Era la notte di San Silvestro e lui era uscito… e non era più tornato.
Il foglio del calendario si aggrappava con tutte le sue forze, sembrava non voler lasciare andare lultimo giorno dellanno. Luciana afferrò langolo del foglio e, con un gesto deciso, lo staccò: “31 dicembre. Martedì.” Lo strinse nel pugno: sentiva sotto le dita la fragilità della carta e del tempo stesso. Lanno finiva. Il primo anno senza di lui…
Gettò quella pallottola di giorni trascorsi nel secchio di latta vicino alla vecchia stufa. In fondo cerano già altre palline identiche: le settimane, i mesi, la sua vita solitaria accumulata come scarti silenziosi.
Il silenzio nella casa non era semplice assenza di suoni. Aveva un suo respiro denso, si posava come la bruma di gennaio sugli angoli, e riempiva ogni piega di tenda. La casa, solida, con le travi tagliate dal suocero nelle pinete del Trentino, sembrava adesso solo il guscio di ciò che era stata. Le pareti, un tempo piene delle voci ridenti dei bambini, dei passi pesanti di Giuseppe e del suo riso basso, custodivano ormai solo il freddo e i ricordi.
Luciana si avvicinò alla vecchia cassettiera lucidissima. Sopra, una ghirlanda di fotografie, la cronaca della sua vita. Eccoli giovani, quasi ragazzini, nel bianco e nero del 1972. Matrimonio. Lei in un abito cucito sulla scorta di “Mani di Fata”, lui nel completo nero preso in prestito dal fratello maggiore, troppo largo sulle spalle ma portato con la massima serietà. Ricordava nitidamente quella sera: tornati dal Municipio, Giuseppe sfilò la giacca, allentò il colletto, sospirò e, timido e solenne, le disse: “Eccoci, Luciana. Ora, anima nellanima, fino alla fine”. E lei, rossa e felice, rispose: “Sì, anima nellanima. Però adesso tutti gli ospiti ci aspettano: festeggiamo!”
Nella foto seguente cerano i figli. Riccardo, di forse due anni, sulle sue ginocchia. Giulia, minuscolo fagottino, tra le braccia di Giuseppe. Lui la teneva con la delicatezza che fa tremare, come fosse fatta di vetro. E diceva: “La mia bambina… Guarda come mi afferra il dito!”
E Luciana guardava, e sentiva scoppiare di quella felicità semplice che avrebbe voluto non finisse mai.
Poi arrivavano i nipoti, nelle foto scattate con uno smartphone. Letizia col berretto colorato, Matteo con un camioncino di plastica enorme. Le loro voci le arrivavano ormai solo attraverso lo schermo di un telefono.
Quella mattina, su WhatsApp, Giulia aveva chiamato in video con una faccia allegra ma affaticata. “Mamma, buon anno! Ti mandiamo un bacio! Matteo, recita la poesia alla nonna!” Il bambino balbettava veloce qualche strofa guardando altrove, poi una voce fuori campo lo incalzava: “Giulia, dai, siamo già in ritardo.” “Mamma, ti richiamo dopo! Tanti baci!” e lo schermo sera spento.
Riccardo, dal Friuli, le aveva mandato un audio: “Ciao mamma, come va? Sono di turno, si festeggia lavorando. Non essere triste. Buon anno.” La sua voce era roca, battuta dal vento; Luciana lo riascoltava spesso nel tentativo di sentire dentro quel timbro uneco del padre. Forse cera, sfuggente come i profumi dinfanzia.
Li pregava: “Mandatemi i calendari a strappo, quelli grandi, come prima. Così tolgo un foglio e il giorno passa”. I figli ridevano, ma le davano retta: Riccardo con paesaggi innevati, Giulia con gatti buffi. Luciana li appendeva accanto alla stufa e, ogni mattina col tè, si concedeva il suo piccolo rito: staccava il foglio, guardava il nuovo numero, lo lasciava andare. Giorno dopo giorno, senza Giuseppe. Fino allultimo foglio.
Era passato esattamente un anno. Ricordava tutto, scena per scena, come una pellicola che non riusciva a riavvolgere diversamente. Una mattina gelida e limpidissima, la tavola imbandita a colazione. “Vado sul Brenta oggi”, annunciò Giuseppe, spezzando il pane e immergendolo nel mascarpone. “Prendo la tenda, mi fermo a dormire.”
