– Ragazza, tieni il tuo bambino in braccio sulle tue ginocchia

Signorina, sieda il bambino sulle ginocchia, mi rimproverò una donna robusta sui cinquantanni. Voglio precisare che avevo acquistato un posto per mio figlio sullautobus, pagando ben 80 euro.

Quel giorno accompagnavo mio figlio Matteo dalla nonna. Pur avendo solo cinque anni, nella nostra famiglia lo trattiamo già come fosse più grande. Matteo è alto e pesa molto; tenerlo in braccio sarebbe impossibile e anche scomodo per entrambi, rischierebbe di sporcare le scarpe degli altri passeggeri. Per questo gli compriamo sempre il suo posto sullautobus: si comporta bene e così tutti viaggiano più comodamente.

Quella mattina Matteo era seduto vicino al finestrino, mentre io stavo accanto a lui. Avevo scelto i posti davanti per scendere più facilmente, visto che dovevamo uscire prima degli altri. Avevo avvisato il conducente che il posto accanto al mio era già pagato per mio figlio, così nessun altro avrebbe dovuto occuparlo.

Mentre eravamo ormai fuori città, lautobus venne fermato da una donna massiccia, le cui forme occupavano quasi tutta la porta. Cerano ancora posti liberi dietro di noi, perciò il conducente si fermò. Quando questa signora salì infilarsi è forse il termine più adatto lautobus traballò leggermente e i passeggeri rimasero in silenzio, guardandola sorpresi. Una volta a bordo, sbatté la porta e si avvicinò ai sedili.

Signorina, faccia sedere il bambino sulle ginocchia, mi disse seccamente. Le spiegai con fermezza che avevo pagato il posto di mio figlio e non intendevo tenerlo sulle gambe. Il conducente intervenne, consigliando alla donna di andare a sedersi più avanti, dove cerano altri posti liberi. Lei sbuffò, sostenendo che doveva essere sistemata in quel posto, perché era più comodo che fossimo noi a spostarci. Aggiunse che prendeva spesso quel pullman e si sedeva sempre accanto al finestrino.

Non cedetti, mentre lautobus accelerava e la donna restava comunque in piedi vicino a noi, senza intenzione di accomodarsi dietro. Mi sentivo ribollire dentro, ma non volevo uno scandalo davanti a Matteo. Così iniziammo a scherzare, cercando di distrarmi dalla signora. Lei, infastidita dalla mia calma, urlò: Muovi il bambino, fammi sedere! Non capisci? Restai calmo, ribadendo che non avrei ceduto: mio figlio ha diritto al suo posto e siamo saliti prima, scegliendo dove sedervi. Non esistono biglietti assegnati.

Il conducente proseguiva senza distrarsi, evidentemente abituato a certe situazioni. Gli altri passeggeri inizialmente ignorarono la scena, chi con le cuffie, chi dormendo. Poco a poco però arrivarono commenti: Signora, cè un posto libero dietro. Non urlare, non sei a casa tua. Lei si lamentò che non poteva andare avanti a causa della sua corporatura, quando era chiaro che era solo una questione di principio: voleva prendersi il nostro posto.

Latmosfera si scalda. Alla fine succede qualcosa di sorprendente: il conducente, esasperato, fermò il bus, si alzò dal volante e fece uscire la donna, portando anche le sue borse fuori. La donna smarrita non ebbe neppure il tempo di protestare; il conducente tornò al suo posto e ripartì. Regnava il silenzio. Noi passeggeri ci raccogliemmo per compensare il conducente della perdita, ciascuno offrendo qualche euro. Alla fine, quando arrivammo a destinazione, consegnammo la cifra raccolta e il conducente, felice, ci confidò che non avrebbe mai più fatto salire quella donna, perché litigava sempre con tutti.

Quellesperienza mi ha insegnato che, anche davanti a chi cerca prepotenza, la calma, il rispetto e la solidarietà tra sconosciuti possono cambiare una giornata. Oggi ho capito che difendere il diritto alla gentilezza è importante, sia per noi che per i nostri figli.

