Avevo appena quattordici anni quando mi trovarono a combattere con le emicranie emiplegiche, quei rari attacchi che potevano lasciare metà del mio corpo inutilizzabile. Era una condizione che pochi medici avevano visto davvero, se non nei libri di medicina. Allinizio, gli episodi arrivavano puntuali una volta al mese: la forza mi abbandonava il lato sinistro e le parole mi uscivano impastate, come dopo un ictus. Poi, verso i ventiquattro anni, tutto cambiò. Le emicranie smisero di seguire schemi e si fecero ospiti permanenti, croniche, imprevedibili, spaventose.
Mi chiamo Elisabetta Rossi, sono cresciuta a Bologna e, prima che la malattia mi travolgesse, ero una giovane coordinatrice di progetto per uno studio di architettura che stava crescendo rapidamente. Amavo il lavoro, la corsa contro il tempo delle scadenze, la sensazione di essere necessaria. Poi, quando il dolore divenne quotidianouna morsa che mi stringeva dietro locchio oppure londata dei sintomi neurologici che mi paralizzavano un bracciola mia vita si restringeva ogni giorno di più. Per anni, i medici provarono ogni cura possibile. Mandai giù pillole dai nomi impronunciabili, mi fecero infiltrazioni di tossina botulinica sulla testa e sulla mascella, subii blocchi nervosi dolorosissimi che mi regalarono appena una settimana di tregua.
Nulla funzionava.
Cerano giornate in cui non riuscivo nemmeno ad alzare la testa dal cuscino. A volte, mio marito Davide doveva aiutarmi a entrare in doccia: la debolezza del lato sinistro mi faceva temere di cadere. Persi il lavoro, poi lindipendenza e, infine, con grande spavento, la fiducia in me stessa. Alla fine, lunica cosa che mi offriva un sollievo sufficiente per andare avanti erano gli oppiacei, che detestavo ma senza i quali non riuscivo neppure a sopravvivere. Grazie a quelli, ripresi a lavorare qualche ora la settimana. Appena.
Poi, due o tre anni fa, i medici iniziarono a paventare una soluzione diversa. Insolita. Quasi disperata.
Una gravidanza.
Tre neurologi dissero la stessa cosa: a volte, per le donne come me, una gravidanza portata a termine riesce ad azzerare gli ormoni. Non si riusciva a replicare artificialmente, solo il corpo poteva farlo.
Io e Davide eravamo sconcertati. Avremmo desiderato dei figli, sì, ma non certo in quel modo, come rimedio medico. È un rischio, ammise il dottor Bianchi, ma potrebbe fermare del tutto le emicranie.
Lidea ci faceva paura. Ma non più della vita che stavo conducendo.
E così ebbe inizio la decisione più ardua che avessi mai affrontato.
Per mesi evitammo di parlarne davvero. Ogni volta che il dolore mi colpiva, ogni volta che mi cadeva un bicchiere dalla mano intorpidita o faticavo perfino a comporre una frase, Davide apriva la bocca come per dire qualcosa, poi la richiudeva. Nessuno dei due aveva il coraggio di sollevare la vera domanda.
Era giusto rischiare di mettere al mondo un figlio, sapendo quanto fossi instabile?
Il mio neurologo, il dottor Bianchi, elencò i rischi con la massima calma: pericoli della gravidanza con emicrania emiplegica, chance di complicazioni, possibilità che niente migliorasse dopo il parto. Poi aggiunse: Elisabetta, io lho visto succedere. Non ti posso promettere niente. Ma lho visto.
Lidea restò in me, pesante come un sasso.
Una notte, dopo un attacco particolarmente feroce, rimasi distesa sul pavimento freddo del bagno, la guancia sul gres, il lato sinistro morto, le parole confuse. Davide mi stava vicino, senza dire nulla, accarezzandomi i capelli. Quando la paralisi finalmente si placò, sussurrai: Non posso continuare così.
Non mi contraddisse.
Parlammo a lungo. Della paura. Del senso di responsabilità. Del bambino possibile, di quanto sarebbe stato rischioso e forse anche ingiusto. Alla fine, Davide mi disse una frase che non dimenticherò mai: Se questa è la tua chance per tornare viva, nostro figlio non penserà mai di essere stato un peso. Saprà invece di averti salvata.
Fu in quel momento che decidemmo.