“Ma non sei più un ragazzino!” sospirò lei, riempiendogli altra tazza di caffè forte. “Fuori cè gelo, sono dieci chilometri a piedi!”
“Vorresti dirmi che sono già un rottame?” borbottò lui, ma rideva con quegli occhi azzurri, limpidi come il cielo dinverno. “Conosco ogni metro, Luciana. Passo la provinciale, poi cè il sentiero. Arrivo diretto al fiume.”
“Stai attento, per favore” chiese lei porgendogli la vecchia borsa da pesca, già preparata la sera prima.
Si alzò, alto e un po ricurvo, indossò la solita giacca trapuntata e il berretto di lana grossa. Il viso segnato di vento e di rughe, ma forte e familiare. Sulluscio si voltò. “Vado. Non stare a preoccuparti.”
“Vai, vai” E lui annuì, si girò e si allontanò con passo sicuro, quello di chi è abituato a essere il padrone di casa. Lei lo seguì con lo sguardo fino alla svolta, là dove sul pozzo il muschio cresceva fitto. Non lo vide mai più.
Quanto aveva cercato, Dio solo sa! Due giorni ad aspettare: magari semplicemente si era attardato. Il terzo, il panico le irrigidì il sangue. Corse da Osvaldo, lunico vicino ancora con una vecchia Panda 4×4. Lui si diede un gran dafare e raggiunsero il Brenta. Prima della riva occorreva attraversare la statale che porta a Trento. Sul ciglio, nel fosso coperto di neve fresca, trovarono solo Il berretto di Giuseppe, stropicciato e sporco, e una macchia nera, larga e raccapricciante, che nemmeno la nevicata aveva cancellato.
Dopo, fu come vivere in una distorsione irreale. I carabinieri, il maresciallo, il medico legale della città, le domande ripetute a oltranza: “A che ora è uscito?”, “Comera vestito?”, “Aveva motivi per andarsene da qualche parte?”. Poi la risposta, a labbra tese: “Incidente stradale, probabile. Notte, ghiaccio, poca visibilità. Il guidatore se nè andato. Di tracce di pneumatici ce ne sono tante, e poi il tempo Il corpo forse in fondo al torrente, nascosto dalla neve, magari portato via da animali selvatici. Capisce, signora, a volte succede.”
No, lei non capiva. Non sapeva come fosse possibile che Giuseppe, vivo e intero, potesse sparire così, sulla solita strada, a poco più di cinque chilometri da casa. Aveva setacciato ogni tratto del margine della statale da sola, guardato in ogni fossato, chiamato il suo nome fino a farsi la voce roca. Andava perfino lungo il Brenta, come se lui potesse trovarsi là, a pescare sotto la riva scoscesa. Ma il fiume restava muto, ghiacciato e bianco.
Era passato un anno. Un anno ad aspettare che un qualsiasi rumore alla porta o il motore di unauto dietro al cancello facesse accelerare il suo cuore per niente. Nessuno arrivava. Il silenzio diventava una presenza troppo reale.
Ed eccola lì, la notte di san Silvestro. Il primo capodanno, dopo oltre mezzo secolo, in assoluta solitudine. I figli lontani, gli amici chi morto, chi trasferito dai figli in città. Il paesino si svuotava, mentre al posto delle vecchie case spuntavano come funghi nuove villette di signori della città.
Dalla villa nuova accanto, separata da un alto steccato, arrivavano urla festose. Una famiglia giovane era venuta a passare le feste. Tutto il giorno lavevano passata fuori: slittini, pupazzi di neve, grida di bambini. Ogni loro risata era per Luciana una fitta acuta, sottilissima, fra cuore e gola. Rimase alla finestra a contemplare i fiocchi che roteavano sotto il lampione, e sentì la malinconia stringerle la gola.
Quando infine calò il buio e, nel cielo cristallino, comparvero le prime stelle fredde, distanti, indifferenti Luciana non resistette più. Infilò la vecchia giacca di Giuseppe, ancora col suo odore, legò il foulard e uscì sulla veranda. Laria pizzicava. Inspirò forte: il vapore si dissolse in un soffio. Cercò la Stella Polare quella che Giuseppe indicava destate ai nipoti: “Vedi, Matteo? Ti mostra sempre il nord, così non ti perdi.” Proprio allora, tra i lamenti del vento, sentì una nota sottile, acuta, infinitamente triste. Un guaito.
