L’ho portato via — Mamma, devo raccontarti una cosa, ma per favore, siediti. Quando Katia si è las…

Mamma, devo raccontarti una cosa, siediti un attimo.

Giulia si è lasciata cadere sul divano accanto a Marina e, ripiegando una gamba sotto di sé, si è sistemata comoda. Aveva in viso una luce così viva che Marina ha subito messo via il libro e si è tolta gli occhiali. Lultima volta che aveva visto sua figlia con quei brillanti negli occhi, Giulia aveva dodici anni e aveva appena vinto alle Olimpiadi di letteratura in città.

Ho conosciuto un uomo. Al bar, così per caso. Anzi, no, non proprio per caso: eravamo seduti a tavoli vicini, lui si è avvicinato per primo, abbiamo iniziato a parlare e alla fine abbiamo chiacchierato per tre ore di fila, ti rendi conto?

Giulia raccontava trafelata, saltando di palo in frasca, confondendo i dettagli e tornando indietro nei ricordi. Si chiama Romano, ha trentaquattro anni, lavora in uno studio di architettura, ha un senso dell’umorismo fantastico ed è lunico, giuro, che mi ascolta fino in fondo senza interrompermi. Tre appuntamenti in dieci giorni. Lultimo è finito che camminavamo sul lungarno fino alle due di notte, e ci siamo scordati tutti e due di avere il lavoro la mattina dopo.

Sembra che mi capisca come nessuno prima dora. Basta che accenni una cosa che già mi completa la frase e penso: Madonna mia, ma dove sei stato finora?
Marina la ascoltava in silenzio, la testa un po inclinata. A un certo punto ha scosso piano la testa, senza giudizio, ma piuttosto con stupore.
Giulia, sembri rinata. Non ti vedevo così da anni, davvero.

Lì, però, Giulia si è chetata. Non di colpo, ma come se le parole le scivolassero via a una a una e sul fondo rimanesse tuttaltro. Abbassò lo sguardo sulle mani intrecciate, restando così per qualche secondo per raccogliere il coraggio.

Però
Però cosa? chiese Marina, il volto che si contraeva in una smorfia preoccupata. Giulia, che cè?
Lui è sposato.

Marina si appoggiò allo schienale del divano. Quelle poche lunghe secondi di silenzio bastarono a Giulia per pentirsi amaramente di tutto quello che aveva appena condiviso.

Giulia, non è un semplice però. È grave, davvero. Capisci cosa stai facendo? Stai rischiando di distruggere una famiglia, di portare via il marito a unaltra.
Mamma, lui mi dice che non ama più la moglie da anni. Che non vorrebbe restare se non fosse per il figlio piccolo, me lo giura, non me lo sto inventando.
E quel figlio allora? Non lo consideriamo? Ti rendi conto che stai entrando nella vita degli altri e decidendo per loro chi deve stare con chi?
Non decido niente, mamma io
Tu stai semplicemente uscendo con un uomo sposato. Tre incontri in dieci giorni e me lo racconti con queste luci negli occhi come se fosse la cosa più normale del mondo.

Giulia si alzò dal divano; ascoltare la madre da così vicino le faceva troppo male. Marina restò lì, non la seguì, e proprio quella distanza pesava ancora di più, perché se lavesse rincorsa e abbracciata, forse Giulia ce lavrebbe fatta a restare. Ma invece rimase immobile, in silenzio. Giulia prese la giacca dallattaccapanni, infilò le maniche alla meno peggio e uscì, inghiottendo quelle lacrime che ormai non riusciva più a trattenere.

Quando arrivò a casa, rimase almeno venti minuti seduta nellingresso, senza togliere le scarpe, con le mani calde sulle guance bagnate. Il telefono vibrò nel taschino della giacca e apparve sul display il nome di Romano. Giulia si asciugò la faccia con la manica, schiarì la voce per darsi una sistemata e rispose.

