Una telefonata inaspettata: “Pronto, è il signor Paolo Ivanovich?” – una voce fredda e formale risuo…

Chiamata sbagliata

Signor Paolo Ivanovich? la voce al telefono era fredda e formale.
Sì, sono io. Ma con chi parlo?
Sono la direttrice della Casa dei Bambini di Milano. Tra una settimana sua figlia compie tre anni, e dovremo spostarla in un altro istituto. È sicuro che non la verrà a prendere?
Aspetti un attimo, che bambina? Quale figlia? Io ho un figlio, Vasco bofonchio sconvolto.
Natascia Paolina Semenichini. È sua figlia, giusto?
No, assolutamente, non è mia figlia. Sono Vasari. Paolo Ivanovich Vasari.
Mi scusi rispose la voce stanca dev’esserci stato un qualche errore nei dati.
Il segnale di occupato che risuonò subito dopo mi martellava nelle orecchie come una campana a morto.
“Che assurdità!” mi irritavo. “Una figlia, una bambina… ma cosa combinano con i documenti lì dentro?”
Eppure la telefonata mi rimase conficcata nella mente come una scheggia. Non riuscivo a smettere di pensare a quei bambini senza casa, senza una mamma calorosa, senza un papà premuroso o una nonna che si prende cura di loro. Vasco aveva una famiglia al completo, anche zii e zie da entrambi i lati
Laura, mia moglie, si accorse subito della mia agitazione. Com’era possibile nascondere qualcosa a lei, compagna di una vita, insieme ormai da dieci anni, ci conosciamo sin dalla scuola elementare!
Aspettò la cena per affrontarmi.
Come si chiamava? mi chiese diretta.
Chi? risposi confuso (come ha fatto a capire? Che, anche a lei hanno chiamato?)
Natascia dico Natascina.
Ah, Natascina insomma. Io sono Laura, e lei invece è Natascina?! alzò la voce.
Sì ripeto Natascia Paolina Semenichini.
Dimmelo pure il numero della sua carta d’identità! sbottò Laura.
Ma non ha documenti! Che le servirebbero? Una bambina così
Una rifugiata? chiese Laura abbassando appena la voce.
Ma chi sarebbe la rifugiata? ormai stavo perdendo il filo.
La tua Natascia! Magari vuole la residenza, eh? Dillo, briccone!
Ma che dovrei dire? ero talmente frastornato da dimenticare anche il cibo.
E lì, Laura scoppiò a piangere. Non di pianto teatrale, ma con lacrime dure che scendevano sul grembiule.
Domani vado da mia madre. E sappi che Vasco non te lo lascio disse tra i singhiozzi.
Laura, ma che ti prende? Cosa stai dicendo? Perché da tua madre?
E tu pensavi davvero che io restassi qui a farti da serva con la tua Natascia!? urlò.
Solo allora iniziai a rendermi conto dellassurdità della situazione. Le presi le spalle, la feci sedere sul divanetto della cucina e le raccontai ogni dettaglio della telefonata del mattino.
Adesso era lei a piangere per la povera bambina. Già, le donne hanno un sacco di lacrime e le versano in quantità. E io, le lacrime di Laura, non le sopporto, mi mettono paura.
Persi l’appetito, mangiai solo qualche boccone.
…Mi svegliai di notte con Laura che frugava nel mio telefono! In dieci anni, mai era successo quindi non aveva creduto a una parola, e cercava prove di qualche flirt.
Mi sentii male per questa mancanza di fiducia.
Mentre fingevo di dormire, la sentii dire piano: Paolo, Paolo e mi spinse leggermente.
Feci finta di destarmi.
Paolo, è questo il numero da cui ti hanno chiamato? Quello fisso?
Sì risposi meccanicamente è lui.
Bene, dormi… e uscì portandosi dietro il telefono.
Facile a dirsi, dormire! Poco dopo la sentii accendere il computer. Dopo un po, la raggiunsi in salotto.
Laura era immersa sullo schermo, nemmeno si accorse che le ero alle spalle. Aveva digitato: Casa dei Bambini Milano.
Il computer restituì tutto: sito ufficiale, indirizzo, numero di telefono, persino una foto del palazzo. Poi Laura controllò lo schermo del mio telefono.
Paolo, corrisponde!
Cosa?
Il numero! È proprio la Casa dei Bambini!
Te lavevo detto! Quindi mi stavi controllando?
Lei si girò sulla sedia.
Non ti controllavo, stavo solo verificando.
E perché?
Paolo, questa casa è qui vicino, disse assorta . Perché hanno il tuo numero, se non c’entri niente?
Non ci avevo pensato. Sì, perché? Forse sarebbe meglio andare a vedere di persona!
Anche io non riuscii quasi a dormire. E proprio prima di addormentarmi, Laura di nuovo mi punzecchiò.
Paolo, sei sicuro che non ci sia stato nulla con nessuna? Magari una volta, per caso… Magari con la tua prima ragazza. Lhai rivista dopo anni, vecchi sentimenti… È possibile che hai avuto una figlia e non lo sapevi? Eh, Paolo?
