Almeno cambiati la vestaglia ogni tanto. Guarda che roba, sempre con quel grembiule scolorito, sembri la zia che sta al mercato. Dai, guarda Ludovica del secondo piano. Lei sì che è sempre curata, sembra che vada al teatro anche solo per portare giù il sacchetto della spazzatura. E il suo profumo… odora di fiori, mica di soffritto daglio come te.
Francesca posò la padella di ghisa sul fornello. Lolio sfrigolò, ma il rumore si perse nel silenzio che improvvisamente invase la cucina. Era di spalle a suo marito, fissava le mattonelle che aveva lucidato fino a farle brillare domenica scorsa. Dentro, qualcosa si spezzò. Piano, senza rumore. Come una moneta che cade in fondo a un pozzo.
Ludovica ha venticinque anni, disse Francesca senza voltarsi. Vive sola, fa la receptionist in un centro estetico. Mangia solo roba ordinata da Just Eat. Io invece, Marco, sono appena tornata dalla fabbrica, ho passato dal supermercato, ho portato le borse e sono due ore che sono davanti ai fornelli solo per prepararti qualcosa da portare domani.
Però che noia, sempre con questa storia! Marco fece un cenno infastidito, scrollando le news sul cellulare mentre stava comodamente seduto a tavola. Tutti lavorano, pure mia madre lavorava e ha cresciuto tre figli, mio padre era sempre ben vestito e mai una piega fuori posto, i dolci fatti in casa Il lavoro non centra. È che ti sei lasciata andare, Franci. Ti rilassi troppo e pensi che la fede sia una garanzia? Un uomo ha bisogno di essere ispirato. Ludovica ieri mi ha sorriso in ascensore e sono stato di buon umore tutto il giorno. E a casa torno e trovo te, con quella faccia triste e la salsiccia sul fuoco. Monotonia, Francesca. Banale.
Francesca spense il fornello. La carne era ancora mezza cruda, ma non gliene importava più niente. Si pulì le mani sul grembiule, quello appena criticato da Marco, e si tolse piano i lacci.
Banale? si girò finalmente verso di lui, con unespressione talmente serena da fare paura. Di solito si risentiva, si giustificava, oppure urlava. Stavolta nulla. Ti manca lispirazione?
Eh sì, brontolò Marco, senza nemmeno staccare gli occhi dallo schermo. Ho diritto allestetica a casa mia, no?
Certo, Marco. Ne hai tutto il diritto.
Francesca appese con cura il grembiule al gancio e si direzionò verso il bagno. Rimase a lungo sotto la doccia, lavando via gli odori di cucina, la fatica delle ultime ore e le parole che le avevano ferito il cuore. Guardò le sue mani: curate, per quanto possibile, ma non più giovani. Ventisette anni di matrimonio. Ventisette anni di camicie stirate con le pieghe giuste, di influenze curate e di soldi messi da parte per comprargli le gomme nuove o la canna da pesca.
Ed ora, Ludovica. Sempre sorridente, sempre coi tacchi.
Uscita dal bagno, Francesca mise la sua crema notte migliore sul viso, indossò il pigiama di seta che teneva da parte per le occasioni speciali e si sdraiò a letto, rivolta verso il muro. Marco arrivò tardi, sazio (aveva riscaldato quello che cera in frigo) e soddisfatto di sé. Cercò persino di abbracciarla, ma lei si scostò fredda.
Ma che ti offendi? sbuffò lui. Te lho detto per il tuo bene, per spronarti!
Francesca non rispose. Aveva già deciso.
La mattina dopo Marco fu svegliato dalla sveglia, non dal solito profumo di caffè e uova. In casa regnava il silenzio. Si trascinò in cucina sperando di trovare la tavola apparecchiata, ma non cera niente. Nemmeno un panino, nessuna tazza. I fornelli spenti.
Si affacciò in camera. Francesca era seduta davanti allo specchio, si truccava con precisione. Indossava un vestito elegante quello che metteva solo quando andavano allopera e i famosi tacchi.
Ecco, così sì che ti vedo! fischiò Marco. Finalmente ascolti tuo marito! Bellissima. Ma la colazione?