Ciao, Romano aveva quella voce morbida che la faceva crollare. Giulia emise un respiro spezzato, trattenendo a stento il pianto.
Lho detto a mia mamma. Di noi. Di tutto.
E lei?
Male. Ha detto che sto distruggendo una famiglia. Che sono una persona tremenda. Non con queste parole precise, ma hai capito.

Romano tacque un secondo, e Giulia, nel silenzio, sentiva il suo fiato mentre cercava le parole.

Giulia, ascolta. Non so più che fare. Mia figlia ha quattro anni, ci penso tutti i giorni, e ogni volta temo che se andassi via ora la tradirei. Ma non posso andare avanti così. Penso sempre che mia moglie mi abbia tradito potrei anche usarlo in tribunale, se mai si arrivasse lì, ma

Si fermò, lasciando un vuoto che Giulia ascoltava da un po, una consapevolezza che premeva appena dietro la fronte ma ancora non era riuscita a dirsi, a voce alta.

Romano, ma sei sicuro che sia tua figlia? Sei tu che pensi sempre che lei ti abbia tradito

Silenzio.

Romano non la richiamò né quella sera né il giorno dopo. Giulia gli scrisse un messaggio corto, senza insistenza, solo per fargli capire che lei cera. Solo dopo 24 ore arrivò una risposta: Fatto lesame. Aspetto il risultato. Non riesco a parlare adesso, scusami. Giulia non insistette, anche se le costava una fatica enorme non chiamarlo.

Quel mese si allungò che pareva una presa in giro del tempo. Romano chiamava ogni tanto, a volte tardissimo, a volte solo per pochi minuti, e Giulia sentiva da come tratteneva il respiro, dalle lunghe pause, che era uno straccio e si teneva tutto dentro. Lei non faceva domande, non lo spingeva, restava solo lì al telefono a parlare di banalità, del nuovo forno che aveva aperto sotto casa con delle brioche pazzesche, di lavoro, di piccole cose solo per regalargli cinque minuti di respiro.

Poi arrivò un giovedì sera di pioggia torrenziale. Giulia, stanca morta, decise di andare a dormire presto. Ma intorno alle undici sentì il campanello. Si avvolse in una felpa e andò alla porta; fuori cera Romano, infradiciato, gli occhi arrossati, con un foglio stropicciato stretto nel pugno. Non disse nulla, e non serviva. A Giulia bastava guardargli il viso per capire. Lo tirò dentro afferrandolo per il braccio bagnato della giacca, chiuse la porta con un colpo di piede e lo abbracciò strettissimo. Solo allora Romano lasciò andare tutto e si abbandonò contro la sua spalla.

Non è mia, mormorò. E Giulia sentì un dolore che quelle tre parole spezzate non riuscivano nemmeno a contenere. Quattro anni, Giulia. Ho vissuto quattro anni credendo dessere padre. Lei lo sapeva e non ha mai detto nulla.

Giulia gli lisciava i capelli bagnati senza cercare parole, perché lì Romano non aveva bisogno né di consigli né di conforto: bastava che lei non lo lasciasse andare.

Il divorzio fu un incubo lungo mesi. Giulia lo seguiva dallavvocato, si occupava dei documenti, gli preparava la cena quando tornava dalle udienze distrutto, senza luce negli occhi. Mai una lamentela, mai richiesta dattenzione, anche se a volte la solitudine faceva paura anche a lei. Ma Romano, piano piano, si riprendeva e Giulia lo vedeva rispuntare, giorno dopo giorno, quellappiglio interiore che la sua ex aveva provato a distruggere.

Quasi un anno dopo. Si sono sposati in modo semplice, solo in Comune, senza parenti o cerimonie. Dopo, Giulia mi ha confidato che non avrebbe mai desiderato altro: tutto vero, tutto loro. Hanno preso un appartamento tutto nuovo, con lodore pungente della vernice e ancora tracce di polvere nei corridoi, e lei adorava quel profumo, perché era linizio. Loro inizio.

