La nuora ha detto che in campagna non avrebbe mai lavorato, ma quando è arrivato il raccolto voleva portarsi via tutto

Oh, Maria Concetta, ma davvero ci ricaschiamo? Lavevamo già detto chiaro e tondo: la casa al lago devessere un rifugio, un luogo di pace dove rigenerarsi, non una galera sotto il sole. Io qui vengo a respirare, mica a spezzarmi la schiena sulle parcelle! Mi sono appena fatta la manicure, per giunta mi tira la schiena dallufficio. Non passo la settimana a fissare monitor per poi passare il weekend a zappare terra.

Carlotta scosse i capelli sotto la grande cappella di paglia, nascondendosi dietro grossi occhiali scuri, e si adagiò ancora meglio sulla sdraio oscillante in giardino. In una mano teneva un bicchiere alto con ghiaccio e limonata, nellaltra il telefono. Nemmeno uno sguardo alla suocera, che stava lì a centro orto, sudata, appoggiata a una zappa, il fazzoletto legato in fronte madido.

Maria Concetta sospirò, stanca. Il sole dinizio maggio picchiava come non mai, la terra assetata chiedeva acqua e cura. Lerba infestante invadeva i filari di carote e bietole, sfrontata tra le pianticelle giovani. Poco più in là, su un altro pezzetto, trafficava suo marito, Giuseppe, muovendo la schiena a fatica mentre sbuffava piano. Aveva superato i settantanni, santi e stanchezze, ma continuava, zitto, perché sapeva che la terra è fedele solo con chi la onora.

Carlottina, non ti sto certo chiedendo di arare tutta la Lombardia, cercò di dirle Maria Concetta, tenendo a freno il fastidio che si faceva strada. Almeno un po di fragole potresti toglierle dallerba. Venti minuti, giusto due ciuffi. Guarda cosa cresce! E cosí, quando verrà Marco, trova una bella fragolina pulita da mangiare, sarebbe contento.

Marco le fragole se le prende al mercato, se proprio gli va, ribatté Carlotta svogliata, gli occhi sempre fissi sullo schermetto. Tutto lanno ormai ci sono fragole, more, anche meloni a dicembre, nei supermercati. Che senso ha scassarsi? Maria Concetta, è roba da nonni, questossessione dei campi. Non conviene proprio. Se fai conto di benzina, concime, medicine per il mal di schiena, sta carota te costa come loro!

Non era la prima volta che quella conversazione si ripeteva, anzi: da quando Marco unico figlio di Maria Concetta e Giuseppe aveva sposato Carlotta, la casa sul lago era diventata campo di battaglia. Vecchio contro nuovo, mani callose contro dita smaltate. I grandi erano cresciuti con il mito dellestate che sistema la tavola, che il proprio prodotto ha sempre più gusto e salute. Lei invece, milanese di nascita e mentalità, proprio non capiva cosa ci fosse da spaccarsi la schiena per combattere le lumache, quando bastava infilarsi al supermercato e prendere tutto già pulito e lavato.

In quel momento Marco era alla griglia, ai margini del prato; cercava come poteva di starsene fuori dai guai. I genitori gli facevano tenerezza, sempre chini a faticare. Ma evitava anche le tensioni con la moglie: Carlotta era capace di stare due giorni senza parlargli, col muso rigido come pietra, se solo lui le diceva di pestare una zolla. Meglio passare la zappa di nascosto, senza far storie; limportante era la pace. Ma Carlotta nemmeno questo digeriva: Siamo venuti a rilassarci, non a fare i braccianti dei tuoi!

Mamma, papà, lasciatela perdere, gridò Marco dal barbecue, girando le salsicce. Mangiamo insieme e poi stasera vi aiuto io con lacqua.

Annaffiare va bene, figliolo, annuì Giuseppe, Ma lerba non aspetta. Dai, Concetta, facciamo noi con calma. Basta aspettare aiuti.

Maria Concetta strinse le labbra ma tacque. Ricurva, prese a strappare le erbacce più forte. Non era la fatica a ferirla sul serio. Era essere trattata come la cameriera dellestate dei signorini. Quella casa, lavevano costruita sognando che diventasse rifugio dove tutti insieme fatica e riposo si mischiano, passando il testimone di stagione in stagione. Ma così, sembrava un villaggio vacanze a gestione familiare, con lei e Giuseppe nei panni della servitù.

