Galina è stata l’amante per anni. Non le è mai andata bene con il matrimonio: rimasta single fino ai…

Giulia era stata lamante di qualcuno. Non aveva avuto fortuna con il matrimonio. Aveva passato la giovinezza da sola fino ai trentanni, poi si era finalmente decisa a trovare un uomo. Allinizio non sapeva che Paolo fosse sposato, ma poi lui stesso aveva smesso di nasconderlo, quando aveva capito che lei si era affezionata davvero e si era innamorata. Ma Giulia non aveva mai fatto una sola accusa a Paolo. Anzi, se la prendeva solo con sé stessa per quella storia e per la propria debolezza. Si sentiva in difetto, come se fosse colpa sua non aver trovato un fidanzato per tempo, mentre gli anni correvano via.

Eppure non era una ragazza sgradevole: non una bellezza da copertina, ma graziosa, con qualche chilo in più che le dava unaria più matura. La relazione con Paolo non portava da nessuna parte. Non voleva restare il ruolo dellamante, ma lasciarlo le sembrava impossibile. Aveva paura di restare sola.

Un giorno, allimprovviso, il cugino Massimo arrivò a casa sua. Era di passaggio a Firenze per lavoro e aveva pensato bene di fermarsi a salutare la cugina, visto che non si vedevano da tempo. Pranzarono insieme in cucina, parlando come ai vecchi tempi, della loro infanzia e della vita di adesso. Giulia raccontò a Massimo tutta la sua situazione sentimentale. Disse ogni cosa, e si lasciò andare persino a qualche lacrima.

Proprio mentre erano lì, la vicina di casa bussò per invitare Giulia a vedere gli ultimi acquisti che aveva fatto. Giulia uscì per una ventina di minuti. Fu proprio in quel momento che qualcuno suonò al campanello. Massimo, pensando fosse la cugina che tornava, andò ad aprire tanto la porta non era chiusa a chiave.

Alla porta trovò Paolo. Bastò uno sguardo per far capire a Massimo che quello doveva essere lamante di Giulia. Paolo rimase confuso vedendo in casa un uomo alto, vestito con la tuta e la canottiera, che mangiava un panino con il salame.

Giulia è in casa? fu lunica cosa che riuscì a chiedere Paolo.

Giulia è in bagno, rispose subito Massimo.

E lei chi sarebbe per Giulia? bofonchiò Paolo, ancora più spiazzato.

Suo compagno. Conviviamo, almeno per adesso… E lei, scusi, cosa ci fa qui? Massimo si avvicinò e lo afferrò per la maglietta. Non sarà mica quel tipo sposato di cui mi ha parlato Giulia? Ascolta bene: se ti vedo di nuovo da queste parti, ti do io due calci giù per le scale, hai capito?

Paolo si liberò dalla presa e se la diede a gambe, scendendo di corsa le scale.

Poco dopo Giulia tornò a casa. Massimo le raccontò della visita dellamico.

Coshai combinato? Ma chi te lo ha chiesto! scoppiò a piangere Giulia. Adesso non tornerà più.

Si sedette sul divano e si coprì il viso con le mani.

Appunto, meglio così. Basta lamenti adesso. Conosco io uno adatto a te. È vedovo, vive nel nostro paese. Da quando la moglie non cè più, tutte lo cercano, ma lui non vuole saperne. Vuole stare tranquillo. Ecco, dopo il lavoro ripasso e ti porto con me in paese. Vi presento.

Ma come? rispose stupita Giulia. Non posso andare da uno sconosciuto così! Non ci penso nemmeno… È indecoroso…

Indecoroso era stare con un uomo sposato, non conoscere una persona libera! E poi nessuno ti butta in braccio a nessuno. Andiamo, su, che tra laltro domenica è il compleanno di mia moglie Lucia.

Qualche giorno dopo, Giulia e Massimo erano già in paese, vicino a Siena. Lucia, la moglie di Massimo, aveva preparato una bella tavolata nel giardino dietro la casa. Vicini, amici e lamico vedovo di Massimo, Alessandro, erano lì tutti per la festa di famiglia. Giulia lo vedeva per la prima volta, mentre per gli altri era già una di casa.

