«Ma che state facendo? Questa è casa mia! Io e vostro figlio abbiamo divorziato tre anni fa!» — urlò…

«Cosa state facendo? Questa è casa mia! Io e vostro figlio ci siamo separati tre anni fa!» urlò Eleonora appena vide lex suocera arrivare con un fabbro, intenta a forzare la porta del suo appartamento.

Eleonora aveva divorziato dal marito, un uomo duro di Roma, quasi tre anni prima. Per anni lui e sua madre le avevano reso la vita un inferno: la suocera si impossessava della sua busta paga, la controllava in ogni passo, mentre il marito passava le notti a bere vino e giocare a carte in cucina con gli amici, per poi provocare scenate che finivano sempre in lacrime. In dieci anni di matrimonio aveva perso la salute, era ingrassata dal nervosismo e viveva nellansia.

Un mattino, guardandosi allo specchio e vedendo il viso stravolto, aveva capito che se non avesse lasciato quella gente, lavrebbero distrutta. Il divorzio era stato pesante: urla, minacce e il tentativo del marito di non lasciare lappartamento. Lui rifiutava di andarsene, pretendeva la sua parte, ma solo dopo lintervento dei carabinieri Eleonora era riuscita a liberarsene.

Quella sera stava tornando dal lavoro, e salendo le scale verso il suo piano, si trovò davanti una scena agghiacciante: davanti alla porta cerano lex suocera e un fabbro in tuta blu che armeggiava con la serratura. La suocera lo incitava a sbrigarsi. Eleonora rimase pietrificata prima di urlare:

Ma cosa state facendo?!

La suocera non si voltò nemmeno:

Siamo venute io e mio nipote a prendere ciò che ci spetta.

Ma siete impazzite? Io e vostro figlio abbiamo divorziato tre anni fa! Questo è il mio appartamento!

Metà di questa casa appartiene ancora a mio figlio, rispose gelida la donna.

Eleonora restava nel corridoio, a fatica trattenendo il respiro, incredula che lex suocera stesse cercando davvero di scassinare la sua porta. Ma quello che successe subito dopo le fece gelare il sangue.

La suocera si avvicinò al fabbro e, sottovoce: «Sbrigati, non deve vedere cosa cè dentro». Quelle parole la trafissero. Cosa significava che non doveva vedere? Eleonora si fece avanti distinto, scorgendo sullo zerbino tracce di sporco.

Era chiaro che la porta non veniva forzata per la prima volta. Il cuore le cadde in petto. Gridò, disperata: «Siete già entrati a casa mia?!» La suocera impallidì, ma si limitò a sogghignare: «Ne abbiamo il diritto».

Eleonora allontanò la suocera con una spinta e spalancò la porta. Quello che vide allinterno la fece urlare dorrore.

In salotto erano seduti il suo ex marito e una ragazza giovane, la sua amante. Stavano lì come se fossero a casa loro: le loro cose sparse in giro, buste della spesa, le scarpe allingresso. Luomo, vedendola entrare, sorrise cinicamente:

E allora? Metà è mia. Ora mamma cambia le serrature, tu vai pure via. Noi vivremo qui.

Le gambe le tremavano, ma si fece forza. Senza dire una parola, prese il telefono e chiamò subito la polizia. Poco dopo, arrivarono i carabinieri.

Eleonora mostrò tutti i documenti: latto di proprietà, la sentenza del tribunale sul divorzio e lordine di allontanamento del suo ex. Gli agenti ascoltarono entrambe le parti, poi uno dei carabinieri si rivolse alluomo:

Signore, ha fatto irruzione in una proprietà altrui. Deve seguirci in caserma.

Lex cominciò a protestare, la suocera agitava le mani indignata, ma non servì a nulla. Il marito fu portato via di peso, il fabbro minacciato di denuncia, e la suocera, pallida, rimase seduta sulla sedia sussurrando: «Pensavamo che ne avesse diritto»Quando finalmente la porta si richiuse dietro ai carabinieri e ai due intrusi, Eleonora scoppiò a piangere. Un pianto liberatorio, fatto di rabbia e sollievo misti. Si aggirò per il salotto, guardando lordine devastato: le loro cose buttate ovunque, lodore estraneo che aleggiava fra le sue mura.

Prese fiato, raccolse i pochi oggetti rimasti suoi, e iniziò a ripristinare il suo spazio centimetro dopo centimetro, a ricostruire il confine invisibile tra la paura e la pace. Quella notte dormì poco, ma, stesa sul divano con le finestre aperte, sentì finalmente il silenzio pulito della libertà.

La mattina dopo, tra le dita stringeva la nuova chiave che il fabbroquesta volta chiamato da leile aveva consegnato. Uscì di casa, e sulla porta attaccò un cartello semplice: Vietato entrare. Casa mia, vita mia. Poi, col cuore più leggero, si avviò incontro a una giornata nuova, con la certezza di non essere più prigioniera di nessuno. E, per la prima volta da anni, si accorse che sul suo volto cera un sorriso sincero.

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