Niente colazione oggi, Francesca si passò il rossetto con cura, baciò laria per vedere il colore. Ludovica, da quel che so, al mattino beve solo caffè in centro. Non si mette mica a trafficare ai fornelli alle sei. Ho deciso di prendere esempio da lei. Lestetica, Marco, richiede sacrifici.
Ma stai scherzando? Marco si rabbuiò. Ho bisogno di forza per andare a lavorare. Che caffè, fammi almeno due uova!
Sono già pronta, non posso rovinarmi il trucco col vapore, si alzò, prese la borsa ed uscì. In frigo ci sono le uova, vedi tu. Sei un uomo, no? Ormai ispirato.
La porta si richiuse, Marco restò di stucco, grattandosi la pancia prima di dirigersi ai fornelli. Ci mise un po a trovare la padella, lolio schizzò sulle mani, le uova si bruciarono sotto e rimasero mollicce sopra. Il caffè strabordò, allagando il piano cucina. Mangiò quellorribile uovo bruciato, incrociando le dita che le donne, si sa, hanno bisogno di capire chi è che comanda, basta un po di bastone e poi si torna il solito.
Ma la sera, niente bastone. Tornò affamato come un lupo. Sognava le lasagne e le polpette di ieri. Entrò in casa e, di nuovo, niente odori di cibo, solo un leggero aroma di profumo.
Francesca era in salotto con un libro, elegante, i piedi nei tacchi, il viso luminoso.
Ciao, fece lui, togliendosi le scarpe. Cena niente?
Ciao, sfogliò una pagina. Ho cenato fuori. Insalata e un bicchiere di vino. Mi sono sentita donna, non una cuoca.
E io? Marco cominciò a innervosirsi. Le polpette di ieri almeno?
Le ho buttate oggi, erano troppo crude e non profumavano di fiori. Di nuove neanche lombra.
Franci, stai esagerando! sbottò lui. Ho detto una cazzata, che sarà mai? Fai due tortellini, almeno.
In freezer ce li hai. Acqua nel rubinetto. La pentola è in armadio. Spinaci Marco. Ludovica non fa gnocchi per il fidanzato, lei sa ispirare le imprese. Fatti una impresa: cucina da solo.
Marco si rabbuiò. Avrebbe voluto fare il solito show, sbattere il pugno, reclamare. Ma qualcosa nei suoi occhi lo bloccò. Lo guardava come si guarda una zanzara. E quellindifferenza faceva più paura delle urla.
Andò in cucina, fece sobbollire i tortellini che si spiaccicarono, li mangiò dalla pentola di rabbia. Vediamo quanto dura questa sceneggiata, pensava.
Passò una settimana. Casa cambiò. Non era sporca Francesca teneva tutto in ordine, ma solo lindispensabile. Spolverava, lavava i pavimenti, ma non faceva più niente di personale per Marco.
Il cesto dei panni scoppiava. Non cerano più calzini puliti.
Franci, dove sono i calzini? urlò dalla camera, rovistando.
Dove sempre, nel cesto rispose lei dalla cucina, mentre guardava una serie sul tablet.
Sono sporchi! La lavatrice?
Ho lavato i miei ieri. I tuoi no, non volevo toccarli con mani che profumano di crema alla lavanda. Li tengo così per lestetica.
Prendi in giro? Marco si presentò nel corridoio in mutande e una calza. E i miei vestiti?
Il ferro è sul davanzale, lasse dietro la porta. Accendilo e stira. Non sono mica la domestica. Ora sono una musa. E le muse non lavano le mutande agli uomini.
Marco dovette fare tutto da solo. Mise il detersivo doppio, la schiuma tracimò. Stirò la camicia come capitava, lasciando pieghe ovunque. Al lavoro, i colleghi lo guardavano strano, persino la segretaria, Giulia, sorrise sotto i baffi.
Questo colpo lo fece riflettere. Se lei giocava allindipendenza, anche lui poteva fare di testa sua. La sera del venerdì si profumò, indossò lunica camicia decente (quella che Francesca aveva stirato la settimana prima).
