Ho vissuto con mia moglie per 34 anni, ma ora mi sono innamorato di un’altra donna. Non so cosa fare adesso.

Mi chiamo Alessandro. Ho 65 anni e sono sposato, ma nella mia vecchiaia mi sono innamorato di unaltra donna. Mia moglie, Lucia, ha 62 anni. Abbiamo un figlio adulto, ormai sposato e con dei figli. Da quando nostro figlio è cresciuto e ha messo su famiglia, ho notato che tra me e Lucia è come se fossimo diventati estranei.

Dopo essere andati in pensione, ho proposto a Lucia di comprare una casa in campagna. Lei non era entusiasta, ma alla fine lho convinta. Poco dopo abbiamo comprato una bella casetta, e destate ci siamo trasferiti lì. A me la vita in campagna piaceva moltissimo, mentre Lucia non riusciva proprio ad ambientarsi. Preferiva stare sul divano, leggere romanzi e guardare la televisione. Non voleva aiutarmi nellorto; diceva che non si sentiva bene. Così ho dovuto occuparmi di tutto da solo.

In autunno siamo tornati in città, a Firenze, e lei ne è stata felice. Però, dopo una settimana, ho fatto le valigie e sono tornato in campagna. Mi sentivo meglio lì. Lucia è rimasta in città. Ora ci vediamo poco e niente.

In paese mi sono innamorato di una donna di nome Margherita, che ha 60 anni. Allinizio lei non sembrava interessata, ma ora abbiamo un bel rapporto. Vorrei divorziare da Lucia, ma mi preoccupa molto la reazione di nostro figlio. Per ora dico a Lucia che mi dedico ai lavori di casa, ma in realtà passo molto tempo con Margherita.

Lucia non sa nulla di tutto questo. Non riesco a prendere la decisione di parlarle di un possibile divorzio. Mi sento confuso e non so proprio cosa fare…

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Ho vissuto con mia moglie per 34 anni, ma ora mi sono innamorato di un’altra donna. Non so cosa fare adesso.
Finché non arriva il pullman Fine ottobre a Milano è una stagione a sé: l’aria è frizzante, profuma di foglie cadute e della promessa della prima brina. In una sera così, Vika—avvolta in una enorme sciarpa scozzese—rimane in attesa alla fermata, lo sguardo perso tra il traffico lento del Naviglio. Il cellulare tace, niente campo, in testa le ronza la sigla ossessiva della fiction vista ieri. Ha perso il pullman. Come sempre. Accanto a lei, un ragazzo. Vika lo nota appena: mani in tasca del cappotto, postura dritta, occhi attenti. Non guarda la strada, ma un nido di gazze su un platano spoglio. Segue il suo sguardo: le gazze portano gli ultimi rametti, imbottendo il rifugio per l’inverno. “Chissà, magari anche loro hanno traffico,” dice lui con voce quieta, sempre guardando gli uccelli. “E c’è sempre una gazza che arriva tardi.” Vika scoppia a ridere, sorpresa. “E perde sempre il becco nel tunnel,” aggiunge lei. Lui finalmente si volta e sorride, caldo, amichevole. “Nicolò.” “Vika.” Il pullman non arriva. Ora l’attesa è silenziosa, ma condivisa. Quando arriva, Vika sale a malincuore. “Domani, dicono, gela,” lancia lui. “Serve il thermos di tè,” approva lei, salendo. È sempre al solito orario, le 18:30, che tornano a ritrovarsi. Lui le porge due mignon di cannolo: “Per l’emergenza culturale,” spiega. Così inizia il loro rituale di fermata tra battute e confidenze, dai capi bizzarri alle dispute sulla pizza all’ananas (solidali), alle playlist ideali per i tramonti autunnali (qui litigi). Un giorno Nicolò manca. E quello dopo. Il nido appare vuoto più del solito. Ma dopo una settimana, eccolo tornare, sguardo stanco. “Mio padre, in ospedale. Ora va meglio, grazie al cielo.” Stanno vicini in silenzio. Poi lei lo prende per mano: “Oggi saltiamo il pullman. Vieni, ci beviamo una cioccolata calda, con la schiuma. E i due cannoli.” Da quel giorno, cambia tutto. Il bar pasticceria all’angolo diventa la loro meta. Scoprono mondi l’uno dell’altra: lui, ingegnere che progetta ponti come fossero persone (“Quello sulla Ticino è un romantico, perfetto per passeggiate”); lei, blogger e poetessa, annusa la vita dietro ogni finestra (“Senti il minestrone da quello stabile? Lì vive nonna Anna, il martedì”). Le abitudini di Vika e Nicolò si intrecciano e finalmente si fanno casa l’uno per l’altra, tra tè speziati, biscotti allo zenzero e vecchi album di famiglia. Quando Vika si ammala, Nicolò arriva armato di limoni, miele e l’ultimo libro della poetessa preferita. “Ho preso tutto quel che poteva aggiustare il sistema,” si giustifica goffamente. Passano le stagioni, la fermata non è più un luogo di solitudine ma di appartenenza. La loro relazione fiorisce nella sicurezza reciproca: Vika beve solo dalla tazza blu, Nicolò fa ordine tra i pensieri davanti a una finestra. Arriva l’inverno, e l’invito: “Capodanno da mia bisnonna, in un paesino in Piemonte—c’è la stufa, i cani rumorosi… Non è un resort, ma è casa.” “Neve vera? E la stufa?” chiede lei. “Stufa immensa al centro, neve da affondarci.” “Allora porto la valigia e la guida di sopravvivenza ai cani piemontesi.” La vecchia casa di nonna Pia accoglie Vika con frittelle e grandi abbracci; insieme vanno a scegliere l’abete sotto la nevicata. A mezzanotte, con la nonna addormentata dopo il brindisi, la cucina è calda di legna e aspettative. Nicolò, davanti al camino, si inginocchia: “Vika, ragazza della fermata che mi ha aperto il mondo… vuoi costruire un futuro insieme a me—tra il tuo disordine creativo e i miei progetti, i biscotti della nonna e tutto il resto?” Le lacrime di Vika, luminose come i botti lontani di Capodanno, si mischiano a un sorriso radioso. “Sì, certo che sì.” Il primo abbraccio col nuovo anello riflette i fuochi d’artificio sulla finestra ghiacciata, e il loro viaggio, iniziato tra i tram irrequieti di Milano, ora si fa cammino condiviso nel calore di una baita, pronti ad attraversare insieme ogni ponte e ogni stagione. Tutto questo, semplicemente, perché un giorno, hanno perso il pullman.