Fuggire fino ai confini del mondo

Fuggire ai confini del mondo

Giulia! Giulia, mi senti almeno?

La voce arrivava dalla cucina, si faceva strada nel sonno denso del mattino come una lama che fende il legno. Giulia Maria Bellini aprì gli occhi e fissò il soffitto. La crepa sopra langolo destro era un po più lunga. Da almeno ventanni la osservava, senza mai decidersi a stuccarla. A volte ci aveva pensato: Bisogna sistemarla. Mai fatto.

Giulia! Il caffè devo farmelo da solo, magari?

Cinquantaquattro anni. Un numero che bisognava tenersi a mente al risveglio, altrimenti non si capiva come fosse possibile che fosse passato così tanto tempo tra ciò che era stato fatto e ciò che non era accaduto. Cinquantaquattro anni, trenta dei quali con quella voce in cucina che le inaugurava le mattine. Allinizio si alzava volentieri. Perfino con un sorriso. Le sembrava che avesse senso, che ci fosse qualcosa di tenero e giusto nellessere attesa da qualcuno per il caffè. Essere necessaria.

Ora rimaneva ancora qualche secondo distesa, a guardare la crepa.

Arrivo, disse al soffitto.

Il pavimento di gres era freddo. Ottobre: i termosifoni ancora spenti. Sotto i piedi quel gelo familiare: prima il destro, poi il sinistro, poi il breve tragitto verso le pantofole. Le lasciava sempre accanto al letto, ogni sera, senza nemmeno pensarci.

Carlo era seduto in cucina, con la maglietta addosso e il telefono in mano. Grosso, massiccio, capelli radi pettinati sulla calvizie. La tazza davanti a lui, vuota, aspettava il suo destino.

Oggi vengono i Romano, disse senza alzare lo sguardo. Alle sei. Stirami la camicia celeste, quella con i bottoni di scorta. E fai un pranzo vero, non le solite cose veloci. La Lucia Romano guarda sempre quello che si mangia.

Giulia prese la caffettiera. Mise il caffè. Accese il gas.

Mi senti?

Ti sento, Carlo.

Parli poco, come sempre. Mai capito se comprendi o meno.

Il caffè iniziò a salire. Lei seguiva la schiuma scura e pensava al sogno della notte: il mare. Non un luogo preciso, solo il mare: grande, verde-grigio, le onde con strisce di schiuma. E lodore. Odore che ricordava da bambina, dalla sola vacanza con la zia Ada a Marina di Pisa, piccola casa sulla costa. Umidità, sale, iodio e unaltra cosa ancora, qualcosa senza nome che cambiava il modo di respirare, come se i polmoni finalmente si aprissero.

Giulia, non farlo bruciare, eh.

Lei tolse la caffettiera, versò nella tazza e la poggiò di fronte a suo marito.

Ti stiro la camicia dopo colazione, disse.

Falla subito, mentre mi faccio la barba. Così è pronta.

Si alzò, prese la tazza, andò in bagno. Dalla porta arrivò subito il ronzio del rasoio elettrico, regolare, laborioso, conosciuto. Pure quel suono lei lo sapeva a memoria: sette minuti esatti, aveva cronometrato una volta, per gioco.

Giulia rimase davanti ai fornelli.

Sopra il frigorifero pendeva il calendario a strappo. Diciotto ottobre. Guardava quella data e si rendeva conto di non saper distinguere un diciotto ottobre dallaltro, negli ultimi anni. Tutti uguali: caffè, camicia, pranzo, ospiti, pulizie. Caffè, camicia, pranzo, ospiti, pulizie. E tra queste cose, in fondo al pozzo come una moneta dimenticata, qualcosa di suo che non tirava mai più fuori.

Da giovane disegnava. Davvero bene, le dicevano. Il professore Castellani, severo e taciturno, aveva trattenuto una sua acquarello e, dopo averla osservata a lungo, le disse: «Hai una sensibilità per il colore, Bellini. Non è cosa da poco». Quasi si era iscritta a Belle Arti. Quasi. Ma poi arrivò Carlo, e tutto cambiò: la scuola da rimandare, poi la nascita di Chiara, poi il trasloco, poi ancora i lavori in casa. I colori finirono in soffitta, i pennelli secchi vennero buttati, la soffitta divenne un deposito di oggetti inutilizzati.

