Il proprio posto
Mamma, che fai!? Chiara era quasi in lacrime mentre guardava sua madre gettare via le sue cose dal guardaroba. Il suo vestitino rosso a pois, il preferito, era stato buttato per terra con noncuranza. Subito attirò lattenzione del fratellino Pietro, seduto sul tappeto, che afferrò la cintura e se la mise in bocca. Non farlo, Pierino! Dallo a me!
Ti dispiace pure per uno straccetto! Caterina, la madre, lanciò anche i jeans di Chiara sul mucchio, richiuse di scatto il guardaroba e sbottò, Spicciati! Fuori!
Ma dove vuoi che vada, mamma? E a questora poi? Che stai facendo?
Faccio quel che mi pare! Questa è casa mia e qui tu non ci stai più!
E io? Ma non è anche casa mia questa?
No, bella mia! Qui non hai più niente! Caterina prese in braccio Pietro e gli pulì il naso col bordo del vestito di Chiara. Niente! E ora basta farmi innervosire! Appena avevo cominciato a rimettere insieme la mia vita, tu la vuoi rovinare di nuovo? Non te lo permetto!
Mamma, ma io non ti sto rovinando niente! Cosa ti avrei fatto?
Ma chi flirta con Luigi? Non certo io!
Mamma! strillò Chiara così forte che Pietro si spaventò e iniziò a piangere disperato. Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?!
Mi rendo conto benissimo! Adesso basta! Tra cinque minuti non ti voglio più vedere qui!
Caterina sbatté la porta uscendo dalla stanza, lasciando Chiara immobile e confusa, incapace di capire cosa fosse appena accaduto. Sembrava che lavessero cacciata di casa… La testa le rifiutava di funzionare. Cercava disperatamente un pensiero da cui ripartire, ma tutto era confuso, a brandelli, e non riusciva a concentrarsi. Da dietro la porta sentì lurlo di Pietro e si riscosse. Il fratellino piangeva così disperatamente che istintivamente Chiara si avvicinò alla porta. Era sempre stato suo il compito di calmarlo, distrarlo, solo per farlo smettere di piangere. Il nuovo compagno della madre non sopportava che il figlio piangesse. Tutto ciò che riguardava il bambino lo infastidiva. E Chiara, abituata allamore e alla cura della famiglia, non riusciva a capire cosa stesse succedendo alla madre. Invece di consolare Pietro, Caterina lo mollava a Chiara e correva dal marito.
Pensaci tu! Sei grande ormai, aiuta!
“Grande”… Solo ieri Chiara era ancora la cocca di papà e mamma, e oggi si ritrovava a sentirsi unestranea, come la chiamava adesso la madre. Negli ultimi due anni era successo tutto così in fretta che non faceva in tempo a capirlo.
Prima era morto il padre, per un infarto. Uningiustizia, perché si sarebbe potuto salvare se solo qualcuno in quella maledetta fermata si fosse accorto di lui, un uomo ancora giovane, ben vestito, di certo non un barbone. Rimase lì a terra più di unora, la gente gli passava accanto… Presi dai loro affari… Nessuno si era fermato, nessuno aveva chiamato unambulanza o chiesto se avesse bisogno di aiuto. Forse tutti avranno pensato che fosse ubriaco o fuori di sé, visto che dormiva per strada a novembre. Solo quando una donna si fermò toccandolo sulla spalla, era troppo tardi.
Chiara ricordava ancora come reagì la madre: si chiuse nel silenzio, stordita, estraniata. Lei piangeva, cercava di scuoterla, ma nulla. Caterina accompagnò il marito alla sua ultima dimora senza una lacrima, e poi si chiuse in camera dimenticandosi completamente della figlia.
Non avevano parenti, e gli amici dei genitori erano ormai solo conoscenze che si vedevano alle feste e poi sparivano. I genitori di Chiara erano fieri della loro famiglia unita, convinti di non aver bisogno di nessuno. E anche lei allinizio la pensava così, non amava molto avere ospiti fra i piedi. Perché invitare gente? Si stava bene anche senza.
Così era stato fino alla prima elementare. Nel suo classe cerano tante bambine e pochi maschi, e Chiara si trovò seduta accanto ad una piccolina veloce, con due trecce nere grossissime che la costringevano a stare a testa alta. Chiara le invidiava le trecce: i suoi ricci biondi non le piacevano per niente. Per questo, già dal primo giorno, lavevano soprannominata Soffione.