I week-end scorrevano uguali. In giugno la casa si riempiva di calore e di grida: Marco e Carlotta arrivavano il venerdì sera con carrelli di carne marinata, bottiglie dAsti e qualche torta. Carlotta dormiva fino a mezzogiorno, poi usciva in giardino in bikini, stendeva il telo sul prato tosato (se ne occupava Giuseppe), e si metteva a prendere il sole. Marie Concetta nel frattempo sembrava il criceto sulla ruota: via di zappa, via di annaffiatoio, lotta con le lumache, due pentole sul fuoco per soddisfare la fame da aria buona di tutti.

Nemmeno in cucina Carlotta sgobbava:
Maria Concetta, quel tuo minestrone è un capolavoro. Neanche se mi sforzo ci arrivo, diceva mentre faceva il bis. E i tuoi tortini di cipolla… Miracolo, proprio. Sei Michelangelo in cucina.

Maria Concetta, che alle lodi era sensibile, si scioglieva. E tornava ai fornelli, sempre, mentre la nuora si girava pagina sul rotocalco in veranda.

Un giorno di luglio, con le more mature che quasi cadevano da sole, successe il patatrac. I cespugli ne erano carichi. Bisognava raccogliere in fretta o tutto finiva sotto terra. Maria Concetta quella mattina aveva la pressione alle stelle, la testa pesante.

Carlottina, chiese, Raccogli tu un po di more? È un peccato lasciarle lì. Così ci faccio la marmellata, vi regalo qualche vasetto dinverno.

Carlotta storse il naso guardando i rami pungenti.
Ma scherza? Sotto cè lortica e i moscerini mi divorano. Faccio un salto in paese, le prendo al supermercato se vuole.

Non voglio la marmellata del supermercato! sbottò Maria Concetta Là ci sono solo addensanti e sciroppi. Qui è tutto genuino. Possibile che non puoi dedicare mezzora?

Proprio no, tagliò corto Carlotta Io non sono venuta a fare la raccoglitrice. Vuoi la marmellata? Raccoglila. Io senza sto benissimo. Almeno salvo la linea.

Alla fine la raccolse Marco, di nascosto, mentre la moglie faceva la doccia. Tornò con le braccia piene di graffi e un secchiello colmo. Maria Concetta ebbe un moto di tenerezza, vedendo il figlio schiacciato tra due fronti. Trasformò i frutti in marmellata, mise in ordine le conserve, Che restino lì pensava linverno chiederà chi si è dato da fare.

Agosto portò abbondanza di pomodori. La serra, il suo vanto, era colma di frutti rossi, rosa, gialli. Ogni pomodoro una meraviglia, carnoso, dolce, profumato di sole. Poi i cetrioli, croccanti e pieni di nodosità, poi i peperoni. Il lavoro triplicò: bisognava conservare, sbollentare, impacchettare. La cucina diventò un laboratorio: vasi sterilizzati, spezie, profumo di basilico dappertutto.

Quella domenica Carlotta girava intorno al tavolo dove raffreddavano le conserve.
Che profumo! Sottaceti, quelli sì che mi piacciono. Marco li adora. Ma hai fatto anche i peperoni sottolio? Quelli dellanno scorso erano da urlo, ci siamo finiti il vaso in un giorno.

Certo, rispose secca Maria Concetta, girando un tappo con le mani tremanti dalla stanchezza.

Ottimo, fece Carlotta. Ci serve una bella scorta. In negozio cè troppo aceto, è roba immangiabile. Invece tu hai la ricetta perfetta.

Maria Concetta tacque. Si scambiò uno sguardo stanco con Giuseppe, che pelava le cipolle in un angolo. Pure lui aveva colto tutto: deresponsabilizzazione, presa come un supermercato gratuito.

Settembre, tempo delle patate, la fatica più nera. Scavare, raccogliere, asciugare, selezionare, portare in cantina. Maria Concetta sperava almeno in questoccasione di lavorare insieme ai giovani: le piante erano tante, seminate pensando a due famiglie.

Ma il venerdì Marco chiamò con voce titubante:
Mamma, weekend saltato. Una cena dagli amici per la festa della collega di Carlotta. Vediamo il prossimo?

Ma dicono che piove… Le patate marciscono sotto terra, figlio, rispose piano Maria Concetta.

Troverete qualcuno del paese. Al massimo vi mando duecento euro, pagate chi vi aiuta.

