Figlia svaniva, madre rifioriva In quell’autunno a Borghi, il tempo era cattivo e pungente. La pio…

La figlia si spegneva, la madre fioriva

Lautunno, questanno, a SantElena è cupo e pungente. La pioggia tamburella sulle vetrate dellambulatorio fin dal mattino, come se volesse entrare a scaldarsi. Siedo, spulcio le schede dei pazienti, ma dentro il cuore mi graffiano i gatti. In teoria tutto tranquillo, nessuno sta male davvero, però la preoccupazione ronza come zanzara prima della tempesta.

Poi la porta si apre piano, con fatica. Sullo stipite appare Vera Martini.

Ah, Vera Cinquantuno anni, portati come si dice bellissima da vivere, bellissima da morire. Il foulard grigio è storto, il cappotto pende sulle sue spalle magre come su una stampella, sotto gli occhi occhiaie nere, pare spennellate di fuliggine. E le mani. Ah, le mani. Rosse, gonfie dallacqua gelida, tremano mentre giocherellano con il bottone.

Luisa, sussurra, voce roca, quasi un soffio. Dammi qualche goccia, ti prego. Il cuore mi batte che sembra arrivi in gola. E per mamma Mamma avrebbe bisogno del corvalolo. Ha avuto un altro attacco, non abbiamo dormito tutta notte.

La guardo sopra gli occhiali e mi si gela tutto dentro. Non durerà, penso. Cè davanti a me una persona, ma di vita lì ce nè appena una goccia, come acqua nel pozzo secco.

Siediti le dico, cercando il misuratore di pressione. Cosa ti riduci così, povera anima? Non hai un filo di volto.

Non ho tempo, Luisa, neanche si siede, si appoggia al muro. Mamma è lì da sola. E se ha sete? O se le sale la pressione? Devo correre. Solo dammi le medicine.

Le porgo i flaconcini, li afferra con quelle dita rigide e sparisce, con il vento freddo che mi sleppa le caviglie. Guardo fuori: Vera cammina, curva, attraverso il fango verso casa sua. Mi chiedo: Dio mio, perché le hai dato proprio questa sorte? Non è una madre che ha, ma una macina al collo.

Zinaida Martini è stata donna forte, rumorosa. Una vita nel municipio paesano, aveva il comando nel sangue. Ma appena pensionata, è rimasta a letto.

Le gambe, dice non mi sorreggono. Il cuore, urla mi si ferma.

Dieci anni distesa. Dieci anni, Vera che le gira intorno come una pianta rampicante.

Il giorno dopo non resisto, mi vesto e vado da loro, per controllare. Entro in casa: tutto pulito come una sala operatoria, i tappeti crocchianti, e lodore Non di malattia, no. Profuma di torte e cavolo stufato.

Zinaida troneggia sul letto, come una regina. Montagna di cuscini dietro. Viso roso, liscio, nemmeno una ruga, occhi brillanti, taglienti.

Ah, Luisa, tuona. Sei venuta finalmente? Da questa incapace indica la cucina non ti aspetti aiuto. Le dico: Vera, mi brucia il petto, e lei: Mamma, devo ancora finire di mungere la mucca. La mucca le sta più a cuore di me!

Intanto Vera trascina il secchio dacqua smaltato, pesante. Le gambe cedono, la schiena curva. Appoggia il secchio, si mette in ginocchio e pulisce i pavimenti. Silenziosa. Solo il respiro fischiante si sente.

Zinaida, dico severa almeno abbi pietà di tua figlia. Sè fatta trasparente.

Pietà? Zinaida sirrigidisce. E chi ha pietà di me? Lho cresciuta, ho vegliato notti intere, e adesso? Non riesco nemmeno a chiedere un bicchiere dacqua? È la mia croce, questa maledetta malattia. Lei è figlia, è il suo dovere.

La osservo e lo capisco: di salute ne ha per tre uomini. La sua malattia si chiama amor proprio senza limiti. Succhia vita da Vera come il ragno dalla mosca. E ci crede davvero di essere malata! Così tanto che ci crediamo anche noi.