Poi è arrivato Leone. Quando lhanno portato nella stanza della clinica, minuscolo e rugoso, Giulia ha guardato Romano, che tremava e quasi non respirava, e ha pensato che solo un anno prima tutta quella felicità le sarebbe sembrata impossibile.

Due settimane dopo, Giulia mette una busta davanti a Romano era il test del DNA. Romano guarda la busta, poi lei, e scuote la testa.

Giulia Da te non ne ho bisogno.
Dai, aprila. Giulia si rannicchia sul divano stringendo Leone addormentato. Non è questione di fiducia. È solo per stare tutti più sereni, sai comè in ospedale, non si sa mai Almeno sappiamo che quel urlatore è proprio il nostro.

Romano apre il foglio, lo legge in fretta, lo lascia sul tavolo. Si siede vicino, li abbraccia con delicatezza, e restano lì così. Solo quando i vicini fanno rumore dallaltra parte del muro, Giulia chiude gli occhi e pensa a quanto siano cambiate le cose: suo padre ha finalmente dato la mano a Romano la settimana prima e si è persino offerto per montare la culla; Marina ha portato per il nipotino dei calzini fatti a maglia, larghi il triplo, ma lavorati con così tanto amore che a Giulia sono venute le lacrime agli occhi.

E ha pensato che, davvero, aveva fatto bene quellanno prima a non mollare tutto.

