Mi chiamo Riccardo e ho ormai 78 anni.
Non avrei mai pensato di rivolgermi a degli sconosciuti in cerca di consiglio, eppure eccomi qui. Ho davvero bisogno di un parere.
Ho trascorso gran parte della mia vita adulta come padre single. Mia moglie, Giulia, ci lasciò a causa di un brutto male quando nostra figlia, Francesca, oggi trentacinquenne, aveva solo dieci anni.
Quello fu un periodo buio e doloroso per entrambi, ma ce la siamo cavata insieme. Da quel momento siamo rimasti solo noi due, spalla a spalla contro tutto e tutti. Ho fatto limpossibile per essere sia madre che padre per lei, lavorando sodo e senza risparmiarmi per donarle quante più opportunità possibili.
Francesca è cresciuta in gamba. Certo, non sono mancati i momenti difficili durante ladolescenza, ma in fondo era una ragazza gentile, piena di buona volontà, e si comportava sempre con buon senso. Andava bene a scuola, ottenne una borsa di studio parziale per luniversità e, dopo la laurea, trovò un buon impiego presso una banca a Milano.
Sono sempre stato orgoglioso di lei. Ho seguito, passo dopo passo, la sua crescita in donna e sono fiero dei traguardi che ha raggiunto. Siamo sempre rimasti molto uniti, anche dopo che andò a vivere per conto suo: ci sentivamo spesso al telefono e almeno una volta a settimana cenavamo insieme.
Papà mi disse, senza riuscire nemmeno a incrociare il mio sguardo . Mi dispiace. So che ti avevo detto che si trattava di una casetta, ma qui starai meglio. Qui ci sarà sempre qualcuno che si prenderà cura di te.
Prendersi cura di me? Non ho bisogno che nessuno si occupi di me! Sono del tutto autosufficiente. Perché mi hai mentito?
Papà, ti prego. Solo allora Francesca mi guardò negli occhi, e nei suoi cera solo supplica.
Ultimamente dimentichi alcune cose. Mi preoccupa che tu rimanga da solo. Questo posto ha ottimi servizi e qualcuno potrà aiutarti in caso di bisogno.
Dimenticare? Ma tutti si scordano qualcosa ogni tanto! gridai, mentre le lacrime della rabbia mi scendevano sulle guance.
Non è giusto, Francesca. Portami subito a casa.
Francesca scosse la testa e allora mi diede la notizia più dura del giorno:
Non posso farlo, papà. Ho già venduto la casa.
Mi sentii venir meno sotto i piedi la terra stessa.
E sapevo daver accettato lidea della vendita, ma pensavo daver ancora un po di tempo. Avrei voluto salutare i nuovi proprietari, scegliere una famiglia per bene e spiegare loro come prendersi cura della vecchia quercia nel giardino.
Eppure, ciò che è successo poco più di un anno fa mi ha davvero sorpreso. Era un martedì sera quando Francesca arrivò a casa mia, molto emozionata.
Papà disse , ho una notizia meravigliosa! Ti ho comprato una casetta in campagna!
Una casetta? Francesca, di cosa stai parlando?
È il posto ideale, papà. Calmo, silenzioso esattamente quello che ti serve. Ti piacerà!
Ero molto stupito. Trasferirmi così lontano? Mi sembrava una decisione troppo importante.
Francesca, non dovevi farlo. Io sto bene qui.
Ma lei fu irremovibile:
No, papà, te lo meriti. La casa dove vivi ora è diventata troppo grande solo per te. È tempo di cambiare. Fidati, starai benissimo.
Ammetto che ero dubbioso. La casa dove vivevo era stata il nostro rifugio per più di trentanni. Lì era cresciuta Francesca, lì Giulia e io avevamo costruito la nostra vita insieme. Ma mia figlia sembrava così felice e sicura che fosse la scelta migliore. E io mi fidavo ciecamente di lei.
Alla fine, tra di noi, la sincerità non era mai mancata.
Così, pur tra mille dubbi, accettai il trasloco e la vendita dellabitazione. Nei giorni seguenti, preparai le valigie e impacchettai tutto, mentre Francesca si occupava di ogni altro dettaglio, rassicurandomi su ogni aspetto. Era stata così premurosa che le mie paure passarono in secondo piano.
Infine arrivò il giorno del trasferimento. Mentre salivamo in auto, Francesca mi descriveva tutte le comodità della nuova sistemazione. Ma più ci allontanavamo da Torino, più cresceva il mio disagio.
Il paesaggio diventava sempre più spoglio, niente affatto la campagna allegra e verdeggiante che avevo immaginato: nessuna dolce collina, nessun panorama da cartolina. Al posto delle vecchie strade amiche e dei vicini con cui condividevo quattro chiacchiere, cerano semplicemente distese vuote e una cascina abbandonata.
Le case che avevo visto, quando Giulia era ancora con noi, erano graziose, raccolte, immerse nella natura. Quello che vedevo davanti agli occhi era tuttaltro.
Francesca chiesi , sei sicura che questa sia la strada giusta? Non sembra la campagna che pensavo.
Lei mi rassicurò, ma deviai lo sguardo per non incontrare il mio.
Dopo quasi unora, svoltammo per un lungo vialetto tortuoso. Alla fine apparve un edificio grande, impersonale. Il cuore mi si fermò un attimo leggendo il cartello: «Residenza Tramonto».
Non era affatto una casetta. Era una casa di riposo.