La treccia della sua compagna la toccò solo dopo due giorni, quando la ragazzina, sbuffando, la lanciò indietro e borbottò, Mi hanno stufato! Me le taglio! Anche se la mamma si arrabbia.
Chiara, senza pensare, le passò le dita sui capelli lucidi e sussurrò, Sei matta? Sono bellissimi!
Da lì nacque lamicizia con Livia. Così tutti chiamavano questa reginetta dalle trecce magiche.
Livia era la quarta di una famiglia numerosa, i Ferramonti. Quando Chiara mise piede per la prima volta nella loro grande casa strampalata, che occupava tre lotti e sembrava sempre sul punto di esplodere di gente, rimase impressionata: adulti, bambini, nonni e neonati ovunque! Cercò a lungo di capire le parentele, ma fu inutile. Sapeva solo che la mamma di Livia piazzava chiunque entrasse subito a tavola e lo riempiva di cibo finché non si poteva più camminare. Conosceva i fratelli e le sorelle di Livia, ognuno pronto ad aiutare laltro: il maggiore le spiegava subito lalgebra e la sorella più grande le insegnava a cucinare. Le bimbe Ferramonti impastavano e sfornavano dolci come niente, mentre a Chiara sua madre neanche lasciava entrare in cucina, troppo presto, diceva.
Grazie a Livia, Chiara aveva scoperto che amici e parenti non erano affatto una cosa negativa. E nel tempo capì anche che le famiglie non sono tutte uguali. Livia riceveva montagne di regali non solo per il compleanno, ma per ogni festa, e in casa Ferramonti i bambini erano sempre celebrati. Anche per il compleanno della bisnonna Livia trovava dolci, magliettine e fiocchi nuovi.
Perché? Non è la tua festa! chiedeva stupita Chiara.
E allora? Bisogna sempre aspettare una scusa per fare felice qualcuno che ami? Vedrai a Natale! e ridevano insieme.
La madre di Chiara, però, quellamicizia non lapprovava affatto. Ma lavorava tanto e non si accorgeva che Chiara dopo scuola volava da Livia, dove la accoglievano con una fetta di torta o della conserva di pesche fatta in casa parlando e ridendo. Quelle merende erano per Chiara un sollievo, il sollievo che solo chi ti aspetta sa dare.
Furono proprio i parenti di Livia che, saputo della tragedia, mandarono subito i fratelli maggiori di Livia ad aiutare. Portarono dei soldi, si occuparono delle pratiche. Caterina non voleva neanche uscire dalla stanza, ma alla fine, col muso, fece quello che gli altri dicevano e la sera furono accompagnate a casa. Livia cercava di consolarla, ma alla fine si misero a piangere insieme, impastando chili di panzerotti da stipare nel frigo fino a chiedere aiuto ai vicini.
Il giorno dopo, Chiara trovò accanto a sé sempre i fratelli di Livia, che accompagnavano lei e la madre ovunque risolvendo piccoli problemi e proteggendole da tutto. Caterina pareva non accorgersene, ma Chiara ricordò bene.
Quando poi le chiese spiegazioni, Livia rispose serena, Siamo famiglia, non sei una estranea. E in casa tua non ci sono più uomini, qualcuno deve aiutarvi.
Sei mesi dopo Livia fu promessa sposa. Chiara non ne capacitava: Ma sei impazzita? Il matrimonio ora? E luniversità? Non volevi fare la dottoressa?
Non ho cambiato idea! sistemava il velo nuziale. Papà ha già trovato laccordo con il futuro marito, così potrò continuare gli studi.
Ma tu lhai visto appena due volte! Non lo ami?
È così che fanno da noi, rispose decisa. I genitori scelgono, noi eseguiamo.
Ma che senso ha? E se poi non lo ami davvero?
Non so, Chiara. Ma credi che i miei genitori vogliano il mio male?
No
Appunto. Vogliono che io abbia una famiglia e una casa tutta mia. E se loro scelgono, staranno attenti più di chiunque altro.
Chiara rimase senza parole. Al matrimonio di Livia trattenne a stento le lacrime, ma quando seppe che la sua amica sarebbe andata a studiare a Milano, scoppiò in un pianto che non riusciva a fermare.
