– Ho deciso di risposarmi, – annunciò il suocero durante la cena. Lera non poteva credere alle proprie orecchie

Ho deciso che mi risposerò, annunciò mio suocero durante la cena. Non potevo credere alle mie orecchie.

La cena in casa di Andrea si svolgeva sempre uguale. Polpette. Patate. In televisione le previsioni del tempo. Io servivo, Andrea masticava, mio suocero taceva con quellaria di chi ha qualcosa da dire, ma aspetta il momento giusto.

Vittorio Bianchi sapeva come fare silenzio. Un silenzio pesante, quasi tangibile. In sette anni avevo imparato a riconoscerlo, come un gatto che percepisce una finestra aperta.

Poi, improvvisamente, appoggiò la forchetta perfettamente parallela al bordo del tavolo. Segnale che conoscevo: lo faceva sempre quando voleva comunicare qualcosa di importante. Che bisognava rifare il bagno. Che il tetto perdeva ancora.

Ho deciso che mi risposerò, disse Vittorio Bianchi.

Andrea si immobilizzò con il pane a metà strada verso la bocca.

Io lasciai cadere la forchetta.

Proprio così: la lasciai cadere. La forchetta tintinnò, rimbalzò, poi cadde sulla tovaglia.

Scusate, come?

Voglio sposarmi, ripeté. Di nuovo.

Andrea posò lentamente il pane, come se avesse colpa lui.

Ho conosciuto una donna. Si chiama Giuliana. È una brava persona.

Lo fissai cercando di capire: era uno scherzo? No. Vittorio non scherzava mai. Mai, in tutta la sua vita. Serio, meticoloso, prevedibile. Vedovo da cinque anni. Vita tranquilla. Lorto in estate, gli scacchi dinverno.

E ora questa Giuliana.

Raccolsi la forchetta, la pulii con il tovagliolo senza motivo.

Giuliana, hm. Che bello, riuscii a dire con una voce neutra.

Restammo tutti in silenzio, cambiando argomento in modo diplomatico.

Quella notte non riuscii a dormire.

Fissavo il soffitto, riflettendo. Da sei mesi si conoscevano. Vittorio, settantadue anni, vedovo, un bellappartamento di tre locali in una bella zona di Milano. Pensione discreta, casetta in campagna, macchina vecchia ma in funzione.

Mi girai di lato.

Andrea dormiva tranquillo, regolare, come se tutto questo lo toccasse molto meno di quanto dovrebbe.

Andrea, sussurrai.

Mh.

Non pensi che dovresti parlare con tuo padre?

Andrea aprì gli occhi, guardò il soffitto.

Rosa, ha settantadue anni. È un uomo adulto.

Appunto. Un adulto solo con un appartamento.

Andrea rimase zitto.

Che intendi?

Di Giuliana. Non sappiamo nulla. Proprio nulla. Chi è? Da dove viene? Che lavoro fa?

Papà ha detto: una brava persona.

Andrea, mi sollevai sul gomito. Tutti i truffatori sono brave persone, è il loro mestiere.

Andrea chiuse di nuovo gli occhi.

Ne parlerò con lui domani.

Il domani arrivò, ma la conversazione non andò a buon fine. Vittorio sorseggiava il tè, leggeva il Corriere e a tutte le domande di Andrea rispondeva breve. Sì, si erano conosciuti in biblioteca. Sì, lei vive in affitto. No, non ha una casa sua. Figli? Ha un figlio, vive a Torino.

Stavo sulla soglia della cucina ad ascoltare.

Niente casa propria.

Una nota importante. La conclusione era ovvia.

Una cacciatrice.

Non lo dissi ad alta voce. Ancora no. Ma dentro di me si formava un mosaico ordinato: vedovo anziano, appartamento, donna sola senza casa. La biblioteca luogo perfetto per conoscersi. Calmo, colto, nessun sospetto di interesse economico. Libri, chiacchiere, fiducia.

Dopo tre giorni chiamai la mia amica Paola.

Paola, tu sei brava a trovare persone su internet?

Dipende chi.

Giuliana. Sessantacinque anni, più o meno. Vive qui in zona.

Cognome?

Non lo sapevo. Che rabbia.

Ma non mollai. Durante la prossima cena, fingendo leggerezza, chiesi a Vittorio:

Vittorio, Giuliana che lavoro faceva?

Insegnante di lettere. Ora è in pensione.

Bella professione, dissi.

Insegnante in pensione, senza casa. Tutto tornava.

Passai unaltra notte in bianco. Dovevo conoscerla. Vederla dal vivo. Le persone si rivelano sempre: dallo sguardo, dal tono di voce, da come osservano le cose degli altri in casa daltri.

Loccasione non tardò.

Una sera, mentre prendevamo il tè, Vittorio annunciò:

Domenica invito Giuliana a pranzo. Vorrei che vi conoscesse.

Andrea annuì. Io sorrisi.

Ottima idea.

La voce venne calda, quasi naturale.

Passai la settimana a preparare. Pensai a dove farla sedere. Come sistemare gli oggetti. Su cosa avrebbe posato lo sguardo. Come si sarebbe comportata. Se si muoveva troppo, se osservava con quellaria particolare di chi valuta.