Il ronzio continuava.

Giulia improvvisamente percepì dentro di sé una stanchezza strana, tangibile. Non quella di una giornata pesante, ma qualcosa di stratificato sotto le costole, che non se ne andava né con il sonno né con le ferie né con le chiacchiere fra amiche. La signora Antonella del piano di sotto le aveva detto una volta: «Giulia, non ti prendi mai cura di te stessa». Ma cosa significa prendersi cura di sé? Giulia ci aveva riso su. Tempo non ce nera mai.

Trentanni senza tempo.

Prese il ferro da stiro. Trovò la camicia celeste sulla seconda mensola, dove Carlo teneva le “cose buone”. La aprì sulla tavola da stiro, accese il ferro, aspettò che si scaldasse. Fuori la mattina era grigia, monotona, un netturbino spingeva la ramazza sullasfalto: quel rumore di setole si mescolava con il rasoio e con il silenzio che Giulia portava dentro e che aveva smesso da tempo di ascoltare.

La zia Ada era morta tre anni prima. Le aveva lasciato una casetta a Marina di Pisa. Legno, una veranda che dava direttamente sulle onde. Carlo aveva detto: «Una baracca. Ci spenderesti ventimila euro, meglio venderla». Non lavevano venduta, nessuno laveva voluta, e Giulia non si era mai decisa: qualcosa la tratteneva. Forse lodore di quel sogno, forse la voce di zia Ada che sorrideva: «Lì, Giulia cara, cè un silenzio che allinizio spaventa, poi capisci che ti è mancato per tutta la vita».

Il ferro fu pronto. Giulia passò una volta sulla manica e poi si fermò.

Il ronzio era ancora là. Sette minuti. Aveva sette minuti.

La decisione non arrivò come ragionamento, ma come un oggetto salito dal fondo, già pronto da tempo. Venne su, semplicemente, come la sughera tutta dun tratto in superficie. Giulia appoggiò il ferro. Rimase un secondo in ascolto di sé stessa.

Poi andò in camera.

La borsa era in soffitta, la stessa con cui andava dalla madre a Roma. La prese senza fare rumore. Un cambio, un maglione caldo. I documenti nascosti nel cassetto: carta didentità, atto di proprietà della casetta che non aveva detto a Carlo daver messo via. La carta di debito, quei soldi messi da parte con pazienza, uno spicciolo alla volta dalla spesa. Pochi. Ma bastavano.

Le mani non tremavano. Strano. Se lo sarebbe aspettata.

Prese il telefono, ordinò un taxi per laeroporto e confermò. Otto minuti. Si vestì in fretta, senza un rumore. Il cappotto. Gli stivali. La sciarpa scura che aveva lavorato lei stessa. Mise la borsa a tracolla.

In cucina si fermò un istante. Guardò la camicia sulla tavola da stiro. Il ferro spento, raffreddato. Sul tavolo la tazza di Carlo, una sola, e un piatto sporco dalla cena.

Non lasciò biglietto. Ci pensò, ma desistette.

La porta si chiuse piano. Lascensore la portò giù al portone. Davanti cera la macchina, una Fiat chiara, con le scritte del taxi. Il tassista, sui quarantanni, taciturno, non fece domande. Partì.

La città era mattutina e assonnata. I semafori lampeggiavano, i negozi alzavano le saracinesche, una donna con il cappotto rosso trascinava il carrellino dal mercato. Giulia guardava fuori: tutto visto mille volte, eppure mai così estraneo e familiare insieme.

Allaeroporto comprò un biglietto per Olbia, il più vicino, con uno scalo a Roma. Caro. Pagò con la carta senza esitare.

Laereo decollò. Dal finestrino, Giulia seguiva i tetti che sparivano nella nebbia. Pensò che avrebbe dovuto andare in bagno mentre poteva, che poteva preparare un panino. Pensò che forse avrebbe dovuto stirare la camicia.

Il telefono vibrò.

Carlo. Due chiamate in un minuto.

Rispose.

Dove sei? disse lui, la voce tagliente, preoccupata, quella di quando qualcosa non va: cupa, un motore arrabbiato. La camicia è qui, non stirata. Ma dove diavolo sei?

Sono in aereo, Carlo.

Silenzio. Breve, ma pesante.