Vera non alza mai la testa, solo passa la pezza sul pavimento. Scrash-scrash, scrash-scrash. Questo suono lo sento ancora nelle orecchie. Suono di impotenza.

Un mese passa. Linverno è alle porte, il primo fiocco cade, pungente e cattivo.

La sera bevo tè con biscotti, quando colpo alla finestra, vetro che vibra.

Apro, cè il ragazzino del vicino, Pietro. Occhi sbarrati.

Luisa! Corra! Vera è caduta! Proprio al pozzo! Non si rialza!

Come ho corso non lo ricordo. Le gambe vecchie hanno volato. Arrivo: Vera sta sdraiata sulla terra gelata, i secchi rovesciati, lacqua ghiacciata. Il viso bianco come la neve, le labbra blu.

A fatica la portiamo in casa.

Zinaida grida dalla camera:

Chi fa tutto questo rumore?! Vera! Dove ti sei cacciata? Ho la borsa dellacqua fredda!

Mi chino su Vera, le prendo il polso: un filo, appena si muove. Chiamo lambulanza, al pronto soccorso. È infarto, serio.

Zinaida rimane sola.

Vado da lei. Siede sbigottita.

Dovè Vera? Chi mi porta la padella? Chi mi prepara il semolino?

Vera è in ospedale, dico dura. Lhai portata allo stremo, Zinaida. Sta morendo.

Menti! grida. Lo fa apposta! Vuole scappare da me! Mi lascia sola! Egoista!

Mi viene il ribrezzo, signore. Mi trattengo solo per il giuramento di Ippocrate. Le do un bicchiere dacqua, la pillola, e me ne vado. Mi domando: come farai a vivere adesso?

Ma il destino ha fantasia. Il giorno dopo arriva in paese un autobus. Scende Nadia. Nipote di Zinaida, figlia di Vera.

Nadia, qui, non la amano. Partita a Milano dieci anni fa, subito dopo la maturità, mai più tornata. Dicono: ha la puzza sotto il naso, non sopporta i paesani. Vera piangeva pianissimo di notte, scriveva lettere, mai una risposta.

Ora eccola qui. Giubbotto di pelle, taglio corto, occhi severi, decisi. Non somiglia né a madre, né a nonna.

Si ferma prima da me.

Come sta mamma? chiede, asciutta, distaccata.

Male, dico. In rianimazione. I medici parlano di totale esaurimento. Non ce la fa più.

Nadia stringe le labbra, mascella che si muove.

Capisco. Vado da nonna.

Cosa sia successo tra loro, in paese si chiacchiera su tutto. Un giorno passo davanti, sento urlare. Zinaida strilla. Penso: starà uccidendo la vecchia. Entro di corsa.

Scena da quadro. Zinaida seduta sul letto, rossa come un gambero, sbraccia. Davanti Nadia, immobile, calma. Con una scodella di minestra.

Non la voglio! urla la vecchia. È sciocca e fredda! Vera mi portava sempre la roba calda! Dovè mia figlia?!

È in ospedale, perché tu lhai distrutta, dice Nadia pacata. Io non sono Vera. Non ti salerò nulla. Non vuoi mangiare? Non mangiare. Quando avrai fame, mangerai.

E poggia la scodella sul comodino. Si gira e va via.

Acqua! urla dietro Zinaida. Portami acqua, strega! Sto morendo!

Nadia si ferma sulla soglia, si volta:

Vedi la caraffa? Vedi il bicchiere? Le mani funzionano? Avanti.

Pensavo a uno shock. Zinaida non prendeva un bicchiere da dieci anni!

Luisa! mi vede Testimonia! Mi affama! Mi tormenta!

Nadia mi guarda con quei suoi occhi grigi: ci leggo così tanta sofferenza che mi viene da piangere. Non è cattiveria, signore. È chirurgia. Taglia per bonificare.

Due settimane Nadia allena la nonna. Senza mezzi termini.

Non ti porto la padella. Cè la poltrona WC. Se puoi sedere, puoi spostarti.

Il letto? Cambialo tu. Hai le mani.

Se urli, chiudo la porta e vado nellorto.

Il paese mormora. Farà fuori la vecchia, bisbigliano le donne al pozzo. Io, taccio. Perché vedo: Zinaida rivive!

