Non ha scritto
Ieri mattina ho acceso il telefono e ho alzato il volume al massimo. Per precauzione. Anche se, in fondo, sapevo già che non avrebbe scritto. Era una sensazione sottile e inevitabile, come quando laria si fa pesante prima della pioggia estiva. Però ho lasciato il suono attivo. La speranza somiglia a una vecchia cicatrice: fa male, ma non sparisce mai del tutto. Ho raccolto i capelli in uno chignon scomposto, di quelli che sembrano messi a caso ma in realtà ci perdi dieci minuti davanti allo specchio. Ho infilato il cappotto verde scuro quello stesso che lui una volta aveva detto mi faceva sembrare un bosco dautunno. Da quel giorno lo tenevo appeso nellarmadio, quasi inutilizzato. Ma stamattina lho indossato. Mi sono passata un rossetto rosso acceso troppo forte per una passeggiata mattutina dalla farmacia alla panetteria.
In farmacia cera confusione. Qualcuno tossiva in fondo, una signora discuteva animatamente del prezzo di un medicinale, altri aspettavano silenziosi, spostando il peso da un piede allaltro. Laria profumava di erbe e di qualcosa di aspro, medicinali forse. Ho preso le stesse vitamine che lui mi aveva consigliato tre anni fa, quando facevamo colazione insieme al bar. Ho tenuto la scatola in mano, osservando le scritte minuscole. Scadenza: lautunno prossimo. Come se anche lì dentro il tempo scorresse inesorabile, in attesa della fine.
La panetteria sapeva di pane caldo e cannella, e Nina, con la rosa tatuata sul polso, stava dietro al bancone come sempre. Ho comprato un cornetto ai lamponi quello che lui aveva chiamato il sapore del mattino, sorridendo, una volta che le briciole gli erano rimaste sulla barba. Ne ho presi due. Uno per il tè, a casa, come ai vecchi tempi quando le cose sembravano semplici. Il secondo soltanto per il piacere di averlo. Un piccolo frammento di passato da tenere in tasca.
Tornando a casa, sono rimasta immobile sulla soglia. Lappartamento era sospeso in quel silenzio denso, come polvere posata sui libri vecchi. Laria era ferma, come se tutto avesse paura di muoversi. Il telefono era appoggiato sul davanzale, a faccia in giù, quasi si vergognasse di non aver suonato. Nessun messaggio. Nessuna chiamata. Sembrava che il mondo sfilasse accanto a me senza accorgersi della mia presenza. O che fossi io a svanire piano piano, assorbita dalla luce grigia del mattino.
Ho messo su il bollitore, ho tolto il cappotto piano, come temendo di rompere il silenzio. Ho sistemato le scarpe, raddrizzato il colletto sulla gruccia dentro larmadio. Ho acceso la radio vecchia la voce roca dellannunciatore raccontava di traffico sulla tangenziale, poi di possibile neve, poi di una mostra a Palazzo Reale. Tutto sembrava distante, ovattato, filtrato dallacqua. Ho bevuto il tè, troppo caldo, che bruciava in gola. Ma non ho fatto una piega. Mi sono avvicinata alla finestra, appoggiando la fronte al vetro gelido.
Fuori cadeva una neve fine, pungente, che si posava su ombrelli, sciarpe, marciapiedi e poi si scioglieva subito. Un papà giovane, nel suo giubbotto blu, sistemava con cura il cappello di lana al figlioletto. Una coppia di anziani camminava piano, reggendosi uno allaltro, le mani intrecciate come se fossero crescite insieme anno dopo anno. Alcuni correvano, scivolando sul selciato ghiacciato; altri ridevano guardando il telefonino; altri ancora restavano incantati davanti alla vetrina con le luci di Natale. La vita scorreva rumorosa, viva, ma indifferente. Passava oltre. Come un treno in partenza, mentre io restavo sul binario, incapace di salire a bordo.
Non ha scritto.
Eppure ho preso la scopa e ho spazzato il pavimento, anche se era già pulito. Ho chiamato zia Rosa ho ascoltato i suoi racconti della casa in campagna, del vicino di casa, della nuova ricetta della crostata. Ho annaffiato il vecchio cactus, controllando se avesse perso il suo colore verde. Ho prenotato finalmente quella visita dal medico che rimandavo da mesi. Ho controllato le bollette tutto pagato, e ho fatto una crocetta sullagenda. Ho lavato il plaid sul divano, aggiungendo più ammorbidente perché la casa profumasse di caldo e di vivo.
E la sera ho acceso tutte le luci, in ogni stanza. Non per paura del buio. Così lappartamento sembrava vivo, le sue finestre accese si riflettevano sullasfalto bagnato, come a dire: qui abita qualcuno. Qui cè vita.
Mi sono guardata nel riflesso della finestra e ho pensato: Non ha scritto. Ma io ci sono. Non era una giustificazione, né una sfida. Solo una verità tranquilla, come una piccola candela accesa, che illumina per sé stessi, per ricordare che si esiste ancora.