Che vuol dire in aereo? Dove vai? Oggi ci sono i Romano! Lucia mi ha scritto che arriva prima, alle cinque. Dove hai lasciato il pranzo?

Non lho lasciato. Sono partita.

Giulia adesso cera una minaccia sottile nella voce, limpida. Adesso basta, dimmi dove vai e quando torni.

Giulia guardava dal finestrino. Sotto lala scivolavano nubi biancolatte, più belle di quanto concedesse la memoria.

Carlo, sono partita. Non torno. Vivi la tua vita, voglio vivere la mia.

Silenzio. Poi lui iniziò a parlare: lei colse rabbia, smarrimento, paura bambina. Parlava della casa, dei soldi, della follia, delletà, della figlia Chiara, alla quale secondo lui ora aveva rovinato la vita.

Giulia ascoltava serena. Stranamente. Nessuna rabbia, nessuna lacrima. Solo la sensazione di parole che le scivolavano addosso, come pioggia sul vetro chiuso.

Carlo, lo interruppe, quando prese fiato. Ti sento. Perdonami. Ma non torno.

Interruppe la chiamata. Estrasse la sim, il piccolo chip bianco, lo tenne in mano qualche istante, poi la lasciò cadere nello spazio tra i sedili. Il telefono in borsa.

Il vicino, un uomo anziano con il giornale, la squadrò appena e tornò alla lettura.

Giulia si lasciò andare sullo schienale e chiuse gli occhi. Qualcosa, sotto il cuore, si scioglieva, liberando spazio nuovo.

***

Marina di Pisa la accolse con pioggia fine e salmastra. Da Olbia prese un autobus sgangherato, con i vetri appannati, e da lì camminò con la borsa a tracolla, lungo il selciato sconnesso della strada.

La casa della zia Ada era in fondo a una via cieca. Piccola, di legno, dipinta una volta di verde ora un pallido color muschio. Il cancello cigolò. Il gradino pendeva. La chiave sempre appuntata con quella del garage entrò nella toppa con fatica.

Dentro, odore di casa abbandonata: umido, legno, dolcezza stantia, come una scatola carica di vecchie lettere. Giulia entrò. Tavolo, due sedie, il letto di ferro, sopra un materasso a righe. Alle finestre, rimaste lì dalla zia, tende di lino. Attraverso la pioggia, dietro gli alberi, si indovinava qualcosa di grande e grigio: il mare. Vicino, proprio oltre la strada e una cortina di pini.

Stette per un po davanti alla finestra.

Poi aprì lo scuro. Laria bagnata e salata invase la stanza come un ospite atteso. Giulia inspirò a fondo. Qualcosa in gola cominciò a vibrare. Non erano lacrime, non dolore. Qualcosa di diverso, che si prova solo arrivando alla fine di un viaggio: sedersi, capire di essere davvero arrivata.

Pianse infine. Silenziosa, senza singhiozzi: solo lacrime che scendevano libere, e lei non cercava di asciugarle. Era altro, non tristezza: non aveva un nome preciso.

Da fuori, passi sul legno del portico. Poi un bussare.

Giulia si asciugò il viso e andò ad aprire.

Sulla soglia cera un uomo sui sessanta, robusto, con i pantaloni da lavoro e una giacca impermeabile da cui colavano gocce. Aveva qualcosa in mano avvolto nella carta di giornale.

Buongiorno, disse. Lei è la nipote di Ada? Sono Giovanni, il vicino. Vivevamo porta accanto, io mi occupavo del gatto gli ultimi anni. Lo hanno preso persone brave, non si preoccupi. Le ho portato del pesce, appena pescato.

Grazie, la voce di Giulia suonava roca. Sono Giulia Bellini.

Si vede che siete parenti, il taglio degli occhi è quello. Vi fermate qui, o solo di passaggio?

Ci pensò un attimo.

Resto.

Giovanni annuì come se niente fosse fuori posto. Le porse il pesce.

Sa usare la stufa? La legna è nel capanno, ne ho messa altra in agosto. Se serve una mano, gridi pure.

Lei sapeva, più o meno. Da bambina, dalla nonna in Umbria, aveva visto la procedura. Ci mise un po, ma accese. La legna era buona, la stanza prese presto calore, un calore vero: pizzicava le guance e spingeva ad avvicinarsi.

