Avevo ventisette anni quando la incontrai. Un momento in cui ero meno pronto che mai per una persona come lei.
Era un piccolo evento letterario, una presentazione di una rivista locale a Milano, dove mi trovai quasi per caso. Un amico mi aveva chiesto di accompagnarlo: doveva portare delle scatole e gli serviva una mano, mentre io non avevo plan particolari e, visto che avevo bisogno di qualche euro, avevo accettato senza pensarci troppo. Lei era seduta in prima fila, annotava qualcosa su un taccuino nero, il suo telefonino poggiato a faccia in giù, il caffè davanti a lei ormai freddo da tempo. Non pareva interessata a nessuno, ma quando parlava, tutti si zittivano.
Solo in seguito scoprii che era una scrittrice. Scriveva per un quotidiano e una rivista culturale milanese. Aveva quarantanni. Allora non lo sapevo. Vidi solo una donna sicura, calma, che non alzava la voce per farsi sentire e non ne aveva bisogno.
Finito levento, mi avvicinai perché mi serviva una firma su una ricevuta. Mi chiese il mio nome. Mi guardò dritto negli occhi e disse:
Sembri sempre così, o è solo quando sei teso?
Scoppiai a ridere. Le dissi che non ne avevo idea. Lei sorrise e rispose che le piacciono le persone che non fingono di essere sicure. Così tutto ebbe inizio.
Iniziammo a scriverci. Allinizio parlava poco, io molto. Chiedevo cose semplici: cosa faceva, dove abitava, se studiava. Le raccontai la verità: che vivevo ancora a casa dei miei genitori, che lavoravo un po dove capitava, che guadagnavo pochi euro, che cercavo di iniziare qualcosa. Non mi fece mai sentire inferiore, ma non mi illuse mai. Era tutto chiaro dallinizio:
Non cerco una relazione. Sono in una fase diversa della mia vita.
Eppure ci vedemmo.
Sempre nel suo appartamento in zona Navigli. Ordinato, silenzioso, pieno di libri. Lei guidava la sua macchina, aveva un ritmo, una vita tutta sua. Io arrivavo in autobus, sentendomi spesso come se stessi entrando in un mondo cui non appartenevo. Mi accoglieva senza fretta, senza promesse. A volte cucinavo qualcosa di semplice, altre volte aprivamo una bottiglia di vino e lasciavamo scorrere musica soffusa. Parlavamo tantissimo del suo lavoro, della scrittura, di quanto fosse stanca di dover spiegare le sue scelte.
Non rimanevo mai per la notte. Non mi accompagnava mai a casa. Dovevo insistere io per vedersi nel fine settimana. A volte diceva sì, altre spariva per qualche giorno per scadenze editoriali, riunioni, viaggi. E quando tornava, era come se nulla fosse successo. Senza scuse, senza lunghi discorsi.
Una sera, dopo che eravamo stati insieme, seduta sul bordo del letto mi disse:
Non ti innamorare di me.
Non sapevo cosa rispondere. Dissi solo che non lo ero. Entrambi sapevamo che non era del tutto vero.
Volevo di più. Non necessariamente promesse, ma un posto. Lei, invece, continuava a ripetere che le nostre strade erano diverse. Che io stavo appena iniziando, mentre lei aveva già costruito il suo percorso. Che non voleva essere una zavorra, né che io la usassi come scorciatoia.
Non posso darti ciò che cerchi diceva.
Eppure continuava a invitarmi.
Col tempo capii che mi offriva lunico modo in cui era disposta: una presenza interrotta, conversazioni profonde, incontri senza programma. Lo accettai, perché sentivo di non avere il diritto di chiedere altro. Con quale faccia avrei potuto parlare di futuro, se nemmeno riuscivo a mantenermi da solo?
Ogni volta che uscivo dal suo appartamento, camminavo per qualche isolato prima di prendere lautobus verso Porta Ticinese. Mi sentivo insieme pieno e vuoto. Grato di essere stato con lei. Vuoto, perché sapevo che alla fine sarei tornato nella mia stanza a casa dei miei genitori, nella mia realtà poco brillante.
Non mi ha mai promesso nulla. Non mi ha mai mentito. Eppure, faceva male.
Continuo a vederla. Non spesso quanto vorrei. A volte penso di sperare che un giorno mi guardi in modo diverso. O che diventi abbastanza adulto da non sentirmi piccolo accanto a lei. O forse semplicemente mi stancherò di accontentarmi.
Ma non so ultimamente il tempo passato con lei mi rende più triste che felice.
Chissà perché.




