«Papà non mi ha insegnato a cambiare l’olio, mamma!» sbottai chiudendo il portatile. Lui mi ha insegnato a creare capolavori. Mia madre sospirò soltanto e andò a preparare la cena. Pasta al pomodoro, come sempre.

Papà non mi ha mai insegnato a cambiare lolio, mamma! ho sbottato, chiudendo il portatile. Lui mi ha insegnato a creare capolavori, non a fare tagliandi. Mia madre ha sospirato e poi è andata a preparare la cena. Pasta e fagioli, di nuovo.

Stringevo la mia laurea stretta in una mano e nellaltra la vecchia foto sgualcita di papà. Quando ero lì, su quel palco, avrei dovuto sentirmi orgogliosa. Ero la prima della classe, fresca di diploma da meccanica motociclistica, ottenuto in uno degli istituti tecnici migliori dItalia.

E invece sentivo solo il peso di quarantasette No.
Troppo giovane. Poca esperienza. Il profilo non è adatto. Quellultimo lo riconoscevo. Era lo stesso sguardo che vedevo negli occhi di mia madre ogni mattina prima che andasse al turno come infermiera, e ogni sera prima di correre al supermercato per il secondo lavoro.

Affogavamo. Affogavamo nei 220.000 euro di debiti per le cure che il cancro di papà ci aveva lasciato. Affogavamo nelle preoccupazioni per mio fratello minore, Matteo, la sua schiena ormai una domanda piegata dalla scoliosi, e la necessità di unoperazione che non potevamo permetterci.

Nellangolo della mia stanza cera la vecchia cassetta degli attrezzi di papà, rossa e consumata, con le sue iniziali D.C. incise sul lato. Lultimo giorno buono me laveva fatto promettere: Diventerai la migliore meccanica dItalia, Giulia mia, mi aveva sussurrato con voce roca. Prometti.

Ho promesso. Ora quella promessa mi sembrava una beffa, mentre scorrevo annunci assurdi a Bolzano, Trieste, ovunque ma non qui nel nostro minuscolo bilocale di periferia a Milano.

Proprio allora mi è arrivata quella mail. Loggetto era solo: Occasione.

Stavo per cancellarla, pensavo fosse lennesima truffa sfuggita allo spam. Ma la disperazione fa fare cose folli. Il messaggio era breve, misterioso. So delle tue abilità. Cè unoccasione unica. Lavoro ad alto rischio. Una moto. Hai abbastanza coraggio?

Sotto, un allegato: un biglietto a/r da Linate a Olbia, Sardegna. Poi un numero che mi ha tolto il fiato: 5.000 euro. Solo per venire a visionare una moto.

Ho pensato subito a un rapimento. Ma 5.000 euro Bastavano per tre rate di mutuo. Un po di respiro per mamma. In fondo cera solo la firma Gianni Moretti e un indirizzo mail che sembrava una password. Nessun sito, nessun numero.

Eppure ho risposto: Chi sei?

Tre minuti dopo arriva la risposta: Uno che ha bisogno dei migliori. Chiamami. E sotto, un numero.

Ho composto. Il cuore mi sussultava nel petto. Dallaltra parte una voce profonda, roca. Moretti.

Sono Giulia Conti, ho sussurrato. Quella dellemail.

So chi sei. Ma la domanda è: ti interessa?

Voglio saperne di più. Perché proprio io? Sembra tutta una fregatura.

Quasi sentivo il suo sorriso. E infatti dovrebbe. È una sola moto, una diagnosi. Se riesci a sistemarla, parliamo di compenso. Se non ci riesci, 5.000 euro a prescindere. Tutti i migliori mi hanno già detto di no.

Mi si è stretto lo stomaco. Perché hanno rifiutato?

Vieni a scoprirlo tu, ha detto, e ha riattaccato.

Rimasi a fissare il telefono, le sue parole che ronzavano in testa. Tutto mi diceva di restare a casa. Anche mamma mi pregava di lasciar perdere. Ma la promessa fatta a papà e il volto stanco di mamma erano più forti della paura.

Ho prenotato il volo.

Ed eccomi qui adesso, seduta in aereo, con la cassetta degli attrezzi di papà tra i piedi, in volo verso un uomo senza cognome e un lavoro che nessuno voleva. Ho una paura folle. Non so cosa mi aspetti in Sardegna.

Ma non ho più alternative. E a volte, lunico modo per uscirne è affrontarla dritta in faccia.

Laeroporto di Olbia era molto più piccolo di quanto pensassi, laria esterna così tagliente che sembrava vetro. Un uomo in montone pesante reggeva un cartello: CONTI.