Proveniva dal suo cortile. Senza pensarci troppo, scese dalla veranda, i piedi che affondavano nella neve fresca, e si avvicinò alla staccionata. Nel fosso, proprio sotto la recinzione, accoccolato contro le assi gelate, cera un cucciolo. Minuscolo, sproporzionato, orecchie grandi quanto foglie di fico, gli occhi enormi e imploranti. Tremava tutto, coperto di brina, simile a una pallottola di sventura.
“Madonna santa… un cagnolino…” sussurrò Luciana. “Come sei finito qui, da dove arrivi?”
Il cucciolo, vedendo movimento, piagnucolò ancora più forte e si sporse, ma affondava nella neve. Era di razza; Luciana, in un gesto istintivo, si sbottonò la giacca trapuntata e prese quel piccolo fagotto gelato, infilandolo nel calore vicino al petto. Lui si acciambellò subito, aggrappandosi a quella fonte improvvisa di vita.
“Su, piccolo, ora ci scaldiamo” mormorava lei, mentre si avvicinava alla villa vicina, illuminata e viva. Le luci nelle finestre la fecero quasi vergognare del suo intrusione, ma non poteva lasciare il cucciolo lì a congelare.
Le aprì la porta una donna sui trentacinque anni, bella, coi capelli raccolti e il grembiule rosso macchiato di marmellata.
“Sì? Oh, buonasera! Posso aiutarla?”
“Mi scusi, non è che questo per caso è il vostro cagnolino?” chiese, e la voce le tremò per il freddo e limbarazzo.
Luciana aprì la giacca e la testolina nera del cucciolo si affacciò, dolcissima e tragica.
La donna spalancò gli occhi, si coprì la bocca con la mano: “Argo! Mio Dio, ma doveri? I bambini stanno impazzendo, mio marito ha già girato mezza frazione! Entrate, venite dentro, su, poverina, sarete gelata!”
Luciana venne letteralmente trascinata allinterno. Un abbaglio di luce, tepore di camino, odore di pino, di arance e di anatra al forno la fecero vacillare. In salotto, davanti a un pino di plastica tempestato di luci e palline, stavano due bambini un maschietto sui nove, una bimba poco più piccola occhi rossi di pianto ma subito saltarono su urlando: “Argo! Hai ritrovato Argo!”
“Sì, ringraziate la nostra vicina!” La donna abbracciava il cucciolo mentre i figli lo coprivano di carezze.
Subito dopo entrò dalla porta di fuori il padre: alto, vestito sportivo, il viso ansioso e coperto di neve. “Niente… Ho controllato fino ai campi…” Si bloccò vedendo la scena. Gli occhi si illuminarono, ogni tensione sciolta: “Lavete trovato! Dove?”
“La signora lha trovato nel suo cortile”, spiegò la moglie. Luomo Stefano, così si presentò subito tolse i guanti e strinse la mano di Luciana con tutta la riconoscenza possibile: “Che fortuna, ci ha salvati. I ragazzi sarebbero stati distrutti, anche noi. Ma resti con noi! Almeno stasera, festeggi insieme a noi, la prego!”
Luciana cercò di protestare, di scusarsi parlando di imbarazzo e disturbo, ma i bambini la presero per le maniche e la tirarono a tavola, e negli occhi di Martina la moglie cera una gentilezza che neutralizzava ogni resistenza. Le fecero scaldare le mani, la fecero sedere tra piatti pieni di ogni ben di Dio, e senza che se ne accorgesse era tutta immersa dentro la festa altrui.
Si attese la mezzanotte tutti insieme, con la TV sintonizzata sulle immagini di Roma: il Vesuvio illuminato a festa, il pallone della campana che batteva i dodici tocchi. Quando lo scoccare la scosse dal sogno, bambini e grandi brindavano spumante per i grandi, aranciata per i piccoli. Luciana, col bicchierino che la piccola Caterina le aveva dato, improvvisamente, sentì emergere un pensiero: “Sono seduta a una tavola non mia, ma non sono completamente sola. La vita va avanti. Mi passa accanto, sì. Ma non si ferma.” E in quellistante il cuore non fu schiacciato dal dolore, ma da una gratitudine silenziosa e stranissima per quei quasi estranei.
