Paradiso in Bilocale Quando Dima le consegnò le chiavi del suo appartamento, Eva capì che la sua Bastiglia era finalmente caduta. Neanche Leonardo DiCaprio aveva atteso tanto un Oscar quanto Eva aveva desiderato il suo Adamo (anche se si chiamava Dima), e soprattutto con una casa tutta per loro. A trentacinque anni, ormai disillusa, spesso lanciava sguardi malinconici ai gatti randagi e alle vetrine di “Tutto per il fai-da-te”. Ed eccolo lì: single, gioventù sacrificata per la carriera, l’alimentazione sana, palestra e altre sciocchezze alla ricerca di sé stesso, e oltretutto senza figli. Eva sognava questo regalo da quando aveva vent’anni e il vecchio Babbo Natale, quel fannullone, pareva aver finalmente capito che non stava scherzando. «Ho l’ultima trasferta dell’anno e poi sarò tutto tuo», disse Dima, consegnandole l’ambita chiave del suo rifugio. «Non spaventarti della mia tana. Di solito ci vado solo a dormire», aggiunse prima di partire, inforcando un volo intercontinentale per il weekend. Eva prese lo spazzolino, la crema, i dischetti struccanti e partì curiosa verso quella tana misteriosa. I problemi iniziarono sulla porta: Dima aveva avvertito che la serratura dava spesso problemi, ma non si aspettava una resistenza simile. Per quaranta minuti provò di tutto: spinse, tirò, girò la chiave, tentò approcci diplomatici— ma quella gelosa porticina non ne voleva sapere di accoglierla. Eva iniziò allora una battaglia psicologica, come le avevano insegnato i compagni di scuola dietro i garage. Al rumore, una porta si aprì nel pianerottolo. «Perché sta cercando di entrare in una casa non sua?» domandò una voce femminile preoccupata. «Non sto forzando niente, ho le chiavi!» sbottò Eva, sudata e nervosa. «E lei chi sarebbe? Non l’ho mai vista», continuò la vicina impicciona. «Sono la sua ragazza!» dichiarò Eva a voce alta e mano sui fianchi, ma vide soltanto uno spiraglio da cui la donna spiava. «Davvero?» chiese con vero stupore. «Sì, ci sono problemi forse?» «No, nessuno. È solo che non ha mai portato nessuno qui (e lì Eva amò Dima ancora di più), e ora invece…» «Ora invece cosa?» incalzò Eva. «Sa, davvero non è affar mio. Scusi», chiuse la porta la signora. Con caparbietà, Eva spinse la chiave al massimo e, con tutta la forza del desiderio di entrare in quel rifugio, quasi ruotò l’intero stipite. La porta cedette. L’intero mondo interiore di Dima si svelò a Eva, e la sua anima si gelò. Certo, un giovane uomo solo può essere un po’ spartano… ma lì era proprio una cella monastica. «Poverino, il tuo cuore dev’essersi dimenticato da un pezzo, o forse non ha mai saputo, cosa sia il calore di una casa», sospirò Eva, osservando il modesto appartamento dove da ora sarebbe passata spesso. Allo stesso tempo, Eva era felice. La vicina aveva detto la verità: una mano femminile qui non aveva mai sfiorato quelle pareti, quel pavimento, quella cucina dagli infissi grigi. Eva era la prima. Non resistette e uscì subito a comprare una tenda elegante e un tappetino per il bagno, presine e asciughini per la cucina. Naturalmente, nel negozio si lasciò prendere la mano… il tappeto e la tenda furono solo l’inizio: aggiunse deodoranti, sapone artigianale, contenitori per cosmetici. «Aggiungere queste piccole cose non è invadenza», si ripeteva Eva, attaccando un secondo carrello al primo. La serratura non oppose più resistenza. Anzi, ormai non svolgeva più la sua funzione, sembrava il portiere di hockey senza casco prima di una partita. Rendendosi conto del danno, Eva passò la notte con i coltelli da cucina a svitare la vecchia serratura, e la mattina corse a comprarne una nuova. Naturalmente andavano cambiati anche i coltelli. E già che c’era, anche forchette, cucchiai, tovaglie, taglieri e sottopentola… e da lì alle tende il passo fu breve. Domenica a pranzo Dima telefonò dicendo che sarebbe rimasto in trasferta ancora un paio di giorni. «Mi farà solo piacere se porti un po’ di calore e di accoglienza in casa mia», sorrise, quando le raccontò dei suoi piccoli cambiamenti all’arredamento. Per inciso, Eva ormai portava il calore a camionate e lo sistemava seguendo piantine e documentazioni tecniche. Tutti quegli anni ad accumularlo dentro di sé… ora che aveva via libera la pentola non poteva più smettere di bollire. Quando Dima tornò, dell’appartamento di prima era rimasto solo un ragno vicino alla