— Penso che tua sorella stia flirtando con me, — esclamò mio marito con un sorriso compiaciuto

24 febbraio

«Secondo me, tua sorella ci sta provando con me» mi è scappato di bocca, mentre il sorriso sornione non staccava le labbra.

Lucia si è bloccata, il mestolo sospeso sopra la pentola di minestrone. Il brodo continuava a sobbollire, ma lei fissava me, come se cercasse di capire se la stessi prendendo in giro oppure no. Dalla mia faccia soddisfatta, però, era evidente che intendevo quello che dicevo. E la cosa mi divertiva anche.

«Cosa hai detto?» la sua voce era più calma di quanto si aspettasse.

«Tua sorella Chiara», risposi stiracchiandomi con le mani dietro la testa come se niente fosse. «Mi guarda sempre in un certo modo. Quando sei ai fornelli, si siede vicino, mi sfiora la mano Ieri addirittura mi ha chiesto se volevo andare in palestra con lei. Da soli, senza di te.»

«E me lo dici così? Sorridendo?» Lucia ha spento il fuoco e si è voltata.

«Ma cosa cè di male? Alla fine ho rifiutato», ho detto alzando le spalle. «Ci tenevo solo a dirtelo. Non è poi così innocente la tua sorellina come sembra.»

«Chiara vive qui da nemmeno una settimana», ha replicato Lucia. «Ha appena divorziato, ha la vita a pezzi»

«E infatti cerca consolazione col marito di unaltra», ho sorriso. «Non mi sto vantando, Lucia. Ma i fatti parlano: ci prova.»

Lucia stringeva il mestolo, le nocche sbiancate. Sette anni di matrimonio insieme. Sette anni convinta di conoscermi. E ora mi ritrovava spaparanzato sul divano, a raccontarle con orgoglio che sua sorella minore, forse, mi faceva la corte.

«Tu pensi davvero che io possa credere che Chiara»

«Non mi credi? Guardala con i tuoi occhi», ho sbuffato, avviandomi verso il frigorifero. «Io ti ho soltanto avvisata. Non voglio drammi dopo, se pensi che ti abbia nascosto qualcosa.»

In quel momento si sentì girare la chiave nella serratura ed echeggiò la voce squillante di Chiara dallingresso:

«Ciao! Che freddo oggi, non vedo lora arrivi la primavera!»

Entrò in cucina paonazza, col piumino bianco e le sacche della spesa. Aveva ventiquattro anni, capelli chiari e occhi grandi e allegri, da ragazzina. Dopo la separazione era dimagrita parecchio, lo sguardo smarrito. Lucia le aveva subito proposto di stare un po da noi, finché non avrebbe trovato casa.

«Ho preso i cannoli, i tuoi preferiti, Andrea» disse Chiara, poggiando la scatola sul tavolo.

Lucia colse il mio sguardo e io alzai appena le sopracciglia, come a dire vedi?

«Grazie, Chiara», accettai con un sorriso. «Ma sono a dieta, sai comè.»

«Ma dai, uno non ti farà male. Sei in gran forma lo stesso» replicò lei, dandomi una leggera spinta sulla spalla.

Lo stomaco di Lucia, lo vidi, si contraeva. Magari non stavo esagerando.

«Chiara, ti preparo un tè?» intervenne Lucia in fretta. «Siediti e rilassati.»

«Faccio io, dai», rispose allegra, già armeggiando con le tazze. «Tu sei stanca morta, Lucia. Riposati, ci penso io.»

A cena Lucia sembrava più silenziosa del solito, attenta. Chiara parlava spesso con me: raccontava del lavoro, chiedeva consigli sulla macchina, rideva alle mie battute più di quanto servisse. Forse era solo riconoscenza per lospitalità?

«Andrea, è vero che stanno cercando un contabile nella tua azienda?» chiese poggiando il mento sulla mano.

«Sì, perché?»

«Pensavo di candidarmi. Sarebbe bello lavorare insieme stessa macchina, stessa pausa pranzo»

Lucia la interruppe cercando di non perdere la calma: «Però tu volevi cercare nel tuo settore, il design»

«I contabili servono dappertutto, Lucia», rispose lei facendo spallucce. «Il design può aspettare. Andrea, metti una buona parola col capo»

Mi girai a guardare Lucia, poi Chiara: «Vedremo.»