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L’ho portato via — Mamma, devo raccontarti una cosa, ma per favore, siediti. Quando Katia si è las…
La lista dei pazienti nel quartiere Nadia Semënovna percorreva il corridoio della ASL, tenendo stretta una pila di cartelle cliniche, mentre il tesserino le tirava giù il colletto del camice e gli occhiali scivolavano costantemente sul naso. Nel corridoio rimbombavano voci, stridii di sedie, qualcuno starnutiva rumorosamente; su tutto aleggiava l’odore pungente di candeggina e sapone dei bagni. — Infermiera, quanto manca ancora? — si udì da sotto la parete. Lì, una donna corpulenta in piumino stringeva al petto una busta con le analisi. — Uno alla volta, — rispose Nadia Semënovna, senza nemmeno guardare. — Avete consegnato le cartelle? Allora aspettate. Curvò verso il laboratorio, posò le cartelle sul tavolo, si tolse i guanti ancora un po’ appiccicosi alle dita e sospirò. Mancavano tre giorni a Capodanno, ma se ne accorgeva solo dalle sporadiche decorazioni ai portoni degli studi e dalle chiacchiere dei pazienti che si lamentavano non solo per la pressione, ma anche per i prezzi al supermercato. — Nadia, tutto bene? — la dottoressa, esile e con la solita coda di cavallo, sbirciò nella stanza. — Ti ho lasciato due visite domiciliari, non arrabbiarti. Sono i nostri anziani. — Che posso farci, — disse Nadia Semënovna. — Dammi pure. Prese il foglio con gli indirizzi, lo infilò nel taschino, controllò la borsa con il misuratore di pressione e le siringhe. Le chiamate erano tutte nella sua zona: palazzoni di nove piani che conosceva ormai ascensore per ascensore. All’ora di pranzo il laboratorio si svuotò. Nadia Semënovna indossò sopra il camice una giacca calda, infilò gli stivali che teneva sotto il tavolo e uscì. Il ghiaccio scricchiolava sotto i piedi, le auto parcheggiate lungo la strada erano ricoperte di neve sporca. Portava sotto il braccio la borsa degli strumenti e si diresse verso la fermata. La prima visita era nel cortile accanto. Palazzina dal facciata grigia, portone pesante da spingere con il fianco per chiuderlo. Dentro, odore di cibo per gatti e straccio bagnato. La lampadina tremolava, da qualche parte si sentiva musica. Appartamento al quinto piano senza ascensore. Nadia Semënovna contava i gradini mentre saliva; al terzo si fermò a prendere fiato, appoggiandosi al muro. Il cuore le martellava, le ginocchia facevano male. Pensò che presto sarebbe lei a chiamare qualcuno “a domicilio”, invece di correre per altri. Aprì la porta una donna magra, sui quaranta, con un maglione largo. — Prego, entri pure, — disse e chiamando verso l’interno: — Mamma, è arrivata l’infermiera. Sul divano, vicino alla finestra, una vecchietta stava sdraiata in un cardigan di lana. Sul davanzale tre vasi di fiori e, tra loro, una pallina di vetro appesa a un filo. — Ha la pressione ballerina, — disse la figlia sistemando la coperta della madre. — E tossisce. La dottoressa ha detto di far controllare. Nadia Semënovna prese il misuratore, avvolse la fascia attorno al polso sottile. L’anziana la guardava con occhi vivaci, leggermente velati. — State già preparando per Capodanno? — chiese mentre l’apparecchio sibila. — Dove vuoi che vada, — rispose Nadia Semënovna. — Turni, chiamate. Accendo la tv, faccio un’insalatina — e basta. — Noi invece… — la vecchietta pivotò appena la testa verso la finestra. — Abbiamo appeso la pallina, così non ci scordiamo della festa. Mia figlia lavora, ha il turno. Io festeggerò da sola. Ma va bene, ci sono abituata. Lo diceva calma, senza tristezza, ma Nadia Semënovna si sentì a disagio. Si ricordò del suo monolocale: lo stendino col bucato non tolto dall’autunno, l’aneto secco nel bicchiere. L’albero di Natale non lo fa da cinque anni, la scatola degli addobbi sta in solaio coperta di polvere. — La pressione va bene, nonna, — le