoi venderla?
Voglio prima capire perché ci serve. Se è solo un posto dove portare altra roba, allora meglio mollare tutto, parlare con i tuoi, spartire i soldi. Forse usare quei soldi per cambiare davvero qualcosa.
Resteranno male.
Sì, ma parlare chiaro è meglio. La vera soluzione, Vitto, sono io che devo cambiare. Capire perché non riesco a fermarmi. Perché riempio la vita di roba invece che di altro.
Stavolta Vittorio la capì davvero.
Come si fa a comprare una casa, se si spende tutto in cavolate? E come si vive?
Non lo so. Ma so che così non va più. Non voglio finire come zia Elvira.
In piedi, al centro della stanza vuota, decisero di parlare con Marta e coi genitori.
***
La discussione coi genitori di Vittorio fu una Caporetto. Carlo li accusava di essere ingrati, Maria piangeva. Ma vi rendete conto che case come questa non si trovano? Non vi accontentate mai?
Dobbiamo capirci prima, tentava Vittorio. Non diciamo di no per sempre. È solo… ci serve tempo. Per capire cosa vogliamo.
E che cè da capire?
Il saluto fu strappato e Maria abbracciò Giulia di nascosto:
Almeno tieni in ordine, che ci si vergogna meno.
Il confronto con Marta fu sorprendentemente semplice. In un bar, davanti a tre caffè.
Finalmente, commentò la figlia. Era ora che la capiste.
Non sei arrabbiata?
No, solo sollevata. Non venivo a trovarvi perché le vostre cose mi soffocavano. Era come se non voleste mai affrontare la realtà.
Ora ci provo, Marti. Non so se mi riuscirà, ma ci provo. Per me.
Prova per te, mamma. Io ci sarò.
***
Passò mezzo anno. Giulia iniziò ad andare dalla psicologa. Allinizio le vergognava. Ma pian piano capì: tutti quegli acquisti erano solo un modo per anestetizzare le mancanze di tutta una vita.
Le cose controllano la vita solo perché ci illudiamo che possano sostituire laffetto, spiegava la psicologa. Ma non riempiono davvero i vuoti.
Giulia cominciò a sgomberare: via via, regalava, vendeva o gettava. Faceva male, ma lo faceva.
Vittorio era lì, in silenzio, ma presente. Una sera si scusò.
Anchio ho colpa. Ho preferito sbuffare e tacere invece di parlare chiaro, anni fa.
Lasciarono vuota la casa a Sesto. Forse un giorno, si ripetevano.
Marta passava più spesso, ogni tanto. Si parlava, si rideva, si ricominciava a essere una famiglia.
***
Otto mesi dopo aver ricevuto le chiavi, tornarono tutti e tre davanti a quella porta ormai famosa. Giulia, Vittorio e Marta salirono al quinto piano.
Allora, ci abitate? chiese Marta, prendendo una boccata daria.
Non lo sappiamo, ammise la madre.
Fecero un giro, spaesati dalle stanze vuote, dai radiatori tiepidi.
Ma perché ci serviva questa casa? chiese Giulia, allimprovviso.
Per avere qualcosa di nostro, rispose Vittorio.
Ma davvero basta? La felicità arriva solo perché cè un tetto di proprietà?
Marta si avvicinò:
La domanda non è a cosa vi serve questa casa, ma che fate con quello che avete dentro. Le case sono muri. La vita, mica ci vive nei muri.
Giulia annuì, commossa.
Ho paura che se ci abitiamo ricomincio tutto da capo, confessò.
Ma se invece stavolta non succede? propose Vittorio.
Se non succede, vedremo. Magari la vendiamo. O la lasciamo a Marta. Ma prima, devo capire che posso smettere. Che io non sono la zia Elvira.
Marta labbracciò forte.
Non lo sei, mamma. Tu almeno vedi il problema. Lei non ci riusciva.
Stettero ancora un po fermi, poi Vittorio:
Non corriamo. La lasciamo così, la arieggiamo ogni tanto. Un passo alla volta.
Sì, sorrise Giulia.
Scese per ultima, guardando la porta col numero 15.
Vitto, ce la faremo?
Non lo so. Ma proviamoci.
Fuori laria profumava di aprile, la primavera milanese ancora incredibilmente ottimista. Marta li attendeva guardando il cellulare:
Andiamo a prendere un caffè?
Volentieri, rispose Giulia.






