Ci ha buttato fuori di casa con i bambini, ma il destino mi ha regalato una nuova vita: la mia rinascita tra lacrime, coraggio e profumo di dolci appena sfornati – la storia autentica di Margherita, due figli e un nuovo inizio nella provincia italiana

Ci ha cacciate con i bambini fuori di casa, ma il destino mi ha regalato una nuova vita
È una storia che si sente spesso al mercato sotto casa, tra le chiacchiere delle donne al bar, o negli angoli delle riviste pettegole. In un istante il tuo mondo si sgretola, e lattimo dopo, una vita nuova a volte più bella di quella precedente prende forma come in un sogno strampalato. Adesso racconterò una di queste storie, dove i nomi si confondono, i dettagli svaniscono come zucchero nellespresso, ma la verità rimane intatta.
Allepoca, Chiara aveva trentquattro anni. Due figli: il piccolo Luca, sette anni, e la piccola Fiorella, quattro anni. Nove anni di matrimonio con Davide, che un tempo le era sembrato il faro nella notte, qualcosa di sicuro. Lavorava in edilizia, portava a casa uno stipendio buono, una villetta in provincia di Modena, la Fiat parcheggiata nel cortile, le vacanze sul litorale di Rimini. Pareva la normalità italiana, perfetta nella sua semplicità. Fino a una sera qualunque di settembre, dove parve che il cielo venisse rovesciato nel cortile.
Lui rientrò tardi, addosso lodore insieme degli amari e di un profumo straniero. Chiara quella stanchezza e quel dubbio li sentiva da tempo, ma sperava fosse una nuvola passeggera. Quella sera, il temporale soffiava troppo forte per sparire. Prima urlò contro di lei, diceva che era stufo delle sue scene, che sa solo badare ai bambini e basta, non fa nientaltro, che ha bisogno daria. Poi le raccolse le cose, a pugni dentro bustoni di plastica. Anche quelle dei bambini.
Fuori. Con tutti i tuoi bambini. Questa è casa mia, il mio terreno, la mia vita, disse senza un tremito, quasi come se stesse scegliendo il menù al bar.
Chiara pianse, supplicò, domandò dove vuoi che andiamo, nel cuore della notte con i bambini?. Lui freddo come una serata di novembre, solo unalzata di spalle: Non è affar mio. La porta si chiuse come quando passa un tram nel sogno e non ci si sale. Fuori pioveva, faceva freddo e le ombre sembravano avvolgere ogni angolo. Chiara con i due piccoli stretti a sé, stava in cortile, mentre da una finestra scorse Davide con la birra e il telecomando, a guardare la partita.
La prima notte la passarono da una vicina, signora Rosaria. La successiva dalla madre di Chiara, in un bilocale stretto, con i mobili vecchi e i quadri sacri ai muri. La terza notte in un dormitorio comunale. Chiara mai avrebbe pensato di finire in un posto simile, mai, nemmeno nei suoi sogni più traballanti.
I primi mesi furono una nebbia dincubi. I bambini piangevano nel sonno, chiedevano mamma, quando torniamo a casa nostra?. Chiara puliva scale e uffici part-time, il resto del giorno cercava una stanza da prendere in affitto, cercava un nuovo lavoro, cercava un motivo per sorridere. Lassistente sociale la aiutò a compilare i moduli per il contributo comunale, ma la lista dattesa era infinita. In banca nulla, troppo poche le entrate. Momenti in cui si guardava allo specchio, come se la sua immagine restasse chiusa dietro una finestra bagnata, e si chiedeva: Ma cosa ci faccio qui?
Poi, il destino la fece inciampare sulla sua sorpresa, come succede nei sogni in cui non capisci se stai camminando o volando.
Un mattino, dopo aver lasciato i bambini alla scuola dellinfanzia, entrò in una piccola pasticceria a Carpi per comprare qualche cornetto. Dietro il bancone cera una donna, Loredana, che un tempo insegnava, ma la vita laveva presa a rovescio. Loredana notò che Chiara sceglieva ogni volta il pane più economico, contava con attenzione gli spiccioli in euro. Una mattina le chiese: Ti serve una mano, vuoi lavorare qualche ora?
Si scoprì che la pasticceria di Loredana si stava ingrandendo: serviva qualcuno per preparare dolci casalinghi e biscotti usando le ricette delle nonne, da portare nelle caffetterie di Modena. Chiara sapeva cucinare sua madre laveva svezzata con impasti e farina già da piccola. Iniziò con qualche teglia a settimana. Poi, ogni mattina.
