«Io questo non lo potrei mai fare. Diventare come una pianta, aspettare che qualcun altro si occupi …

Io non ce la farei mai. Le persone diventano come verdure. Con i malati allettati rischi di uscire pazzo! Bisognerebbe portarli in strutture apposite! E non guardarmi così! Perché bisogna sempre fare i buoni? Gli animali li addormentano, nessuno si scandalizza. E noi invece così a modo, così umani! In certi paesi gli anziani li portano in cima a una montagna e li lasciano lì, lontano. E ancora voleva continuare Antonella, ma Giuliana la interruppe:

Anto, vergognati a parlare così! È la nostra mamma! Che montagna e montagna? Sei fuori di testa!

Primo, non è nostra mamma, è vostra. È la madre di mio marito, che, diciamolo, non è la stessa cosa. Secondo, anche fosse la mia, mi sarei comunque tolta il problema se fosse ridotta così. Dai Giuli, accudire i bambini va bene sono deliziosi! ma un adulto che non si regge, che puzza, e che non cè speranza Perdonami eh! Ah, poi volevo chiedere: lappartamento della mamma che fine fa? Adesso che lhai portata da te? Sta fermo lì, vuoto. Vendiamolo finché i prezzi non calano. Noi ne abbiamo più bisogno: Luca deve studiare, Pietro vuole sposarsi. Noi abbiamo più urgenza. Tu la figlia lhai fatta tardi, quando crescerà mai? Faresti bene a rinunciare in favore del fratello e Antonella non concluse.

Giuliana! Giuliana, dove sei, figlia? si sentì gridare dalla camera.

Vai tu, Anto. Si è svegliata mamma, disse Giuliana spingendo la cognata verso la porta.

Le ronzava la testa, mamma stava male e lei non dormiva da tre giorni. Ma pensava: E se avesse sentito il discorso? Che vergogna!.

Entrò in stanza. Doveva aprire la finestra. Laria era pesante, soffocante. Ma mamma aveva freddo, tremava sempre. La coprì con lo scialle di lana. Ai passi, la mamma si voltò, si sollevò un poco sul letto, si sistemò i capelli. Giuliana osservò le mani: grandi, segnate dalla fatica, le vene come un ricamo blu. Mamma armeggiava con le dita, guardava nel vuoto. Non vedeva più. Dicono che su un occhio potrebbe tornare una percentuale di vista, ma Giuliana non ci credeva più. Si occupò delle solite cose: cambiò le lenzuola, pulì, diede da mangiare. La mamma si rannicchiò e si addormentò. E Giuliana, di corsa dal medico. Chiedere consiglio, magari una speranza. La testa pareva cotone, desiderava solo scappare da tutto.

Si trovò a lamentarsi a lungo. Nessun miglioramento, fatica infinita. Il dottore, distinto, con la barba curata, riempiva moduli in fretta: la coda fuori dallo studio. Alzò su Giuliana occhi stanchi.

Il lavoro, eh… tanto lavoro da fare, si fermò lei di colpo.

Non manca certo il lavoro. Mancano i dottori, invece. Se potessi, signora cara, dare a tutti la stessa cura in bottiglietta, ci sarebbero meno code e meno malati, abbozzò un sorriso.

Che cura è? Si trova? si animò Giuliana.

La giovinezza. Perché fate subito quella faccia triste? Capisco, siete stanca, è tutto chiaro. Ma vostra madre si lamentava? Da bambina, quando vi ammalavate, chi stava con voi la notte? tolse gli occhiali e la guardò.

Giuliana sospirò. La memoria tirava fuori fotogrammi vividi. Aveva otto anni, la febbre, mamma la teneva in braccio. Faceva fatica ma ci riusciva e le portava il tè col limone, trovava qualche mirtillo chissà dove. Quando una notte Giuliana chiedeva la spremuta, la mamma usciva e tornava con le bacche, da dove non si sa. Al mattino spariva la febbre e lei dormiva mentre la mamma già andava al lavoro. Sempre due o tre impieghi, perché non mancasse nulla alla figlia.