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– Ragazza, tieni il tuo bambino in braccio sulle tue ginocchia
– Natalia! Scusami! Posso tornare da te? Mio marito Vittorio e io siamo stati insieme per più di vent’anni. Abbiamo sempre vissuto tranquilli, con la nostra casetta di campagna in cui andavamo ogni fine settimana. Vittorio puliva casa e io cucinavo, convinta che saremmo rimasti così fino alla vecchiaia. Poi un giorno, all’improvviso, Vittorio mi ha detto: – Natalia, mi dispiace. Ti lascio. Ho conosciuto un’altra donna e mi sono innamorato! Avevo 38 anni, non ero certo ingenua: mi ero accorta da tempo che mio marito aveva un’altra. Non volevo farne una tragedia. Pensavo: “Vittorio non mi lascerebbe mai”. Amiche “gentili” mi mandavano spesso foto di lui con l’amante. Sopportavo in silenzio. Ma poi, all’improvviso, lui ha detto che se ne andava. È stato uno shock. Per fortuna, almeno nostra figlia in quei giorni era al mare con le amiche. Per sentirmi meglio, ho confidato tutto alle mie amiche. Ci siamo riunite per un vero e proprio consiglio di donne. Una mi ha suggerito di dimagrire e trovare subito un altro uomo, una voleva mandarmi da una cartomante per riconquistare mio marito, una terza di cercare una nuova storia. Ma Martina mi ha detto: – Vivi come hai sempre vissuto! Vedrai che sarà più facile! – Ma non posso andare avanti così! Mi fa troppo male! – E invece devi! Vedrai che col tempo passa. Fidati, sono tre divorzi che ci sono passata. Pulisci casa, cucini, vai a lavorare, guardi i film e leggi libri… – Ma per chi dovrei cucinare? – Per chi? Per noi! Verremo ogni sera a mangiare quello che preparerai! Ho ringraziato le mie amiche per i consigli. Ma ero indecisa su quale seguire. Alla fine ho scelto di andare dalla cartomante. Ho portato una foto di Vittorio e dell’amante. Lei ha sparso le carte, fatto i suoi riti e mi ha assicurato che in due settimane mio marito sarebbe tornato. Non è tornato né dopo due settimane, né dopo un mese. Intanto avevo dato alla cartomante metà del mio stipendio. Mi sentivo sola e triste senza Vittorio. Ho iniziato a comprare dolci in quantità industriale. Dopo due settimane mi sono pesata: sette chili in più. Così ho deciso di cambiare. Ho fatto pulizia generale in casa, sistemato ogni stanza, rinvasato le piante e spostato i mobili. Il mio appartamento era diventato accogliente e bellissimo! Mi sono iscritta a un corso di danza: dovevo smaltire tutti quei dolci. Preparavo ogni giorno la zuppa che piaceva a mio marito e le mie amiche correvano da me a divorare tutto. Quando se ne andavano, mi sedevo a guardare “Il Trono di Spade”. Vittorio e io ne avevamo sempre sentito parlare, ma non avevamo mai tempo per vederlo. Mi piaceva moltissimo. Un giorno, mentre guardavo la serie, la porta si è aperta all’improvviso: era Vittorio. Ha visto casa pulita e profumata di sua amata minestra. Io ero tranquilla sul divano davanti alla tv. – Natalia, buonasera. Sono venuto a prendere le cose che ho lasciato l’altra volta. – Certo! Te le ho già preparate! Hai una borsa? – No! – Te la presto io! Ho raccolto le sue cose e gliele ho consegnate. – Hai preparato la minestra? – Sì, vuoi mangiarla? Sei affamato? Vittorio si è fermato a pensare, poi ha annuito. Ho versato la minestra. Lui ne ha mangiato due piatti poi ha detto: – Grazie, Natalia! Vado! – Vai pure! Io devo finire la puntata! – Cosa stai guardando? – “Il Trono di Spade”. – Ricordi quando volevamo vederlo insieme? – ha chiesto Vittorio, tristemente. – Lo ricordo! Vittorio è uscito. Ho pianto un po’, poi ho finito la puntata e sono andata a dormire. Dopo due settimane è tornato con tutti i suoi bagagli. L’ho guardato senza capire. – Natalia, ti chiedo scusa! Ti amo davvero! Adoro la tua zuppa e la tua casa accogliente. Perdonami, ti prego. – Ti mancava la mia minestra? – Mi mancava tutto! Ma soprattutto tu! – Va bene, entra pure. – Mi vergogno davanti a te e a nostra figlia. Non dirle nulla? – Va bene, non dirò niente. Vuoi cenare? – Sì, grazie mille.