disse guardando i numeri. — Continuate con le medicine. Ora ascolto la tosse. Appoggiò il fonendoscopio al petto sottile, sentì il respiro raschiante, l’espirazione debole. Silenzio in stanza, solo il ticchettio dell’orologio e il rumore di stoviglie dalla cucina dei vicini. — Verrà di nuovo da noi prima della festa? — chiese la vecchina mentre sistemava gli strumenti. — Solo se chiamate, — rispose Nadia Semënovna. — Altrimenti non si può venire semplicemente. — Sì, — assentì l’anziana e domandò all’improvviso: — E lei avrà qualcuno? Una visita, per brindare? La domanda era semplice, ma troppo diretta. Nadia Semënovna sentì una stretta al petto. Alzò le spalle. — Chi volete che venga da me, — disse, pentendosi subito del tono. — I figli vivono lontano, sono grandi ormai. Mi chiameranno, certo. La vecchietta la guardò comprensiva, con un calore inspiegabile. — Allora guarderemo insieme i programmi alla tv, — disse. — Io qui, lei lì. Scendendo le scale, Nadia Semënovna pensava a quelle parole. “Guarderemo insieme la tv”. Ricordò quando aveva dormito prima della mezzanotte, con la lampada accesa e la tv a basso volume in cucina. La mattina via a lavorare, senza che la festa cambiasse qualcosa. La seconda visita era nel suo palazzo, altro portone. “Paziente allettato”, diceva il foglio. Conosceva la casa: un uomo solo reduce da un ictus, seguito da badanti. Ingresso identico al suo: pareti grigie e cassette della posta con i numeri scritti a pennarello. Aprì la porta una badante in gilet imbottito. In stanza, davanti alla finestra, disteso c’era un uomo intorno ai sessanta, grande e con le braccia flosce. La tv trasmetteva un vecchio film. — Non c’è male il nostro eroe? — chiese alzando le sopracciglia. — Eh, — sospirò la badante. — Ha tossito stanotte, pressione alta. Ho chiamato la dottoressa, ha mandato lei. L’uomo fissava il soffitto, le labbra quasi immote. — Buonasera, — disse Nadia Semënovna chinandosi da lui. — Sta arrivando la festa, e lei qui? Non si fa. Un mezzo sorriso scivolò su un angolo della bocca. — Quale festa, — mormorò. — Basta non di notte. Misurò la pressione, controllò la flebo, annotò qualcosa sul quaderno. Odore di medicine e di cucina in stanza. Sul davanzale una vecchia ciotola, che ricorda piena di caramelle. — E parenti? — domandò a bassa voce la badante mentre salivano in corridoio. — Ha una sorella, — rispose. — Ma lontana, viene raramente. Per Capodanno non ci sarà, l’ha detto al telefono. Io lo seguirò di notte, sono di turno. Sulla scala, scendendo, Nadia Semënovna pensò che proprio nel suo condominio c’erano persone che avrebbero festeggiato in silenzio, in letto. E lei, vicina di casa, li conosceva solo per lavoro. Tornata in ambulatorio, restituì le cartelle; era già buio. Fuori, sotto il lampione, danzavano pochi fiocchi di neve. In sala medici qualcuno addentava un panino, la tv borbottava notizie. — Nadia, sei strana oggi, — chiese la dottoressa mentre versava il tè. — Stanca? — Come tutti, — rispose togliendosi la giacca. — Senti, nel nostro quartiere ci sono tanti soli? Proprio soli soli? — Che ne pensi? — rise la collega mescolando il tè. — Mezzo elenco è così. O sono senza parenti, o solo sulla carta. Perché lo chiedi? Nadia Semënovna tacque, guardando la lista dei turni alla parete. Nella sua testa ronzavano le frasi: “Festeggerò da sola”, “Che festa è questa”. — Pensavo… magari si potrebbe… So, fare gli auguri. Una clementina, un tè. Solo passare. La dottoressa la guardò sorpresa. — Sei matta, — disse bonaria. — Ci danno la multa. Niente regali, niente iniziative. Lo sai com’è ora. — Lo so, — replicò subito Nadia Semënovna. — Non dalla ASL. Da persona a persona. Ma li conosco come infermiera, e penso… La dottoressa sospirò. — Nadia, sei buona, ma non caricarti. Siamo già esauste. Se vuoi, vai tu privatamente. Ma non dire che vieni dalla ASL. Se no arrivano