La sera si sdraiò sul vecchio materasso, sotto una coperta trovata nel comò, e ascoltò il mare. Era lì, dietro i pini, la strada, il suo respiro profondo. Sciaborda, tace, ritorna. Sciaborda, tace, ritorna.

Non pensava più a Carlo. Né a Chiara. Né allappartamento, né a cosa avrebbe detto la gente, né a come spiegare tutto alla signora Romano. Semplicemente ascoltava il mare. Pensava che lindomani avrebbe arieggiato la coperta, sistemato il portico, e, forse, che Giovanni sembrava una brava persona.

***

A Marina di Pisa i giorni scorrevano diversi dal solito. Non lenti né rapidi: diversi, tutto qui, con un ritmo proprio, senza orari né impegni. Giulia si alzava quando fuori faceva chiaro. Preparava il caffè sulla piastra portatile che le aveva lasciato Giovanni, nellattesa che il gas tornasse. Sedeva alla finestra, osservava i riflessi dacqua cambiare.

La prima settimana sistemò la casa. Pulì, arieggiò, strappò vecchie carte dalla stanza e trovò sotto il legno scuro, ancora robusto. Al mercato comprò il poco che serviva: patate, cipolle, un sacchetto di farina, tonno in scatola, una pagnotta di pane col finocchietto, sfornata nella panetteria allinizio della via; si fermava ogni volta davanti alla vetrina solo per respirare.

Giovanni passava spesso. Aggiustò il portico, cambiò una tavola in veranda, sistemò il cancello. Parlava poco, ma sempre al momento giusto e Giulia apprezzava. Aveva vissuto abbastanza con chi parlava tanto e a sproposito.

Un giorno arrivò con una tela e dei colori.

Ada diceva che lei dipingeva, disse posandoli sul tavolo. Questi li ho in più. Prenda.

Giulia guardò la tela. Un rettangolo appena ingiallito. Tubetti di colore, alcune pennellesse. Lodore di trementina, tanto familiare da mozzare il fiato e gettarla indietro, allaccademia, nel piccolo atelier dove tutto sembrava possibile.

Ormai non dipingo, fece lei.

Ne è proprio sicura? replicò lui. Vale la pena riprovare.

E se ne andò.

La tela rimase due giorni ignorata. Poi Giulia aprì i tubetti, li sistemò. Prese il pennello. Solo per sentire la sensazione in mano. Buon pennello, setole morbide, un po usate ma vive.

Provò un piccolo studio. Il mare dalla finestra, la striscia grigia dacqua tra i pini, il cielo slavato. Venne male. Però qualcosa cera. Qualcosa che la tenne sulla sedia fino al tramonto, senza avvertire la fame né che le si fossero intorpidite le gambe.

Poi uscì con un blocco. Schizzi di scogli, di gabbiani, di una vecchia barca a pancia in su sulla spiaggia. Le mani ricordavano il mestiere, come si ricorda una strada che si percorreva tanto tempo prima. Prima esitanti, poi sempre più sicure.

Giovanni una volta osservò i suoi schizzi.

Non male. disse. Sa cogliere le forme. Raro.

Lei se ne intende?

Un po. Dipingo anche io. Per hobby, niente di serio.

Posso vedere?

Un giorno. Prima mi mostri lei una cosa finita.

Iniziarono a parlare: darte, di libri, della vita. Giulia non ricordava unultima volta in cui avesse parlato così con qualcuno: senza ansia, senza temi obbligati, solo lasciando fluire la conversazione. Con Carlo, da tempo, erano solo aggiornamenti: chi fa la spesa, chi porta lauto, chi si occupa di Chiara. Con la figlia, le telefonate si riducevano a resoconti.

Una mattina, con la luce buona, Giulia prese una tela grande e cominciò a lavorare davvero. Non pensava, semplicemente miscelava i colori, osservava il mare, di nuovo il pennello, poi ancora a mescolare e infine decise di usare le dita. Spalmava limpasto a mano sulla tela: il colore freddo, vivo. Ruvido di lato, liscio al centro. Blu, verdi, grigi, e là, allorizzonte improvvisamente, una striscia calda, color ambra.

Non si accorse del tempo. Piovve sul vetro. Guardò lorologio: le tre. Aveva iniziato alle nove.

Guardò la tela. Era il mare: non una foto, non una cartolina, qualcosa di vero e inquieto e bellissimo. Il cielo come lei lo sentiva, non come era in realtà. E quella fascia dambra vibrava dallinterno.