Poi, mentre i bambini crollavano a dormire e Argo ronfava davanti al camino, la conversazione scivolò sottovoce, piano tra tazze di tè caldo e cognac che Stefano servì “per scaldarci e scambiarci due parole”. In quellabbraccio confortante, Luciana, sorpresa lei stessa, iniziò a parlare, senza sforzo.
Parlò di Giuseppe. Non subito della scomparsa, ma di lui: che era uomo di poche parole, ma con unironia secca che laveva sempre fatta ridere; di come sapeva riparare qualunque cosa, di come si perdeva con i nipoti a montare strane costruzioni. Raccontò di quella passione per la pesca, delle passeggiate nei boschi. Solo infine, quando la voce tremò, disse: “Un anno fa è uscito per il Brenta. Non è più tornato. Abbiamo trovato solo il suo berretto… e delle tracce. E basta.”
Il silenzio li avvolse, rotto solo dal crepitio del camino. Martina le stringeva la mano. Stefano abbassò la fronte, concentrato come se volesse tirare fuori le giuste parole.
“Signora Luciana…” iniziò piano, con una cautela che metteva i brividi. “Io… sono ortopedico allospedale di Trento. Proprio un anno fa, nei primissimi giorni di gennaio, ci portarono un uomo… Soccorso dalla statale in direzione del Brenta. Laveva investito unauto. Era in condizioni gravi, senza documenti. Abiti semplici. Ematoma cerebrale, frattura del femore, delle costole… Era in fin di vita.”
Luciana si irrigidì. Il mondo si rimpicciolì al volto di Stefano. Il respiro le si fermò.
“Labbiamo operato, si è ripreso. Cammina, con fatica. Ma… ha perso completamente la memoria. Amnesia totale. Non si ricorda nulla. Neppure il proprio nome. Zero.”
“Comè?” balbettò Luciana, la voce roca, estranea.
“Alto, magro ma ancora robusto, nonostante la malattia. Capelli folti, quasi bianchi. Occhi chiari, forse azzurri. Un segno profondo sulla guancia sinistra, una cicatrice.”
Luciana si alzò di scatto, la sedia che crollava. Si portò le mani alla bocca per soffocare il grido. La stanza si sfuocava davanti ai suoi occhi. Sapeva solo che qualcuno Martina, forse Stefano la aiutava a sedersi, le porgeva dellacqua.
“È lui…” sussurrò, e le lacrime quelle lunghe, trattenute per mesi finalmente uscirono a fiumi. “La cicatrice da una scheggia, tagliando la legna, tanto tanto tempo fa… È Giuseppe. È vivo?! È davvero vivo?”
“È vivo,” rispose Stefano, fissandola negli occhi. “Ma con la memoria… se nè andata. Lei deve prepararsi. Potrebbe non riconoscerla. Gli incidenti possono essere crudeli. Non vorrei darle false speranze”
“È lui,” ribatté Luciana, con una forza e una convinzione che azzittì tutti. “Lo sento fin dentro al centro del petto. Mi dica solo dovè ora mio marito.”
Stefano si fece pensieroso. “Non lo so di preciso. Quelli senza nome di solito dopo un po vengono trasferiti nei centri socio-assistenziali, le RSA della provincia. Ce ne sono diversi. Non ho seguito la sua pratica dopo la dimissione, non so dove sia stato portato. Mi è rimasto solo il suo fascicolo col numero”
Alla notizia, Luciana sentì congelarsi il cuore. Era a un passo, eppure già rischiava di perderlo tra mille strutture e pratiche dimenticate.
“Ma lo ritroveremo,” sentenziò Martina, posandole una mano sulla spalla. “Stefano, puoi informarti, vero?”
“Sì. Ma ora è notte di capodanno, tutto è chiuso. Le prime telefonate potrò farle domani, o forse il due gennaio. Serve pazienza.”
Pazienza? Dopo che la speranza, pungente e pungolante, le aveva appena riempito il petto, la pazienza sembrava impossibile. Doveva restare a galla.
Quella notte, Luciana non dormì. Fissava il soffitto; sentiva solo: “È vivo. È ancora qui da qualche parte.” Era gioia e tortura insieme. Cosa avrebbe trovato, se lavesse ritrovato? Lavrebbe riconosciuta? Se non lui, cosa sarebbe stato di lei?