Dopo una piacevole serata insieme, Giulia rientrò a Firenze. Pensò tra sé che Alessandro era davvero una persona silenziosa e riservata. Soffre ancora per la moglie, poveruomo rifletteva tra sé. Non se ne trovano più di uomini così sensibili.

Passò una settimana. Era domenica e il campanello suonò. Giulia non aspettava nessuno. Aprì la porta e rimase senza parole: Alessandro era lì, con una busta in mano.

Posso…? disse timido. Passavo di qui per il mercato e per fare un po di spese. Ora che ci conosciamo, ho pensato di fare visita… ammise balbettando la frase.

Giulia lo fece accomodare. Era stupita, ma lo invitò per un tè, cominciando a intuire che la sua visita non fosse poi così casuale.

E allora, ha trovato tutto quello che cercava al mercato? chiese Giulia.

Sì, la spesa è rimasta in macchina. Questo invece è per te. Alessandro tirò fuori un piccolo mazzo di tulipani dalla busta e lo porse a Giulia.

Lei prese i fiori e un sorriso le illuminò il volto. Si sedettero in cucina a bere il tè, parlarono del tempo e dei prezzi crescenti al mercato. Finito il tè, Alessandro ringraziò con educazione e si preparò a uscire. Nel corridoio si mise la giacca, allacciò le scarpe con aria distratta. Poi, già sulla soglia, si voltò allimprovviso verso Giulia:

Se vado via adesso senza dirtelo, non mi perdonerò. Giulia, ho pensato tutto il tempo a te questa settimana. Solo a te, giuro. Non vedevo lora arrivasse la domenica per venire. Lindirizzo me lha dato Massimo…

Giulia arrossì e abbassò lo sguardo.

Ci conosciamo così poco… sussurrò.

Non conta. Conta solo che se non ti sono antipatico… Possiamo darci del tu? Lo so, non sono un granché. E poi ho anche una bambina, ha otto anni. In questo momento è da mia madre.

Alessandro era chiaramente nervoso, le mani tremavano leggermente.

Avere una figlia è bellissimo. È una fortuna, disse Giulia sognante. Ho sempre desiderato una bambina.

Alessandro, rincuorato, le prese le mani e, avvicinandola dolcemente, la baciò.

Dopo il bacio, Alessandro la guardò negli occhi. Lei aveva le lacrime che brillavano sulle ciglia.

Ti sono sgradito? chiese lui, esitante.

No, per niente. Non me lo aspettavo neanche io… È dolce, è sereno. E finalmente nulla da nascondere…

Da quel giorno cominciarono a vedersi ogni fine settimana. Dopo due mesi, Giulia e Alessandro si sposarono e andarono a vivere in paese. Giulia trovò lavoro allasilo nido e dopo un anno nacque loro una figlia. Così, le due bambine crebbero insieme, entrambe amate come se fossero sorelle. Laffetto e la tenerezza non mancavano mai per nessuna. Col passare degli anni, Giulia e Alessandro si sentivano sempre più felici, il loro amore maturava come un buon vino rosso.

Massimo, durante le cene di famiglia, spesso faceva locchiolino a Giulia:

Allora, Giulia, che ne pensi del marito che ti ho trovato? Diventi sempre più bella! Fidati di tuo cugino, che per te vuole solo il meglio!