Prima esplodeva di rabbia. Poi, affamata, ha iniziato a muovere la mano col cucchiaio. Poi, quando Nadia non le porta di proposito lacqua, lho vista: la nonna si è alzata! Sè alzata, borbottando, appoggiandosi al letto, arrivando comunque fino al tavolo.

E dopo un mese, forse poco più, Vera viene dimessa.

La accompagna Nadia in taxi. Vera è ancora debole, pallida, ma non più trasparente. Cammina, si appoggia alla figlia, teme di entrare in casa. Si aspetta il solito: Dove sei stata, scansafatiche, mi prude il piede!

Entrano. Silenzio.

La stanza della madre vuota. Il letto rifatto.

Vera si prende il cuore:

È morta?

No, sorride Nadia. Sta in cucina.

Vanno in cucina. Là cè Zinaida. Siede a tavola, con gli occhiali, sbuccia le patate da sola!

Vede Vera, posa il coltello.

Cala una pausa intensa, senti il ticchettio dellorologio. Tic-tac, tic-tac.

Vera si appoggia allo stipite, lacrime sulle guance.

Mamma ti sei alzata

Zinaida la guarda, poi guarda la nipote. Lo sguardo è strano. Non più cattivo, ma incerto. Come se si fosse svegliata davvero dopo tanti anni.

Mi sono dovuta alzare, borbotta, ma senza rancore. Con questa gendarme in gonna.

Poi tace e aggiunge piano:

Siediti, Vera. Le patate si raffreddano.

Guardo i tre, giovani e vecchi, penso: quante energie si sprecano in manipolazioni, in giochi di vittime. Ma la vita non è una brutta copia non la puoi riscrivere. A volte, per salvare qualcuno, non serve aggiustare il cuscino, ma toglierlo da sotto la testa.

Linverno passa. I torrenti di neve portano via anche quella vita stantia.

Arriva maggio. Sapete che maggio cè a SantElena? Laria profuma così tanto di ciliegi che sembra si possa mangiare col cucchiaio. Le sere sono di un blu intenso, e gli usignoli cantano nei fossi che quasi ti strappano lanima.

Passeggio la sera davanti casa Martini.

Cancello nuovo, verniciato. Tulipani rossi che ardono nel giardino orgoglio di Vera.

Nel cortile tavola apparecchiata. Il samovar splende, pancia rotonda dorata al tramonto.

Sono sedute tutte e tre.

Zinaida in poltrona (camminare ancora le è difficile), ma tiene da sé la tazza, intinge il biscotto. Foulard elegante, filato doro.

Nadia accanto ride, il laptop sulle ginocchia lavora da casa adesso.

E Vera? Passeggia in giardino. Non striscia piegata, cammina davvero. Piano. Sfiora i rami del melo, annusa i fiori bianchi. Il volto sereno, luminoso. Le rughe sono sempre lì, però gli occhi gli occhi vivi.

Mi vede Vera, mi fa segno:

Luisa! Vieni a prendere il tè! Abbiamo aperto la marmellata di uva spina, la tua preferita!

Entro, cancello che cigola familiare, da casa. Mi siedo con loro. Tè caldo, forte, col profumo di fumo.

Sai, Luisa, dice Zinaida guardando lontano, al tramonto.

Pensavo che lamore fosse quando ti portano tutto, ti servono. Invece è diverso Lamore è non lasciarti andare, obbligarti a vivere anche quando non ne hai la forza.

Vera labbraccia. Nadia copre la mano della nonna con la sua.

Restiamo così, nella pace, col solo grillo che accorda il violino dietro la stufa e la mucca che muggisce lontano il gregge torna. Che bene, Signore. Che pace. E sembra che tutto andrà bene, davvero.

Guardo il mio ambulatorio, le strade polverose, le casette coi frontoni lavorati, e penso: non cè posto migliore al mondo che il paese natale, se nelle case regna la pace. Qui laria cura, la terra dà forza, basta strappare la cattiveria dal cuore come una gramigna.