Come farò senza di te?
E io?
Ora sei sposata, hai qualcuno che si prende cura di te…
Se starai male, raggiungimi. Qualcosa ci inventiamo.
Intanto nella vita di Caterina era entrato Luigi, e Livia seguiva con ansia gli orari di Chiara: Perché non vuoi mai tornare a casa?
Chiara non voleva raccontare come il nuovo marito della madre la aspettasse nei corridoi, e come dopo la nascita di Pietro la madre fosse diventata intollerante, costringendola a chiudersi nella sua stanza, anche se Caterina si arrabbiava non potendo portarle Pietro a qualsiasi ora. Lei il fratello lo adorava e laiutava volentieri, ma vegliare la notte le toglieva energie: già due volte era svenuta a scuola. Doveva lavorare in ospedale prima ancora di finire gli studi, solo per avere la scusa dei turni notturni e stare meno a casa.
Dopo aver salutato Livia, una sera Chiara tornò e fu subito lite con la madre, come mai prima. Avevano ormai litigato tante volte, e Chiara non sapeva come uscirne, né come farsi ascoltare.
Ma Caterina ascoltava solo se stessa, e quando una vicina, accarezzando Pietro, aveva detto: Che bambini splendidi fai Caterina! Anche Chiara è una bella ragazza! Peccato che il papà non possa vederla. È quasi una signorina. Ha un fidanzato? Non la vedo mai con nessuno… Forse pensa solo a scuola poi a lavorare… Ma deve pensare anche alla sua vita, Caterina. Forse fu quello a far esplodere Caterina che poi cacciò la figlia. Così Chiara si ritrovò a far la valigia senza idea di dove andare. Se non era quella la sua casa, allora dovera il suo posto? Avrebbe voluto chiamare Livia, ma non poteva preoccuparla: era in attesa e aveva mille impegni. Lei, invece, non riusciva nemmeno a spiegare a sua madre come si sentisse.
Chiara osservò la stanza unultima volta, prese la foto del padre dalla scrivania, la infilò nella borsa e si asciugò le lacrime. Forse, pensava, era meglio così. Da tempo ormai era una straniera in quella casa. Che la mamma si faccia la sua vita.
In cucina il televisore urlava, Caterina trafficava nervosa fra le pentole. Chiara si avviò verso il corridoio che portava in cucina, ma si bloccò. Cosa avrebbe potuto aggiungere? Tutto era già stato detto. Si poteva mai perdonare quello che aveva appena sentito? No, era abbastanza. Una volta vivevano felici e sua madre la amava, ma ora tutto era cambiato e lei era unestranea.
Fuori era già buio ed un vento freddo la fece rabbrividire, mentre si nascondeva nella sciarpa larga. Quellautunno era arrivato tardi ma con la forza di un uragano, e in città la gente non ci aveva capito niente. Tornando dal lavoro le era capitato di vedere ragazzi in pantaloncini e ragazze col piumino. Anche Chiara il giorno prima aveva tirato fuori la sciarpa che Livia le aveva regalato a Natale e il giaccone pesante. Così non avrebbe avuto bisogno di tornare a casa, perché sua madre non la voleva più vedere. Un risentimento nuovo, piccolo e tagliente, le faceva male al cuore, ma decise di ignorarlo. Ora doveva solo pensare a cosa fare.
La fermata del tram era quasi deserta. A parte una coppia di passanti e un grosso cane randagio, non cera nessuno. Posò la borsa su una panchina e infilò le mani in tasca per scaldarsi.
Quando unauto si fermò a pochi metri, lasciandola allarmata.
Chiara?
Matteo!
Chiara quasi pianse di sollievo. Era il fratello maggiore di Livia, quello che le aveva aiutato con lalgebra e poi aiutato dopo la morte del padre.
Ma che fai qui a questora? chiese lui.
Devo andare in ospedale… sì, giusto, al lavoro! cercò una scusa.
Non mi racconti tutto, lo vedo. Che succede? Perché sei con la borsa?
Guardandolo negli occhi, si sentì improvvisamente libera di raccontargli tutto: della madre, di Luigi, di come ora non avesse più un posto dove andare.
Ho capito! Sali! disse Matteo senza aggiungere altro.