Si allontanò di due passi. Osservò.

La porta cigolò; Giovanni arrivò con due tazze di tè.

Appoggiò le tazze sul davanzale. Guardò la tela a lungo.

Hai visto? disse infine, senza voltarsi.

Giulia prese la tazza. Il tè era forte e dolce, non come piaceva di solito. Ma ora ci voleva proprio.

***

Chiara arrivò dopo tre settimane. Giulia la vide dalla finestra: la figlia avanzava lungo la via con un borsone, le scarpe inadatte ai sanpietrini. Alta, capelli scuri, la stessa schiena diritta di Carlo, e negli occhi qualcosa fra rimprovero e offesa.

Giulia uscì sul portico.

Ciao, Chiara.

Ciao, la voce piatta di Chiara portava uneco di tempesta. Ma ti rendi conto di quello che hai fatto?

Entra.

Mamma, papà è a pezzi. La settimana scorsa aveva la pressione a duecento. Non posso stare sempre da lui, ho lavoro, ho Andrea e i bambini, lo capisci?

Lo capisco, vieni a mangiare qualcosa.

Non ho fame, voglio sapere che succede! Chiara entrò, guardò il legno scurito alle pareti, la stufa, il tavolo vuoto. Tu vuoi vivere qui? Davvero, qui dentro?

Sì.

Mamma Chiara posò il borsone, la voce si spezzava in qualcosa di infantile. Mamma, che succede? Sei malata? Dimmelo che ti aiuto.

Non sono malata. Sto bene. Veramente.

Ma come fai a stare bene? Hai lasciato tuo marito, la casa, sei sparita, la sim… Papà mi chiama tutti i giorni, non ce la fa

Chiara.

Dice che chiederà il divorzio, che non hai diritto alla casa se te ne vai da sola. Io non lo so, non sono un avvocato Se poi vende la casa?

Chiara, Giulia la interruppe piano, e la figlia si fermò. Che la venda. Non mi serve la casa.

Chiara tacque, fissandola.

Mamma, ma sei matta? Alla tua età a giocare così? Che vergogna. Cosa dirà la gente? I vicini?

Giulia non rispose. Prese per mano la figlia, la condusse in soggiorno: davanti alla finestra cera la tela pronta.

Si fermarono in silenzio.

La luce del giorno trasfigurava il quadro: un mare dinizio novembre, verde-cupo, la schiuma cresta bianca. Sopra, cielo biancastro, e, allorizzonte, una fascia ambra, incredibilmente calda in tutto quel grigio.

Chiara non parlava. Giulia fissava la tela.

Guarda, Chiara, disse Giulia. Questa sono io. Non la cuoca o la donna delle pulizie. Io. E ho diritto anche io a esserci. Tenetevi casa e soldi, io non reclamo niente.

Passò molto tempo prima che Chiara rispondesse. Fissava la tela stupita, come scoprendo qualcosa che non pensava di trovare.

Lhai dipinta tu? sussurrò infine. Una voce nuova.

Sì.

Ma tu non hai mai dipinto da che io ricordi.

Prima di te sì. Poi ho smesso.

Chiara fece due passi indietro. Guardava il quadro come se fosse un evento imprevisto.

È bello, ammise piano, quasi costretta.

Lo so.

Silenzio. Una gabbiana stridette fuori nel vento, le tende ondeggiarono.

Devo andare, disse Chiara. Ho lautobus alle cinque.

Ti accompagno.

Camminarono insieme in silenzio, lungo i sanpietrini. Alla fermata Chiara si voltò: nello sguardo non cerano più certezze, ma qualcosa che Giulia aveva visto solo da bambina.

Mamma a papà forse passerà piano. Però proverò a spiegargli.

Non serve spiegare. È adulto.

Non sta bene senza di te.

Imparerà, rispose Giulia, pacata.

Chiara restò un attimo, poi le si gettò al collo, stretta e rapida. Giulia la strinse a sé, sentì lodore dei suoi capelli, diverso dai tempi dellinfanzia, ma sempre suo.

Scusa, mormorò Chiara. Non disse scusa per chi. Per tutto, forse.

Giulia le accarezzò la schiena.

Vai, che lautobus parte.

Chiara salì. Si voltò solo una volta. Lautobus sparì dietro la curva.

