– Senza di me sei persa! Non riuscirai a fare nulla! – urlava mio marito mentre piegava le sue camicie e le metteva nella valigia grande.

Senza di me ti arrangi? Sei proprio sicura di farcela? urlava il marito mentre infilava le sue camicie in una vecchia valigia più grande di lui.
Ma lei ce la fece. Non crollò mica. Forse, se si fosse seduta cinque minuti a riflettere su come sopravvivere con due figlie piccole, magari si sarebbe impaniconita e, chissà, forse avrebbe pure chiuso un occhio sul tradimento. Ma il tempo, si sa, non aspetta nessuno: bisognava portare le bambine allasilo e poi via, correre a lavoro. Il marito era rientrato solo mezzora prima, raggiante per la nuova fiamma, gonfiando il petto da eroe di provincia.

Così, infilando il cappotto, Tiziana passò subito alle istruzioni, chiara e decisa:
Chiara, aiuta Alessia a chiudere la giacca e quando siete allasilo assicurati che mangi tutto. La maestra ha detto che fa i capricci con la pappa.
Paolo, portati via tutte le tue cose sudate con tanta fatica. Non lasciare roba in giro. E le chiavi della casa, lasciale nella cassetta della posta. Ciao, eh.

Chiara era nata esattamente mezzora prima di Alessia e quindi “la maggiore”. Ora sono quattro anni tutte e due, gemelline sì, ma non potrebbe esistere una coppia più diversamente uguale: Chiara ingoia la temuta pappa di semolino solo perché così si fa, ma Alessia scuote il capo e proclama: Ci sono i grumi, non lo mangio.

Meno male che lasilo è proprio dietro casa dieci minuti di orologio col passo di ragazzine. Le chiacchiere delle bimbe distolgono Tiziana dallansia per il futuro. Al lavoro poi, cè poco spazio per lautocommiserazione: il turno in ambulatorio è una sfilza di pazienti e le visite a domicilio non mancano mai. Solo la sera, passando davanti allattaccapanni dove prima pendevano le giacche di lui, Tiziana si rende conto: da oggi è sola. Ma lamentarsi non si addice alla sua indole: tutto deve andare avanti come sempre, anzi, meglio. Perché buttarsi giù o sedersi a piangersi addosso? Meglio ragionare con calma, trovare una soluzione, e magari vedere il bicchiere mezzo pieno. Per esempio: bisogna pur cenare, no?

Cosa è cambiato tra noi tre? si domandava Tiziana affettando zucchine e pomodori. Se nè andato mio marito. Cosa faceva lui che non posso fare io? Nulla. Basta ritoccare un po la routine. Ce la posso fare. Anzi, meglio così. Meglio sola, che con langoscia di chiedersi dovè, con chi è. Più difficile, ma più serena. Dopo la solita favola di Pinocchio e i baci della buonanotte alle due dormiglione, Tiziana si fionda in bagno: la lavatrice ha finito, bisogna stendere.

Prima di dormire, decide di concedersi una tazza di tè, mettere in ordine i pensieri, organizzare il domani. Le gemelle si assomigliano come due gocce dacqua doppio lavoro, direte voi, ma Tiziana non lha mai vissuta così. Anzi, guarda sempre strano chi le fa mille compassioni.
Andiamo alla grande ripeteva alle amiche , non serve diventare eroi. Faccio tutto, punto e basta.

Il bollitore fischia. Tiziana prepara il tè con la sua adorata melissa, accende una lampada calda e soffusa. Fuori cè il tempo che fa imbufalire anche i milanesi: pioggia mista a neve, ma in casa regna la pace, solo lorologio scandisce il tempo…

A un tratto suona il campanello. Tiziana apre e rimane spiazzata: davanti a lei cè la vicina, la signora che non ha mai sopportato particolarmente. Vedova, pensionata, la signora Gina usciva ogni mattina col suo cagnetto spelacchiato; salutava Tiziana appena appena, a labbra strette. Più volte Tiziana aveva notato quel povero cane vicino ai bidoni: magrolino, mellifluo, a fissare ogni sacchetto buttato via. Forse la Gina, mossa a pietà, se lo era portata in casa. Nessuno le faceva visita, andava solo a far la spesa e portava fuori il cane.

Scusami se ti disturbo mormora la Gina, stringendosi nello scialle di lana , ma oggi ho visto tuo marito riempire la macchina di valigie. Vi ha lasciate?
Fatti tuoi taglia corto Tiziana.
Tuo marito non mi riguarda. Solo volevo dirti che, se hai bisogno di una mano, io ci sono. A tenere docchio le bimbe, o per altro, davvero, chiedi pure.
Entra la invita Tiziana. Come ti chiami? chiede, versando il tè in due tazze e allungando un cestino di biscotti fatti in casa: Prendi pure.

Mi chiamo Gina Esposito. Tu invece sei Tiziana, vero? dice la Gina spezzando un biscotto . Tiziana, io non mi voglio intromettere. Solo, sappi che sono qui. Se hai bisogno di qualsiasi cosa, sarò ben lieta di aiutarti. Non pensare ai soldi, giammai. È solo piacere mio. Gina sorseggia un po di tè, annuisce soddisfatta: Molto buono. È melissa vera? Destate coltivo tante erbe nellorto, anche la melissa. Vieni a trovarmi quando vuoi, cè pure il melo con le mele più buone del mondo…

Tiziana guardava la Gina e si chiedeva perché le fosse sempre sembrata antipatica. Forse perché non sorrideva mielosa, né chiedeva compunta se Tiziana ce la facesse con due gemelle? Non ficcava il naso fra i suoi guai, passava dritta e basta? E lei, invece, la trovava presuntuosa e superba. Ecco, la Gina non sfregava il sale sulle ferite, proponeva solo una mano tesa.