La gravidanza non fu facile. Ci vollero sette mesi di tentativi, visite, esami, montagne russe di emozioni. Quando arrivò il risultato positivo, piansi tanto che Davide pensò fosse successo qualcosa di grave. Erano lacrime di sollievo, timore, speranza.
Il primo trimestre fu durissimo. Gli ormoni impazzivano. Alcuni giorni mi sentivo meglio, più vitale, altri ero spossata dalla nausea. Le emicranie non sparirono subito, ma iniziarono a cambiare. Erano meno frequenti. La paralisi durava meno. Il dolore, seppur presente, era più sopportabile. Era un segnale flebile, ma dopo anni di disperazione, aveva il sapore di un miracolo.
A sei mesi le crisi si erano ridotte a due o tre a settimana. Non scomparse, certo, ma gestibili.
Il primo giorno senza emicrania dopo tanto tempo mi colse alla cassa di un supermercato. Piansi di felicità mentre laddetta mi guardava perplessa. Erano quasi cinque anni che non provavo quel senso di libertà.
Davide tornò a sorridere. Anchio ricominciai a vivere davvero. Ci concedemmo di essere ottimisti, anche se con cautela.
Poi arrivò il settimo mese e con lui, un episodio diverso da tutti. Non vidi più nulla per un minuto intero, e, tornando la vista, avevo perso la sensibilità di entrambe le mani.
Fu allora che i medici pronunciarono la parola che speravo di non sentire mai: Pre-eclampsia.
Il verdetto ci colpì come un macigno. La gravidanza, che doveva guarirmi, era ora una corsa contro il tempo. Pressione alta, rischi per la bambina e per me. I miei precedenti neurologici compicavano ogni cosa.
Fui ricoverata allOspedale Maggiore di Bologna. Lodore di disinfettante ovunque, il freddo che filtrava dai vetri, il beep dei macchinari, le infermiere che controllavano costantemente i miei parametri. Odiavo farmi vedere debole, dipendente dagli altri ancora una volta.
Eppure, durante quei giorni, le emicranie continuarono a migliorare, come se il mio corpo si stesse arrendendo e adattando.
La pressione alta, invece, non lasciava tregua.
Cominciarono a parlare di parto precoce. Vorremmo che arrivassi almeno vicina al termine, diceva il dottor Bianchi, ma ti teniamo docchio. I tuoi sintomi sono al limite.
Passavano le settimane. Ogni giorno era una trattativa con il tempo. Davide dormiva in reparto sui divanetti stretti, mangiava panini dospedale, e non mi lasciava mai la mano.
Alla trentacinquesima settimana, la pressione schizzò alle stelle. Un mal di testa terribile mi fece pensare a un attacco nuovo, ma non era paralisi; era qualcosaltro, più profondo.
La ginecologa entrò decisa: Elisabetta, dobbiamo far nascere la bambina. Oggi stesso.
Guardai Davide, terrorizzata. Non è troppo presto? Starà bene?
È forte, sussurrò lui, anche se la voce gli tremava.
Indussero il parto in unora. La sala era accecante, piena di monitor, di personale. Mi attaccarono alla flebo di magnesio per evitare convulsioni; mi sentivo pesantissima, schiacciata dalla gravità.
Dodici ore interminabili mi separarono dallalba.
Alle 3:12, nostra figlia, Bianca, venne al mondo urlante. Tutte le infermiere sorrisero sollevate.
Era piccola, ma sana. Vivo. Perfetta.
La posai sul petto, pelle contro pelle, le lacrime scendevano silenziose. Davide mi baciò la fronte, sussurrando: Lhai fatto. È qui.
Il vero miracolo giunse dopo.
Due mesi dopo la nascita di Bianca, una notte in cameretta, mentre la cullavo, mi resi conto di non aver avuto una sola emicrania da settimane. Nessun dolore, nemmeno un accenno.
Al quarto mese, novanta giorni senza crisi.
Al nono, il neurologo dichiarò le emicranie in remissione.
Ripresi il lavoro, tornai a correre, a progettare il futuro senza la paura di svegliarmi paralizzata.
A volte, guardando Bianca dormire, mi chiedo come qualcosa di così piccolo abbia potuto resettare la mia esistenza. Avevano ragione: la gravidanza cambiò tutto. Non dun tratto, ma come unalba, che a guardarla minuto per minuto sfugge, ma che poi è chiarissima se ti volti indietro.
Le emicranie non sono scomparse. Mi hanno liberata.