Nel giro di sei mesi, la piccola pasticceria divenne una leggenda tra le vie del paese. Biscotti allanice, girelle alla cannella, crostatine di ricotta con il cuore di marmellata tutto quello che Chiara sapeva fare a memoria scompariva appena messo in vetrina. La gente chiedeva: Chi è la fata dei biscotti? e Loredana sorrideva: La nostra Chiara, mani doro.
Un anno dopo arrivò la proposta di diventare socia. Le due donne divennero compagne di impresa. Chiara finalmente trovò un vero appartamento con due camere, i bambini iniziarono a frequentare corsi di nuoto e piccoli laboratori creativi, e lei stessa corsi online di pasticceria e gestione dazienda.
E Davide? Dopo un anno tornò. Diceva di aver capito, che gli mancano i figli, che dovremmo riprovarci. Chiara lo fissò con occhi calmi e gli sorrise appena:
Ti devo dire grazie. Se non mi avessi cacciata, non avrei mai saputo di cosa sono capace. Adesso io ho una nuova vita. E mi piace proprio così.
I bambini la guardano felici. La pasticceria cresce come una storia a lieto fine. Chiara ora tiene brevi corsi di dolci per donne che desiderano ricominciare. Dice sempre: Odio ciò che ho vissuto, ma amo quello che ne è nato.
A volte il destino ci scaraventa fuori casa per mostrarci che possiamo costruirci un nuovo nido, caldo e dolce come una fetta di torta appena sfornata. E se anche adesso ti trovi in mezzo alla tempesta sappi che non è la fine. È solo una porta che si apre su qualcosa di nuovo. Di solito succede proprio quando le porte vecchie si richiudono con più forza.

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Ci ha buttato fuori di casa con i bambini, ma il destino mi ha regalato una nuova vita: la mia rinascita tra lacrime, coraggio e profumo di dolci appena sfornati – la storia autentica di Margherita, due figli e un nuovo inizio nella provincia italiana
La felicità rubata Si incontrarono in uno stretto passaggio tra due recinzioni intrecciate: da un lato colei che era la legittima moglie di Gregorio, dall’altro colei che, secondo ogni legge di coscienza, avrebbe dovuto esserlo, ma non lo era… Era un tempo malinconico, silenzioso: il gelo feroce aveva costretto tutti al caldo delle case. «Un brutto sogno, e basta!» — balenò nella mente di Tatiana, mentre fissava intensamente il volto rubicondo della sua rivale. La rivale, poi, non sospettava nulla dei sentimenti di Tatiana. Il suo nome era Aquilina. Gregorio era sempre apparso a Tatiana inarrivabile, e lei non avrebbe mai potuto immaginare che Aquilina fosse da tempo sua moglie, moglie di Ustinov, madre dei suoi figli, nonna dei suoi nipoti. Non doveva essere così, e più volte l’aveva sognato, mentre nella realtà era un incubo opprimente dove tutto era diverso. «No e poi no — che Dio mi perdoni! — pensava Tatiana ogni volta che scorgeva Aquilina da lontano o da vicino. — Non può essere che questa donna viva secondo la stessa legge di tutti gli altri! Vive secondo una legge estranea, fasulla! Se avesse avuto una sua propria legge — non sarebbe mai diventata la moglie di Gregorio! Madre dei suoi figli! Nonna dei suoi nipoti!» Ma il peggio era un altro — peggio era che nessuno al mondo, nessuna anima viva, avrebbe mai creduto a questa sostituzione! Grida pure, buttati nel lago, brucia tutto il paese — nessuno ci cascherà, nessuno capirà! Nessuno noterà l’errore mostruoso. Nessuno, tranne te stessa! Nascono persone senza mani, senza gambe, cieche, sorde, mute, folli, deformi, condannate alla morte precoce — ogni caso è lampante. Qui, invece, era nata una verità muta, sorda, conosciuta da una sola creatura su tutta la terra: Tatiana Pankratova! E Aquilina, eccola lì sul sentiero stretto coperto di neve, che quasi tessendo il brutto sogno di Tatiana verso chissà dove, le