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

4 × 3 =

Galina è stata l’amante per anni. Non le è mai andata bene con il matrimonio: rimasta single fino ai…
Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene — Dasha, perché ti sei chiusa dentro? — lui sorrideva, ma nei suoi occhi c’era un’ombra d’inquietudine. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli scivolò via dal volto. — Perché ho imparato la lezione. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. Dasha ha quarantasei anni, il suo “Romeo” ne ha cinquantuno. Sembrava la differenza perfetta: entrambi adulti, cresciuti, senza più illusioni. Dasha si è lasciata alle spalle un divorzio già archiviato, Romano due tragedie… Sembravano una coppia perfetta. Romano la elogiava sempre: — Che profumo delizioso, — diceva assaggiando la torta. — Sei una maga, Dasha. — È solo una semplice torta di mele, — si schermiva lei arrossendo. — Mangia finché è calda. L’unica cosa che infastidiva Dasha del suo convivente era la sua abitudine di parlare sempre del passato. — Sai che anche a Lucia cucinavo tanto. Nei weekend. Le facevo le crêpes. E lei mi diceva che sprecavo la farina. Immagina? “Romano, — mi faceva, — rovini solo il cibo”, e poi, quando abbiamo divorziato, si è tenuta persino tutte le padelle. Ha detto: “È un regalo di mia madre, non lo toccare”. — Che taccagna, — scuoteva la testa Dasha. — Litigare per delle padelle… — Eh, magari solo per le padelle! — rise amaramente Romano. — Si è presa tutto quanto. Si è intestata la casa mentre io ero in trasferta per portare soldi alla famiglia. Ha dato l’auto a nostro figlio, che ha appena compiuto diciotto anni e non ha nemmeno la patente. Sono uscito di casa con una borsa da palestra. Letteralmente. Solo mutande, calzini e uno spazzolino da denti. In quei momenti Dasha lo compativa molto. Com’è possibile? Vivere anni con una persona e poi buttarlo fuori come un cane randagio. — E la seconda? — gli aveva chiesto piano, anche se conosceva già la storia. — Con la seconda abbiamo capito subito che non era cosa. Quattro anni persi. Anche lì… La suocera si è messa in mezzo. Abbiamo dovuto dividere i beni, anche se non c’era niente da spartire, solo debiti e un figlio. Ho lasciato tutto. Non faccio causa a una donna. Non sono così. Sono un uomo, mi rifaccio. “Un uomo”, — pensava Dasha con rispetto. Nobile. Un altro si sarebbe attaccato a ogni forchetta, lui invece se n’è andato a testa alta! — Io ho una casa grande, c’è posto, — gli aveva detto lei all’inizio della loro relazione, tre mesi fa. — E ho anche la casa in campagna. Lì servono mani forti. — Dasha, mi sento a disagio, — abbassò lo sguardo Romano. — Non sono mica un parassita. Cerco lavoro, appena mi sistemo… — Non dire sciocchezze. In due è più facile. Alla fine lui si trasferì davvero. Di roba ne aveva poca: una valigia vecchia, un paio di abiti vissuti e il portatile. Dasha l’aveva circondato di attenzioni. Voleva scaldarlo, fargli capire che non tutte le donne sono delle iene. *** Il primo campanello d’allarme arrivò dopo un mese di convivenza. Una sciocchezza, ma… Romano disse che doveva andare a comprare delle cerniere per l’armadio in ingresso — lo sportello era penzolante. — Faccio in fretta, — urlò dal corridoio. — Vado e torno. Tornò dopo quattro ore. Le cerniere non le aveva. — Puoi crederci? Chiusi! — raccontava indignato, togliendosi le scarpe. — C’era l’inventario o qualcosa del genere. Ho girato tutta la città, non ho trovato la misura giusta. Dasha fu sorpresa: — Allo “BricoMaster” inventario? Di sabato? Sono sempre aperti! — Appunto! Che casino. Sulla porta c’era un cartello. — Strano, — Dasha scrollò le spalle. — Vabbè, le prendiamo un’altra volta. Quella sera, uscendo per buttare la