Mamma, siamo noi, i tuoi figli… Mamma… Lho guardata fisso negli occhi.
Lucia e Giuseppe avevano vissuto una vita segnata dalla povertà. Mia madre aveva ormai perso ogni speranza di felicità o benessere. Quando era giovane, era innamorata e sognava per loro un futuro radioso. Ma la realtà è andata in modo diverso. Mio padre, Giuseppe, lavorava sodo ma guadagnava pochissimo. Poi, come se nu nu bastasse, nacque il primo di noi figli, e poi altri due uno dopo laltro. Da quel momento, Lucia smise di lavorare. Lo stipendio di papà non bastava: noi crescevamo e cera sempre bisogno di nuovi vestiti e scarpe.
Tutto quello che entrava veniva speso per la spesa e per pagare le bollette. Dodici lunghissimi anni così logorarono giorno dopo giorno la nostra famiglia. Mio padre iniziò a bere. Tornava spesso a casa con un po di vino rosso in corpo, e benché portasse a casa ogni euro, lo faceva sempre più svogliatamente. Mia madre, esasperata da quella vita, una sera perse la pazienza: quando lui arrivò a casa, ubriaco, con una bottiglia ancora a metà, gliela strappò dalle mani e, stanca di tutto, la bevve anche lei. Da quel momento, anche lei cadde nellabisso dellalcol.
Dopo qualche bicchiere, sembrava che i pensieri svanissero, che i problemi si sciogliessero almeno per un momento. Era persino più allegra, più leggera. Così, giorno dopo giorno, il rituale del bicchiere divenne lattesa di un unico conforto. Bevevano insieme: una complicità triste.
Lucia si dimenticò quasi di noi. I vicini di casa parlavano a bassa voce di come il vino potesse cambiare una persona. A noi ragazzi spesso non restava altro da fare che girare per il paese e chiedere qualcosa da mangiare. Un giorno la signora della porta accanto non riuscì più a tacere e gridò:
Lucia, tanto vale che li lasci in orfanotrofio, piuttosto che vederli morire di fame così! Ma quanto ancora hai intenzione di bere senza pensare ai tuoi figli?
Quei rimproveri entrarono nella testa di mia madre e le rimasero addosso come unombra. In fondo, non sarebbe stato meglio se non fossimo stati sempre intorno ai suoi piedi… Col passare dei giorni, papà e mamma decisero infine di rinunciare a noi. Così finimmo in orfanotrofio.
Ho vissuto quegli anni aspettando ogni giorno che qualcuno venisse a riprenderci, ma nessuno si è più presentato. Lucia e Giuseppe sembravano essersi dimenticati perfino dei nostri nomi.
Gli anni passarono in silenzio. Ognuno di noi, una volta cresciuto, ebbe in assegnazione un piccolo monolocale. Poca cosa, ma almeno avevamo un tetto sulla testa. Tutti trovammo lavoretti modesti. Nonostante tutto, ci siamo sempre sostenuti a vicenda. Dei nostri genitori non abbiamo mai parlato molto, però ognuno di noi sentiva il bisogno di rivederli almeno una volta, di chiedere perché.
Un giorno ci riunimmo e andammo insieme verso il vecchio paese, in macchina. Trovammo nostra madre per strada, che camminava a fatica verso casa. Passò davanti a noi senza nemmeno riconoscerci.
Mamma, siamo noi, i tuoi figli… Mamma…
Si fermò, ci guardò con occhi spenti. Poi si rianimò per un attimo: ci riconobbe e scoppiò in lacrime chiedendoci perdono. Ma come si fa a perdonare davvero? Restammo lì, impacciati, senza parole. Alla fine, però, decidemmo che lei era comunque nostra madre. E la perdonammo.
Oggi, ripensando a tutto ciò, ho capito che il perdono libera lanima da ogni peso. Anche quando sembra impossibile, perdonare è lunico modo per vivere davvero in pace con sé stessi.