chiedeva con curiosità: — E come vivi, Tatiana Pàvlona? — Vivo… — E anch’io sono viva! — E si voltava a destra e a sinistra, come a mostrarsi. — Eccomi qua! Il suo volto era bianchissimo… In tutto il paesello di San Candido sapevano e dicevano che non andava mai a letto, né da ragazza né da sposata, senza lavarsi la faccia con latte cagliato. Sul volto bianco — grandi occhi tondi leggermente sporgenti. Indossava una mantella nera con bordi bianchi, uno scialle di lana, stivali di feltro ancora nuovi mai consumati. Bastò guardarla, perché a Tatiana tornasse in mente: era domenica! Aveva quasi scordato che giorno fosse, ma Aquilina, da capo a piedi, era domenicale, da festa. — E tu, Tatiana Pàvlona, come ti ritrovi oggi nell’angolo del Lago? Dove porta il tuo sentiero? A quell’angolo di San Candido Tatiana era andata semplicemente: da tre giorni non vedeva Ustinov, e voleva guardare le tendine alle finestre della sua casa. Dalle tendine capire se era vivo Ustinov Gregorio. Guardando a destra oltre la recinzione si potevano scorgere due finestre della casa di Ustinov affacciate sul cortile, ma Tatiana non guardò, mentre Aquilina scoccò un’occhiata al suo cancello e chiese di nuovo: — Dove porta la tua strada? — Così… Per caso… Aquilina sorrise. — E tuo marito come vive? Michele? È tanto che non sento notizie. — Vive, — sospirò Tatiana. — È sempre lo stesso: aggiusta il portico o lavora il legno. Vive tranquillo Michele. Di lui infatti non si sente parlare… — E d’un tratto, avvicinandosi ad Aquilina, domandò a voce più alta e quasi esigente. — E Ustinov come vive, ora? Gregorio Leonardi? Un uomo conosciuto! Sarà tutto preso dal lavoro, immagino? Un’altra donna si sarebbe già infuriata, sarebbe esplosa, avrebbe gridato: «Ah, disgraziata! Te la fai col marito altrui di notte?! Cerchi di attirarlo in casa tua! Ti presenti sotto le sue finestre, lo spii! Quando tuo marito è ancora vivo? Davanti a tutti — pubblicamente?!» Qualsiasi altra avrebbe fatto così, perché neppure alle povere vedove in paese era concesso agire così, figuriamoci a una moglie coniugata! Ma Aquilina non lo fece. Si ritrasse solo un attimo; il suo volto bianco si oscurò, ma subito due fiocchi di neve le caddero sulle guance e si sciolsero subito come lacrime, lavandole via qualsiasi rancore, qualsiasi offesa. Rimase com’era: graziosa, ben vestita, gentile. E domandava: — Ma Gregorio Leonardi non è forse tutti i giorni in municipio da te? Proprio tu devi chiedere di lui? — Lo chiedo: sono tre giorni che non si vede… In municipio… Ma davvero Aquilina aveva quella forza per diventare la moglie di Ustinov Gregorio. E lo era diventata. Tatiana si sentì ancora più smarrita, e avrebbe voluto che Aquilina le gridasse addosso, la insultasse. — Lui è sempre stato pieno di impegni, Gregorio Leonardi, — spiegò Aquilina. — In municipio o in commissione. Neanche da giovane passava un giorno senza fare qualcosa, figuriamoci da adulto. Padre e nonno. — Magari si sta male con uno così? Troppo serio e premuroso? Tutta la vita così? E Aquilina sorrise ancora, poi disse: — A volte era noioso! Eccome! Non sono riuscita nemmeno a godermi molto la giovinezza. C’erano i nonni che curavano i piccoli e il bestiame — a noi, giovani sposi, sarebbe piaciuto festeggiare, divertirci. Ma Gregorio Leonardi non aveva mai voglia di queste cose! Se non era nell’orto, si prendeva un libro, oppure un quaderno e scriveva. Ogni festa — lo stesso. — Allora perché lo hai sposato? Così noioso? Strano, come sia iniziata questa conversazione tra loro, ma andava avanti, e Aquilina rispondeva ancora piano, con calma, come se parlasse a un amico fidato: — Mio padre mi ha insegnato! Il vecchio babbo defunto. Mi ha insegnato — e sono andata con lui… — Hai