Due destini: intrecci di vita e amore

Due destini.

Dietro il vetro della cassa scorre una vita a parte, tutta sua. Per Caterina questo mondo rettangolare fatto di cassa, bilancia e scanner è allo stesso tempo prigione e ancora di salvezza. Prigione, perché ogni giorno è la ripetizione allinfinito del solito copione: il bip monotono dello scanner, il sacchetto di plastica, i sorrisi che sono solo di cortesia. Salvezza, perché appena varcata la soglia del suo appartamento si apre un vero inferno, che risponde al nome di Sergio.

Signorina, ci metti molto? Non sono venuto qui per un ergastolo, sbraita un uomo corpulento, il carrello stracolmo di spesa.

Arrivo subito, taglia corto Caterina, senza alzare lo sguardo. La sua unica difesa è la durezza.

Odia questo lavoro. Odia la fila, odia quelle facce sempre scontrose, odia lodore delle salsicce scadenti e del detersivo dei pavimenti. Ma questo impiego le dà euro da nascondere nel suo piccolo nascondiglio dietro la battiscopa in cucina. Il suo piano personale di fuga.

La fila scorre. Caterina lavora come unautoma: «Buongiorno, serve la busta? Sono ventisette euro e quaranta. Arrivederci.» E poi, qualcosa la scuote. Basta uno sguardo.

Sta arrivando il suo turno. Lui: alto, asciutto, in jeans e giubbotto blu notte. Capelli corti, un minimo di barba incolta e negli occhi… cè qualcosa di vero. Non fastidio, non stanchezza, ma un dolore pacato, antico, che si nasconde dietro uno sguardo profondo. Caterina lha riconosciuto subito: quellinquietudine ti fa sentire affine, in mezzo agli estranei.

Quando tocca a lui, la voce di Caterina trema, tradendola.

Salve, riesce a dire, più gentile di quanto vorrebbe.

Buonasera, risponde lui. La voce bassa, calma, leggermente roca.

Meticoloso, poggia sul nastro appena tre cose: una bottiglia dacqua, una confezione di riso, dello yogurt. Il classico acquisto da uomo solo. Oppure di chi, semplicemente, non ha più gusto. Caterina nota un anello allanulare destro: non fede, ma un cerchio grosso, dacciaio. «Strano», pensa, ma non lo lascia trasparire.

Sono quattro euro e ottanta, dice lei.

Lui porge una banconota e per un attimo le loro dita si toccano. Dal suo palmo arriva un calore asciutto. Caterina ritira la mano di scatto, come se si fosse scottata. Dentro, tutto si stringe per quella sensazione proibita.

Tieni pure il resto, dice lui, abbozzando un sorriso solo con le labbra.

Come vuole, annuisce Caterina, seguendolo con lo sguardo.

Esce, e il supermercato sembra improvvisamente più buio. Caterina scuote la testa, scacciando via la tentazione. Sergio: bisogna pensare a lui. Stasera ancora a schivare la sua mano pesante, ad ascoltare le sue invettive annebbiate dallalcool, a sentirsi dire che è uningrata. Eppure limmagine dello sconosciuto continua a tornare. Viene spesso. A volte tutti i giorni, altre ogni due-tre giorni, e quando non lo vede, tutto le appare più grigio.

Scopre che si chiama Marco. Gli sfugge ascoltando lanziana signora del terzo piano, zia Rosa: «Ciao Marco, caro!». Marco: un nome forte, bello. Gli sta a pennello.

Ogni volta che entra, tra loro è un piccolo teatro. Caterina finge freddezza, ma quando lo vede in fila, sistema i capelli, aggiusta il grembiule. Lui la osserva, non come si guarda una cassiera, ma come una persona: con attenzione, rispetto. Un giorno, pagandole la spesa, domanda sottovoce:

Giornata pesante?

È così inaspettato che Caterina quasi non risponde. Nessuno le ha mai chiesto come si sente.

Niente di che, la solita, riesce a rispondere, il nodo in gola. Vorrebbe urlarglielo: «Tutte le mie giornate sono dure, perché la sera rischio un’altra volta il labbro spaccato». Ma si limita a un sorriso falso.

Marco non insiste. Annuisce e va via.

Quella sera Sergio è peggio del solito. Ha bevuto in compagnia di tipi poco raccomandabili, restano solo mozziconi e bottiglie vuote. Caterina, sfinita dopo ore in piedi, rientra e lo trova seduto in cucina, a fissare il vuoto.

Sei tornata, sussurra tra i denti. Lavori, lavori, ma in casa cè solo casino. E da mangiare, niente.

Caterina tace. Il silenzio è larma migliore, la sua difesa. Negando le risposte, a volte Sergio si stanca prima.