Salirono in macchina nel silenzio caldo della notte. Chiara stava bene, per la prima volta dopo molte ore. Guardò fuori dal finestrino, tentando di riflettere sul futuro, ma nelle orecchie rimbombavano le parole della madre: Qui non hai più posto!.
Si riprese solo quando si rese conto che non stavano andando verso lospedale.
Matteo, dove stiamo andando? Devo andare al lavoro…
E dormire in ospedale, poi? E domani cosa farai?
Non lo so…
Io sì. Perciò non ti porto in ospedale, ma da unaltra parte.
Dove?
Vedrai!
Il palazzo alto in una zona tranquilla era circondato da una bella cancellata in ferro battuto. Il custode fece entrare lauto nel cortile e Matteo indicò con la testa lingresso.
Salì dietro a lui fino al terzo piano. Matteo suonò a lungo prima che una donna dalla figura imponente, vestita con una larga veste, aprisse la porta.
Nonna!
Matteo! Ma senza avvisare?
La donna non era poi così grande, semplicemente il vestito e la statura le davano quellaria. E questa chi è? Ma certo! Tu sei lamichetta di Livia! Ti ho vista al matrimonio! Dai, entra, qui non sei una sconosciuta! Non farmi offendere!
Appena entrata, Chiara fu avvolta dal calore della casa. Il lungo corridoio era di marmo e una cascata di cristalli dal lampadario le fece girare la testa. Matteo disse qualcosa alla nonna, ricevette un cenno e salutò Chiara con un cenno della mano, uscendo veloce.
Non stare lì impalata! Vieni, togli la giacca e raccontami: come mai una bella ragazza come te si trova sola a questora per strada? Non hai più casa? Non hai più mamma?
Forse no… rispose Chiara, sentendo le forze abbandonarla, e scoppiò in un pianto disarmante. La nonna di Livia, che si chiamava Assunta, la strinse subito tra le braccia.
Dai, tesoro, non piangere! Andrà tutto bene, lo so. Ho visto troppo dolore nella vita, non permetterò che tu ne aggiunga altro! Ascoltami, vedrai! Ora ti preparo il caffè, quello come si deve. Lo bevi e ti scordi le bruttezze, almeno finché serve per respirare. Vieni!
Sedute in cucina, Chiara sorseggiava il caffè amaro che nessuna lacrima poteva eguagliare ascoltando le storie di Assunta.
Chiamami Assunta. Così mi chiamavano da ragazza, quando curavo i miei fratelli in paese. La nostra casa era lontana, dove sono sepolti gli avi. Non ci torno da tantissimo e ormai non credo di poterlo più fare. Questo mi fa male, ma non è il dolore peggiore.
Qual è il più grande? domandò Chiara.
Che i miei genitori non hanno nemmeno una tomba lì. Né mia sorella maggiore. Non ho potuto seppellirli.
Come mai?
Sai cosè una rappresaglia? No?… Non la auguro a nessuno. Da noi arrivarono più volte, volevano scacciarci, vietarci la lingua, la memoria… Mio padre costruì una stanza segreta: ci nascose lì dentro, e poi sbarrò la porta col mobile della trisavola. Salvò noi, ma lui…
Assunta fece una pausa, lo sguardo duro: Così è lamore dei genitori, Chiara. Ricordalo quando i tuoi figli ti troveranno. Non portarti dietro le parole che ti ha detto tua madre. A volte il dolore rovina le persone, le svuota. Rimane solo un guscio che cerca pace. La darà forse, forse no.
Parli come se tu ci fossi passata…
Ci sono passata. Eppure non rimasi sola: avevo fratelli e sorelle da accudire. Nessun altro che noi, la casa bruciata alle spalle. Ma non ti racconterò i dettagli. Alla fine, li ho tirati su, ognuno coi suoi figli e nipoti. Livia e Matteo sono nipoti di mio fratello. Ho dato tutto a loro.
E i tuoi figli? Non ne hai avuti?
Non cera tempo. Dovevo pensare ai fratelli.
Poi Chiara, notando una sofferenza nascosta, chiese: Solo per questo?
No… Assunta la fissò seria. Sei sveglia, mi piace. Non solo per questo…
Perché?
Perché ho amato uno di quelli che vennero quel giorno, uno di chi mi portò via tutto. Ero pronta a seguirlo, se solo mi avesse chiamata.