ubbidito? — Ho ubbidito. Ho capito mio padre: sopporterò un po’ di noia da giovane, ma poi sarò ripagata. — Sei stata ripagata? — Certo! Un anno, due, e il suo carattere mi è parso perfetto. E mi stupivo di sentire nelle case altrui litigi, urla, ubriachi. Lividi sulle donne e ancora scandali! Quando un uomo manda la moglie nel campo o a badare le bestie e lui sta in stufa — per me è vergognoso! Io invece sono abituata a tutt’altra cosa: che tutto vada bene, e se qualcosa va storto — so che Leonardi non lo farà mai! — Vita facile. E non è neppure da donna! — Proprio da donna! E ti spiego: me lo sono meritato! Poi Gregorio è maturato in uomo, uomo con rispetto, ma prima? Da ragazzo nessuno se lo filava, sempre con i libri! Le ragazze non lo guardavano mai, lui non capiva nulla delle altre! Solo una pazza avrebbe sposato uno così. Ma l’ho sposato io, grazie a papà! Dopo, tante donne avrebbero dato un braccio per averlo, ma era tardi! Era passata l’epoca dei funghi! Aquilina sorrise e rise. Era proprio così, Aquilina, non in sogno ma dal vero! E ancora, prese Tatiana per un braccio e la portò fuori dall’angolo nel viale principale, continuando a ricordare quei tempi da prima sposa del paese, quando andava alle danze solo con le scarpe gialle con i tacchi alti. Erano tempi in cui il padre di Tatiana, per un quarto di grappa e un paio di scarpe usate, l’avrebbe sistemata a chiunque, e lei per difendersi dagli spasimanti portava un coltello nascosto negli stivali. Ecco, così si immaginava la vita la prima bella promessa sposa di San Candido: per lei lo sposo Gregorio Ustinov era poco più che uno sfigato, accettato a malincuore. Non si accorgeva delle tante ragazze che sospiravano per Gregorio, del rispetto dei ragazzi. Tatiana nemmeno lo guardava, non osava pensare a lui, e quando il padre le chiedeva quale ragazzo le piacesse, si prometteva che avrebbe perso la lingua prima di nominare: «Ustinov Gregorio…» E non lo disse mai. Illustratore A. Ryabushkin Ora camminavano insieme tranquille tranquille, le due più belle donne di San Candido, come amiche inseparabili: unite come l’acqua. Una dai tempi dei tacchi gialli, sempre dritta, mai inciampata. L’altra ne sentiva solo parlare, eppure marciavano vicine, fianco a fianco, stupendo la domenica non troppo affollata, ma piuttosto ficcanaso, del paese. Tuttavia Tatiana, da sciocca ragazzetta senza tacchi e scalza, durò poco: abbracciò la compagna, la guardò allegra negli occhi e disse: — Aquilina, dovresti invitarmi in casa! Mai stata tua ospite! Aquilina inciampò. Camminarono ancora un poco vicine, poi – ecco il cancello della casa degli Ustinov. Aquilina sollevò il chiavistello con un nuovo laccio di cuoio annodato in fondo. Eccola la recinzione! Ecco il portico! Ecco la casa Ustinov! Quest’uomo viveva come tutti: una cucina con un grande tavolo sotto le icone; una stufa col bordo blu… Tatiana guardò nella stanza principale — ordinata, ma diversa dalla sua: da lei ficus, un comò, un tavolo e basta; qui la stanza piena di oggetti — sul pavimento vestiti da bambini, una culla, piccoli scalzi che correvano, nipotini di Ustinov; in mezzo la figlia Liza, seduta su uno sgabello, ricamava il colletto di una giacca strappata. Vedendo Tatiana, la salutò sorpresa: «Perché mai è qui, Tatiana Pankratova?» Liza — donna buona ma sempliciotta — quasi inghiottiva le parole… Nella stanzetta accanto le cose che non si vedevano nelle case comuni, solo da Ustinov, Samorukov, forse in due o tre case: i libri. Vetrina con sportelli di vetro, dietro tanti libri. Tatiana aveva visto più libri, ma non in casa di contadini, solo presso i signori, dove da ragazzina faceva la serva. Faceva la serva, portava legna e acqua, puliva il pavimento, e piaceva al giovane