reclami, peggio per te. La parola “reclamo” era come una doccia gelata. Sapeva bene quanto fossero temuti. Ogni foglio portava problemi, rapporti, rimproveri. Rientrando a casa, Nadia Semënovna camminava nella notte gelida. La borsa sembrava più pesante del solito. Nelle finestre brillavano luci colorate, al piano terra bambini saltavano attorno all’albero finto e alle ghirlande. Nel portone regnava il silenzio. Sul davanzale del primo piano troneggiava una piantina ormai secca accanto a un alberello di plastica. Sulle pareti un avviso dell’amministratore annunciava lo stop all’acqua calda, attaccato con lo scotch. Nel suo appartamento accese la luce, posò la borsa su uno sgabello vicino alla porta. In cucina era fresco, dalla finestra semiaperta entrava aria fredda. Mise su il bollitore, preparò la tazza ma, mentre l’acqua bolliva, sedette al tavolo e tirò fuori il blocco. Alla prima pagina scrisse: “A chi è solo”. Poi si fermò. Ricordò la vecchina con la pallina, l’uomo allettato, altre pazienti del vicino palazzo che si lamentavano di non avere “nessuno”. Fece la lista di nomi e indirizzi. Circa dieci righe. Guardò quei nomi e si sentì stanca. Nella testa voci contrarie: “Non è affar tuo”, “Non sei obbligata”, “Non ci sono forze”. Si massaggiò la fronte. Se comprassi solo qualche clementina e la portassi, pensò. Senza discorsi, senza poster. Basta bussare e dire auguri. Chi vuole, accetta. Chi no, chiuda. La spaventava più la possibilità di dover parlare con qualcuno, che di vedersi la porta chiusa. In ambulatorio si sentiva sicura: lì le regole sono chiare — iniezioni, pressione, cartelle. Qui, invece, era come entrare brevemente nella vita d’altri. Il bollitore scattò. Versò l’acqua, sedette col tè, fissandosi sulla lista. Alla fine, quasi senza pensarci, aggiunse una riga: “Appartamento 87, la vicina di sopra, allettata”. La conosceva solo dai rumori dei bastoni nel corridoio e dal profumo di minestrone che arrivava da sotto la porta. Il giorno dopo arrivò in ASL prima del solito. In laboratorio c’era solo il rumore del bidello mentre lavava il pavimento. Nadia Semënovna appese il camice, tirò fuori il blocco e lo mise sul tavolo. Dopo poco entrò la collega, robusta e con i capelli corti. — Buongiorno, — salutò. — Oggi sarà un delirio. Tutti vogliono curarsi prima delle feste. — Senti, — disse Nadia Semënovna mentre indossava i guanti. — Pensavo che tra i nostri pazienti ci sono quelli davvero soli. Magari ci mettiamo ciascuna cento euro, compriamo clementine, tè. Li porto io a casa mia, a fine giornata. La collega la guardò incredula. — Non ci cacciano per questo…? — non finì la frase. — Non dalla ASL, — ribadì Nadia. — Solo tra persone. Niente elenchi, nessuna firma. Non dirò che viene da te. Solo per non lasciare tutto vuoto. La collega esitò, poi tirò fuori una banconota. — Daccordo, — disse. — Ma non dirlo a nessuno. Se scoprono che in servizio faccio altro… A pranzo il suo blocco era pieno di banconote: qualcuno offrì venti euro, qualcuno cento, qualcun altro disse che tirava a campare. Una dottoressa sbuffò: — Pensi che con le tue clementine cambierà qualcosa? Dovresti battersi per i farmaci gratuiti. Nadia scrollò le spalle. I farmaci sarebbero giusti, ma non toccava a lei. Le clementine invece sì. Dopo il turno passò al supermercato. Tra la gente che si spingeva, prese due chili di clementine, qualche confezione di tè, un paio di scatole di biscotti. Alla cassa la commessa chiese, annoiata: — Prepara per la festa, lei? — Sì, — rispose Nadia. — Un piccolo pensiero. A casa sistemò la spesa sulla tavola: nei sacchetti puliti mise clementine, una confezione di tè, biscotti. Ne vennero nove. Li guardò e sentì una strana emozione, come prima di un esame. — Son fuori di testa, — disse a voce alta, ma non li mise via. La sera, dopo aver stretto bene la sciarpa, prese tre sacchetti per mano; gli