Cera una volta a dicembre una vetrina, un vestito argentato La mamma lo guardava estasiata, poi si voltava a coccolarla e le comprava il cappotto nuovo, le scarpe. Per sé, nulla. Poi la tortina, bianca e rosa, piccola. Nei tempi della penuria, una torta era una fiaba. Giuliana la mangiò quasi tutta da sola, alla mamma toccò un po di crema. Si sentì in colpa, ma la mamma la tirò a sé: Non fa niente, piccola, andrà meglio, ti prenderò unaltra torta.

I bambini crescono e dimenticano quanto i genitori hanno dato per loro. Tu eri indifesa una volta? Ora la tua mamma è così. E allora? Che vuoi fare? Capisco che sei stanca. Ma pensa un attimo, cara signora: se tua madre non ci fosse più. Avresti tempo libero, niente più notti in bianco, nessuna cura. Ma poi, saresti felice? disse il dottore con una durezza inaspettata.

Niente niente facciamo come ha detto lei, grazie, tornerò! Giuliana fuggì.

Le guance le bruciavano. Che stava facendo? Come sarebbe, se non ci fosse? No, impossibile. Non può vivere senza di lei. Sì, adulta, sì, la figlia cresce, ma solo la mamma conta! Quanti pianti ha fatto da ragazza, aggrappata alle sue ginocchia. Quando la vita la colpiva, pensava: Resisti, poi vai a casa, dalla mamma. Ti consola, ti capisce, trova una soluzione. Squillò il telefono. Jacopo, il fratello.

Cosa vuoi? È già venuta quella di Antonella. Vi serve lappartamento? Prendetevelo sta casa, non ne posso più delle vostre avidità. La mamma ti ama da morire! Si preoccupa sempre. Chiede di te. E tu? Quando sei stato a letto per mesi chi ti curava? Silenzio, eh? Sempre la mamma! Ci ha cresciuti da sola, e Giuliana chiuse la chiamata di scatto.

Camminava tra le pozzanghere senza vedere dove andava. Le lacrime confondevano tutto. Si ritrovò davanti a una vetrina. Entrò. Cera un vestito, quasi uguale a quello di una volta. Giuliana si precipitò.

È rimasta solo questa misura. Le serve più grande, non le va, sussurrò la commessa.

Lo so! Togliamolo, incartatelo. Non è per me. È per la mamma. Lei è ancora snella. A me non va proprio, si vede, si soffiò il naso Giuliana.

La commessa la guardava sorpresa. Il vestito, così elegante. E allora? Ora sarebbe andata a casa, avrebbe vestito la sua mamma di festa. E prese una torta quella di una volta, bianca e rosa. La mamma non la vedrà, ma non importa. Gliela descriverà.

Salì le scale di corsa. Aprì. Sentì la figlia che cantava. Entrò in camera: la piccola Tiziana era accanto alla nonna, la accarezzava e le canticchiava. E la nonna sorrideva.

È arrivata la mia Giulianina. Vai a dormire, amore mio, riposa. Sono diventata un peso per te, povera figlia, la mamma allungò la mano, cercando dove fosse la figlia.

Un nodo in gola, quasi non respirava. A tutti la vita dà delle prove, ma non tutti le superano degnamente. Eppure, Giuliana aveva quasi ceduto.

Mamma! le si avvicinò, le affondò il viso nelle mani.

Eccolo il sentimento: se hai i genitori vivi, sei ancora figlio. Se non ci sono più, rimani orfano, a qualsiasi età. Che siano 10, 20, 40, 60 anni, non cambia. Tutti abbiamo bisogno della mamma.