ventola. Eva avrebbe voluto mandarlo via, ma guardando i suoi otto occhi sconvolti dal cambiamento, pensò di lasciarlo lì, simbolo d’inviolabilità della proprietà altrui. La casa di Dima ora pareva quella di uno felicemente sposato da otto anni, poi disilluso, poi di nuovo felice suo malgrado. Eva non solo aveva messo mano all’appartamento, ma aveva già fatto in modo che tutti nel condominio sapessero che ora la padrona era lei. L’anello al dito mancava ancora, ma quello era solo un dettaglio tecnico. Inizialmente i vicini la guardavano con sospetto, poi alzavano le spalle: “Come vuole lei, a noi cosa cambia”. *** Il giorno dell’arrivo di Dima, Eva preparò una vera cena casalinga, infiocchettò con malizia le sue (ancora toniche) curve nel più audace degli outfit, sistemò in ogni angolo incensi e, oscurando la nuova illuminazione, si mise in attesa. Ecco che accoglienza per il suo Adamo! Loro, senza Eden, avevano trovato il loro paradiso. Dima tardava. Quando Eva sentì che la tenuta le mordeva proprio in quel punto per cui aveva fatto squat per mesi, qualcuno infilò la chiave nella serratura. «La serratura è nuova, basta spingere, non è chiusa!» rispose con un mix di imbarazzo e malizia. Il giudizio non la spaventava: aveva lavorato troppo bene sulla casa, le avrebbero perdonato tutto. Appena la porta si aprì, le arrivò un messaggio da Dima: «Dove sei? Io sono a casa. Vedo che l’appartamento non è cambiato affatto. E dire che gli amici mi avevano terrorizzato dicendo che avresti invaso tutto di cosmetici». Peccato che Eva lo avrebbe letto molto più tardi. Perché intanto, in casa erano entrate cinque persone sconosciute: due giovani, due adolescenti e un anziano che, vedendola, si raddrizzò tutto pettinando i pochi capelli bianchi rimasti. «Caspita, papà, che accoglienza! A che ti serviva quel sanatorio se a casa c’è l’all inclusive?» schernì subito il giovane, beccandosi una scappellotto dalla presunta moglie per le troppe occhiate. Eva, immobile sulla soglia con due bicchieri pieni, era paralizzata. Voleva gridare, ma lo choc la immobilizzava. Da qualche angolo, il ragno rideva soddisfatto. «Scusi, m-ma lei chi è?» balbettò Eva. «Il padrone del rifugio. E lei, infermiera della ASL di turno? Avevo detto che la medicazione la faccio da me», rispose il nonno, notando il completino sexy da infermiera di Eva. «Beh, Adam Matveevich, ora sì che qui si respira accoglienza! Altro che cripta!» fece capolino dietro Eva la moglie del giovane. «Ma come si chiama, signorina? Non sarà un po’ giovane per il nostro Adam Matveevich? Certo, un bell’uomo, e con casa propria…» «E-Eva…» «Ecco! Sa scegliere davvero le persone, Adam Matveevich!» A giudicare dagli occhi lucidi, anche il nonno pensava che la cosa stava andando alla grande. «E D-D-Dima?» sussurrò Eva, e, in un attimo di nervi, scolò entrambi i bicchieri. «Io sono Dima!» annunciò fiero un bimbo di otto anni. «Aspetta, sei troppo piccolo per essere Dima», lo fermò la mamma, spedendo i figli in macchina col padre. «Mi scusi, credo di aver sbagliato casa», si riprese finalmente Eva, ricordando la lotta con la serratura. «Questa è Viale delle Viole, 18, interno 26?» «No, Viale dei Sambuco, 18», rispose il nonno, già pronto a spacchettare il regalo inaspettato. «Già», sospirò Eva tragicamente, «le confondo sempre. Fate come se foste a casa vostra, io torno subito, devo fare una telefonata». Si rifugiò in bagno con il telefono, dove sbarrò la porta e si avvolse nell’asciugamano. Solo lì lesse il vero messaggio di Dima. «Dima, arrivo tra poco, mi sono fermata a fare la spesa», rispose Eva. «Va bene, ti aspetto. Se riesci prendi una bottiglia di vino», rispose Dima con un messaggio vocale. Il vino Eva lo portava già dentro. Preso il tappetino e la tenda da bagno, attese che gli sconosciuti entrassero in cucina per poi fuggire. Raccolse tutto in un sacchetto e scappò dall’appartamento. «Adam Matveevich, scappa! L’amore fugge!» urlavano i vicini dalle porte socchiuse. *** «Te lo racconto dopo,» spiegò Eva quando il vero Dima aprì la porta, sorpresa per l’abbigliamento. Passò accanto a lui come in trance, entrò in bagno, cambiò la tenda e mise il tappeto, poi si buttò sul divano e dormì finché stress e vino non passarono. Al risveglio, davanti a lei, il giovane sconosciuto aspettava spiegazioni. «Scusa… che indirizzo è questo?» «Via dei Gelsomini, 18.»