Ma non ti ha chiamato…
No. Forse voleva, forse no… Non so. Ma la forza non era mia: erano gli altri a tenermi in piedi. Ricordalo, la forza viene anche dagli altri. Ora voglio passarla a te. Da qui in poi questa sarà casa tua, finché non troverai il tuo posto, finché non verrai consegnata nelle mani di un buon marito. Capito? E niente più lacrime. Non immagini cosa ti aspetta! Ti trasformerò in una donna che nessuno potrà contestare!
E Assunta rise, promettendo di insegnare a Chiara tutti i segreti di casa: cucina, ricamo, e ancora cucina… In due anni Chiara imparò così bene che superò anche Livia, che tornava a farle visita.
Sono ancora più buoni dei miei! Cosa ci hai messo? sgranocchiava ravioli, divertita.
Tutto merito della nonna Assunta, sorrideva Chiara.
Non farmi montare la testa che poi santo Pietro mi lascia fuori! rideva la vecchia, sorvegliando la moka.
Invece è la verità, insisteva Chiara, con lo stesso tono di Assunta.
Ti ha proprio cresciuta la nonna! rideva Livia. Tutta lei!
Non ancora, intervenne Assunta seria. Racconta tu. Io vado a riposare.
Che succede? domandò Livia.
Chiara esitava, poi confessò: La mamma è malata. Grave. Sta per morire. Era ricoverata proprio nel mio ospedale, conosco tutto il quadro clinico.
Ma non lhai mai vista?
No… non ce la faccio…
Ma pensaci bene, Chiara! Dopo potrebbe essere troppo tardi: vorresti vederla e non potrai, vorresti perdonare senza più averne il modo…
Non urlare, Livia. Lo so bene. Ma non ci riesco. Come faccio a dimenticare? E se Matteo quella sera non fosse passato? Se non ci fosse stata Assunta? Dove sarei ora? Mia madre ci pensava, quando mi ha lasciata per un uomo che, tra laltro, lha subito abbandonata non appena si è ammalata! E non solo lei, anche Pietro!
E quindi dove sta adesso Pietro?
In istituto. Non me lhanno dato. Ho un lavoro, ma niente casa. Laffitto costa troppo pure col doppio lavoro.
Perché non torni nella casa di tua madre?
Mi ha cancellata dalla residenza. Mi servono i documenti per avere laffido di Pietro, ma non li ho. Non so cosa fare si prese la testa tra le mani non dormo più pensando a lui.
Se ti preoccupassi davvero, non saresti qui. tagliò Livia alzandosi Andiamo!
Dove?
Da tua madre!
Perché?
E dovè ora?
È già stata dimessa…
Meglio. Allora a casa da lei.
Ma io non sono pronta a fare pace…
Non devi. Piuttosto, pensa a Pietro! Quando nessuno ha pensato a te, sei stata felice? Appunto!
Alla fine Chiara si riconciliò con la madre, due giorni prima che Caterina, ormai stremata e cambiata anche dentro, si spegnesse, chiedendole perdono. Chiara si prese cura di lei dimenticando vecchie ferite, correndo per uffici, pensando solo a liberare il fratellino dallorfanotrofio. Guardando negli occhi la madre, le tornò in mente non il giorno dello sfratto, ma una mattina di tanti anni prima: la mamma giovane, bella, vestita con quel famoso vestito rosso a pois, che la imboccava con le ciliegie grandi, gialle e dolcissime come i suoi baci. Rimase solo quella sensazione di felicità, riscoperta in fondo al cuore.
Ti perdono, mamma… sussurrò.
E le parole di Assunta tornarono ad avere senso vero:
Bisogna lasciare andare il rancore. Ti accecherà e ti impedirà di vedere ogni cosa bella. Resterà ad avvelenare il tuo cuore. È difficile, lo so, ma serve più a te che a chi perdoni davvero.
Una settimana più tardi, Pietro, stringendo forte la mano della sorella, chiese appena entrato in casa:
Ora siamo davvero a casa, Chiara?
Sì, piccolo. Da oggi siamo a casa. Questo è il nostro posto, capisci?
E Pietro fece sì con la testa, serissimo, e Chiara capì: ora ogni cosa era al proprio posto, finalmente.
La felicità, spesso, nasce proprio dal coraggio di lasciar andare il dolore e abbracciare chi resta accanto a noi.