Laura, che stai dicendo? Da quando alle elementari mi sono seduto con te, sono sempre stato con te, cioè anche ora, insomma! E ricorda, quattro anni fa Vasco aveva appena tre anni, stava sempre male, tu eri già rientrata al lavoro, chi si occupava di lui? Io! Sono passato in smart working, ricordi? Sciroppi, medicine, pediatri! Altro che amanti, non avevo nemmeno la forza di reggermi in piedi!
Non ho mai avuto nessunaltra, e mai ci sarà.
E allora perché hanno il tuo numero? insisteva infatti Laura.
Anche a me la cosa non dava pace. In testa feci la lista di tutte le donne che avrebbero potuto combinare un simile scherzo, ma nessuna era plausibile: chi si era sistemata, chi viveva allestero da anni.
Ma visto che la vita spesso ci sorprende, decisi che il mattino dopo sarei andato di persona alla Casa dei Bambini.
Arrivammo presto, ma cera già un visitatore davanti a noi: un omino biondo dallaria trasandata nonostante i vestiti puliti; stringeva delle carte con le mani tremolanti, forse di nervosismo o magari della sera prima.
Tocca a me dopo disse con voce roca.
Quasi subito fu chiamato allinterno dell’ufficio della direttrice. Per un quarto dora, si sentì una voce calma interrotta a volte dal suo borbottio grave.
Quando lomino, spettinato e senza più carte, se ne andò, ci fecero entrare.
Buongiorno una signora bruna di mezza età, in piedi vicino alla finestra, si mordeva la montatura degli occhiali. In cosa posso aiutarvi?
Riguardo ieri balbettai per sdrammatizzare.
La donna si sedette.
Guardi, non ho tempo per indovinelli. Dica chiaramente qual è il problema.
Le ricordai la chiamata di ieri (riconoscevo la voce.)
Ah la donna sorrise stanca Mi scusi, è stato un errore. Era una chiamata destinata a un altro.
Come un altro, se avevate il mio numero? Da dove lavete preso?
Vede, signor Paolo Ivanovich, ho sbagliato un numero. Dovevo fare il 927, invece ho composto 937. Il fatto che anche lei si chiami Paolo Ivanovich è solo una coincidenza. Può capitare
Lui, tra laltro, è passato proprio prima di voi.
Chi? chiesi, sapendo già la risposta.
Paolo Ivanovich Semenichini, il padre della bambina.
Mi scusi ancora, vi saluto, cè tanto lavoro da fare.
Lessi sulla targhetta: Teresina Seminara, Direttrice.
Anche Laura la lesse, perché chiese:
Signora Teresina, quel Paolo Ivanovich… si riprenderà la bambina?
La direttrice ci guardò, rimise la sedia a posto e sospirò.
No, non la prenderà. La madre di Natascia è morta, e lui ha ben sette figli da donne diverse. In tre anni è venuto qui solo due volte, e solo perché obbligato. Natascina non gli interessa. Avete altre domande? Allora arrivederci.
Ancora scossi, uscimmo dalledificio.
Gli altri bambini erano fuori: qualcuno dondolava, qualcuno scivolava dalla giostra, due maschietti giocavano alle macchinine su una panchina.
Li guardavo e mi colpiva un particolare: cera una strana quiete. Se portavamo Vasco al parco, cerano sempre urla, risate, chiasso. Qui, invece, i bimbi parlottavano piano, senza ridere o gridare. Erano come piccoli vecchietti. Erano diventati adulti subito, il loro tempo di bambini rubato.
Avevano vissuto sopravvivendo: alcuni tra freddo, altri tra fame, senza giochi, senza vestiti, senza adulti attenti; spesso anche con adulti crudeli.
Mi voltai verso Laura, i suoi occhi pieni di lacrime. Ancora, queste lacrime!
Camminando piano verso il cancello, la quiete fu rotta da una voce: Mamma!.
Tutti i bambini si girarono. Una bimba con un buffo cappello col pompon ci corse incontro a braccia aperte, urlando: Mamma! Mamma! Sono qui!
Si aggrappò alle gambe di Laura, e da lì salì il pianto, disperato, che commosse anche me.
Natascia, Natascina! uneducatrice, correndo, cercò di prenderla in braccio. Ma la piccola si teneva stretta a Laura finché, con una cioccolata, riuscì a staccarla. Noi, quasi di corsa, lasciammo la Casa dei Bambini.
In macchina nessuno di noi parlava. Laura tremava, e anche io. Le mani mi tremavano ancora, così accostai per calmarmi.
Laura guardò fuori e mi indicò col capo un negozio lì vicino.
Quasi senza scambiarci una parola, uscimmo e, mano nella mano, entrammo nel Mondo dei Bambini.
A comprare una bambola e un vestitino rosa.
La nostra figlia Natascia sarà la più elegante!
Quella sera ho capito davvero quanto sia facile che una telefonata casuale possa scoperchiare emozioni che credevi sopite e svelare il valore delicato delle persone che ami. Bisogna proteggerle, sempre.

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Una telefonata inaspettata: “Pronto, è il signor Paolo Ivanovich?” – una voce fredda e formale risuo…
Mamma single cacciata dal colloquio a causa del figlio. Un attimo prima di uscire, entra il miliardario…