Paradiso in un Bilocale

Quando Matteo porse a Giulia le chiavi del suo appartamento, lei capì: la Bastiglia era caduta. Nessun Leonardo DiCaprio aveva mai atteso lOscar con tanta ansia quanta ne aveva provata Giulia nellaspettare il suo Adamo (anche se chiamato Matteo), e con tanto di bilocale tutto loro. Trentasettenne, piena di speranze logore, Giulia lanciava sempre più spesso occhiate piene di compassione ai gatti randagi e alle vetrine di Tutto per il cucito. E ora appariva lui, scapolo doro, che aveva sprecato la sua giovinezza tra lavoro, alimentazione corretta, palestra e altre amenità tipo la ricerca di sé stesso, e soprattutto senza figli. Giulia aveva desiderato questo regalo dai ventanni, e forse il tardivo Babbo Natale aveva finalmente capito che non stava scherzando.

Ho lultima trasferta di lavoro dellanno, e poi sono tutto tuo, disse Matteo, consegnandole lagognata chiave del suo rifugio. Non spaventarti della mia tana. Io di solito ci torno solo a dormire, aggiunse, e dopo aver salutato, volò su un Boeing verso un altro fuso orario per tutto il fine settimana.

Giulia raccolse spazzolino, crema, dischetti struccanti e si avviò curiosa a vedere in che grotta stava per entrare. I problemi iniziarono subito allingresso. Matteo laveva avvisata: la serratura a volte si inceppava. Giulia non immaginava però quanto. Combatté quaranta minuti: spingeva, tirava, infilava la chiave, la muoveva con educazione millimetrica, ma quella porta gelosa non voleva proprio arrendersi allospite. Giulia passò alla coercizione psicologica, come aveva imparato tanti anni prima dietro la scuola. Al trambusto si aprì la porta accanto.

Scusi, perché sta cercando di entrare nella casa altrui? domandò preoccupata una voce femminile.

Non sto sfondando nulla, ho le chiavi! bofonchiò Giulia, già sudata e irritata.

E lei chi sarebbe? Non mi pare di averla mai vista, proseguì, ficcanaso, la vicina.

Sono la sua fidanzata! dichiarò con baldanza Giulia, mettendo le mani sui fianchi. Ma alluscio la signora lasciava solo uno spiraglio da cui osservare.

Lei? la donna era sinceramente stupita.

Sì, proprio io. Cè qualche problema?

Nessuno, per carità. Solo, lui non ha mai portato nessuno qui (a Giulia piacque ancora di più Matteo), e ora invece…

Ora invece che? chiese Giulia senza capire.

Non è affar mio, perdoni, mugugnò la vicina richiudendo la porta.

Capendo che era giunto il momento della resa dei conti, Giulia spremette la chiave con tutta la forza che aveva in corpo; la serratura cedette, la porta finalmente si aprì.

Lintero universo di Matteo si svelò davanti agli occhi di Giulia e il suo spirito si ghiacciò. Certo, si sa che tra i single imperversa una certa austerità, ma quella era proprio una cella da monaco.