Dopo cena Chiara si ritirò nella stanza, che Lucia aveva sistemato come fosse un suo studio. Restammo io e lei a sistemare la tavola.

«Allora, ti sei convinta?» chiesi, sciacquando i piatti a bassa voce.

«Non so», Lucia strofinava la pentola quasi con rabbia. «Forse è solo riconoscente. O sola. Non ha confini chiari, almeno per ora.»

«Suvvia, Lucia. Lo fa apposta»

«Basta», interruppe voltandosi di scatto. «Non parlare così, come se fosse una cacciatrice. È mia sorella!»

«Che vuole portarti via il marito», conclusi. «E tu fai finta di niente.»

«E tu perché me lo dici solo ora?»

Non risposi subito. Mi asciugai le mani.

«Volevo essere sicuro. O forse mi piaceva lattenzione?» sussurrò Lucia.

Io accennai un sorriso: «Non esagerare.»

Ma in fondo sì, la situazione mi faceva sentir bene. Con il mio ego solleticato, perché una ragazza più giovane sembrava trovarmi attraente.

«Parlerò io con lei», disse Lucia sicura di sé.

«Fai con calma. Non voglio drammi familiari.»

«E allora perché hai tirato fuori questo argomento ora?»

Feci spallucce, la lasciai lì con i suoi pensieri.

Quella notte Lucia faticò a dormire lo percepivo dal suo respiro accelerato accanto a me. Rijocava mentalmente la settimana appena trascorsa: io e lei che accoglievamo Chiara ancora piena di tristezza, vicino al crollo dopo un matrimonio fallito. Le avevamo dato tutto, ascolto, supporto.

Eppure, con sorpresa, Lucia ricordava come Chiara cercasse spesso la mia compagnia, mi chiedeva una mano con le buste della spesa, mi domandava comera andata al lavoro, girava in casa con shorts cortissimi e canottiere aderenti.

«Sto diventando paranoica», pensò Lucia. «È pur sempre mia sorella!»

Ma le riaffiorò una scena di tanti anni fa: Chiara a quindici anni, Lucia col primo fidanzato vero, lei lì che rideva a ogni battuta e non si staccava un attimo. E la madre che minimizzava: «Non esagerare, Chiara è ancora una bambina».

Ora Chiara di anni ne aveva ventiquattro. Non era più una ragazzina.

La mattina dopo, al suono dei piatti dalla cucina, Lucia si alzò. Andrea era già uscito ogni giorno alle sei e mezza era fuori per andare a lavorare. Infilò la vestaglia e raggiunse la cucina.

Chiara, vestita con una delle sue camicie da notte cortissime, stava preparando delle uova.

«Buongiorno!» mi disse sorridente appena mi vide. «Ho preparato la colazione per Andrea. Era tutto contento, davvero!»

«È già uscito, Chiara, io mi sono appena alzata», rispose Lucia, sedendosi.

«Lo so, ma volevo svegliarmi apposta. Tu sei sempre cotta la mattina, torni sempre tardi. Pensavo di aiutarti.»

«Guarda che alle sette mi alzo e la colazione posso farla benissimo.»

«Almeno stavolta ti risparmio la fatica», disse sedendosi con la tazza di caffè. «Secondo me Andrea è un po giù. Siete arrabbiati tra voi?»

Lucia tirò un lungo sospiro.

«Chiara, non pensi di rivolgergli un po troppe attenzioni?»

«Cioè? In che senso?»

«Prepari colazioni, gli chiedi sempre delle sue cose, vuoi lavorare con lui»

«E allora? Siamo famiglia, gli sono grata per avermi aiutata.»

«Ci sono modi e modi, Chiara. Alcune cose possono essere malinterpretate.»

Chiara si rabbuiò. «Questo cosa vuol dire? Che io?»

«Non sto insunuando nulla. Solo ti chiedo solo prudenza.»