Giulia rimase sulla fermata a guardare i fari rossi allontanarsi. Il vento dal mare era umido e freddo, le scompigliava la sciarpa e le entrava sotto il cappotto. Ma era un buon freddo. Vero.

***

Novembre a Marina di Pisa era duro e splendido. Nessun turista. Il paese si richiudeva, diventava raccolto, quasi introverso. I pescatori uscivano allalba tra le foschie, rientravano a mezzogiorno. La panetteria odorava di pane e cannella. Di sera i lumi alle finestre formavano una costellazione domestica e, per la prima volta, Giulia trovava serenità in quelle vite anonime dietro i vetri.

Ogni giorno lavorava. Cinque tele già pronte. Giovanni ogni tanto passava. Guardava, commentava poco e bene. Un giorno arrivò con un vecchio libro sulla teoria del colore, annotato a matita. Giulia lo lesse la sera accanto alla stufa, segnando note a sua volta. Era bello riapprendere: cinquantanni e imparare ancora per piacere, non per necessità.

Al mercato comprò argilla. Solo per provare. La mise sul tavolo: la lavorava con le mani senza scopo, con pazienza. Allinizio dura, poi, scaldandosi, divenne docile e sotto le dita prese forma: una piccola barca rovesciata, come quella sulla spiaggia.

Si prese in giro per quella barca storta. La mise sul davanzale.

Quando Giovanni vide la barca non disse nulla per una lunga pausa. Poi:

Meglio di quanto pensi.

È storta.

È onesta. Non sempre la stortezza è difetto.

Filosofia?

Un po. Hai altra argilla?

Scoprì che lui da ragazzo aveva fatto un corso di modellato. Lavorarono ore, in silenzio, solo qualche parola, ma il silenzio era di quelli che uniscono.

Giulia pensava che, forse, prima non aveva mai conosciuto questa pace. O laveva dimenticata. O camminava accanto e lei non la vedeva: il silenzio dove esisti semplicemente.

Il notaio avvisò dopo due mesi: Carlo aveva chiesto il divorzio. Giulia lesse le carte, le mise via. Telefonò a un giovane avvocato trovato online, una donna gentile che le spiegò che aveva diritto alla metà della casa. Giulia fu netta:

Non la voglio. Prenda tutto lui. Senza guerre.

Sicura? chiese lavvocato.

Sicura.

Parve a tutti una scelta strana (ne parlò solo con Giovanni). Ma era quello che sentiva. Quella casa era parte di una vita passata. Prenderne i muri avrebbe significato restarci, almeno con la testa. Non le serviva più.

Chiara telefonò circa un mese dopo larrivo. Voce timida, diversa.

Chiedeva di lei, della casa, se aveva freddo. Disse che Carlo si era calmato. Che aveva parlato con lui. Che ora era meno arrabbiato, diverso.

Mamma quella tela. Potresti farne una per me? Non uguale, magari ancora con il mare. Vorrei appenderla nellingresso.

Giulia sorrise.

Certo.

Davvero?

Davvero. Primavera, passi a prenderla.

Silenzio. Poi, bassissimo:

Sono contenta che tu sia lì. Fatico ad ammetterlo, ma sono contenta.

Giulia esitò. Poi, semplicemente:

Anchio.

***

Linverno a Marina di Pisa arrivò senza rumore. Un mattino trovò neve sul davanzale e tra i pini: il mare dietro non era più grigio, ma blu acceso, un colore che non conosceva: tra indaco e acciaio, una luce fredda.

Giulia dipinse il mare dinverno. Fu la sua tela migliore: lei lo sapeva e basta.

Giovanni la guardò, senza parole. Poi:

Questa andrebbe esposta.

Ma va.

Sul serio. A Livorno cè una galleria che accoglie locali. Io conosco chi la gestisce.

Non sono nessuno.

Giulia, disse lui con fermezza, paterno, hai fatto sei tele, due sono buone, una è splendida. Sei unautrice locale ormai. Accettalo.

Accettò. Non senza fatica.

Andò in galleria a gennaio, tre tele. Il proprietario, toscano, occhi intelligenti, osservò a lungo. Le volle tutte.

Giulia tornò in autobus e pensò che non era gloria. Non così si riparte da capo a cinquantanni, non si finisce sulle riviste né in video motivazionali. Solo una donna di cinquantatré anni porta tre quadri in una galleria provinciale. Tutto qui.

