Diario di una infermiera di quartiere
Mi chiamo Speranza Gennari. Questa mattina camminavo per i corridoi del poliambulatorio di via Garibaldi, tenendo ben stretta sotto il braccio una pila di cartelle cliniche. Il cartellino di plastica al collo mi tirava giù il bavero del camice, gli occhiali sempre in bilico sulla punta del naso. Le voci riecheggiavano nel corridoio, le sedie stridievano, qualcuno ha starnutito forte; il tutto era avvolto dal persistente odore di candeggina e sapone che arrivava dai bagni.
“Infermiera, quanto manca?” ha chiesto una signora corpulenta, seduta vicino al muro, con il cappotto ancora abbottonato e un sacchetto di analisi stretto al petto.
“Si va in ordine, signora”, ho risposto senza nemmeno alzare lo sguardo. “Le cartelle le ha consegnate? Allora aspetti.”
Sono entrata nella sala delle procedure, ho poggiato le cartelle, tolto i guanti che ancora pizzicavano un po sulle dita, e ho sospirato. Mancavano tre giorni a Capodanno, ma se ne respirava laria solo grazie a qualche festone arricciato sulle porte degli ambulatori e alle lamentele dei pazienti, che parlavano non solo di pressione alta ma anche dei prezzi alle stelle nei supermercati.
“Speranza, tutto bene?” la dottoressa Bianchi, magra e con la coda di cavallo, si è affacciata sulluscio. “Ti ho lasciato ancora due visite a domicilio, non arrabbiarti. Sono i nostri anziani.”
“Che posso fare”, ho detto accettando i fogli con gli indirizzi. Li ho infilati nella tasca del camice, controllando la borsa con il misuratore di pressione e le siringhe. Erano richieste nel mio quartiere: palazzi di nove piani, quelli che ormai conosco tanto bene da distinguere i citofoni solo dal suono.
A ora di pranzo, la sala si è svuotata. Ho messo sopra il camice la giacca pesante, infilato i piedi negli stivali che tengo sotto la scrivania, e sono uscita. La neve scricchiolava sotto i piedi, le auto lungo la strada erano avvolte in cumuli grigi e sporchi, con le ruote che spuntavano fuori. Ho stretto la borsa sotto il braccio e mi sono diretta verso la fermata dellautobus.
La prima visita era dietro langolo. Un condominio dal colore spento, portone da spingere con il fianco per farlo chiudere. Dentro, odore di cibo per gatti e di straccio bagnato. La lampadina sul pianerottolo tremolava, da qualche parte sopra, la musica risuonava.
Quinto piano, senza ascensore. Salendo, ho contato i gradini; al terzo mi sono fermata a riprendere fiato, appoggiandomi al muro. Il cuore batteva forte, le ginocchia facevano male. Ho pensato che, prima o poi, qualcun altro sarebbe venuto “a casa mia”, non io sempre da tutti.
Aprì una donna magra, sulla quarantina, con un maglione largo.
“Prego, entri”, mi ha detto, chiamando verso la stanza: “Mamma, cè linfermiera”.
Sul divano, vicino alla finestra, cera una signora anziana con un golf di lana. Sul davanzale, tre vasi con i fiori; tra loro, una sola piccola sfera di vetro appesa a un filo.
“La pressione va su e giù”, spiegò la figlia, sistemando la coperta della madre. “E la tosse. La dottoressa ha detto che venissi a vedere.”
Ho preparato il misuratore, avvolto la fascia attorno al braccio sottile. La signora mi guardava con gli occhi chiari e lucidi.
“State preparando qualcosa per Capodanno?” mi ha chiesto allimprovviso, mentre il misuratore fischiava.
“Eh, che preparativi”, ho scrollato le spalle. “Tra turni e chiamate. Accendo la TV, faccio due insalate e basta.”
“Noi qui” ha accennato col capo verso la finestra, “abbiamo appeso la sfera, almeno per ricordare la festa. Mia figlia lavora, fa il turno; lo passerò sola. Ma ormai sono abituata.”
Lo disse tranquilla, senza lamentarsi, e io mi sono sentita un po a disagio. Pensai alla mia casetta: la cucina con lo stendino ancora carico di bucato dallautunno, il prezzemolo secco nel bicchiere. Lalbero non lo monto da anni, la scatola con le palline prende polvere sopra larmadio.
“La pressione è regolare, signora”, ho detto guardando i numeri. “Prenda le medicine come indicato. Ora ascolto la tosse.”
Appoggiai lo stetoscopio al petto; sentivo il respiro sibilante e spezzato. In stanza, silenzio; solo il ticchettio dellorologio sopra la porta e, da qualche vicino, stoviglie che sbattevano.
“Tornerà da noi prima della festa?” chiese la signora, mentre raccoglievo gli strumenti.
“Se cè chiamata, vengo”, risposi. “Altrimenti non è previsto, purtroppo.”
“Capisco”, annuì. Poi aggiunse: “A casa sua viene qualcuno? Per festeggiare? Un brindisi?”