«Devo stare attenta a cosa, Lucia? Che faccio troppo per aiutare? Che non rimango chiusa in camera?»

«Non è così, Chiara»

«Sai che c’è Lucia» Chiara si alzò, la voce rotta. «La mia famiglia si è appena distrutta. Mio marito è scappato con unaltra. Sono depressa, non ho una casa, vivo da ospite. E lunica cosa che mi fa stare in piedi è sentirmi parte di qualcosa di buono. E tu trasformi tutto in roba sporca!»

Se ne uscì sbattendo la porta. Lucia rimase a guardare il piatto ormai freddo. «Forse sono io che sto sbagliando tutto», pensò.

Al lavoro non riuscivo a concentrarmi. In pausa messaggiai Andrea: «Ho parlato con Chiara. Un disastro.»

Rispose dopo unora: «Te lavevo detto: andava fatta con delicatezza. Ora si offenderà e sembrerà che la colpa sia tua.»

«Forse lo è.»

«Lucia, sei troppo buona. Lei ci marcia.»

La sera Chiara non si presentò a tavola. Stava chiusa in camera, musica a tutto volume. Busso:

«Chiara, posso?»

«È aperto.»

Era stesa sul letto, occhi arrossati. «Scusa», le disse Lucia, «non volevo offenderti.»
Chiara si mise seduta, parlando con una sincerità disarmante:

«Sai Lucia, sono sempre stata in ombra. Tu la sorella grande, bella, sempre con ottimi risultati, e io mi sono sempre sentita fuori posto. Per una volta qualcuno mi guarda davvero, mi tratta da pari»

«Andrea?»

«Sì. Lui mi chiede un parere, mi ascolta, non mi giudica da come fanno la mamma o tu.»

«Chiara, per me sei importante, lo sai.»

«Ma da sempre ho la sensazione che mi veda come una bambina un po sciocca, quella che rovina sempre tutto. E pure ora: volevo solo aiutare, sentirmi utile in famiglia, e tu pensi che io ci stia provando con tuo marito?»

Il tono, così sincero, mi colpì. «Scusa, magari ho frainteso»

«Hai frainteso perché tra te e Andrea va male e lo vedi anche tu», mi sussurrò con voce rotta. «Non vi parlate quasi più. Forse il motivo non sono io.»

Lucia le prese la mano. «Tra me e Andrea va bene. Siamo solo stanchi.»

«Tutti dicono così, sai. Poi ci si lascia.»

Si strinsero, si abbracciarono. Chiara venne poi in cucina a dare una mano con la cena. Quando tornai a casa, trovai una parvenza di normalità. Ma Lucia era ancora nervosa, la sentivo.

Fu proprio quella sera che Chiara chiese: «Andrea, è vero che sabato avete la cena aziendale?»

«Vero. Come lo sai?»

«Ieri ti ho sentito che lo dicevi a Lucia. Posso venire? Potrei essere la tua ospite.»

Lucia rimase a bocca aperta. «Chiara, sono cene tra colleghi. Io stessa non vado sempre.»

«Ma perché? Dove sta scritto? Giusto, Andrea?»

Io guardai Lucia. «In teoria si può portare ospiti. Così siamo in tre.»

Chiara raggiante: «Fantastico! Adesso sì che ci divertiamo!» E non lasciai a Lucia il tempo di dire altro.

Quella notte Lucia non chiuse occhio. Io dormivo, lei invece sentiva la musica nella stanza accanto, lo sguardo fisso al soffitto. Aveva capito tutto: Chiara non mi stava corteggiando. Si stava insinuando nella nostra vita, trovando un suo ruolo, dandosi importanza.

E a me? Mi faceva piacere.

La mattina dopo si alzò di proposito prima di tutti. Prese in mano la cucina: colazione, tavola in ordine, tutto perfetto. Quando arrivai, tutto era già pronto.

«Complimenti, che bella tavola», dissi sedendomi. «Grazie.»

«Sono tua moglie, è il minimo, no?»

Alzai gli occhi: «Che succede?»

«Niente. È solo che ultimamente ho lasciato andare. Colazioni, cene Tutto in automatico.»