Adesso la vedeva con occhi diversi: in ordine, con ciabattine pulite, capelli raccolti, un vestito col collettino di pizzo, un profumo delicato di lavanda.

Mentre Gina raccontava dellorto, delle mele, della piccola stufa calda e del lago pieno di anatre pettegole, le inquietudini di Tiziana si scioglievano piano piano… e le veniva voglia di sorridere.

Tiziana queste cose se le ricorda tutte, anche se sono passati cinque anni. Ricorda ancora suo marito gridarle in faccia: Vedrai che crolli! Non ce la farai!
Ma ormai è tutto acqua passata.

Gina, agilissima nonostante gli anni, taglia le mele, le sistema con arte sulla torta da infornare. I contorni sono pronti, lo spezzatino sobbolle piano. Oggi è il compleanno della sua vicina del cuore. È agosto. Le porte e le finestre della villetta di campagna sono spalancate. La cucina profuma di mele e felicità.

Quante volte mi ha salvata! pensa Tiziana osservando Gina sudata davanti al forno.
Chissà dove sarei senza di lei? Le bambine ormai le chiamano nonna Gina. E pensare che avrei potuto lasciarla fuori dalla porta. Adesso hanno nove anni, vanno a scuola, ma ogni estate le passo qui, alla casetta sul lago: amici, giochi, la nonna adottiva.

Vado a raccogliere altre mele, così facciamo anche il succo dice Tiziana, uscendo in giardino col cestino.

Allombra del melo, spaparanzata, la cagnolona Alba dorme beata. Chi lavrebbe detto che quella randagina spelacchiata, salvata dalla discarica, oggi sarebbe una splendida signorina a quattro zampe?

Tutto merito dellamore. Solo lamore ci salva, pensa Tiziana, porgendo ad Alba un biscotto sulla palma aperta.

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– Senza di me sei persa! Non riuscirai a fare nulla! – urlava mio marito mentre piegava le sue camicie e le metteva nella valigia grande.
Ho sempre creduto di avere la mia vita sotto controllo: lavoro stabile, una casa tutta mia, un matrimonio che dura da oltre dieci anni, vicini che conosco da sempre. Nessuno avrebbe mai immaginato — nemmeno lei — che anche io conducevo una doppia vita. Da tempo avevo relazioni extraconiugali. Le sminuivo con me stesso, ripetendomi che non significavano nulla, che finché tornavo a casa nessuno si sarebbe fatto male. Non mi sono mai sentito scoperto. Non ho mai provato un vero senso di colpa. Vivevo con la falsa serenità di chi pensa di saper giocare senza rischiare di perdere. Mia moglie, invece, era una donna silenziosa. La sua vita procedeva con una routine precisa — orari abituali, saluti cortesi ai vicini, un mondo apparentemente semplice e ordinato. Il vicino della villetta accanto era uno di quei volti che incontri ogni giorno — ti presti gli attrezzi, butti la spazzatura alla stessa ora, ti saluti con un cenno. Mai l’ho visto come una minaccia. Mai avrei pensato si sarebbe intromesso dove non era invitato. Io uscivo, rientravo, viaggiavo per lavoro, e mi convincevo che tutto a casa sarebbe rimasto immutato al mio ritorno. Tutto è crollato il giorno in cui nel quartiere si è verificata una serie di furti. L’amministrazione ha chiesto di visionare le videocamere di sicurezza. Per curiosità ho deciso di guardare anche le nostre. Non cercavo nulla di particolare, volevo solo vedere se c’era qualcosa di insolito. Ho mandato avanti e indietro le registrazioni. E proprio allora ho visto ciò che non stavo cercando. Mia moglie che entra dalla porta del garage in orari in cui io ero fuori casa. E pochi secondi dopo — il vicino che la segue dentro. Non una sola volta. Non due. Registrazioni ricorrenti. Date, orari, un schema chiaro. Ho continuato a guardare. Mentre io pensavo di avere tutto sotto controllo, anche lei conduceva la sua vita parallela. La differenza è che il dolore che ho provato è stato indescrivibile. Non era il dolore provato quando ho perso mio padre — quel dolore profondo, triste, devastante. Era un altro tipo di dolore. Era vergogna. Umiliazione. Mi sono sentito incastrato, la mia dignità imprigionata in quelle immagini. L’ho messa davanti ai fatti. Le ho mostrato le date, i video, gli orari. Lei non ha negato. Mi ha confessato che è iniziato in un periodo in cui io ero distante, che si sentiva sola, che una cosa aveva portato all’altra. Non si è scusata subito. Mi ha chiesto di non giudicarla. E in quel preciso momento ho capito la più amara delle ironie: non avevo il diritto morale di giudicarla. Anche io avevo tradito. Anche io avevo mentito. Ma questo non ha reso il dolore più sopportabile. La peggiore ferita non era il tradimento in sé. La peggiore era capire che mentre credevo di giocare da solo, in realtà eravamo in due a vivere la stessa bugia — sotto lo stesso tetto, con la stessa sfrontatezza. Mi sentivo forte perché sapevo nascondere il mio. E invece ero solo ingenuo. Ha ferito il mio ego. Ha ferito l’immagine che avevo di me stesso. Ha ferito il fatto di essere l’ultimo a capire cosa stesse accadendo nella mia stessa casa. Non so cosa sarà del nostro matrimonio ora. Non scrivo queste righe per giustificarmi o per accusarla. So solo che esistono dolori che non assomigliano a nessun altro provato prima. Dovrei perdonarla? Lei non sa che anche io l’ho tradita.