signorotto. Quando tornava dal ginnasio, la insegnava a leggere – prima le leggeva, poi le faceva leggere dai suoi libri: due pareti colme fino all’impossibile. Tatiana imparava volentieri, e ricordava il giorno in cui pensò che nella vita avrebbe letto tanti libri quanti ne stessero fra due pareti da pavimento a soffitto. Ma il giovane, appena, la afferrò pesantemente e sudato, la schiacciò sul divano di mogano con leoni dagli occhi di vetro sullo schienale. Ma la giovane serva non perse la testa, e il minuto dopo il maestro era a terra sotto lo sguardo dei leoni — naso bagnato, gambe all’aria. Così finì l’istruzione di Tatiana. Anche la sua vita nella Russia centrale finì lì: in estate convinse i genitori col fratello maggiore a partire per la provincia di Tomsk, in Siberia… I genitori sul carro, lei col fratello a piedi. Se il fratello non si fosse ammalato e morto per dissenteria, chissà cosa avrebbero trovato. Forse un paese quasi da fiaba, con brava gente. Malgrado non avesse mai avuto lamentele, Tatiana per anni aveva coltivato la fantasia di quei luoghi mai visti. E le dispiaceva di non averle mai trovato descritte nei libri della casa padronale, dai titoli dorati, della sua giovinezza. Ora, davanti alla libreria, tornava a sentire quella perdita, e invidiava Ustinov: lui nei libri aveva letto e capito tutto ciò che a lei era stato negato! Perché allora non condividere quel sapere con lei? Ad Aquilina forse lo raccontava! Con lei, che forse non ne aveva neppure interesse? Ecco di chi avrebbe fatto la scolara! E se il maestro avesse avuto mano libera, non lo avrebbe respinto. No, non l’avrebbe respinto! Intanto Aquilina si tolse scialle, mantella nera, e pure gli stivali bagnati — li mise sulla stufa ad asciugare. Disse all’ospite: — Togliti il mantello… — Ma la visitatrice, ancora vestita, continuava a fissare la vetrinetta con i libri, e Aquilina guardò anche lei. — Ah, lascialo leggere… — disse, non specificando chi “lasciare leggere…” — Peggio di così… Un’altra avrebbe bruciato tutto, per non vedere il marito trastullarsi con storielline da piccoli, io invece niente! Avremo meno soldi, ma almeno niente lamentele in casa. Già mio genero, quello sì che di parole cattive ne spende! Bastano le sue! Questi libri non danno tanto male! Sù, svestiti, Tatiana! La visitatrice si sedette, tolse il mantello, aprì la porta della dispensa per lasciarlo là, ma nello stesso istante balzò dentro dalla porta il cane Barone. — Voilà! Dove ti sei cacciato, bestiaccia! — sgridò Aquilina. — Non si impara mai il rispetto, entrare in casa senza permesso! Fuori! — E afferrò una paletta da sotto la stufa, ma Barone non si mosse, si sdraiò a terra, tremando, e ululò con voce tetro e triste. — E il padrone dov’è? — chiese subito Tatiana. — Gregorio Leonardi è in casa? — Aveva più paura di trovarlo che di altro: non sapeva cosa dirgli, come salutarlo. Ma ora era invasa da un’altra paura, inspiegabile e gelida, e chiedeva ad Aquilina: — Dov’è? Dov’è il padrone? Ma Aquilina non temeva nulla, si vergognava solo per l’ospite imprevista, si voltò a scacciare Barone. Alzò la paletta una, due volte, ma intanto borbottava: — È nel bosco, il nostro padrone! Se proprio ci tieni — è nel bosco da stamani. A cavallo se n’è andato… — Barone ululava senza sosta. Aquilina gridò ancora: — Fosse la volta che sparisci davvero, disgraziato! Giuro! Adesso ti spacco la testa col ferro! Giuro! Non ci credi? Barone, ci credesse o no, tremava, tutto bagnato, ghiaccio su coda e orecchie. Tatiana si chinò vicino a Barone, raccolse nel pugno un ciuffo di pelo dove c’era una grande macchia scura. Aprì la mano — e vide sulle dita un liquido rossastro e odoroso. — Sangue! Sangue, e basta! — E allora? Quante volte quel dannato