E ti ricordi, Simonetta
Ormai era abituato a sbirciare dalla loro finestra, perché abitavano al piano terra. Allinizio, i genitori avrebbero preferito un appartamento più in alto, poi si erano rassegnati. La più felice era la nonna: non doveva salire tanti gradini. Il sabato, Anna Maria, la nonna di Simonetta, preparava crostate, frittelle o qualche altro dolce, sempre profumato e invitante.
Il profumo della pasticceria invadeva la strada, attirando i ragazzi che giocavano a calcio sotto casa. Leone si avvicinava con familiarità, non dalla finestra della cucina ma dallaltro lato, prendeva una cassetta abbandonata nellerba e, salendo sopra, sbirciava da Simonetta. Lei quasi indovinava quando sarebbe apparso e correva, sentendolo arrampicarsi.
Ti porto subito delle crostatine, la nonna ne ha fatte tante! Il suo fiocco rosa legava i capelli biondi in una coda, sciogliendosi e svolazzando mentre correva.
Buone Leone mangiava con gusto, guardando nella stanza. Hai già finito il compito di italiano?
Sì, ho già fatto rispondeva lei.
Me lo presti per copiarlo?
Simonetta gli passava volentieri il quaderno. Domani mattina però non dimenticarlo, lo riprendo prima delle lezioni.
Leone era bravo a scuola, ma un po svogliato, come tutti i ragazzi, nonostante fosse intelligente. Con la matematica era una scheggia, ma il tempo lo rubava il calcio in cortile. Nei primi anni 90 non cerano ancora cellulari, i ragazzi correvano fuori fino a tarda sera, senza pensieri.
In seconda media, Leone portò per la prima volta la cartella di Simonetta, agitandola e raccontandole un nuovo film. Poi, in terza, la delicata, occhi castani Sofia, sotto tacito accordo tra i ragazzi, fu ritenuta la più bella della scuola. E Leone si innamorò. Non la perdeva docchio, la seguiva, la accompagnava fin sotto casa. Simonetta pensava che tutto ciò sarebbe passato, ma ora era lei che lo aspettava, che si affacciava alla finestra e gli dava il quaderno: Simonetta, fammi copiare.
Sofia sapeva tenere le distanze, ma legava forte a sé. Leone saltava tra Sofia, a volte benevola, a volte distante, e Simonetta, che lo attendeva sempre.
Continuava a sbirciarla dalla finestra, e lei posava sul davanzale una tazza di tè fumante, magari qualche biscotto se non cerano crostatine.
Hai sentito, i nostri hanno perso diceva riferendosi al calcio. Simonetta, ovviamente, sapeva tutto quello che interessava Leone: guardava le partite, leggeva cronaca sportiva, persino i film horror, pur non sopportandoli. Così poteva sempre sostenere la conversazione, se lui le chiedeva di cinema.
Simonetta lo supportava come amica fedele, in ogni momento. Leone correva da lei, più come a un confidente che avrebbe ascoltato e capito. Ma Sofia Sofia era un sogno. Lui le si confidava, si lamentava persino con Simonetta che Vittorio aveva accompagnato Sofia.
Dopo la scuola, ognuno scelse università diverse. Ormai Leone non correva più da Simonetta a copiare, inseguiva Sofia. A Simonetta capitava di vederlo, qualche volta, per nostalgia. Qualche volta andavano insieme al cinema, Leone parlava a fiume, come se dovesse svuotarsi.
Leone, sabato è il mio compleanno. Ti invito. Vieni? Lei lo guardava con occhi grigi, luminosi damore.
Lui ci pensava. Sabato? Sì, dovrei esserci Va bene, vengo. Chi ci sarà?
I miei genitori, la nonna, Vera con Valentino, Olga li conosci tutti, i nostri.
Daccordo, passo.
Il sabato Leone non venne. La settimana dopo si presentò, triste, abbattuto. Leone, che ti è successo? Sei proprio giù.
Si lamentava: Sofia era partita per una pratica universitaria e non gli aveva nemmeno avvisato. Simonetta cercava di confortarlo (anche se non era facile). Ti aspettavo sabato gli disse.
Che cera sabato?
Era il mio compleanno
Ah si batte sulla fronte Simonetta, ho dimenticato, ma tu non te la prendi
No, capita.
Si avvicina alla finestra. Ti ricordi, in estate mi davi le crostatine? Cera la cassetta sotto il davanzale, io salivo, e tu già avevi il tè pronto con la marmellata.
Simonetta sorrideva, il ricordo la scaldava, e soprattutto le faceva piacere vedere che Leone ricordava. Si mettevano a chiacchierare spensierati, rivangando la vecchia compagnia del cortile, i compagni di classe, quel giorno che scapparono insieme dalla lezione e la prof li trovò nella piazza, rimandandoli alla storia.
Allultimo anno Leone era raggiante: Sofia aveva accettato di sposarlo. Portò la notizia a Simonetta. Lei si tratteneva, mordicchiando le labbra per non piangere. Lo ascoltava, sempre amica, sempre a disposizione.
Piangeva nel cuscino per un mese, maledicendosi per non avergli mai confessato il suo amore, in tanti anni.
Poi lui arrivò da lei. Nonna e genitori erano ospiti fuori. Lappartamento era insolitamente silenzioso; Simonetta col vecchio plaid cercava di guardare la TV. Stentò a credere che il rumore dietro la porta fosse quello di Leone.
Aprì, trovandolo abbattuto, sguardo spento, appoggiato al muro. Che è successo? rimase impaurita.
Entrò, si sedettero in camera sua. Lui pareva sul punto di piangere. Leone, tesoro, dimmi che cosa hai.