Poveretto, il tuo cuore si è dimenticato o forse non ha mai conosciuto il calore della casa, le sfuggì mentre analizzava la modestissima dimora che laspettava.

Però, un pensiero felice le illuminò lo sguardo: la vicina non mentiva, una mano femminile lì non era mai passata. Era lei la prima.

Spinta dallimpazienza, Giulia si infilò le scarpe e corse nel negozio sotto casa: tende colorate per il bagno, tappetino soffice, presine, canovacci. E ovviamente, una cosa tira laltra Profumatori, sapone artigianale, un paio di comodi contenitori per il trucco.

Aggiungere qualche dettaglio non è invadente! si rassicurava Giulia, agganciando un secondo carrello al primo.

La porta non le faceva più resistenza. In realtà ormai la serratura aveva smesso di fare il suo lavoro e sembrava il portiere di una squadra sconfitta che si era dimenticato la maschera negli spogliatoi. Accorgendosi della sua opera, Giulia passò la notte a svitare il vecchio cilindro con coltelli da cucina, e il mattino dopo volò in ferramenta a comprarne uno nuovo. Ovviamente, anche i coltelli andavano cambiati, così come le forchette, i cucchiai, la tovaglia, i taglieri e i sottopentola. E a quel punto le tende non potevano mancare.

Domenica allora di pranzo Matteo chiamò per dire che avrebbero prolungato la trasferta di qualche giorno.

Anzi, se porti un po di calore e comfort in casa mi fai solo contento, rise lui quando Giulia ammise di aver dato qualche tocco personale.

In realtà il comfort ormai lo aveva distribuito a camionate, seguendo persino uno schemino mentale. Anni di desideri repressi in una donna sola spinti finalmente in superficie: il pentolone ormai bolliva senza sosta.

Al rientro di Matteo, dellantico appartamento era rimasto solo un ragnetto vicino alla grata. Giulia voleva scacciarlo, ma osservando i suoi otto occhi sconvolti dai cambiamenti, decise di risparmiarlo in segno di rispetto per la proprietà altrui.

La casa adesso sembrava il nido di due sposini con già otto anni di matrimonio alle spalle, una crisi superata e la voglia di essere felici a dispetto di. Giulia non solo si era impadronita della casa ma aveva anche informato lintero stabile che dora in avanti era lei la padrona di casa a cui rivolgersi. Nessun anello allanulare, ancora, ma quello era un dettaglio.

I vicini dapprima la guardavano con sospetto, poi finirono per rassegnarsi: Faccia lei, signorina, affari vostri.

***

Per il grande giorno, Giulia preparò una vera cena fatta in casa, infilò il suo lato B frutto di mesi in palestra dentro un abito sfacciatamente elegante, sistemò incensi nei vari angolini e sedeva sul divano appena la luce diventava soffusa. Ecco il benvenuto ad Adamo! Nessun Eden, ma un vero angolo di paradiso, qui, nel loro piccolo nido suburbano.

Ma Matteo tardava. Quando Giulia cominciò a sentire che labito iniziava a pizzicare proprio dove aveva tanto faticato in palestra, sentì una chiave nella toppa.

La serratura è nuova, tira forte, non è chiusa a chiave! rispose Giulia con un filo di voce seducente ma sicura di sé. La casa era trasformata, nessuno avrebbe potuto rimproverarla.

Proprio in quel momento, Giulia ricevette un messaggio da Matteo: Dove sei? Sono a casa! Sai che sembra preciso identico a prima? I miei amici scherzavano che avresti invaso tutto con i trucchi!. Quel messaggio Giulia lo vide parecchio tempo dopo.

Intanto in casa entrarono cinque sconosciuti: due ragazzi, due ragazzini e un vecchietto arzillo che, vedendola, si raddrizzò e si aggiustò quel poco di capelli rimasti.

Papà, guarda che accoglienza! E per questo che volevi andare in quella casa di riposo? Qui hai pensione completa! ironizzò uno dei giovani, che fu subito colpito dietro la testa dalla moglie per aver fissato troppo Giulia.

Lei rimase immobile sulla soglia, con due calici in mano, incapace di reagire. Il ragnetto nellangolo sembrava ridere.

Scusi, lei chi è? balbettò Giulia.