Mi prese la valigia senza dire una parola, indicandomi di salire su una Jeep nera che sembrava più un blindato che una macchina. Unora di strade tortuose in mezzo alle colline sarde, pini come muri sotto il tramonto. Un senso di isolamento soffocante. Stringevo la maniglia del toolbox mentre le nocche diventavano bianche.

Arrivammo davanti a una struttura di acciaio e vetro, gigante, nascosta alla fine di una strada di ghiaia privata. Più che una casa, sembrava un fortino.

Il conducente mi portò in un garage che pareva la sala operatoria di un ospedale: pavimento di cemento lucidato, pareti piene di attrezzi perfetti. Al centro, in un cono di luce, la bestia.

Una custom, bassa e minacciosa, nera opaca, assorbiva ogni raggio di luce. Sembrava una Moto Guzzi incrociata con un caccia moderno.

Giulia Conti?

Mi sono girata di scatto. Sulla scala metallica sopra di me, un uomo sulla sessantina si appoggiava a un bastone. Camicia a quadri semplice, ma lorologio al polso valeva più di casa nostra. Gianni Moretti.

Sei più giovane di quanto pensassi, ha grugnito scendendo lentamente.

È lei che ha assunto una ventiduenne, ho ribattuto, la tensione mi rendeva tagliente. Quella è la moto?

Si è fermato davanti a me. Occhi buoni, ma stanchi. Quella, indicando col bastone, è lOssidiana. Lha costruita mio figlio. Il suo capolavoro.

Era?

È morto tre anni fa. Collaudandola.

Il garage è diventato una tomba.

La moto non parte più da allora, ha ripreso lui. Qui sono passati quelli migliori: dalla Germania, dal Giappone, da Torino. Centralina cambiata, motore ricostruito, iniettori nuovi. Niente. Gira, tossisce e muore. Dicono che è stregata. Che il telaio è piegato in modo invisibile, e crea armoniche che nessuno trova.

E vuole che io sistemi una storia da fantasmi?

Voglio che sistemi la macchina, tagliò corto Moretti. Ho fatto i compiti, Giulia. Tuo padre era Daniele Conti. Quello che sistemava i motori solo ascoltandoli. Quello che ha battuto il record italiano amatoriale con la 78 Argento Freccia. Sei cresciuta nella sua officina.

Mi ha insegnato tutto, dissi, sentendo la voce più ferma. Ma se i migliori non ce lhanno fatta…

Loro hanno guardato i numeri, mi ha interrotto. Io voglio chi sa ascoltare lanima delle cose. Hai ventiquattro ore. Se la fai partire, saldiamo tutti i vostri debiti. Tutti.

Mi sono bloccata. Sa dei debiti?

So tutto. Allora? Si fa?

Ho guardato la moto. Era arrabbiata, distrutta. Ho guardato lui, un padre che cercava il figlio in una macchina. E ho pensato alla schiena di Matteo.

Affare fatto.

Moretti annuì e se ne andò, lasciandomi sola con lOssidiana.

Per unora non ho toccato neanche una chiave. Solo passi attorno. Le mani sulla lamiera fredda, sui collettori artigianali, sul telaio a traliccio lasciato nudo. Poi mi sono seduta a terra, a guardarla. A chiedere consiglio a papà. Non guardare i pezzi, diceva lui. Ascolta il silenzio.

Ho tirato lavviamento. Il motore ha ansimato, sbattuto, poi spento.

Ancora. Tosse. Colpo. Silenzio.

Gli altri avevano cambiato tutto. Ecco il problema. Loro trattavano la moto come unequazione. 220.000 euro. Loperazione di Matteo. Gli occhi stanchi di mamma.

Ho tolto le carene. Candela nuova. Tubo benzina, perfetto. Ho appoggiato lorecchio al blocco e lho fatto girare a mano.

Eccolo. Un minuscolo attrito, quasi impercettibile.

Non era il motore. Era lattacco.

Lincidente non aveva piegato il telaio: aveva solo spostato i supporti motore di un pelo. Lavviamento creava una vibrazione che mandava il sensore di battito in tilt, tagliando subito laccensione per proteggere il motore. Il computer sentiva knock e spegneva tutto.

Il computer faceva il suo lavoro. I tecnici di fama si fidavano ciecamente del computer.

Ho aperto la cassetta di papà. Altro che diagnosi da portatile. Mi bastava uno spessore.

Ho lavorato tutta la notte. Con le mani unte, nocche sbucciate, sangue e sudore. Ho allentato tutto il blocco, lho sollevato col paranco a catena, ho limato una rondella per ottenere uno spessore quasi invisibile fra motore e telaio.