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Figlia svaniva, madre rifioriva In quell’autunno a Borghi, il tempo era cattivo e pungente. La pio…
Il sapore della libertà — Abbiamo finito i lavori lo scorso autunno, — ha iniziato il suo racconto Vera Ignatievna. Abbiamo perso ore a scegliere la carta da parati, discusso fino a perderci la voce sul colore delle piastrelle del bagno, e ricordato con un sorriso quando, vent’anni fa, sognavamo questa tanto desiderata “trilocale”. — Ecco, — disse soddisfatto mio marito, mentre festeggiavamo la fine dell’epopea dei lavori, — ora possiamo pure sposare nostro figlio. Misha porterà qui sua moglie, nasceranno dei bambini, e la nostra casa diventerà rumorosa e davvero viva. Ma i suoi sogni sono svaniti presto. La nostra figlia maggiore, Katia, è tornata a casa con due valigie e due bambini. — Mamma, non ho più dove andare, — disse, e quelle parole cancellarono tutti i nostri programmi. La stanza di Misha data ai nipoti. Lui, fortunatamente, non si è lamentato, ha solo alzato le spalle: — Non fa niente, presto avrò la mia. “La mia” — era il monolocale di mia madre. Dove anche lì era stato fatto un bel lavoro, e che affittavamo a una giovane coppia. Ogni mese arrivava una somma modesta, ma importante — il nostro “cuscino di sicurezza” per quando io e mio marito saremmo diventati invalidi e inutili. Un giorno ho visto Misha e Lera, la sua fidanzata, passare davanti a quel palazzo, alzare la testa, discutere animatamente. Capivo cosa speravano, ma non ho proposto nulla. E un giorno ho sentito: — Vera Ignatievna, Misha mi ha chiesto di sposarlo! Abbiamo pure trovato il posto per la cerimonia! Si immagini! — Lera brillava di felicità, — lì c’è una vera carrozza! E un’arpa vera! E una terrazza estiva! Gli invitati usciranno in giardino… — E poi dove andrete a vivere? — non sono riuscita a trattenermi, — una festa del genere costerà davvero cara! Lera mi guardò come si guarda chi domanda il tempo su Marte. — Per ora da voi. Poi… vedremo. https://clck.ru/3RKgHm — Da noi, — dissi lentamente, — già vivono Katia e i bambini. Diventerà un ostello più che una casa. Lera fece il broncio. — Già. Forse da voi è meglio di no. Cercheremo un vero ostello. Almeno lì nessuno si metterà nei nostri affari. Quell’amaro “nessuno si metterà nei nostri affari” mi colpì. Non mi ero mai messa in mezzo, volevo solo evitare loro sciocchezze. Poi parlai con Misha. Ultimo tentativo. — Figlio, a che serve questa scena? Fate una firma in Comune, e i soldi teneteli per l’anticipo della vostra casa! — la voce mi tremava. Mio figlio guardava fuori, con il viso duro. — Mamma, dimmi: perché da venticinque anni festeggiate ogni anniversario di nozze al “Dragone d’Oro”? Potreste farlo a casa, sarebbe meno caro. Non ho saputo cosa rispondere. — Ecco, — sorrise con una punta di cattiveria, — voi avete la vostra tradizione, noi la nostra. Paragonò la nostra modesta cena in famiglia ogni cinque anni alla loro festa da mezza milione! Nei suoi occhi ho visto non un figlio, ma un giudice: il verdetto era questo—siete ipocriti. A voi tutto è concesso, a me nulla. Dimenticando che noi ancora paghiamo il finanziamento della sua macchina. Ovviamente non pensa mai al “cuscino di sicurezza”. Adesso gli serve la festa! E che festa! Alla fine, sia Misha che la futura sposa si sono offesi. Soprattutto perché non ho voluto dargli le chiavi della casa della nonna. *** Una sera, tornando tardi a casa su un autobus vuoto, guardavo la mia immagine riflessa nel vetro scuro. Davanti a me una donna stanca, che sembrava più vecchia della sua età. In mano una borsa piena, negli occhi la