Mamma, ti ho preso un vestitino nuovo! Come quello di allora, in vetrina. Argento. E la torta. Adesso ti vesto e beviamo il tè. Quanto sei bella, mamma! disse Giuliana sciogliendole i capelli.

La mamma si rigirava il vestito, sorrideva timida. La vestirono, Giuliana le sistemò i capelli, Tiziana prese i profumi e le mise un po di rossetto. Mise su il bollitore per il tè.

Si raccontavano storie, bevevano insieme. E Giuliana pensava: Comè bella la mia mamma! La sua faccia serena, buona. Forse di donne così non ne nascono più. Di lei, mai un lamento, mai un lamento vero.

Poi la porta bussò. Era Jacopo, il fratello. Con i fiori e un ananas.

Un ananas? Ma Jacopo! fece Giuliana sorprendendosi.

Eh, la mamma una volta disse che voleva assaggiarne uno, ma non potevamo permettercelo. Vuoi che te ne porti uno ogni giorno? Scusami, Giuli. E non ascoltare Antonella, è velenosa. Che viva lunga la mamma, non mi serve nulla. Se starà meglio verrà da me, altrimenti da te. Andremo sempre da mamma a mangiare le torte, come sempre! disse Jacopo.

Entrò, ammirò il vestito della mamma che rideva, un po imbarazzata. Sembrava neppure malata.

Da allora le giornate di Giuliana cambiarono. Immaginava con paura lancinante cosa sarebbe stato senza mamma. Adesso lottava per ogni suo giorno, con tutte le forze.

Temetti sempre di tornare e trovare la mamma che non cera più. Era ormai come una bambina la lavavo, le facevo le trecce, le sussurravo: Vivi! In qualunque modo, basta che rimani con me!. Lo ripetevo ai parenti.

Allontanò dal cuore la disperazione. Cercava solo di sorridere di più, raccontava a mamma cose buffe, giurando che presto sarebbe guarita. Trasformava ogni giorno in una piccola festa: con Tiziana attaccavano palloncini, facevano karaoke la mamma adorava le canzoni! E aveva ancora quella voce forte. Cantava pure lei con noi.

Giuli, indossi qualcosa di giallo oggi? chiese nonna.

Giuliana lasciò cadere lo straccio di mano. Aveva un vestitino giallo a fiorellini.

Vedi un po? Oddio che felicità! Mamma, stai ricominciando a vedere! le si lanciò addosso.

Piano piano, la mamma riprese a camminare, prima appoggiandosi al muro. Una gioia enorme per Giuliana. E certo, non la lasciò mai tornare nellaltro appartamento. Doveva stare con lei, vicino. Non si sa mai.

Vivremo in tre: io, tu e Tiziana. Abbiamo ancora così tanto da fare! Mi dovevi insegnare a cuocere il pane, le formine sono ancora lì. A me riesce bene tutto, tranne i dolci, che brucio sempre. Jacopo ha promesso che verrà! la baciava Giuliana.

Jacopo venne. Un gigante, quasi due metri, fortissimo. La mamma lo chiamava orsetto. La prese in braccio, la portò fuori in giardino, seduta sulla panchina accanto a lui. Giuliana se la guardava, elegante, col cappottino nuovo e il berretto. Come una bambola.

Per la prima volta la pace scese in casa. Un passo per volta, tutto si aggiusta. Basta che vivi, mamma. Basta sentirti parlare ogni giorno. Sei la nostra forza. Come un fiore senza acqua e sole, anche noi appassiremmo. In voi madri cè tutto: lacqua, il sole, la vita.

E cosa si può augurare? Che il cuore delle mamme batta sempre. Che abbiano più cura, qualche sorpresa un mazzetto di fiori in una giornata storta, un vestito nuovo anche solo da provare davanti allo specchio, il profumo preferito.

E quelle parole che bisogna dirsi finché cè tempo:
Ti voglio bene, mamma. Restami vicino. Sei la cosa più bella che ho nella vita.

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Non devo niente a nessuno