Vado fuori, annunciò. Vado al bar con gli amici. Se qui non c’è atmosfera, la cerco altrove. Magari trovo Ludovica, che gira proprio questora.
Vai, acconsentì lei senza battere ciglio. Divertiti. Prendi le chiavi, che non ho voglia di aspettarti.
Marco sbatté la porta, aspettando che lei lo fermasse, lo interrogasse, si ingelosisse. Nulla, silenzio.
Collezionò una serata al bar piena di lamentele, amici che parlavan di prezzi, lavoro, politica. Marco si lamentava di Francesca:
Ha smesso tutto: non cucina, non lava. Dice che lho paragonata alla vicina. Ma io volevo solo spronarla.
Sei fuori, commentò amaro lamico Mimmo. Le donne i paragoni mica li sopportano. La mia mi spezzerebbe la testa. La tua è pure tranquilla. Fai pace, le compri dei fiori.
Ma allora! sbuffò Marco. Io devo chiedere scusa? Ma dai. Ora chi perde sono io. Appena le finisco i soldi, torna strisciando. Le bloccherò la carta.
La pensata gli sembrò geniale. Francesca aveva lo stipendio, ma meno del suo. Lui pagava sempre la spesa e le bollette. Vediamo quanto dura a mangiare solo pasta secca, decise.
Tornò a casa alticcio e alla porta incrociò Ludovica scendeva dal taxi con un tipo belloccio, alto, ben vestito. Lui portava la borsa, le apriva la porta, la guardava come se fosse la regina.
Buonasera, Marco! salutò allegra Ludovica. Come va?
Ciao, brontolò Marco. Fate tardi?
Sì, siamo andati al cinema. Ti presento Lorenzo, il mio fidanzato.
Lorenzo gli strinse la mano sorridendo. Marco si sentì vecchio, sciatto e inutile. Accanto a quello ragazzo profumato, con la camicia stirata, si sentiva uno straccio. Ludovica lo guardava come si guarda una poltrona. Nessuna ispirazione, niente interesse.
Tornò a casa che era buio. Francesca dormiva. Marco si sistemò sul divano, il letto nemmeno lo sfiorò.
La mattina dopo mise in atto il piano. Fece un trasferimento: dalla carta comune passò tutti i soldi a quella personale. Aspettò.
Passarono un paio di giorni. Frigo vuoto, solo un pezzo di parmigiano indurito e una senape. Al lavoro mangiava in mensa, la sera si accontentava di pizza al taglio. Francesca sembrava non mangiare nemmeno. O lo faceva al bar.
La sera del mercoledì sbottò.
Franci, ho fame. Il frigo vuoto. Vai a fare la spesa?
No, guardava la tv. Io mi arrangio. Ho preso yogurt e frutta, li tengo nella stanza, con quel mini-frigo della casa al lago. Lo ricordi? Ora serve.
Nella stanza? balbettò Marco. E io?
Tu mi hai bloccato la carta. Ho ricevuto la notifica mentre volevo comprare il pane. Se vuoi giocare alle sanzioni, allora anche sulle spese ci si separa. Io con i miei soldi compro quello che mi serve. Mangio sola.
Sono soldi nostri! urlò Marco. Guadagno di più! Posso controllare le spese!
Fai pure. Ecco, risparmi. Peccato che la casa è mia. Mi è rimasta dalla nonna, prima delle nozze. Tu sei registrato qui, ma il proprietario sono io. Visto che parli di rapporti commerciali, possiamo pensare allaffitto?
Marco rimase senza fiato.
Mi cacci via? Per una sciocchezza? Perché ho detto che la vicina è più bella?
Non per sciocchezze. Ma perché non mi vedi più come persona. Solo come funzione: dammi, lava, cucina. E hai pure la faccia di dirmi che non sono più giovane come Ludovica, che vive spensierata. Vuoi tutto: comodità da me, apparire da lei. Ma non si può. Il rispetto si paga con la gratitudine, non con le pretese.
Ma chi ti prende a cinquantanni! tirò fuori la peggiore delle sue battute.