La mattina dopo, mentre i bambini sgranocchiavano panettone e si rincorrevano col piccolo Argo, Stefano si ritirò nel suo studio telefoni, elenchi, chiamate. Luciana restava in cucina con Martina, le mani che tremavano così tanto che il cucchiaino cigolava nella tazza. Si aggrappava alle frasi dietro la porta: “Sì, dottor Spinelli, buon anno! Mi scusi il disturbo… Sì, caso urgente… Descrizione, nessun nome, solo età e data approssimativa… Trasferito, dice? Non si ricorda dettagli? Va bene. Forse in qualche documento? Grazie, mi faccia sapere.”
Una, due, tre chiamate senza esito. Stefano usciva con la fronte corrugata: “Bisogna aspettare che riaprano gli archivi dopo lEpifania. Di casi senza nome ce ne sono stati diversi.” Luciana sentiva la speranza colare via come sabbia tra le dita. Verso sera, Stefano raccolse una lista di cinque RSA nel raggio di sessanta chilometri. Il 3 gennaio avrebbero iniziato un giro serrato di chiamate e visite, dopo essersi trasferiti nella loro casa della città.
La strada verso Trento fu silenziosa, nevicata. Luciana, seduta dietro, guardava linverno sfuggire dal finestrino. Un unico pensiero: “Aspettami, Giuseppe. Ci sono quasi. Sto arrivando.”
Il 3 gennaio fu una maratona di numeri e chiamate. Stefano, da medico, usava tutte le sue conoscenze, insistenza, anche fatica. Luciana, nel salottino, stringeva forte tra le mani la foto del loro matrimonio. Ogni risposta negativa era una martellata.
Poi, vicino al tramonto, finalmente, un colpo di scena. Un dialogo teso: “Sì, la cicatrice… con un bastone… cammina… Allora lui? Siete sicuri? Posso parlare con la direttrice? Grazie.” Stefano coprì la cornetta, guardò Luciana, gli occhi lucidi: “Trovato. RSA ‘Il Pino’. A sessanta chilometri da qui.”
Il cuore di Luciana si fermò per un istante interminabile. Stefano parlava ancora, spiegando la situazione, confermando tutto. “Sì, la moglie verrà domani mattina. Grazie infinite. Buona serata.”
Alla fine abbassò il telefono e sorrise: “È lui. La direttrice lo ha descritto perfettamente. Ma… attenzione: non parla quasi mai, vive nel silenzio, non riconosce nessuno. Siate pronti a qualunque evenienza.”
Luciana annuì. Era pronta. Era pronta ad avere davanti chiunque, purché fosse vivo.
La notte che la separava dall’incontro fu interminabile. Sognava incontri, ricordi, addii; temeva che non sarebbe stato lui. Allalba, salirono in macchina. Luciana teneva nella tasca il vecchio scatto delle nozze, la foto-feticcio della vita condivisa, aspettando.
“Il Pino” sorprendeva: non era una clinica triste, ma un piccolo complesso di casette tra i pini argentati, aria pulita e sentieri spazzati dal vento. Laccoglienza fu quasi familiare. La direttrice, semiseria nel suo camice bianco, fu diretta: “È nella stanza 7. Non vi aspettate reazioni: passa le giornate nella sua poltrona in silenzio. Siate delicati.”
Era tutto ciò che Luciana aveva affrontato sin dallinizio: bastava, sarebbe bastato ancora.
Percorsero il corridoio lucido, larmonia delle pareti color ocra, i rumori in sordina dalla TV negli altri locali. Alla porta 7 la direttrice picchiò piano, aprì uno spiraglio: “Avete visita.”
Luciana entrò. La stanza era essenziale. Un letto vuoto, una poltrona vicina alla finestra. Un uomo sedeva di spalle, il profilo piegato. Il cappotto dimesso, la nuca segnata dai capelli bianchi, la schiena alta e curva. Guardava fuori, la neve che cadeva pigra.
Laria si fece rarefatta. Luciana era immobile. Sapeva già.
“Lui non ci sente”, pensò. “Forse si è spento dentro.”
Senza esitazione si inginocchiò davanti alla poltrona e gli posò la mano sopra la sua, ferma e secca contro il legno.
“Giuseppe sono io, Luciana. Guardami, ti prego.”
Lui, con una lentezza impressionante, trasportò lo sguardo dalla neve alla propria mano, alla sua poi salì, palmo dopo palmo, su per la falda della giacca, il collo, gli occhi su di lei. Rimase a guardare. Leternità, per Luciana, rimase sospesa lì.
