Guarda, ti racconto questa cosa perché ancora adesso mi sembra assurdo, e ogni tanto mi sveglio la notte e mi sembra di riviverla tutta dallinizio. Ho fatto da madre surrogata per mia sorella maggiore e suo marito poi, dopo nemmeno una settimana dalla nascita, hanno lasciato la bimba fuori dalla mia porta, come se fosse un pacchetto da Amazon. Ci pensi?
Allora: io e mia sorella, Federica, ci siamo sempre dette che da vecchie avremmo ancora preso il caffè insieme tutte le mattine. Io ero la più piccola, la pasticciona, quella che si dimentica tutto e ogni tanto arriva in ritardo di mezzora, capelli arruffati e scarpe spaiate. Lei invece la regina della famiglia: 38 anni, sempre perfetta, abiti impeccabili, mai un capello fuori posto. Proprio quella che alle riunioni familiari tutti ammirano.
Quando Federica si è sposata con Riccardo quarantenne, lavora in banca, sempre preciso, tipo da camicie stiratissime ero davvero felice per lei. Si erano comprati una bella casa con giardino a due passi dal Lago di Garda, bella cucina nuova, tutto in ordine, vasi di fiori curati sullingresso, assicurazioni e benefit, la solita vita da Mulino Bianco come dicono da noi.
Ci mancava solo un figlio, davvero. E insomma, hanno fatto mille tentativi, FIVET, ormoni, punture, visite ogni volta che cera una speranza, di nuovo la delusione. Lho vista consumarsi poco a poco: ogni volta che la guardavo, aveva gli occhi sempre più spenti, un sorriso sempre più tirato.
A un certo punto, dopo l’ennesimo buco nell’acqua, Federica una sera mi guarda negli occhi mentre io sto sparecchiando e mi fa: Vittoria, porteresti un figlio per noi?. E io, che nel frattempo avevo già due bimbi miei Alessio, 7 anni, che non sta mai zitto, e Bianca che a 4 anni è convinta di parlare coi passerotti ho detto subito di sì. Senza nemmeno pensarci.
Abbiamo fatto tutto per bene: visite su visite, consulenze legali, riunioni infinite con mamma, papà, suoceri e medici. Federica era di nuovo piena di speranza, io avevo il cuore stretto ma pensavo solo che, se era nelle mie possibilità di regalarle quellamore, avrei fatto tutto.
La gravidanza è andata liscia come lolio, a parte la nausea (oddio, quante notti a mangiare mozzarella e pomodorini alle due!), i piedi gonfi che manco le ciabatte mi entravano, e una stanchezza che non ti so spiegare. Ma ogni ecografia era una festa, Federica mi portava spremute appena fatte e piccoli regalini per ringraziarmi.
Aveva già fatto la lista di nomi: cerano almeno venti post-it come solo lei sapeva fare, appiccicati sul frigorifero. Riccardo nel weekend ha tinteggiato da solo la cameretta, si vedeva che erano emozionatissimi.
Mi ricordo la data del parto come se fosse ieri: erano tutti e due in sala, mi tenevano la mano, ed era come se lo stessimo facendo insieme. Quando finalmente è nata la piccola Martina e ha pianto per la prima volta, ci siamo messi a piangere tutti e tre, come bambini. Era bellissima, perfetta. E io, anche se sfinita, non avevo mai provato una gioia simile.
Il giorno dopo, Federica mi ha abbracciato fortissimo in ospedale. Vieni a trovarci sempre, promesso? Martina deve sapere chi le ha donato la vita. E io che scherzavo, Guarda che vi mollo Bianca in regalo e mi trasferisco lì!.
I primi giorni era tutto un susseguirsi di foto: Martina con il fiocchetto rosa, Riccardo che la cullava con una faccia da papà orgoglioso, Federica che sembrava finalmente serena. Poi, dal terzo giorno, silenzio. Nessuna foto, nessun messaggio, niente. Mi sono detta: Saranno stanchi, anche io ricordo quei giorni in cui non ti ricordi nemmeno come ti chiami.
Ma dopo cinque giorni ho iniziato a preoccuparmi seriamente. Messaggi senza risposta, chiamate che finivano in segreteria.
E poi, il sesto giorno, era una mattina come tante: stavo preparando il caffè per Alessio e Bianca quando sento bussare piano. Apro la porta pensando sia il corriere della Conad e invece sul pianerottolo cè una cesta di vimini, dentro Martina avvolta nella stessa copertina dellospedale. Accanto, un bigliettino con la calligrafia inconfondibile di Federica: Non volevamo una bambina così. Ora è un tuo problema.
Sono cascata sulle ginocchia, ho stretto Martina al petto, ho pianto come se non ci fosse un domani. Poi ho chiamato Federica, mani che tremavano, cuore impazzito.
Risponde e mi fa, freddissima: Lo sapevi di Martina? Ora te la tieni tu. Abbiamo scoperto che ha un problema al cuore, niente di quello che ci aspettavamo, noi non ce la sentiamo.. Non ci credevo. Ma è tua figlia!, urlavo, come se potesse svegliarla dalle sue paure. Niente, ha riattaccato. Riccardo in sottofondo nemmeno una parola.
Ho chiamato mamma, è arrivata in venti minuti, ancora col grembiule addosso. Abbiamo portato subito Martina allospedale. In effetti aveva un difettuccio al cuore, niente di incompatibile con la vita, avrebbe solo dovuto affrontare unoperazione nei primi mesi.
Il resto è stato un incubo: servizi sociali, giudici, avvocati, tutto quello che puoi immaginare. Alla fine ho ottenuto laffidamento e poi ladozione di Martina. E quando le hanno operato il cuoricino, in quellospedale di Brescia, ho pregato così tanto che, giuro, ancora oggi mi sento in debito con il destino.
Ora Martina ha cinque anni, è una forza della natura, canta e balla per il soggiorno, è la stella di casa nostra. Dice a tutti che il suo cuore ora va a mille grazie allamore della mamma. Ogni sera prima di dormire mi prende la mano, se la mette sul petto e mi dice: Lo senti il mio cuore, mamma?.
Federica e Riccardo? Beh, come si dice, chi semina vento raccoglie tempesta. Lui ha perso il lavoro, la casa lhanno dovuta vendere. Lei si è ammalata, nulla di drammatico ma la vita lha un po isolata. Ha provato a ricontattarmi con una mail lunga così ma non ho mai avuto la forza di rispondere.
Non provo rancore, sai? Alla fine io ho tutto quello che conta: i sorrisi di Martina, le sue domande buffe, le sue risate che fanno tremare i vetri. Il vero amore, quello che non ha condizioni, quello per cui ogni giorno dai il meglio di te.
Io le ho ridato la vita, lei ha reso migliore la mia. E questa, amica mia, è la giustizia più grande che poteva toccarmi.