Il legittimo proprietario di questa tana. Lei è la nuova infermiera? Le avevo detto che non avevo bisogno di bendaggi! rispose lanziano, squadrando il vestito da dottoressa sexy di Giulia.

Eh sì, signor Adamo Martelli, qui cè finalmente aria di casa, commentò la donna giovane gettando unocchiata al nuovo arredamento. Ben altra storia rispetto a prima. E lei come si chiama, signorina? Non è che nostro Adamo Martelli è un po troppo maturo per lei? Comunque, un uomo con una casa propria…

Giulia…

Ottima scelta, Adamo Martelli! disse la donna con un sorriso furbo.

A giudicare dagli occhi brillanti, anche il vecchietto non sembrava scontento di come si fosse messa la serata.

E… Matteo dovè? mormorò Giulia, svuotando dun fiato entrambi i calici.

Io sono Matteo! esclamò orgoglioso uno dei bimbi.

Non ancora, caro, lo fermò subito la madre portandolo con laltro fratellino fuori in macchina.

Scusate, credo di aver sbagliato appartamento… realizzò finalmente Giulia, tornando con la memoria alla lotta con la serratura. Questa è via Gelsomino diciotto, interno ventisei?

No, questa è via Olmo diciotto, ridacchiava il nonno, pregustando la cena.

Già… li confondo sempre. Scusate, accomodatevi pure, io vado un attimo a fare una chiamata, sospirò Giulia, dirigendosi verso il bagno.

Barricata con lasciugamano sulle spalle, trovò finalmente il messaggio di Matteo.

Matteo, arrivo, mi trattengo solo un attimo al supermercato, digitò velocemente.

Va bene. Se riesci, porta una bottiglia di vino, rispose lui con una nota vocale.

Il vino Giulia lo avrebbe portato, sì, ma iniziando da sé stessa. Raccolti tappetino e tenda, aspettò che tutti sconosciuti finissero in cucina, poi sgattaiolò fuori barcollando.

Il Martelli se ne va! Lamore scappa! commentavano divertiti i vicini curiosi dalle porte socchiuse.

***

Lo racconterò poi, spiegò in fretta Giulia il suo aspetto insolito quando Matteo le aprì la porta.

Si trascinò nel soggiorno come in un sogno: cambiò la tenda, srotolò il tappetino, lasciò tutto al suo posto e andò a dormire senza fiatare. Solo il mattino dopo, con la testa finalmente libera, trovò davanti a sé Matteo in attesa di spiegazioni.

Scusami… qual è lindirizzo qui?

Via Gelsomino, diciotto.

***

La vita è piena di porte ostinate e indirizzi sbagliati. Ma spesso basta trovare il coraggio di tornare alla propria, metterci un po di calore, e sorridere anche dei nostri errori: solo così si costruisce davvero il proprio paradiso, anche in un semplice bilocale italiano.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