«Colpa anche mia», ammetto, «col lavoro che ci assorbe»

«Ma voglio cambiare.»

Annuii, continuando a mangiare. Proprio in quel momento, Chiara entrò. Guardò la cucina: tutto pulito. «Volevo»

«Non ti preoccupare, Chiara, siediti e goditi la mattina. Sei unospite.»

«Ma io non voglio essere ospite, voglio aiutare»

«Se ti chiederò una mano, mi aiuterai. Ora vai pure a prepararti.»

Negli occhi di Chiara passò un lampo, forse fastidio? O forse Lucia lo immaginò.

Nei giorni seguenti, Lucia si prese cura di me come non faceva da tempo. Mi preparava i miei piatti preferiti, cercava il dialogo. Quando Chiara provava a intavolare con me una discussione, Lucia interveniva con cortesia ma decisione, ricostruendo i confini.

Una sera propose a Chiara: «Volevi trovare una casa in affitto, no? Magari sabato vediamo qualche annuncio insieme?»

Chiara si rabbuiò: «Ma che fretta cè? Mi avete detto che posso restare.»

«Certo, se vuoi. Ma magari adesso senti il bisogno del tuo spazio, dellindipendenza.»

«Io qui sto bene», e si accoccolò sul divano. «Vero, Andrea?»

«Lucia ha ragione», dissi, seccato. «Avere una casa tua ti farebbe bene. Amici, magari qualche uomo»

«Dopo il mio ex non voglio vedere nessun uomo!» esclamò.

«Passerà», intervenne Lucia. «Tutto passa.»

«Facile per te dirlo: tu hai sempre solo avuto un uomo, una storia felice»

Mi voltai e tornai al portatile, lasciandole a parlare.

Sabato arrivò, giorno della cena aziendale. Lucia aveva comprato un tubino blu elegante, si era pettinata, truccata. Appena uscì dal bagno esclamai: «Wow, così bella che è tanto non ti vedevo.»

Lei rise: «È tanto che non mi sentivo bella.»

Anche Chiara arrivò con vestitino rosso cortissimo e tacchi a spillo. «Che ne dite, come sto?»

«Magari un po più sobrio, Chiara. È una cena di lavoro», suggerì Lucia.

«Ma questo È sobrio! Dovresti vedere quelli da discoteca», ribatté ironica Chiara.

A cena, i colleghi accoglievano tutti e tre con entusiasmo. Lucia era conosciuta, ma era da un paio danni che non veniva. La responsabile amministrativa, Martina, ci abbracciò: «Ma che bel trio! Andrea sei circondato dalla bellezza!»

Chiara era raggiante, rideva, scherzava con tutti, attaccatissima a me e Lucia.

Durante la serata, Lucia mi chiese a bassa voce: «Chiara vuole davvero lavorare con te?»

«Se cè posto, perché no?»

«Non ti sembra troppo? Noi, lei sempre insieme, sempre qui, sempre là»

«Non capisco dove sia il problema.»

«Che i confini stanno sparendo.»

Sorridendole, dissi: «Preoccuparsi così tanto non serve, Lucia.»

Chiara si avvicinò: «Parlate segreti? Dai, Andrea, vieni a ballare con me!»

Mi trascinò in pista. Lucia mi osservava di lato, mentre Chiara rideva, faceva la civetta sotto gli sguardi dei colleghi.

Martina mi si affiancò: «Tua cognata è un vulcano!»

Lucia annuiva, più seria.

A fine serata, a casa, Lucia entrò in camera e mi affrontò:

«Dobbiamo parlare.»

«Di cosa?»

«Di Chiara. Di tutto questo. Tu le stai lasciando troppo spazio nella nostra vita.»

«Lucia, se ne abbiamo già parlato»

«No! Tu mi hai detto che lei ci prova con te, ma ti piace, vero? Non ti ha dato fastidio, anzi ti ha lusingato.»

«È assurdo.»

«Affatto. Ti piace lidea di avere due donne che girano attorno a te. Ma ora basta.»

Mi allontanai, ferito nellorgoglio. «Stai esagerando.»