spazzatura, Dasha incontrò la vicina, la signora Valentina. Portava una busta gigante di materiali proprio dallo “BricoMaster”. — Dev’essere pesante, eh? — le tenne la porta Dasha. — Eh, non dirlo a me! Ma almeno oggi ci sono gli sconti, una folla! Ci ho messo una vita a pagare in cassa. Dasha rimase di pietra. — In che senso c’era la folla? Non era chiuso per inventario? La signora la guardò come una marziana: — Quale inventario? Sono aperti, sempre. Eh! Ci sono stata un’ora fa. Dasha rincasò col cuore in gola. Perché aveva mentito? Se fosse andato da un amico, a prendere un caffè, a farsi un giro, poteva dirlo! Perché inventarsi un negozio chiuso? Romano era davanti alla TV, a cambiare canale. — Romano, — tentò di restare calma. — Ho incontrato la vicina. Viene proprio dal Brico, dice che è tutto aperto. Romano nemmeno si girò. Volto impassibile. — Eh? Allora hanno riaperto. Quando sono passato io c’era scritto “Pausa tecnica 15 minuti”. Ho aspettato mezz’ora, non aprivano. Sono andato al mercato, anche lì niente. — Hai detto “inventario”. E che hai girato tutta la città. Finalmente si voltò. Sguardo sinceramente sorpreso. — Dasha, perché ti attacchi alle parole? Inventario, pausa — che importa? Non l’ho trovato, pazienza. Domani lo prendo. Che sarà mai? Dasha si sentì in colpa. In fondo perché andare a fondo? Avrà sbagliato, confuso… Gli uomini non badano ai dettagli… La settimana dopo la scena si ripeté. Romano disse che l’aveva chiamato il vecchio capo per un colloquio. — Azienda seria, Dasha! Stipendio top. Se mi prendono, altro che vacanze… Ti compro una pelliccia. La sera tornò imbronciato. — Com’è andata? — lo accolse Dasha. — Lascia stare! Una fregatura. Promettono oro e danno due spicci e turni da schiavi. Gli ho detto: trovatevi qualcun altro! — Peccato, — sospirò lei. — Troverai altro. Era Ivan Petrovič a chiamare? — Quale Ivan Petrovič? — Romano si rabbuiò. — Il tuo ex capo, no? L’avevi detto tu. — Ah sì… No, era Sergio, il vicedirettore. Con lui ho sempre avuto un buon rapporto. Ivan Petrovič è già in pensione da un pezzo, — abbassò subito lo sguardo andando a lavarsi le mani. Eppure Dasha ricordava benissimo: tre giorni prima lui le aveva raccontato che Ivan Petrovič l’aveva salutato di persona quando si era licenziato, promettendo di richiamarlo. “Forse sono io a ricordare male?”, pensò. La sera, quando Romano si addormentò, il telefono sul comodino trillò. Dasha non era tipo da controllare il cellulare degli altri — le sembrava indegno. Ma lo schermo si illuminò con un messaggio in bella vista: “Amore, quando mi restituisci i soldi? È passato un mese. Non si fa così, ignorarmi” Numero non salvato. *** A colazione Dasha chiese: — Romano, hai ricevuto un sms questa notte. Qualcuno vuole indietro dei soldi. Romano si strozzò col panino. Si fece rosso in volto. — Avranno sbagliato persona. Sarà spam. Ormai i truffatori sono dappertutto… — Ma ti ha chiamato “amore”. Lui scoppiò a ridere, ma con un tono forzato. — Ancora meglio la truffa! Sanno come accalappiare i clienti. Non pensarci, Dasha. Afferrò il telefono e velocemente cancellò qualcosa con mani nervose. — Senti, — cambiò subito discorso. — A proposito. Mia figlia del primo matrimonio, Caterina, ha dei problemi. Il nipotino è malato, servono medicine costose. Mi ha chiamato in lacrime. Come faccio a dirle di no? È sangue del mio sangue. — Certo, — si irrigidì Dasha. — E quanto ti serve? — Quindicimila euro. Non so a chi chiedere. Mi puoi aiutare? Appena trovo lavoro te li restituisco, fino all’ultimo centesimo. Dasha lo fissò. — Quindicimila… e che malattia ha? — Be’, una… forte allergia. Aveva edema di Quincke, ora fa riabilitazione. — Capisco. Si alzò, prese i soldi dal comò. — Tieni. — Grazie, tesoro! — Romano