5 × one =

Paradiso in Bilocale Quando Dima le consegnò le chiavi del suo appartamento, Eva capì che la sua Bastiglia era finalmente caduta. Neanche Leonardo DiCaprio aveva atteso tanto un Oscar quanto Eva aveva desiderato il suo Adamo (anche se si chiamava Dima), e soprattutto con una casa tutta per loro. A trentacinque anni, ormai disillusa, spesso lanciava sguardi malinconici ai gatti randagi e alle vetrine di “Tutto per il fai-da-te”. Ed eccolo lì: single, gioventù sacrificata per la carriera, l’alimentazione sana, palestra e altre sciocchezze alla ricerca di sé stesso, e oltretutto senza figli. Eva sognava questo regalo da quando aveva vent’anni e il vecchio Babbo Natale, quel fannullone, pareva aver finalmente capito che non stava scherzando. «Ho l’ultima trasferta dell’anno e poi sarò tutto tuo», disse Dima, consegnandole l’ambita chiave del suo rifugio. «Non spaventarti della mia tana. Di solito ci vado solo a dormire», aggiunse prima di partire, inforcando un volo intercontinentale per il weekend. Eva prese lo spazzolino, la crema, i dischetti struccanti e partì curiosa verso quella tana misteriosa. I problemi iniziarono sulla porta: Dima aveva avvertito che la serratura dava spesso problemi, ma non si aspettava una resistenza simile. Per quaranta minuti provò di tutto: spinse, tirò, girò la chiave, tentò approcci diplomatici— ma quella gelosa porticina non ne voleva sapere di accoglierla. Eva iniziò allora una battaglia psicologica, come le avevano insegnato i compagni di scuola dietro i garage. Al rumore, una porta si aprì nel pianerottolo. «Perché sta cercando di entrare in una casa non sua?» domandò una voce femminile preoccupata. «Non sto forzando niente, ho le chiavi!» sbottò Eva, sudata e nervosa. «E lei chi sarebbe? Non l’ho mai vista», continuò la vicina impicciona. «Sono la sua ragazza!» dichiarò Eva a voce alta e mano sui fianchi, ma vide soltanto uno spiraglio da cui la donna spiava. «Davvero?» chiese con vero stupore. «Sì, ci sono problemi forse?» «No, nessuno. È solo che non ha mai portato nessuno qui (e lì Eva amò Dima ancora di più), e ora invece…» «Ora invece cosa?» incalzò Eva. «Sa, davvero non è affar mio. Scusi», chiuse la porta la signora. Con caparbietà, Eva spinse la chiave al massimo e, con tutta la forza del desiderio di entrare in quel rifugio, quasi ruotò l’intero stipite. La porta cedette. L’intero mondo interiore di Dima si svelò a Eva, e la sua anima si gelò. Certo, un giovane uomo solo può essere un po’ spartano… ma lì era proprio una cella monastica. «Poverino, il tuo cuore dev’essersi dimenticato da un pezzo, o forse non ha mai saputo, cosa sia il calore di una casa», sospirò Eva, osservando il modesto appartamento dove da ora sarebbe passata spesso. Allo stesso tempo, Eva era felice. La vicina aveva detto la verità: una mano femminile qui non aveva mai sfiorato quelle pareti, quel pavimento, quella cucina dagli infissi grigi. Eva era la prima. Non resistette e uscì subito a comprare una tenda elegante e un tappetino per il bagno, presine e asciughini per la cucina. Naturalmente, nel negozio si lasciò prendere la mano… il tappeto e la tenda furono solo l’inizio: aggiunse deodoranti, sapone artigianale, contenitori per cosmetici. «Aggiungere queste piccole cose non è invadenza», si ripeteva Eva, attaccando un secondo carrello al primo. La serratura non oppose più resistenza. Anzi, ormai non svolgeva più la sua funzione, sembrava il portiere di hockey senza casco prima di una partita. Rendendosi conto del danno, Eva passò la notte con i coltelli da cucina a svitare la vecchia serratura, e la mattina corse a comprarne una nuova. Naturalmente andavano cambiati anche i coltelli. E già che c’era, anche forchette, cucchiai, tovaglie, taglieri e sottopentola… e da lì alle tende il passo fu breve. Domenica a pranzo Dima telefonò dicendo che sarebbe rimasto in trasferta ancora un paio di giorni. «Mi farà solo piacere se porti un po’ di calore e di accoglienza in casa mia», sorrise, quando le raccontò dei suoi piccoli cambiamenti all’arredamento. Per inciso, Eva ormai portava il calore a camionate e lo sistemava seguendo piantine e documentazioni tecniche. Tutti quegli anni ad accumularlo dentro di sé… ora che aveva via libera la pentola non poteva più smettere di bollire. Quando Dima tornò, dell’appartamento di prima era rimasto solo un ragno vicino alla ventola. Eva avrebbe voluto mandarlo via, ma guardando i suoi otto