Nulla non ci sarà il matrimonio lei ha detto che ama un altro. Simonetta non laveva mai visto così svuotato. Si avvicinò, le mani sulle sue spalle: Leone, calmati, forse si sistema
No, ormai non si può ha ritirato anche i documenti è tutto finito negli occhi brillavano le lacrime. Appoggiò la testa sulle ginocchia di lei, scivolò dal divano, si nascose nel vestito di Simonetta. Non posso, Simonetta, non posso
Leone, caro, calmati. Ti faccio un tè alla menta ti ricordi, i nostri tè sul davanzale?
Me li ricordo, Simonetta, me li ricordo. Tu sei lunica che mi capisce, sei buona cominciò a baciarle le ginocchia, prima incerto, poi più intenso e disperato, volendo riversare tutto il dolore in quei gesti. Si alzò, la abbracciò, la coprì di baci su viso e collo, mormorando parole.
Leone, basta, dai
Simonetta Simonetta
Leone, Leone, io ti amo! Da quando eravamo in seconda media, ti ho sempre amato, mio caro
Uscì che era già notte, cercò di non incrociare lo sguardo di Simonetta. Va bene, a presto
Io ti aspetto lo seguì con gli occhi finché la porta della scala non si richiuse.
Leone non tornò più, come se quella sera non fosse mai esistita. Anche Simonetta spesso pensava che fosse stato solo un sogno. Poco dopo, Leone si laureò e partì per Trieste.
Bisogna fare qualcosa! brontolava il padre. Si potrebbe parlare con i suoi, almeno.
Non capisci che lei non vuole! rispondeva la madre. È agitata, non bisogna farle del male: pensa al bambino. E Leone lo sa: lei glielha detto. E lui si è comportato come uno estraneo forse è scappato apposta
Non si può lasciar perdere è assurdo protestava ancora il padre.
La nonna si distrasse con la maglia, ma spesso lacrime le scendevano. Dispiaceva per la nipote, così buona e intelligente
Dopo la nascita della bambina, Simonetta trovò il numero di Leone (lo chiese a un ex compagno) e lo chiamò, dicendo solo una frase: Leone, abbiamo avuto una figlia. Lho chiamata Leonetta.
Rispose confuso, Simonetta riuscì a sentire solo: Congratulazioni.
Quando Leonetta compì un anno e mezzo, i genitori annunciarono di aver finalmente finito di pagare la nuova casa e che sarebbero andati a vivere là, insieme alla nonna. Era un appartamento uguale, di due stanze, solo nel quartiere vicino. Ti aiutiamo tutti, ogni settimana promise la mamma.
Simonetta scoppiò a piangere.
Ma dai, di cosa piangi? Vengo io ogni giorno, sto con Leonetta, la portiamo anche da noi, tu hai un po di lavoro a casa
Mi piaceva stare tutti insieme ammise Simonetta.
Figlia, la vita va avanti. Devi costruire il tuo futuro, da sola è meglio sistemarsi la rassicurava la mamma.
Ultimamente Simonetta sentiva spesso, da genitori, nonna, amiche, che doveva sistemarsi, era giovane e che anche con figli si può trovare marito.
Dopo una settimana, lappartamento era tutto per Simonetta. La piccola Leonetta rideva, mimava i primi passi, anche se ogni tanto cadeva, si rialzava e si gettava tra le braccia della mamma. Simonetta la prendeva, la abbracciava e rideva insieme a lei.
Leone tornò allimprovviso. Era già successo, come quella volta che il matrimonio con Sofia naufragò.
Simonetta pensò fosse il padre, che aveva promesso di passare, ma alla porta cera Leone, con unenorme macchina giocattolo rossa, una camion dei pompieri.
Ciao! Sei sola? Disturbo? Posso entrare?
Era cambiato, sembrava più snello, il viso affilato.
Entra pure.
Ecco posò la macchina sul pavimento.
Si sentì il pianto della bambina, Simonetta tornò in stanza, la prese in braccio: Ecco la mia Leonetta indicò la macchina.
Lui si battè la fronte: Scusami
Portala via la macchina, la regali a qualcuno disse Simonetta.
Lui si tolse la giacca, passò in cucina. Quasi tutto uguale, niente è cambiato. Mi prepari almeno un tè?
Lei accese il bollitore, tenendo in braccio la bambina. Leone era impacciato, cercava le parole.
La osservava: capelli chiari sciolti, vestita con un abito lungo quasi fino ai piedi, la figlia stretta al petto. Sembri proprio una Madonna mormorò, rapito.
Simonetta rimase in silenzio.
Ti ricordi, la nonna faceva delle crostatine buonissime. Ti ricordi i nostri tè sul davanzale? Quella volta che la nonna annaffiava i fiori e versò lacqua in strada, e io ero proprio sotto lei non mi aveva visto Leone abbozzò un sorriso. Ti ricordi, Simonetta
Non ricordo lo interruppe Simonetta, in tono leggero, quasi indifferente. Leone rimase senza parole. Il suo era un vero, spontaneo distacco. Era sincera: davvero stava dimenticando i dettagli dei loro incontri. Ora aveva una figlia, le dedicava tutto, le sorrideva, osservava i primi passi, conservava le parole nel cuore, la guardava dormire, svegliarsi, giocare
Bevi il tè, che io devo preparare la pappa a Leonetta.
Per la prima volta Leone sentì che in quella casa non era atteso. Si alzò, si mise la giacca. Va bene, sarà per unaltra volta. Vado, che hai da fare. Indugiò qualche secondo, sperando che Simonetta lo fermasse, ma invano.
Chiudendo la porta dietro Leone, sussurrò: Non ci sarà unaltra volta, qui il tè non si serve più. Neanche il caffè.
Tornò dalla figlia, la prese, la baciò e si mise a cucinare la pappa.