Ma tornata in casa, con quellodore di legno e mare, le bozze di schizzo sul tavolo, la barca storta di argilla sul davanzale, dentro di lei cera qualcosa di pacifico e certo, una tranquillità nuova che solo chi è davvero a casa conosce.

***

Febbraio portò la burrasca. Il mare rugliava, le onde scuotevano le fondamenta, come un grande cuore che martella. Giulia non ne aveva paura.

Si era abituata a tante cose. A svegliarsi senza nessuna voce che la chiamava. A decidere da sola orari, pasti. A quella casa silenziosa, piena di una calma nuova, nientaffatto simile al silenzio stanco condiviso con Carlo.

Anche a Giovanni era abituata. Veniva ogni giorno, a volte brevemente, a volte restavano insieme a parlare di arte, libri, infanzia. Raccontava della moglie persa da cinque anni. Lei della zia Ada. Spesso stavano in veranda in silenzio, col tè caldo, guardando il mare. Ed era bello. E basta: senza però.

Una sera lo ritrasse di nascosto, a memoria. Venne fuori più dolce di lui, ma lo sguardo cera: attento, calmo, quella smorfia lieve che aveva quando si esprimeva sulle cose importanti.

Era ancora il suo segreto. Non per vergogna: certe cose vanno lasciate sedimentare.

A marzo arrivò il divorzio. Chiara telefonò con voce bassa.

Mamma, è tutto deciso. La casa resta sua. Davvero non vuoi?

Chiara, così è giusto. Sto bene.

Non ti penti?

Giulia guardò fuori: il cielo si tingeva di rosa dietro i pini, una lama di luce chiara, quasi color ambra, sul mare.

No, disse. Non mi pento.

Diceva la verità.

***

Marzo volgeva al termine. La neve si scioglieva, il mare giorno dopo giorno si colorava di blu, laria diventava più viva, un soffio di primavera si insinuava dappertutto. I gabbiani tornavano, alteri e rumorosi, ed era un grido di gioia, acuto.

Giulia sedeva in veranda. Davanti a lei la tazza di tè bollente con una fetta di limone. Il blocco degli schizzi sulle ginocchia, chiuso. Davanti le chiome dei pini, la strada, la riva, il mare che si fondeva nellorizzonte. E là stava cambiando: il tramonto colorava di oro e arancio, uno strato sopra laltro.

La sedia accanto scricchiolò. Giovanni si sedette con il suo caffè e il block notes che lei gli aveva prestato.

Questo, batté col lapis su uno schizzo. Qui lorizzonte pende a sinistra. Vede?

Vedo. Non ci ho badato.

Perché guardavi il mare, non la linea. Locchio segue dove cè vita.

È un difetto?

È tuo, rispose. Cè chi lo fa apposta. Tu ci arrivi involontariamente.

Lei riprese lo schizzo. Vero, lorizzonte scendeva. Le piaceva, anche se non capiva perché.

Il tramonto cresceva. Il cielo si fece prima rosa, poi arancio. Allorizzonte, infine, quella striscia: la tinta inseguita da settimane. Calda, viva, la luce dellambra davanti a una candela.

Giovanni posò il lapis.

Giulia, disse, la voce usuale, tranquilla. Non ti manca niente? La vecchia vita, la casa.

Lei guardava il tramonto.

Il mare rumoreggiava piano. Un gabbiano urlò lontano. Qualcuno in paese abbaiava poi il silenzio.

Guarda, disse indicandogli il tramonto. Ecco la fascia che cercavo in pittura da sempre.

Giovanni si voltò. Tacque. Poi, senza sorridere, serio:

Conosco la tinta: ocra chiara e bianco, ma serve una goccia di cadmio.

Una goccia, ripeté lei.

Se esageri, sparisce il caldo.

Lei annuì. Scrisse in fondo al taccuino: ocra chiara, bianco, cadmio una goccia. Guardò di nuovo il tramonto, poi la nota. E sorrise, appena.

Il mare scuriva. La striscia calda resisteva ancora, sottile e vera. Giulia tenne la tazza tra le mani, sentì il calore.

Domani avrebbe tirato fuori la tela più grande. Lavrebbe dipinta. Proprio quella, così, finché la ricordava.

La tinta, lavrebbe trovata.

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