E allora, hai la lingua in gola? Sto parlando con te! Sergio si solleva a fatica, occludendo la porta con la sua mole. Zero rispetto per tuo marito, eh?

Lei tenta di sgusciare verso la stanza, ma lui la afferra al braccio. Le dita stringono forte, fino a lasciarle un livido.

Lasciami, Sergio, sussurra Caterina.

Sennò? si avvicina, il viso stravolto, l’alito pesante di vino. Senza di me non sei nessuno. Hai capito? Nessuno!

Lei si libera e si chiude in bagno, aprendo lacqua al massimo per soffocare le urla e i pugni contro la porta. Guardando le sue mani, si accorge che ormai non ci sono più lividi: la pelle si è fatta dura, come una suola vecchia. Ma lanima… lanima è una grossa ferita.

La mattina dopo ritrova il segno scuro sullavambraccio. Indossa una maglia a maniche lunghe, nonostante in negozio ci sia caldo.

Al supermercato, battendo la prossima spesa, Caterina vede Marco. Il cuore le si stringe di felicità e paura insieme: se notasse che muove male il braccio? Se capisse?

Niente busta, dice lui, porgendole la carta. Ma lo sguardo cade proprio lì, dove la manica si è alzata e pezzetto di livido spunta fuori. Segno nero, brutale, su pelle chiara.

Negli occhi di Marco qualcosa si trasforma. Il dolore cede il posto a un freddo fermo, tagliente, quasi pericoloso. La guarda, ma non con pietà: cè rabbia, una rabbia gelida che subito nasconde dietro la solita quiete.

Grazie, dice solo, prende la spesa e se ne va.

Caterina si sente persa. Per la prima volta, teme non Sergio, ma la reazione di quelluomo sempre silenzioso. Nei suoi occhi ha colto un lampo che le ha fatto venire i brividi.

La sera stessa, quando Caterina esce dal supermercato, Marco la aspetta al parco.

Caterina, posso parlarti un minuto? chiede, il tono deciso ma gentile.

Che vuoi? fa lei, tesa, la prima volta che lo incontra fuori dal negozio. Al crepuscolo del parco, lui sembra ancora più diverso.

Ti accompagno a casa, dice semplicemente, come fosse scontato.

Non serve, abito qui vicino, protesta, ma lui è già accanto a lei.

So già tutto. So dove vivi, come si chiama tuo marito. So che ti picchia.

Caterina si blocca, il cuore impazzito.

Sono quello che può aiutarti.

Non ho bisogno di aiuto! quasi urla, ma la voce le trema. Non sai niente di me! Lasciami!

Invece so, ripete lui. Perché io ero così. Una volta.

Quelle parole la disarmano. Resta impietrita, lo guarda negli occhi. Non cè menzogna, solo quella ferita vissuta che lha colpita dal primo incontro.

Mio patrigno ha ucciso mia madre, racconta Marco, senza emozione, come se leggesse ad alta voce una storia che non fosse la sua. Avevo dodici anni. Sono rimasto in corridoio a sentire le sue urla. Poi lui è uscito, sè pulito le mani e mi ha detto: Prepara i tortellini. Io non ho fatto nulla. Ero piccolo, spaventato. Ho fatto i tortellini.

Caterina resta in silenzio, trattenendo il fiato.

Da allora mi sono promesso: se posso impedirlo, se lo vedo coi miei occhi, non mollo. Mai più. Non posso mollare. Non è colpa tua, Caterina. Ma non è solo il tuo male. Diventa il nostro, se vuoi.

Lei lo osserva e nei suoi lineamenti vede non solo un uomo bello, ma un bambino segnato che quella promessa lha scritta addosso, che porta quellanello dacciaio come ricordo di un giuramento.

E lanello? chiede a bassa voce. Perché lo porti?

Era di mio patrigno, risponde Marco, e la voce si fa aspra. Lho tolto dalla sua mano quando lhanno arrestato. Serve a ricordarmi fin dove può arrivare la gente. E che il silenzio uccide.

Caterina sente una lacrima scenderle lungo la guancia. Non sa se piange per la paura, per pietà, o per linattesa sensazione di non essere più sola.

Andiamo, le dice dolcemente, porgendole la mano. Ti accompagno solo fino allingresso. Non salgo se non vuoi. Ma stasera non entrerai in casa da sola.

Si avviano verso il portone. Caterina si sente strana: tremante, ma al tempo stesso più forte. Sotto casa si gira. Marco è nellombra.

Grazie, sussurra lei.

Sarò qui, risponde lui. Ogni sera. Se lui ti tocca, urla. Bastano poche parole. Io sentirò.