Magari nessuno. Ma almeno vivo tranquilla. Compro quello che mi piace, indosso ciò che mi fa stare bene, non sento giudizi su odore di aglio. Sai Marco, la solitudine non si misura con la compagnia. È quando in casa ci sono due persone, ma una non vede nemmeno laltra.
Francesca si alzò e chiuse a chiave la porta della camera.
Marco rimase solo in salotto. Lo stomaco borbottava, ma era la paura a stringergli il petto. Cominciò a capire che lei non stava scherzando. Era finita. E ora che si fa?
Immaginò la vita senza di lei: stanza in affitto, vestiti sporchi, tortellini istantanei a ogni pasto. Nessuno a chiedere come va, nessuno a raddrizzargli il colletto, nessuno a cercargli gli occhiali. E Ludovica non lo avrebbe mai degnato di uno sguardo.
I tre giorni dopo furono un incubo. Il suo mutismo non scuoteva Francesca. La cucina era un disastro, le pietanze insipide. Guardava sua moglie uscire per andare a lavoro: bella, decisa, diversa. La rabbia laveva cambiata, resa più dritta. Assomigliava a quella Francesca di trentanni fa, ancora più forte.
Sabato mattina fu svegliato dal profumo. Non di aglio, ma di vaniglia e torta appena sfornata. Saltò su, sperando. Magari è tornata.
In cucina, Francesca stava togliendo dal forno una crostata. Bellissima, in abiti casalinghi ma curati.
Franci! sorrise Marco. Hai fatto la torta! Lo sapevo che non sapevi stare arrabbiata. Pace?
Francesca posò la teglia, tagliò una fetta abbondante, la mise sul piatto.
Questa è per me, disse. Il resto lo porto via.
Porti via? Dove?
Dalle amiche. Ci siamo organizzate per un tè.
E io? Marco si zittì allimprovviso.
Tu puoi solo annusare. Ti piace lestetica, no? Ecco la vaniglia. Buon divertimento. La mangia chi mi apprezza, non chi mi paragona alle altre donne.
Copri la torta con la stagnola, la mise nel sacchetto. Lo fissò a lungo.
Ah, dimenticavo. Ho presentato i documenti per il divorzio. Sono passati ieri. Ora abbiamo un mese di tempo per pensarci, ma io ho già deciso. Cerca casa. Ti lascio i tuoi soldi, che forse ti serviranno per laffitto e per corteggiare le nuove vicine. Sempre che ti guardino.
Franci, aspetta! Marco provò a prenderla per mano. Perdona uno scemo! Mi è passato il diavolo! Ti amo! Ti cucino io, ti compro i fiori!
Troppo tardi, Marco. Il treno è partito. Non ho più voglia di fiori tuoi. Ora penso a me stessa. Ho dedicato ventisette anni a te e non è servito. Lasciami andare.
Lei si liberò, prese la torta e uscì di casa.
Marco rimase in cucina. La torta raffreddava, mai sua. Fuori il sole brillava, Ludovica rideva scendendo nel cortile con il suo fidanzato. In casa solo silenzio.
Si guardò nello specchio dellingresso. Vedeva occhiaie, capelli radi, pancia gonfia. Capì che Francesca aveva ragione. Era nudo, il re, e nessuno lo voleva. Neanche lei.
Dopo un mese divorziarono. Marco si trasferì in una stanzetta in periferia. Non voleva spendere per una vera casa, i soldi servivano anche per gli alimenti ai figli del primo matrimonio (si era sempre dimenticato, finché Francesca lo rammentava). Provò a rifarsi una vita, ma si lasciò andare: ingrassò ancora, smise di radersi. Le donne nemmeno lo consideravano.
Francesca invece rifiorì. Rifacque casa, buttò via il divano su cui era sempre sdraiato Marco. Si iscrisse a ballo. E si dice che abbia trovato un compagno un tipo tranquillo che non la paragona a nessuna ma le porta i fiori senza ragione e adora le sue torte. Perché sa che una donna non è una funzione, né unimmagine. È calore. E se non lo sai proteggere, finisce che scalda qualcun altro.