Ma i cercatori del posto avevano tutti i loro orti; improvvisare era impossibile. Così, lei e Giuseppe si misero allopera. Due giorni di schiena spezzata, cuore stretto, pause con tachipirina e unguenti. Alla fine venticinque sacchi: patate pulite e grosse, carote, zucchine, zucche, conserve ovunque. La cantina piena come una farmacia.

Passate due settimane, tutto pronto per linverno, arrivano Marco e Carlotta, auto nuova, cofano aperto e casse di plastica vuote.

Buongiorno! Carlotta era limmagine della vitalità. Allora, si chiude la stagione? Siamo venuti a fare il pieno. Marco, porta giù le cassette, caricamo tutto.

Entrò in casa, prese una mela dal frigo, la morse soddisfatta:
Questanno sono dolcissime! Cinque cassette ci vanno, le mettiamo in balcone. Tre-quattro sacchi di patate, così andiamo sereni fino a primavera. Carote, bietole, idem. Scendo pure a scegliere le conserve, i cetriolini, i pomodori in succo, i peperoni, e la marmellata di more, già che cè.

Maria Concetta stava alla finestra, il cuore chiuso stretto. Ripensava alle zanzare sotto i cespugli e al dolore nella schiena di Giuseppe, le vesciche che avevano passato le ferie a faticare. E Carlotta che sorseggiava limonata filosofeggiando sullinutilità dellorto.

Giuseppe, chiamò piano. Vieni un attimo.

Lui le si piazzò accanto.
Hai visto? fece un cenno verso la finestra.

Vedo, Concetta.

E adesso?

Scegli tu, disse piano. Qui il lavoro era il tuo. Le conserve le hai fatte tu.

Maria Concetta si raddrizzò, sistemò lo scialle sulle spalle e uscì in cortile. Proprio in quel momento Marco andava verso la rimessa, forse per ripescare qualcosaltro, e Carlotta dirigeva il traffico davanti al portico.

Marco! gridò Maria Concetta, scandendo le parole.

Il figlio si voltò stupito. Carlotta lo imitò con la mela sospesa tra i denti.

Che cè, mamma? Vuoi le chiavi della cantina? Le ho viste in cucina.

Non ti servono le chiavi, disse lei con freddezza. E puoi rimettere le cassette in macchina. Restano vuote.

Ma che scherziamo? sbottò Carlotta, attonita. Siamo venuti a prenderci il raccolto! Linverno arriva!

Già. Arriva. E come diceva la favola della cicala e della formica: chi non ha faticato, non mangia. Te la ricordi, Carlotta?

Mamma, dai Marco forzava un sorriso Che favola? Di patate ce nè in abbondanza, ci basta un po. Papà ha detto che il raccolto questanno era ottimo

Ottimo, infatti, annuì lei. Solo che non è vostro. È nostro. Siamo stati noi a piantare, annaffiare, strappare, combattere con lumache, scavare coi dolori. Ho fatto le conserve fino a farmi tremare le gambe.

Ma siamo una famiglia! esplose Carlotta, scendendo a grandi passi verso di lei, il viso rosso. Non dare da mangiare a tuo figlio? È assurdo! Metà vi andrà a male, siete solo due.

Se marcisce, è fatica mia che marcisce. Oppure vendiamo. Oppure le regalo a chi mi ha aiutato quando voi facevate baldoria tra i ristoranti. Ma a voi: niente banchetti, niente conserve.

È una punizione? la voce di Carlotta diventò stridula. Un ricatto pedagogico?

No, Carlotta. È giustizia. Tu tutta lestate hai detto che lorto è antieconomico. Che nei negozi cè tutto, costa meno e fa meno fatica. Benissimo. Vai al supermercato. Prenditi lì carote, patate, cetrioli. Eviti pure di sporcarti le mani. Tutto pulito, tutto impacchettato.

Sì, ma quelli sono pieni di prodotti chimici! sfuggì a Carlotta. I vostri invece sono genuini!

E la genuinità la si paga, tagliò corto Giuseppe, uscendo dalla casa e mettendosi accanto alla moglie E la moneta è fatica, sudore, ginocchia sbucciate. Non hai mosso nemmeno un dito. Nemmeno lorto sei venuta a vedere. E ora fai la spesa gratis? No. È finita la festa.