paura. All’improvviso, con una lucidità quasi dolorosa, capii che faccio tutto per… paura! La paura di diventare un peso. Di essere lasciata sola dai figli. Di ciò che mi aspetta. Non do l’appartamento a Misha non per avarizia, ma per il terrore di perderlo e rimanere senza nulla. Lo spingo a imparare a cavarsela, ma gli levo le ali, pagando la sua vita: se non riuscisse, il ragazzo si scoraggerebbe. Voglio che sia adulto, ma lo tratto da bambino incapace. E loro, lui e Lera, desiderano solo che la loro vita inizi col botto. Carrozza e arpa. Sì, è sciocco e costoso. Eppure ne hanno diritto! Se se lo pagano. Per prima cosa ho chiesto agli inquilini di trovare altra sistemazione il prima possibile. Un mese dopo ho chiamato Misha: — Venite. Dobbiamo parlare. Sono venuti guardinghi, pronti a combattere. Ho preparato il tè e… messo le chiavi della nonna sul tavolo. https://clck.ru/3RKg9f — Prendetele. Ma non vi illudete: non è un regalo. La casa è vostra per un anno. In questo tempo dovete decidere: la volete con un mutuo oppure restate con altre condizioni. L’affitto per quest’anno lo perderò. Pazienza: sarà il mio investimento. Non nella vostra festa. Nella vostra possibilità di fare famiglia, non solo convivere. Lera sgranò gli occhi. Misha scrutava le chiavi come se non fosse sicuro di capirne il significato. — Mamma… e… Katia? — Anche per Katia ci sarà una sorpresa. Ora siete grandi. La vostra vita è la vostra responsabilità. Noi non saremo più portafoglio e contorno. Solo genitori. Che amano, ma non salvano. In casa calò il silenzio. — E il matrimonio? — chiese Lera. Per la prima volta tremava. — Il matrimonio? — alzai le spalle, — fate come volete. Arpa? Se la trovate, fatela venire. *** Misha e Lera sono andati via, io invece… avevo paura. Da piangere. E se non ce la fanno? Se si offendono davvero? Eppure, per la prima volta dopo tanti anni, respiravo a pieni polmoni. Perché finalmente avevo detto NO! Non a loro—ai miei timori. E avevo lasciato che mio figlio affrontasse la vita adulta, difficile, autonoma. Qualunque essa sia… *** Ora vediamo la situazione dagli occhi del figlio. Io e Lera sognavamo una festa fuori dal comune. Il divorzio di mia sorella ha mandato tutto all’aria. Quando mamma mi disse che non aveva senso spendere per il matrimonio, mi si spezzò qualcosa dentro. — E allora perché ogni anniversario lo festeggiate al ristorante? — sbottai. — State a casa, spendereste meno! Ho visto mamma impallidire. Volevo ferirla. Ero arrabbiato, davvero. Sì, loro mi hanno regalato l’auto. Va bene, ma non l’ho chiesta io! Ora mi rinfacciano i pagamenti. Che c’entro? Scelta loro! Ristrutturano la casa, dicevano, per noi. Ma ora non ci possiamo andare. Il monolocale della nonna — intoccabile, “riserva sacra”, più importante della festa del figlio unico! E adesso? Come dire al mondo, e a noi stessi, che esistiamo e siamo una cosa sola? Un giorno, Lera mi disse, abbassando gli occhi: — Misha, non ho niente da offrirti. I miei genitori non possono aiutarci, hanno il mutuo. — Mi dai te stessa, — risposi per consolarla. Dentro, però, ero furioso. Non con lei, ma con l’ingiustizia. Perché tocca tutto ai miei genitori? E perché aiutano col broncio, come se ogni euro fosse un chiodo nella loro bara? Questo non scalda: brucia di senso di colpa. Le recriminazioni erano sospese nell’aria. Poi la telefonata. La voce di mamma ferma e decisa. — Venite. Parliamo. Andavamo come al patibolo. Lera mi strinse la mano: — Se ci nega l’aiuto per la festa, — bisbigliò, — addio. — Forse, — annuii. *** Sul tavolo, il mazzo di chiavi della casa della nonna. Le ho riconosciute subito dal portachiavi. Erano le chiavi