cagnaccio si sarà ferito? È buono sì, ma una volta ha staccato con un morso un orecchio a un altro cane, più grosso di lui! Staccato di netto! — Non è il suo sangue! Non ha nessuna ferita! — E di chi allora? Dai, dimmi tu! Di chi? — Forse di Gregorio Leonardi… — rispose Tatiana, e scoppiò a piangere, coprendosi il volto. A quel punto Aquilina perse la pazienza: — Ah, ci contavi proprio, vero? Cara ospite! Invitata-non invitata! Bellezza del paese! — Lanciò la paletta nell’angolo, diede un calcio a Barone, si voltò e uscì in soggiorno. Ancora, gridando da lì: — Gregorio Leonardi non avrà nulla! Ha fatto tutta la guerra, sano e salvo è tornato da me, ha sentito le mie preghiere ed è tornato, e ora vuoi che capiti qualcosa proprio così! Non ti credo! Non credo alle perfide e all’invidia! A nessuno! Sul vetro della cucina scivolavano fiocchi di neve, delicati, quasi qualcuno volesse entrare tastando piano… Ma nel fitto del bosco, sospettava Tatiana, dove era accaduta la disgrazia, quella delicatezza non esisteva, né poteva: lì dominava la ferocia, cieca e sorda a ogni dolore, a ogni sangue. Uscì di corsa Liza con l’ago in mano, spaventata, pallida. Lei, invece, credette subito a Tatiana: — Disgrazia! Per Dio, è una disgrazia! Il cane sente, papà è in pericolo! Tatiana la afferrò per le spalle: — Gregorio Leonardi con chi è partito? E quando? — Con Makoska! Con il cavallo furbo, ma è sempre un rischio! L’inverno è crudele! Liza non diceva le “r” e parlava a fatica, tremando, fissando Barone. Barone era già sulle zampe, graffiava la porta, chiamava tutti dietro di sé. — Arrivo subito! — promise Tatiana. — Subito! Liza! — gridò. — Corri, Liza, fuori dal cancello, attacca il cavallo, partiamo! Barone ci guiderà! — Ma oggi non ci sono cavalli, Tatiana Pàvlona! Non ce ne sono: con Makoska è partito il babbo, col Sauro e l’altro, il mio uomo è in paese, la giumenta è zoppa… Non ce ne sono! Non ce ne sono, nemmeno se ci ammazzi tutti! Non ce ne sono! E Liza, dette queste parole, si mise le mani sulla grande pancia e cominciò a piangere, spiegando ancora a Tatiana tra le lacrime, ma quella era già oltre — usciva di corsa dalla casa Ustinov. Mezz’ora dopo — forse meno — Michele uscì sul portico e vide la moglie che attaccava in fretta la cavallina pezzata, saltandole intorno un cane pezzato estraneo. Guardò meglio — era il cane degli Ustinov, Barone. — Dove te ne vai! — chiese timido Michele alla moglie. — Si fa buio, ormai… — Bisogna! — rispose Tatiana. — Bisogna e basta! Apri il cancello! *** Il volto di Ustinov parve a Tatiana bianco come la neve, e solo quando disse: «Chi è là?» — lei credette che fosse vivo. E chiedeva: — Il cavallo qual era? Miro? Davvero morto?! Mio Miro!.. — È morto! — poggiando la mano sulle labbra fredde del cavallo, rispose Tatiana. E scoppiò a piangere: non sapeva se Ustinov sarebbe vissuto. La sua voce era fioca, quasi dall’aldilà. — Come li hai allontanati, Gregorio?.. — Chissà… Ne ho colpiti due, gli altri sono fuggiti. Mostrò con un braccio ferito un lupo abbattuto a fianco, nel sangue sulla neve. Tatiana non l’aveva nemmeno visto da dietro il cavallo. Un’altra scia di sangue portava via nel bosco. Ustinov cercò la mano di Tatiana, la posò sul ferro gelido del cavallo. Dal nase usciva ancora un po’ di sangue caldo… — Davvero è morto? — Davvero. Poi, come solo allora la vedesse, sorpreso: — Tatiana? Da dove salti fuori? — Lei non rispose, Ustinov ripeté: — Da dove? Che strano… — Che strano, eh! Non dovrei esserci io, vero? Ce ne dovrebbe essere un’altra, vero? Ma non c’è, Gregorio! Non c’è e non ci sarà! Ricordalo! — E Miro? — chiese ancora più fioco Ustinov. — Lo lasciamo qui? — È freddo! — E anch’io sono freddo! Proprio! — Menti! Non proprio! Se foste entrambi