Alle cinque di mattina ho stretto lultimo bullone. Ero esausta, tremavo.

La porta si è aperta. Moretti è entrato con due caffè. Ha visto i pezzi smontati in giro e la moto rimontata.

Sembri un relitto, ha detto.

Non era rotta, ho spiegato, pulendomi la fronte con uno straccio, era semplicemente troppo stretta. Non respirava. Le vibrazioni fregavano i sensori.

Lui ha posato il caffè. Fammi vedere.

Sono salita in sella. Non mi sembrava più rabbiosa, ma pronta.

Giro la chiave. Tutto si accende. Avvio.

Whrr-whrr-VROOOOM.

È stato un boato. Nessun colpo, nessuna tosse. Un ruggito pieno, costante, che faceva tremare gli attrezzi alle pareti. Fiammate azzurre dalle marmitte. Il suono più bello che avessi mai sentito.

Do un colpo di gas, motore reattivo come seta. Potente come una tempesta.

Spengo. Il silenzio dopo rimbomba tuttintorno.

Guardo Moretti. Ha le lacrime agli occhi. E non guarda la moto, ma qualcosa oltre.

Lo faceva anche lui, lasciarla al minimo così, sussurrò.

Si avvicina, appoggia una mano sul serbatoio che ancora vibra di calore, occhi chiusi.

Poi si gira verso di me. Il dolore cè ancora, ma non è più disperato.

Hai le mani di tuo padre, Giulia.

Ho il suo insegnamento, ho detto piano.

No, mi corregge lui, tirando fuori il libretto degli assegni. Linsegnamento fa il meccanico. Lintuito crea i maestri.

Compila lassegno, me lo consegna.

Quando vedo la cifra mi manca il fiato. Non sono 220.000 euro. Sono 460.000 euro.

Signor Moretti, è

I debiti. Loperazione di tuo fratello. E abbastanza per aprirti unofficina tua, dice deciso. A una condizione.

Alzo lo sguardo, sconcertata. Qualsiasi cosa.

LOssidiana resta qui. Ma nella mia collezione ci sono altre moto depoca che non vanno da anni. Cerco un capo meccanico. Contratto a tempo indeterminato, casa per la famiglia, stipendio vero: tua madre non dovrà mai più farsi due turni.

Guardo lassegno, poi la cassetta incisa D.C.. Giuro che sentivo papà alle spalle, la mano sulla spalla, che sorrideva.

Non posso trasferirmi subito, ho detto, sorridendo tra le lacrime. Mio fratello prima deve fare quellintervento.

Moretti ha sorriso. Prenditi tutto il tempo che ti serve. Noi qui ci restiamo.

Esco in quella mattina sarda. Laria ancora frizzante, ma per la prima volta dopo anni mi sento al caldo. Prendo il cellulare, chiamo casa.

Mamma? E la voce mi si incrina dallemozione. Metti via pasta e fagioli. Questa volta ce labbiamo fatta davvero.Dallaltra parte, un silenzio incredulo. Poi il pianto sommesso di mia madre di gioia, per una volta. Le parole che non servivano più. Tutto quello che ci aveva tenute in piedi, finalmente sciolto.

Staccai la chiamata e mi fermai sulla ghiaia, il vento nei capelli e le mani sporche ancora di olio e vita. Guardai la cassetta degli attrezzi, la sigla di papà che adesso sembrava un segno del destino, e scoppiai a ridere forte, come se il sole mi fosse esploso dentro.

Il futuro poteva ancora far paura. Ma quella paura, stavolta, lavevo affrontata di petto. Avevo rotto il cerchio.

Con la moto dellanima avviata, e la mia finalmente in marcia, mi voltai verso la porta del garage pronta. Non solo a riparare motori, ma anche noi stessi. E capii che sì, era per questo che si correva. Per arrivare dove nessuno aveva il coraggio di provare.

Mi incamminai incontro al nuovo giorno, sapendo che ovunque avrei messo le mani, una parte di papà e di casa mi avrebbe guidata ancora perché ci sono promesse che non finiscono mai di partire.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

three × two =

«Papà non mi ha insegnato a cambiare l’olio, mamma!» sbottai chiudendo il portatile. Lui mi ha insegnato a creare capolavori. Mia madre sospirò soltanto e andò a preparare la cena. Pasta al pomodoro, come sempre.
Degli amici ci hanno chiesto un passaggio con la nostra macchina promettendo di contribuire alle spese, ma una volta arrivati hanno detto: «Tanto voi dovevate andarci comunque»