della mia infanzia. — Prendetele, — disse mamma. E fece un discorso. Breve, ma rivoluzionario. Un anno. Scelta. Stop al ruolo di “sponsor e sfondo”. L’alibi “non abbiamo casa” non vale più, e la speranza “i genitori sistemeranno tutto” va in frantumi. Ho preso le chiavi. Erano fredde e incredibilmente pesanti. Mi è arrivata un’illuminazione tanto improvvisa quanto scomoda. Volevamo tanto, ci siamo sempre offesi, ma non abbiamo mai detto ai nostri: “Mamma, papà, capiamo le vostre paure. Parliamone, troviamo una strada che non vi dilani.” No. Abbiamo solo aspettato che capissero e realizzassero i nostri sogni—senza domande, senza patti, con il sorriso. Come da bambini. — E la festa? — chiese sottovoce Lera, smarrita. — Il vostro matrimonio? — mamma alzò le spalle, — se trovate l’arpa, avrete l’arpa. Siamo usciti. Smanettavo le chiavi in tasca. — Cosa facciamo? — chiese Lera. Non della casa—della nostra vita. — Non lo so, — risposi. — Ora è affare nostro… In questa nuova, spaventosa responsabilità c’era qualcosa di selvaggiamente autentico: la libertà. E il primo passo era questo—capire se davvero servono carrozza e arpa. Le tradizioni contano, ma devono poggiare su qualcosa di più di una giornata memorabile… *** Il risultato? La vita adulta di Misha e Lera iniziò il giorno dopo. Finalmente insieme! Vivono nello stesso appartamento! Non è il loro, per ora, ma è comunque qualcosa. Piccolo, ma accogliente. Bel lavoro. Nessuno intorno! Prima—ospiti ogni giorno! Come no. È libertà! Poi, dopo un mese, la voglia: vogliamo un cane! E non uno piccolo—uno grande! Si scopre che Lera lo sognava da sempre, ma la madre non voleva. Misha ne aveva avuto uno, da bambino, ma era scappato. Fu una tragedia… Insomma, la felicità completa arrivò con un cucciolo di Golden Retriever, Lexus. https://clck.ru/3RKgGM La piccola peste impostava subito le regole: graffiare, mordere, sporcare. Dappertutto. Quando Vera Ignatievna è andata a trovarli, è rimasta sconvolta: nessuno l’aveva avvertita della presenza di un nuovo inquilino. — Misha! Lera! Come avete potuto?! Nemmeno vi siete degnati di chiedere! — quasi piangeva Vera Ignatievna, guardando la casa, — ma perché? Per una cane grande ci vogliono occhi dappertutto, e lui sta solo tutto il giorno! E poi: peli ovunque! Non li togliete? E l’odore! No, è inammissibile! Dovete restituirlo! Domani! — Mamma, — sbuffò Misha, — ci hai dato la casa per un anno. Vuoi ancora dirci come vivere? Vuoi che ti restituiamo le chiavi? — No davvero, — scattò Vera Ignatievna, — la parola è parola. Un anno è un anno. Ma ricordate: la casa dev’essere restituita come la avete ricevuta. Intesi? — Intesi, — dissero all’unisono Misha e Lera. — E non aspettatemi più. Non voglio vedere. *** La madre mantenne la promessa. Non si fece più vedere. Chiamava poco. Dopo quattro mesi Misha tornò a casa: lui e Lera si erano lasciati. Per settimane ha raccontato quanto lei fosse disordinata. Cucina mediocre. Poco attenta al cucciolo. Non lo portava fuori. Lexus tornò al cane originale, dopo molte trattative. E pure costoso! Mangime per tre mesi da comprare in anticipo, così ha voluto il padrone. E il mangime costa! — Non ti sei affrettato un po’ con Lera, figlio? — chiese Vera Ignatievna tra le lacrime di una risata, — volevate pure la festa con carrozza e arpa… — Ma quale matrimonio, mamma!? Ma figurati! Affitta pure la casa della nonna. — Perché? Abita lì, ti sei abituato? — No, sto meglio a casa, — Misha scosse la testa, — o la pensi diversamente? — Sono sempre “d’accordo”, — rispose Vera Ignatievna, — specialmente ora che, dopo la partenza di Katia e dei bimbi, qui è tornato il silenzio…