freddi vi lascerei qui. Ma se anche solo di poco sei caldo, ti porto via! Mio, non di altri! — E lo accomodò sulla slitta, gridando alla cavalla: — Su, tira! Vive, tira! Barone ululava — non voleva lasciare Miro. Gli leccava il muso, cadeva. Non voleva credere che fosse troppo tardi. — Hai la schiena intera, Gregorio? — frustando la cavalla… — Intera… — La pancia? — Anche… — Gambe, allora? — La destra strappata, sopra il ginocchio… Dove mi porti, Tatiana? — Ne hai avute poche di disgrazie, Ustinov! — rispose lei. — Poche uomini e bestie te ne han fatte! Meriteresti di perdere anche la lingua! — Sei fuori, Tatiana? Perché parli così? — Perché così non puoi chiedere dove ti porto! Starai zitto qualunque sia la meta! Starai zitto nella mia casa, nel mio letto! Farò l’infermiera! Così andrà oggi, perché è ora! — Dici davvero, Tatiana?! Sei impazzita del tutto? — Basta bugie! Per troppi anni fra noi: questo non si può, quello non si può, niente si può! Hai la moglie, ho il marito, e ce li vogliamo? Basta menzogne! Ora ti porto con me. Mio, non d’altri! Se mi chiedono, dirò: mio, raccolto nel bosco, tolto dall’aratro. Anni a seguirti, sola, nessun altro dietro me; ora di chi è quest’uomo?! E tutti capiranno! Tutti con un cuore! Solo tu non capirai, ma non ti domanderò! Tu, così insensibile, ma stavolta non ti ascolterò! Basta! Oggi sarò la tua infermiera, nient’altro sarò! Per quanto voglio, per quanto! — Senti, Tatiana… non va… — Basta! Di “non va” ne ho sentite mille! Ho già dato! E così procedevano sulla neve, tra buio e una luce timida di luna, finché Barone abbaiò lanciandosi avanti. Ustinov disse: — Stanno passando su Salòva, Tatiana. Dal latrato, son lì! Tatiana fermò la cavalla, e lì tacquero. Anche Barone avanti si acquietò. Ustinov pensò: «Aquilina?» Ma non ci credette. Anche a Tatiana venne in mente Aquilina, la mantella nera col bordo candido, il volto calmo, gli occhi sporgenti. Pensò: «Sarà lei?.. Impossibile!» E s’attesero in silenzio — chi si sarebbe avvicinato? Arrivò Schura, genero di Gregorio. Fermò il cavallo, chiedendo: — Chi è! Tutto a posto? Barone fu il primo a abbaiare: «Ma che fai Schura? Non riconosci il padrone?» Ma Ustinov taceva. E Tatiana taceva. — Chi è? — urlava Schura sempre più ansioso. — Sono io! — rispose finalmente Ustinov. — Ma perché non avete risposto, babbo? — Ustinov silenzio ancora, e Schura domandò: — E con chi siete? — Frustò il cavallo, si avvicinò e riconobbe: — Tatiana Pàvlona? Sei tu? Da dove hai trovato il babbo? E dove? — Dalla disgrazia l’ho portato. — Che disgrazia? E il cavallo Miro dov’è, babbo? — È finita per lui… Fine vera. Io pure son ferito… Chi ti ha mandato? — Lisa mi ha mandato, babbo. Ero in visita. Ma io, babbo, con Michele Goriacchino non ho bevuto. Neanche carte. — Sei sobrio, Schura? — Aspetta che ti soffio in faccia, babbo! Nemmeno mezzo bicchiere! E voi in che slitta volete continuare? Questa? O la vostra? Perché non rispondete? Siete stordito? Gregorio guardò buio Tatiana, come se in quella decisione ci fosse la risposta — sarebbe rimasto con lei, sfidando la condanna sociale? Sarebbe partito la nuova vita, mettendo fine a sguardi, sospetti, sentimenti taciuti mai pronunciati apertamente… Sarebbe rimasto oppure… — Andrò sulla mia… — disse, e si voltò. Schura si affrettò a passare il suocero. Lo trascinò goffamente, accanto a Tatiana e sopra le sue ginocchia; lei muta, ferma, poi mormorò: — E io? E io? Io, come faccio? Ustinov gemette per il dolore alla gamba. Schura chiese: «Sanguinate, babbo?» Tatiana ripeteva: «E come io?» Alla fine, Ustinov era tutto nelle slitte di Schura — con braccia e gambe. Schura lo mise comodo sulla paglia, voltò il cavallo indietro e, senza dir nulla a Tatiana, andarono verso casa.