occhi sconvolti dal cambiamento, pensò di lasciarlo lì, simbolo d’inviolabilità della proprietà altrui. La casa di Dima ora pareva quella di uno felicemente sposato da otto anni, poi disilluso, poi di nuovo felice suo malgrado. Eva non solo aveva messo mano all’appartamento, ma aveva già fatto in modo che tutti nel condominio sapessero che ora la padrona era lei. L’anello al dito mancava ancora, ma quello era solo un dettaglio tecnico. Inizialmente i vicini la guardavano con sospetto, poi alzavano le spalle: “Come vuole lei, a noi cosa cambia”. *** Il giorno dell’arrivo di Dima, Eva preparò una vera cena casalinga, infiocchettò con malizia le sue (ancora toniche) curve nel più audace degli outfit, sistemò in ogni angolo incensi e, oscurando la nuova illuminazione, si mise in attesa. Ecco che accoglienza per il suo Adamo! Loro, senza Eden, avevano trovato il loro paradiso. Dima tardava. Quando Eva sentì che la tenuta le mordeva proprio in quel punto per cui aveva fatto squat per mesi, qualcuno infilò la chiave nella serratura. «La serratura è nuova, basta spingere, non è chiusa!» rispose con un mix di imbarazzo e malizia. Il giudizio non la spaventava: aveva lavorato troppo bene sulla casa, le avrebbero perdonato tutto. Appena la porta si aprì, le arrivò un messaggio da Dima: «Dove sei? Io sono a casa. Vedo che l’appartamento non è cambiato affatto. E dire che gli amici mi avevano terrorizzato dicendo che avresti invaso tutto di cosmetici». Peccato che Eva lo avrebbe letto molto più tardi. Perché intanto, in casa erano entrate cinque persone sconosciute: due giovani, due adolescenti e un anziano che, vedendola, si raddrizzò tutto pettinando i pochi capelli bianchi rimasti. «Caspita, papà, che accoglienza! A che ti serviva quel sanatorio se a casa c’è l’all inclusive?» schernì subito il giovane, beccandosi una scappellotto dalla presunta moglie per le troppe occhiate. Eva, immobile sulla soglia con due bicchieri pieni, era paralizzata. Voleva gridare, ma lo choc la immobilizzava. Da qualche angolo, il ragno rideva soddisfatto. «Scusi, m-ma lei chi è?» balbettò Eva. «Il padrone del rifugio. E lei, infermiera della ASL di turno? Avevo detto che la medicazione la faccio da me», rispose il nonno, notando il completino sexy da infermiera di Eva. «Beh, Adam Matveevich, ora sì che qui si respira accoglienza! Altro che cripta!» fece capolino dietro Eva la moglie del giovane. «Ma come si chiama, signorina? Non sarà un po’ giovane per il nostro Adam Matveevich? Certo, un bell’uomo, e con casa propria…» «E-Eva…» «Ecco! Sa scegliere davvero le persone, Adam Matveevich!» A giudicare dagli occhi lucidi, anche il nonno pensava che la cosa stava andando alla grande. «E D-D-Dima?» sussurrò Eva, e, in un attimo di nervi, scolò entrambi i bicchieri. «Io sono Dima!» annunciò fiero un bimbo di otto anni. «Aspetta, sei troppo piccolo per essere Dima», lo fermò la mamma, spedendo i figli in macchina col padre. «Mi scusi, credo di aver sbagliato casa», si riprese finalmente Eva, ricordando la lotta con la serratura. «Questa è Viale delle Viole, 18, interno 26?» «No, Viale dei Sambuco, 18», rispose il nonno, già pronto a spacchettare il regalo inaspettato. «Già», sospirò Eva tragicamente, «le confondo sempre. Fate come se foste a casa vostra, io torno subito, devo fare una telefonata». Si rifugiò in bagno con il telefono, dove sbarrò la porta e si avvolse nell’asciugamano. Solo lì lesse il vero messaggio di Dima. «Dima, arrivo tra poco, mi sono fermata a fare la spesa», rispose Eva. «Va bene, ti aspetto. Se riesci prendi una bottiglia di vino», rispose Dima con un messaggio vocale. Il vino Eva lo portava già dentro. Preso il tappetino e la tenda da bagno, attese che gli sconosciuti entrassero in cucina per poi fuggire. Raccolse tutto in un sacchetto e scappò dall’appartamento. «Adam Matveevich, scappa! L’amore fugge!» urlavano i vicini dalle porte socchiuse. *** «Te lo racconto dopo,» spiegò Eva quando il vero Dima aprì la porta, sorpresa per l’abbigliamento. Passò accanto a lui come in trance, entrò in bagno, cambiò la tenda e mise il tappeto, poi si buttò sul divano e dormì finché stress e vino non passarono. Al risveglio, davanti a lei, il giovane sconosciuto aspettava spiegazioni. «Scusa… che indirizzo è questo?» «Via dei Gelsomini, 18.»
Marina non si era mai fidata di suo marito. Ecco perché doveva contare solo su se stessa. Così si era svolta la loro vita matrimoniale.