Era una domanda semplice, ma mi ha punto. Sorrisi amaro.
“Chi verrebbe?” risposi, subito pentita del tono. “I figli grandi vivono lontano, a Milano; hanno la loro vita. Mi chiameranno, certo.”
Lei mi guardava con tenerezza, una specie di calore.
“Allora guardiamo la TV insieme”, disse. “Io da qui, lei da casa sua.”
Scendendo le scale pensavo alle sue parole. “Insieme davanti alla TV.” Ricordai lo scorso anno, quando mi ero addormentata prima della mezzanotte, con la lampada accesa e il televisore in cucina che sussurrava. Al mattino, avevo spento tutto e via in turno: festa e giorno qualunque, uguali.
Seconda visita, nel mio stesso condominio: altro ingresso, “paziente allettato” scritto sul foglio. Sapevo chi era: un uomo solo, reduce da un ictus, accudito dalle badanti a rotazione. Il portone era come il mio: muri spenti, cassette delle lettere invecchiate con numeri scritti a pennarello.
Aprì la badante, una donna robusta con il gilet imbottito. In camera, il signore sulla sessantina, grande, con le braccia flosce. Davanti al letto, la TV mandava un vecchio film italiano.
“Come va il nostro campione?” chiesi sollevando le sopracciglia.
“Male”, sbuffò la badante. “Stanotte tosse forte, pressione ballerina. Ho chiamato la dottoressa, ha mandato voi.”
Lui fissava il soffitto, le labbra si muovevano appena.
“Buongiorno”, gli dissi, avvicinandomi. “Arriva la festa, e lei qui disteso… Ci vuole rimediare.”
Un mezzo sorriso si disegnò sulla bocca.
“Festa a me? Basta che passi la notte.”
Misurai la pressione, controllai la flebo, segnai qualche nota sul suo quaderno. In camera odore di farmaci e di minestra dalla cucina. Sul davanzale, un vaso vuoto; una volta cerano caramelle per gli ospiti, ricordavo.
“E parenti?” chiesi alla badante, sussurrando in corridoio.
“Ha una sorella, vive lontano, viene di rado. Capodanno non ci sarà, ha detto. Io resto qui, di turno.”
Scendendo le scale, realizzai che nel mio stesso condominio proprio accanto cerano persone che avrebbero accolto lanno nuovo nel silenzio, a letto. E io, proprio a fianco, li conoscevo solo per le chiamate durgenza.
Al ritorno in ambulatorio, consegnai le cartelle. Fu già buio. Dietro i vetri, i fiocchi di neve roteavano sotto la luce del lampione. Nellarea del personale, qualcuno mangiava i panini, la TV gracchiava notizie.
“Speranza, che hai?” chiese la dottoressa, versandosi il tè dal bollitore elettrico. “Sei cotta?”
“Come tutti”, dissi togliendo la giacca. “Senti, ma nel quartiere quanti davvero soli ci sono? Proprio soli?”
“Che credi?” rise la dottoressa, girando il tè. “Metà delle cartelle sono così: nessun parente, oppure solo sulla carta. Ma perché chiedi?”
Guardai la lista degli interventi. Le voci mi rimbalzavano in testa: “Io sola”, “Festa a me?”. Poi dissi: “Pensavo… magari si potrebbe… boh. Fare gli auguri? Portare qualche mandarino, un po’ di tè. Solo passare.”
Mi guardò stranita.
“Ma sei matta”, disse, ma senza cattiveria. “Ci sgridano. Niente regali, niente iniziative. Lo sai.”
“Capisco”, risposi subito. “Non come infermiera, solo come persona. Li conosco perché li curo, tutto qua.”
Sospirò.
“Speri, sei buona, ma non caricare tutto sulle spalle. Già lavoriamo tanto. Vuoi, passa pure, ma in privato. Senza dire niente, altrimenti pensano male.”
La parola “reclami” era un incubo. Bastava poco per finire sotto accusa, spiegazioni, note.
Tornando a casa, la sera era gelida e il respiro si condensava nellaria. La borsa mi sembrava più pesante del solito. Nelle finestre, luci di alberelli; al piano terra, bambini giravano intorno a un abete finto e la carta argentata frusciava.
Nel mio portone, tutto tranquillo. Qualcuno aveva messo una piccola pianta di plastica sul davanzale, accanto una latta di terra con uno stelo secco. Sulla parete, lavviso dellamministratore: “Lacqua calda verrà interrotta”. Fissato con lo scotch.
A casa, accesi la luce, poggiai la borsa sullo sgabello. In cucina faceva freddo; dalla finestra aperta entrava aria. Misi su il bollitore, versai le foglie di tè, ma mentre lacqua scaldava, mi sedetti al tavolo e tirai fuori il taccuino dalla borsa.
A pagina uno scrissi: “A chi è solo”. Poi rimasi in pensiero. Ricordai la vecchia col ciondolo, il paziente inabile, una signora del civico davanti che sempre si lamenta di essere “dimenticata”. Feci la lista dei nomi e degli indirizzi. Dieci voci.