Poi, nelle profondità di quegli occhi spenti, tremolò qualcosa, come un barlume. Le pupille si strinsero, la bocca si increspò.
“Tu di nuovo” sussurrò, la voce grattava come cardini arrugginiti.
“Non di nuovo”, singhiozzò Luciana, stringendogli la mano. “Questa è la realtà. Ti ho cercato per dodici mesi. Sono qui.”
Lui scosse la testa, esitando: “No tu vieni nei sogni. Sempre solo nei sogni, quando dentro fa freddo. Ti siedi così e poi ci sei, ma non ti sento parlare. Solo il tuo viso vedo.”
Le lacrime sgorgarono impetuose dagli occhi di Luciana, cadendogli sulla mano, bagnando la loro presa.
“Non è sogno, amore mio. Sono io. Vivevamo in Val di Non, nella nostra casa. Ci sono i figli, Riccardo e Giulia. E i nipoti. Ti ricordi niente, Giuseppe? Nulla di noi?”
E lui continuava a guardarla, sforzando al massimo il pensiero. Poi una ruga antica gli increspò la fronte. Le bisbigliò: “Non piangere…” con quella inflessione calda, familiare. Liberò la mano e, piano, le asciugò una lacrima con il pollice, duro e tenerissimo.
Quel gesto, tanto piccolo, infranse ogni barriera. Luciana lo afferrò, gli si gettò addosso piangendo come una bambina, urlando tutta la pena trattenuta.
E avvenne il miracolo: la distanza lasciò il posto allo stupore. Gli occhi di Giuseppe presero finalmente vita. La strinse con una forza ritrovata, gridò con voce chiara: “Lu… ciana!?… Luciana!”
Fu come tirare fuori dalle tenebre la cosa più preziosa: il nome amato, lunico rimasto ad àncora della sua anima.
“Sì! Sono io, Giuseppe, sono io! È tutto vero!”
Lui si aggrappò a quel contatto, si lasciò andare al pianto, ai singhiozzi, alle parole rotte: “Pensavo… di essere impazzito. Solo una faccia, la tua, sempre lì, ogni notte, ogni giorno. Se sparisse… anche io… finivo…”
Restarono così, avvinghiati, dimenticando il resto: mondo, paura e tempo svanivano. Fuori, Martina chiuse piano la porta e lasciò la stanza solo per loro.
Poi sedettero vicini, lui non lasciandole mai la mano.
“Raccontami tutto…” la supplicò sottovoce. “Chi sono? Qual è la mia casa? Non ricordo… niente, tranne il tuo viso.”
E lei gli raccontò tutto. Della loro giovinezza a Rovereto, dei balli estivi nel cortile, del primo regalo di cioccolato, dei figli che si addormentavano sulle loro braccia. Dei funghi e dei cestini di more, del caffè nero sul balcone, delle pescate e della vita condivisa. Gli mostrò la foto di nozze, gliela fece accarezzare, gliela fece scorrere tra le dita. Nei suoi occhi brillarono brevi, tenere scintille.
“E il cucciolo…” rise infine lei tra le lacrime nuove. “Sai chi mi ha portata fin qui? Un cucciolo! Nella notte di capodanno… Argo, con le sue orecchie enormi, tremava come una foglia. Se non fosse venuto lui, se non fossi uscita fuori di tristezza… Non avrei mai saputo da chi si era salvato il mio uomo…”
Giuseppe rimase un momento silenzioso, poi il suo viso si rischiarò per la prima volta in mesi. “Un cane? A San Silvestro? Un miracolo italiano, allora?”
“Proprio così,” rispose Luciana abbracciandolo di nuovo, sentendo la sua mano appoggiarsi lieve sulla sua spalla. “Il nostro capodanno si è trasformato nel miracolo più vero. E aveva le orecchie a sventola e un nome: Argo.”
E così rimasero, stretti davanti alla finestra, mentre la neve continuava a turbinare lenta tra i pini. La strada del ritorno sarebbe stata lunga, incerta; forse la memoria non sarebbe mai più tornata intera. Ma il passo decisivo era stato fatto: si erano ritrovati, oltre il dolore, oltre linverno, oltre ogni addio.
Tutto per colpa o per merito di un cucciolo bagnato e tremante dal nome di Argo.