Marco era rosso. Il senso di colpa lo divorava. Sapeva che i genitori avevano ragione. Anche lui aveva fatto finta di non vedere, inventando scuse, coccolando i capricci.

Mamma, papà scusate, mormorò abbassando lo sguardo. Ho sbagliato. Non sono riuscito a convincerla, ci sono cascato anchio. Avevate ragione. Non ce lo meritiamo.

Vai pure, figliolo, rispose dolce Maria Concetta col nodo alla gola. Non ce lho con voi. Solo: chi prende, deve anche dare. Lamore si dimostra nei fatti, non a parole. Il rispetto per la fatica è tutto.

Marco annuì, strinse sua madre in un abbraccio, tese la mano al padre sentendo la pelle secca e dura di chi lavora davvero, e se ne andò.

Restò il silenzio. Il vento autunnale spargeva foglie tra i viali.

Forse, Concetta, siamo stati duri, sospirò Giuseppe, stringendola a sé. Ma era necessario.

Necessario, sì. Se no, pensano ancora che il pane nasca sugli alberi.

Passarono le settimane. Marco chiamò un paio di volte, malinconico. Carlotta, niente. Arrivò linverno, uninvernata seria di Milano, tra i palazzi e i frostoni di gennaio. Maria Concetta e Giuseppe si godevano la scorta, patate farinate, cetrioli croccanti, peperonata che era poesia.

A dicembre, alla vigilia di Natale, bussano. Marco solo, col cappotto e un mazzo di fiori.

Mamma. Si può entrare?

Ma certo! Giuseppe, vieni, Marco è qui!

Sedettero in cucina, il tè con la marmellata di more che profumava ancora destate. Marco era più magro, quasi un altro.

Come va con Carlotta? chiese Maria Concetta.

Tutto bene Insomma. Allinizio era su tutte le furie. Poi esitò Abbiamo preso la patate al supermercato. Infilate nella retina. Fatte bollire: erano gesso, senza sapore, nere il giorno dopo. I cetriolini? Tre euro e cinquanta al vaso solo aceto, imbevibili. Buttati.

Maria Concetta ascoltava versando altro tè.

Glielho detto: Vedi, Carlotta, questo è il prezzo del relax. Abbiamo litigato, ma ci ha pensato. Ieri mi fa: Forse ci siamo comportati male. Hanno faticato e noi a fare la bella vita

Marco tirò fuori una busta.

Mamma, papà, qui ci sono dei soldi. Abbiamo fatto i conti: quanto costa la roba bio, quella buona, in cascina. Patate, conserve. Prendeteli. È una specie di restituzione, per non avervi aiutato. Vogliamo acquistare il raccolto come si deve. Senza pretese.

Giuseppe fece per protestare, ma Maria Concetta gli pose una mano sul braccio.

Va bene, Marco. disse seria. Ne facciamo buon uso: non è una vendita, è lanticipo per il prossimo raccolto. Questanno la serra ha bisogno di cure, i semi vanno presi buoni. È il vostro contributo.

Andò a prendere la borsa delle occasioni, e iniziò a riempirla per il figlio: un vaso di cetrioli croccanti, pomodori, la peperonata preferita, una manciata di patate e carote.

Grazie, Marco aveva gli occhi lucidi. E questa primavera, a Pasqua, veniamo su. Ma non a poltrire. Io sistemo la serra, ho già visto il policarbonato. Carlotta dice che si occuperà delle erbe aromatiche e dei fiori. In guanti i fiori li si curano senza rovinarsi le mani, ha detto.

Ecco, sorrise Giuseppe. Il lavoro non manca mai. Ma dopo, la grigliata è più buona per tutti.

Marco se ne andò, e Maria Concetta restò alla finestra, a guardare la neve sopra il cortile. Si sentiva in pace. La lezione, per quanto dolorosa, era servita. Sapeva già che, con la bella stagione, la famiglia sarebbe tornata: davvero, questa volta. E i nuovi ortaggi sarebbero stati ancora più dolci, perché raccolti insieme.

La sera di Capodanno, nella casa di Marco, troneggiavano le conserve della mamma. Carlotta, mentre prendeva una forchettata di funghi, non disse la solita frase fatta. Ma sospirò:
Marco, la prossima volta piantiamo più zucchine? Ho trovato una ricetta di crema che dicono superi quella dei negozi. Stavolta la preparo io.

E quello, raccontò Marco alla madre, fu il regalo più bello per Maria Concetta.

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