Caterina rientra. Sergio è sobrio, quindi ancora più sgradevole. Siede davanti alla TV.

Doveri? borbotta senza voltarsi.

A lavoro, risponde lei e, per la prima volta dopo anni, va in cucina senza chiedere il permesso.

Sergio la guarda sorpreso, ma non dice una parola.

Comincia una guerra silenziosa, una complicità segreta. Marco accompagna Caterina ogni sera. I dialoghi sono rari, ma parlano più di mille parole. A volte le porta un tè caldo dal chiosco, bevono insieme, seduti sulla panchina del parco, osservando le finestre buie di casa sua. Lei gli racconta dei suoi sogni piccoli, delicati, desideri di rifarsi la vita altrove, di aprire una pasticceria. Marco ascolta, fa cenno di sì.

Ci riuscirai, le ripete.

E tu? domanda una sera. Hai qualcuno?

Lui scuote la testa:

Non lascio più avvicinare nessuno. Ho paura di non essere abbastanza forte. Di non riuscire a proteggere. Ancora.

Ma il temporale arriva. Un sabato sera, Sergio che ha intuito la resistenza muta di Caterina scopre il suo nascondiglio: trentamila euro risparmiati con due anni di fatica. È seduto in cucina, le mazzette di banconote sul tavolo, il volto stravolto dalla rabbia.

Quando Caterina entra e vede la scena, si sente sprofondare.

Questo cosè? sibila Sergio alzandosi. Ti facevi la scorta, eh? O pensavi di scappare via?

Ridammi i miei soldi, sussurra Caterina, sentendo tutto crollare.

Tu sei mia moglie! urla lui. Tutto ciò che hai è mio! Muoviti, vieni qui che parliamo meglio!

La afferra per i capelli e la trascina. Caterina geme, ma il grido le muore in gola. Poi si ricorda. Le parole di Marco: «Basta urlare forte».

Urla. Forte, più che può, rovesciando in quel grido tutta la paura, il dolore, la disperazione di quegli anni.

Aiuto! Marco!

Sergio si blocca. Un minuto dopo la porta dingresso vibra sotto i colpi. Colpo dopo colpo la vecchia porta cede. Sulla soglia, Marco. In mano stringe lanello dacciaio, piegato fino a diventare un tirapugni.

Sergio lascia Caterina e si scaglia contro lintruso. È più corpulento, ma Marco si muove rapido, preciso. Piovono pugni, Sergio urla di dolore quando il metallo lo colpisce alla mascella. Crolla a terra, pesante.

Non ti azzardare più a toccarla, sussurra Marco, torreggiando su di lui. Se ti vedo ancora, ti rovino. Lo giuro su mia madre.

Caterina trema, appoggiata al muro. Marco si gira.

Andiamo via, le dice porgendole la mano. Prendi solo il necessario. Il resto lo ricompriamo.

Lei lo segue. In vestaglia, scalza, tremante, ma finalmente libera.

Vanno a stare da Marco. Il suo appartamento è un luogo strano: pulito, essenziale. Solo libri di psicologia sugli scaffali, un sacco da boxe in un angolo, e sullo scaffale, la foto di una donna di mezza età, bellissima.

Mia madre, spiega Marco, vedendola osservare.

Caterina non fa domande. Si limita a vivere. Impara a dormire senza paura, a svegliarsi senza panico. Marco è gentile, ma riservato. Dorme in soggiorno, le lascia la camera. Le prepara la colazione, la accompagna al lavoro, la viene a prendere ogni sera.

Un giorno, dopo un mese insieme, Caterina trova una lettera nel suo cassetto. Vecchia, ingiallita, scritta con calligrafia da bambino.

«Mamma, perdonami. Non ti ho protetta. Quando sarò grande, sarò forte. Difenderò sempre chi è debole. Non lascerò i cattivi fare del male ai buoni. Tuo figlio, Marco.»

Caterina piange. Capisce che questuomo porta dentro di sé una ferita che sanguina ancora, eppure ha saputo trasformarla in scudo per gli altri.

Dopo sei mesi si sposano, appena il divorzio con Sergio è ufficiale. Sergio neppure si presenta in tribunale: non gli interessa. Il matrimonio è intimo: una firma, un caffè con zia Rosa e due colleghe di Caterina.

Il giorno dopo vanno al cimitero. Marco sfila il suo anello dacciaio e lo lascia sulla tomba.

Ho mantenuto la promessa, mamma, dice piano. Ho imparato a proteggere, e ho imparato anche ad amare.

Caterina è lì accanto, stretta a un mazzo di fiori di campo. Il sole filtra tra le chiome degli alberi secolari, dipingendo riflessi doro nellerba.

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