«No, è la verità. E poi tu, Andrea, hai sempre rimandato tutto. Persino avere figli. Io mi sento sempre sola nella fatica tu mai. Sempre rimandi, sempre laterale.»

«Non sono pronto», balbettai.

«Non sarai mai pronto, vero? Ora basta!»

Lucia uscì dalla stanza. Rimasi solo, rabbia e senso di colpa mi assalirono.

Domenica mattina uscii presto, non avevo voglia di affrontarla.

Quando tornai a casa, Lucia era in cucina, guardava fuori dal balcone il cielo grigio di Milano.

Chiara, in pigiama, le si avvicinò. «Lucia se in qualche modo sto creando problemi, te lo giuro»

«Sì, Chiara. Stai destabilizzando il mio matrimonio.»

«Cosa?!»

«Dimmi la verità: cerchi mio marito?»

Chiara impallidì: «Ma sei matta!»

«Rispondimi sinceramente.»

Dopo qualche secondo, Chiara disse con voce rotta: «No. Non lo voglio. Voglio essere come te.»

Mi colpì.

«Tu hai un marito, una casa, una vita. Io sono divorziata a ventiquattro anni, non ho niente. Ho solo voluto, stando qui, sentirmi parte di qualcosa. Magari ho esagerato, ho pensato di diventare utile, indispensabile. Ma non voglio rubarti Andrea, voglio una vita come la tua!»

Le scesero le lacrime.

Le abbracciai forte e restammo così, in silenzio.

«Non è perfetta la mia vita. Ma possiamo ricostruire le cose, sempre.»

Chiara mi confessò tutte le sue paure: di rimanere sola, di non avere più una direzione. Andrea per lei era solo la rappresentazione della stabilità che aveva perso.

«Troverò casa, questa settimana.»

«Non correre», le dissi. «Stabiliamo solo dei limiti chiari.»

Quando Andrea tornò, latmosfera era già mutata. Chiara in camera, Lucia ai fornelli.

Mi avvicinai piano. «Lucia, parliamo di ieri»

«Dobbiamo chiedere aiuto. Una terapia di coppia», tagliò corto.

«Davvero?»

«Abbiamo delle ferite profonde. Non solo per Chiara.»

Ci pensai su. «Va bene.»

Due settimane dopo Chiara trovò un monolocale in affitto nella zona di Porta Romana. La aiutammo a traslocare, le regalai le stoviglie e qualcosa per arredare.

«Grazie di tutto, Lucia», mi disse abbracciandomi. «E scusa.»

«Anche io ti chiedo scusa. Non ho capito prima che stavi male.»

Chiara pianse. «Devo imparare a stare da sola. Capire chi sono senza un uomo.»

«Ce la farai», sorrisi.

Io e Lucia iniziammo la terapia. Allinizio fu doloroso, scoperchiare cose mai dette. Dirci paure, incomprensioni, dolori.

Andrea ammise: «Ho paura di diventare un padre come il mio, di sbagliare tutto.»

Lucia: «Io temo di risultare sempre troppo fredda, di dover essere perfetta. E spesso mi perdo me stessa.»

A piccoli passi ricominciammo a capirci, a parlare. Non era una favola, ma qualcosa cambiava.

E Chiara? Un giorno mi ha chiamato: «Leo mi ha chiesto di uscire. È dolce e calmo, niente a che vedere con il mio ex.»

«Sono felice per te, Chiara.»

«Lucia, ti ricordi quando vivevo da voi? È stato il mio insegnamento. Ho invidiato ciò che avevi invece dovrei costruirmi il mio.»

«Sei proprio matura ora», dissi sorridendo.

Riattaccai, trovando Lucia sul divano. Mi sorrise: «A cosa pensi?»

«A quanto spesso la vita degli altri sembra meglio della nostra. Finché non impariamo ad apprezzare davvero la nostra.»

Annuii. Le tesi la mano. Lei mi raggiunse. Non era perfetto, ma era vero. E questo, nella vita, conta più di tutto.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

nineteen − 14 =

— Penso che tua sorella stia flirtando con me, — esclamò mio marito con un sorriso compiaciuto
La Porta Rimane Chiusa