Non mi accorsi nemmeno di essere passata da nuora a detective.

Il sabato comprai un bel pezzo di carne, fiori freschi, una tovaglia nuova. Pulii casa a fondo, tanto che Andrea inciampò in un vaso e, dopo il mio sguardo, non toccò più niente.

Sembri pronta per una visita ufficiale, disse.

Mi preparo al pranzo.

Rosa.

Cosa?

È solo una donna. Che piace a papà.

Sistemai le posate.

Lo so, risposi.

Giuliana arrivò alle una in punto.

Vittorio aprì la porta, entrarono insieme lui un passo avanti, lei dietro, tranquilla, senza fretta.

Stavo sulla porta della cucina col canovaccio in mano e la scrutavo.

Giuliana era una donna normale. E questo mi sorprese. Bassa, vestito grigio chiaro, capelli corti completamente bianchi. Niente rossetti vistosi. Borsa semplice, di pelle, col fermaglio graffiato. Scarpe comode, poco di moda.

Una donna come tante.

Giuliana, la presentò Vittorio.

Molto lieta, rispose lei.

Voce normale. Niente adulazione.

Accomodati, dissi. Il pranzo è quasi pronto.

Pranzammo a lungo. Giuliana mangiava composta, parlava il giusto. Quando Andrea raccontò una battuta sul lavoro, sorrise. Quando le offrii altra insalata, declinò gentilmente: Grazie, sono a posto. Non il solito Oh no, non posso, niente mano al petto.

La osservavo.

Non guardava la mobilia, non scorreva gli scaffali con gli occhi. Mai una domanda su lampadari o argenteria. Sedeva, conversava, beveva il tè.

Anche questo era sospetto.

Sul serio. Mi aspettavo di tutto: eccessiva cortesia, interesse fastidioso, sguardi indagatori. Invece lei tranquilla, come se stesse bene dovunque.

Dopo pranzo Vittorio e Giuliana andarono ad ascoltare i dischi. Aveva un vecchio giradischi a cui teneva più della macchina. Mentre lavavo i piatti, sentivo le loro voci basse. Sereni.

Allora? chiese Andrea accanto a me.

Cosa?

Che ne pensa il tuo Sherlock Holmes?

Misi il piatto ad asciugare.

Non lo so, dissi. Ed era vero.

La sera, dopo che Giuliana se ne fu andata, rimasi a lungo in cucina. Lo schema che avevo così attentamente costruito vedovo, appartamento, cacciatrice non coincideva con quello che avevo visto. Giuliana non sembrava affatto una persona interessata a qualcosa. Ma nella vita non succede così. Io lo sapevo.

Così presi una decisione.

Il giorno dopo, aspettando che Andrea uscisse e che Vittorio rientrasse dalla passeggiata, chiamai mio suocero.

Posso passare?

Vieni pure, disse. Torno tra poco.

Arrivò dopo venti minuti. Togliendosi la giacca, la appese con cura. Mise su il bollitore. Tutto come al solito.

Io seduta al tavolo, aspettando.

Allora, disse. Senza punto interrogativo.

Incrociai le mani. Avevo preparato quelle parole da due giorni.

Vittorio, è sicuro che lei la ami? Non la sua casa?

Mi guardò senza sorpresa né dispiacere. A lungo, come si guarda ciò che si attende da tempo.

Aspettavo che me lo chiedessi, rispose.

Non replicai nulla.

Per questo ho già deciso.

In che senso?

Ho intestato la casa ad Andrea e ai nipoti. Tre settimane fa. Dal notaio. Tutto in regola.

Lo fissai.

Giuliana lo sa?

Lo sa.

Presi la tazza. Il tè era bollente. Fuori la pioggia tamburellava, il bollitore si stava raffreddando, e Vittorio taceva con quella calma solo sua.

Allora ho capito che sposarmi era la scelta giusta, aggiunse.

Non aggiunse altro.

Il matrimonio fu in maggio.

Una cosa intima, senza eccessi. Trattoria per venti persone, fiori freschi sui tavoli, musica discreta. Vittorio in un abito blu scuro mai visto così elegante. Giuliana in un vestito color crema. Semplice, senza pizzi. Quel vestito, chissà perché, mi piacque.

Andrea aveva la faccia di uno che non sa se deve ridere o sentirsi a disagio.

Io guardavo mio suocero.

Vittorio parlava con Giuliana. Lei rispondeva. Lui ascoltava. Poi sorrideva appena. Mi accorsi che non avevo mai visto quel sorriso prima.

Ehi, che cè? sussurrò Andrea.

Guardo, dissi.

Dopo cena mi avvicinai a Giuliana. Senza motivo, senza discorsi pronti.

Giuliana, volevo solo dire mi fermai. Non cera nulla da aggiungere. Sono contenta che lei sia qui.

Giuliana mi guardò serena. Senza piaggeria, senza commozione.

Anchio, disse.

Feci un cenno e tornai al mio tavolo.

Fuori era maggio. Tranquillo, senza pioggia. Vittorio mise il bicchiere in modo preciso sulla tovaglia parallelo al bordo, come sempre. Una vecchia abitudine. Lo notai, e per qualche motivo, sorrisi.

Certe cose, alla fine, non cambiano mai.

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