altri li avrebbe portati dopo. Si iniziò dai vicini: il signore allettato e la signora di sopra. Salì per prima dal signore. Il cuore batteva, le mani sudavano nei guanti. Suonò. Dal di là, passi e scatto di serratura. Aprì la badante. — Oh, è lei, — disse. — Ancora qualcosa? — No, — rispose Nadia. — Solo… un piccolo pensiero per la festa. Clementine, tè. Prende? La badante si fissò sul sacchetto. — Chi le manda? — chiese sospettosa. — Dai vicini, — rispose Nadia dopo una breve pausa. — Da chi vive qui. Giusto per non lasciarvi… soli. Dalla camera la voce dell’uomo: — Chi è? — Quella dell’infermeria, — gridò la badante. — Dei regali. — Che regali, — brontolò. — Non mi serve niente. Nadia si affacciò: — Sono io, l’infermiera. Non arrabbiatevi. Sono solo clementine. Le lascio, decida lei cosa farne. Lui la fissò di sottecchi, poi guardò il sacchetto. Esitante, ma negli occhi brillò qualcosa. — Buone feste, — aggiunse e realizzò quanto suonava buffo in quella stanza. — Uguale, — borbottò, tornando alla tv. Sul pianerottolo si fermò a respirare. Almeno non l’hanno cacciata, pensò. Salì lenta dalla vicina di sopra. Porta vecchia, vernice graffiata. Suonò. Silenzio lungo, stava per andare via quando sentì uno scatto. Sulla soglia una donna sui settanta, in vestaglia e fazzoletto in testa. — Sì? — chiese cauta. — Sono la sua vicina, — disse Nadia. — Non ci conosciamo bene, l’ho vista solo per lavoro. Ho portato qualcosa per la festa. Clementine e tè. Li prende? La donna fissò il sacchetto e poi lei. — E che devo dare in cambio? — domandò diretta. — Nulla, — disse Nadia. — Solo auguri. La donna tacque, poi prese il sacchetto con tutte e due le mani, come una cosa fragile. — Grazie, — sussurrò. — Pensavo: magari qualcuno bussa. Almeno uno. Queste parole le colpirono più delle lamentele. Nadia annuì, senza sapere cosa dire. — Se serve, io sono sotto, — fece. — Chieda pure, se ne ha bisogno. — Mi vergogno, però. Lei lavora già tanto. — Mai dire mai, — tagliò Nadia. — Ora scappo. Scese da sé, prese i sacchetti rimasti e uscì. Era quasi buio, i lampioni illuminavano pochi passanti. Fino al palazzo della vecchietta con la pallina ci volle poco. Davanti all’ingresso si fermò, guardò le finestre. Al terzo piano la luce era accesa, sul davanzale le sagome dei fiori. Entrò, salì contando i gradini. Aprì la figlia. — Siete venuta per la visita? — chiese sorpresa. — No, — rispose Nadia. — Passavo di qui. Posso entrare? La vecchina era come sempre, la pallina brillava sotto la lampada. — Credevo non tornasse più, — disse. — Invece è qui. — Solo un piccolo pensiero per la festa. Clementine e tè. L’anziana allungò la mano tremante al sacchetto. — Grazie, — disse. — Non posso darle niente. — Non serve, — rispose Nadia. — Allora le dico solo una cosa, — sorrise la nonnina. — Lei è buona, va bene? Un nodo alla gola. Nadia distolse lo sguardo, guardò i fiori. — Va bene, — disse. — Ma non si approfitti. Risero, la tensione sparì. Restò qualche minuto a parlare di tempo e tv, poi uscì. Le visite successive furono varie. Una donna chiuse la porta dicendo: “Non mi serve, ho tutto.” Un’altra si scusò per il disordine. Un signore sulle stampelle domandò se fosse una promozione. Qualcuno fu contento, qualcuno si vergognò, altri brontolarono. Ogni volta che scendeva le scale, Nadia si sentiva un po’ sciocca e un po’ più leggera. Sapeva di non salvare nessuno, non risolvendo grandi problemi. Ma per qualche secondo, tra una porta e l’altra, nascevano cose insolite. Poi, nell’ultimo delirio festivo, ancora corse per la ASL. I pazienti portavano scatole di dolci ai medici, “per tutti” di nascosto. In sala medici pacchetti col cioccolato. L’amministrazione appese l’avviso: vietato accettare regali. Ma nessuno ci fece troppo caso. — Nadia, — le strizzò l’occhio la collega, — hai consegnato tutto? Non che qualcuno ci resti male. — Chi ho