si gettò ad abbracciarla, la baciò sulla guancia. — Sei d’oro. Caterina ti sarà grata a vita. Quella giornata, però, Dasha non riuscì a scrollarsi di dosso un senso di disgusto. Non per i soldi. I soldi vanno e vengono. Era la sensazione, sotto la pelle, che Romano la stesse prendendo in giro. Le venne in mente che Romano aveva lasciato il suo vecchio tablet in carica in salotto. Usava solo il cellulare, quasi mai il tablet. Dasha conosceva il codice: quattro uno. Gliel’aveva detto lui stesso, tempo prima. Apre i social, va a vedere i messaggi. Trova subito la chat con Ekaterina Romanova. La figlia. Messaggi brevissimi: “Papà, salve. Quando ci restituisci gli alimenti arretrati? Mamma dice che passerà agli avvocati. Non abbiamo da mangiare, e tu racconti sempre bugie!” Data: ieri. Risposta di Romano: “Cate, abbi pazienza. Sto spillando soldi a una credulona, appena riesco ti sistemo. Non stressarmi.” Dasha crollò sul divano: le gambe di gelatina. Una credulona… Lei. Era lei la credulona. Scorre ancora avanti. Chat con certa Tania. “Amore, dove sei? Ti aspetto. Hai promesso oggi di portare i soldi” Risposta di Romano: “Arrivo, piccola. Ho appena spillato un po’ di grana alla mia gallina con la scusa del nipote. Dieci minuti e sono da te” Dasha lasciò giù il tablet. Non le tremavano le mani. Era calma come il ghiaccio. Tutto era chiaro. Le “ex malvagie” che lo avevano rovinato. I “matrimoni sfortunati”… Non erano streghe. Erano donne normali che, probabilmente, non ne potevano più delle sue bugie. L’unica vera sanguisuga era lui. Raccolse sacchi neri della spazzatura e svuotò tutto: valige, vestiti, giacche, camicie. Il suo spazzolino, il rasoio, i caricabatterie: tutto davanti alla porta. E cambiò la serratura. Aveva imparato, negli anni, a fare tutto da sola. *** Romano tornò dopo tre ore, provò ad aprire. Niente. Suona al citofono. Dasha aprì, con la catena inserita. — Dasha, perché ti sei chiusa? E la serratura non va… — sorrideva, ma negli occhi, stavolta, c’era paura. — Ho cambiato la serratura, Romano. — Perché? — il sorriso gli si spense. — Perché la credulona ha capito chi sei. Le tue cose sono davanti all’ascensore. Prendile e vattene. — Ma che dici? Quale credulona? — Quella che spacchi per soldi. Prendi la roba e vattene. — Stai male? Chi ti ha messo in testa queste stupidaggini? Sono stato da mia figlia a portare le medicine! — Ho letto le chat. Con Caterina. Con Tania. Lui si bloccò. Per un attimo paura negli occhi, poi rabbia. — Ah! Ti sei messa a ficcare il naso nel mio tablet? Che diritto credi di avere? È la mia privacy! — La mia privacy è la mia casa. Il mio portafoglio. Tu sei solo un bugiardo e un ladro. — Ma va’ al diavolo! — urlò. — Non mi servi, vecchia gallina! Ho vissuto con te per pietà! Pensavo almeno cucinassi bene, invece pure il brodo è immangiabile! — Prendi la roba, Romano. E considera i quindicimila euro un compenso per la tua recita. È anche poco. Lui disse ancora qualcosa, ma Dasha chiuse la porta in faccia a Romano. Lei entrò in cucina. Sul tavolo la sua tazza, il tè ormai freddo con il fondo sporco. Dasha svuotò la tazza nel lavandino. La buttò nel sacco. Seguita dal piatto preferito di Romano. Il telefono squillò: era il suo ex marito. “Ciao! Nostra figlia dice che perde acqua il rubinetto in campagna. Sabato passo di lì, vuoi che lo riparo? Vieni anche tu?” Dasha sorrise. “Certo. Fermati, ti preparo la torta di mele. Sto bene, davvero. Più di quanto pensavo.” * * * L’alfiere tornò a infastidirla, per settimane. Ogni sera saliva sotto casa: piangeva, implorava, oppure urlava insulti e prendeva a calci la porta. Denunciò tutto alla polizia — e Romano smise di tormentarla. A Dasha non serviva altro. Solo silenzio, pace e… la libertà.