potuto, — rispose. — Il resto la prossima volta. — Sei un’eroina, — disse la ragazza, — ma non dirlo a nessuno! La sera i corridoi si svuotarono. Solo la donna delle pulizie trascinava il secchio, lasciando tracce d’acqua. In laboratorio silenzio, solo il frigo dei vaccini borbottava. — Andate a casa, — disse la caposala. — Domani festa, riposatevi. Niente visite, solo emergenze. Nadia si sfilò il camice, lo appese con cura. Sulla sedia restava un’ombra della piega. Prese la borsa, spense la luce, uscì nel corridoio. Solo le luci notturne accese, aria fredda. Passò davanti all’accettazione, dove una sola impiegata lavorava a maglia. Davanti al pannello degli avvisi: screening, orari dei medici. Accanto alla porta, che di giorno era sempre affollata. Fuori le prime micce di Capodanno. Un botto lontano, una scia rossa. La neve scricchiolava. Andava piano, le gambe pesanti, la schiena dolorante. Davanti al portone la fermò una giovane madre con carrozzina. — Nadia Semënovna, — disse. — È passata dalla mia vecchia ieri? Ha raccontato che è venuto il “babbo Natale”. — Quale babbo Natale, — sbuffò Nadia. — Ho portato solo clementine. — Eppure, — sorrise la vicina. — È contenta. Parlarono un po’ di bambini e di fuochi, poi la donna sparì nel cortile. Nadia salì, aprì casa, accese la luce. Silenzio. L’orologio segnava i secondi. Si levò la giacca, posò la borsa, andò in cucina. Sul tavolo il piatto di zuppa fredda della mattina. Si sedette, versò il tè, aggiunse il limone. La tv era spenta. Non aveva fretta d’accenderla. Da fuori brilla ogni tanto una luce di petardo. Si rammentò i volti di chi aveva incontrato. La vecchina con la pallina, l’uomo con la flebo, la vicina col sacchetto. Una signora che, ricevendo il dono, disse: “Pensavo tutti si fossero dimenticati”. Non si sono dimenticati di me, pensò all’improvviso. Non perché riceve regali, ma perché oggi, bussando a porte sconosciute, queste si sono aperte. E dietro c’erano persone che la guardavano non solo come un’infermiera, ma come una persona qualunque. Finì il tè, passò in salotto. Nella vecchia scatola sul mobile c’erano gli addobbi natalizi, rimasti lì da anni. La prese, la aprì: dentro, tra la carta di giornale, palline di vetro, figurine, fili lucidi. Non aveva l’albero, ma prese una pallina, la pulì col polsino e l’appese al gancio vicino alla finestra, dove di solito stavano le chiavi. Il riflesso della pallina catturava la cucina, il tavolo, lei stessa. Guardandosi in quel riflesso, sentì un po’ meno pesantezza nel petto. Nessuna magia. Domani nuovi turni, code, lamentele, stanchezza, scartoffie e orari. Ma ora aveva quel piccolo elenco nel blocco, accanto ai nomi una mentale spunta. Non come relazione, ma come promemoria: ci sono persone da visitare non solo per una puntura, ma anche solo con una clementina e un “buongiorno”. Un petardo fece tremare il vetro. Si scosse, poi sorrise. Si avvicinò al davanzale. Fuori, nel cortile, bambini correvano con stelline luminose, gli adulti infagottati guardavano. Nadia Semënovna rimase qualche minuto, poi attraversò la cucina buia e andò in salotto. Accese la tv: in onda lo show di Capodanno. Presentatori che sorridono, cantanti che intonano melodie note. Si sedette sulla poltrona col cellulare in mano. Pensò e scrisse un messaggio: “Buon anno. Qui va tutto bene.” Un altro alla vicina di sopra: “Se serve, sono in casa.” Le risposte arriveranno dopo. La figlia dirà che chiamerà a mezzanotte. La vicina di sopra scrive solo: “Grazie”. Nadia posò il telefono, si lasciò andare sullo schienale. Dalle pareti si sentiva brindisi e risate. In casa sua regnava il silenzio, ma non sembrava più vuoto. Chiuse gli occhi, ascoltò la casa, il rumore dei botti lontani e il suo proprio respiro. Era stanca, ma meno sola di prima. E questa sensazione, minuta e ostinata, le sembrava la cosa più giusta per concludere l’anno.