Guardavo quei nomi e sentivo la fatica calare sulle spalle. Le obiezioni si affacciavano subito: “Non è compito tuo”, “Non devi”, “Non hai le forze”. Mi massaggiai la fronte.
Se comprassi dei mandarini e li portassi uno a uno? Senza discorsi, senza biglietti. Solo bussare; dire “Buon anno”. Chi vuole li accetta, chi no chiude la porta.
Mi spaventava meno il rifiuto, più lidea di entrare davvero nella vita di qualcuno; anche solo per un minuto. In ambulatorio, tutto secondo regole; qui bisognava osare, oltre il ruolo.
Il bollitore scattò. Mi sono versata il tè, seduta al tavolo, lo sguardo al taccuino. Quasi senza pensarci, aggiunsi: “Civico 7, la signora del piano di sopra”. La conoscevo solo dal rumore delle stampelle della badante e dallaroma di minestra che arrivava ogni tanto dalla porta.
Il giorno dopo sono arrivata in ambulatorio presto. Era ancora vuoto, si sentiva solo il bidello che puliva il pavimento. Ho appeso il camice, appoggiato il taccuino sul tavolo.
Poco dopo è entrata la collega giovane, capelli corti, spalle larghe.
“Buongiorno, Speranza”, mi ha salutato. “Oggi una folla: tutti vogliono curarsi prima delle feste.”
“Una domanda”, le ho detto mentre si infilava i guanti. “Abbiamo davvero tanti pazienti soli. Perché non facciamo una colletta di cinquanta euro ciascuno? Prendo qualche mandarino, del tè. Li distribuirò io, tornando a casa.”
Mi guardò sorpresa.
“Ma non ci…,” non finì la frase, ma il senso era chiaro.
“Non ufficiale”, dissi. “Solo da persone. Nessun elenco, niente firme. Prendi, se vuoi, ma resta tra noi.”
Lei rimase un attimo, poi prese una banconota piegata dalla tasca.
“Va bene. Ma non dire in giro che lho data io!”
A pranzo nel taccuino cerano vari biglietti: qualcuno venti euro, qualcuno cinquanta, altri niente, “non arrivo a fine mese”. Una dottoressa ha commentato: “Credi che con i mandarini risolvi qualcosa? Meglio premere per i farmaci gratis.”
Scrollai le spalle: i farmaci sarebbero meglio, ma non spettava a me. I mandarini, sì.
Dopo il turno sono andata al supermercato tra la folla: carrelli che si incastrano, discussioni davanti allo spumante. Ho preso due chili di mandarini, alcune confezioni di tè, un paio di scatole di biscotti. La cassiera, stanca, ha chiesto:
“Si prepara per la festa?”
“Sì”, ho risposto. “Qualcosina.”
A casa ho preparato nove sacchetti: un po di mandarini, una confezione di tè, due biscotti ciascuno. Mi sono fermata a guardarli, sentendo quellansia tipica da esame.
“Sono fuori di testa”, ho sospirato, ma non li ho tolti dal tavolo.
La sera, con la giacca addosso e la sciarpa stretta, ne ho presi sei e sono salita: ho deciso di cominciare dai vicini di casa, il paziente immobilizzato e la signora del piano sopra.
Da lui, il cuore batteva forte, le mani sudate nei guanti. Ho bussato. La badante ha aperto.
“Di nuovo lei? Problemi?”
“No”, risposi veloce. “Per il Capodanno. Mandarini, tè. Accetta?”
La donna fissò il sacchetto con sorpresa.
“Da chi? Da lei?”
“Da noi vicini”, mentii. “Solo perché non sia… vuoto.”
Dalla stanza, la voce delluomo:
“Chi è?”
“La signora ha portato qualcosa”, gridò la badante.
“Che regali? Non mi serve.”
Entrai nel corridoio, aprii la porta della camera.
“Sono io, linfermiera”, dissi. “Niente di che, lasci i mandarini, scelga lei. Buon anno.”
Mi fissò con le sopracciglia aggrottate, poi guardò il sacchetto: negli occhi scintillava qualcosa di buono.
“Anche a lei”, borbottò, voltandosi verso la TV.
Sulla scala, rimasi un po. Almeno non mi ha mandata via, pensai.
A casa della signora del piano sopra salii più lentamente. La porta era vecchia, rovinata. Bussai. Nessuno apriva, volevo andarmene, poi sentii il passo lento, il borbottio del chiavistello. Era lei, settantanni, in vestaglia con il fazzoletto in testa.
“Chi è?”
“Sono la vicina di sotto. Ci conosciamo dai suoi ricoveri. Per il Capodanno, mandarini e tè. Vuole?”
Mi guardò confusa, si soffermò sul sacchetto.
“Devo dare qualcosa?”
“Niente”, risposi. “Solo auguri.”
Lo prese con entrambe le mani, come fosse pesante.
“Grazie”, disse piano. “Pensavo: che venga almeno qualcuno a bussare. Qualcuno.”
Queste parole mi colpirono più di mille lamentele. Annuii, senza sapere che dire.
“Se serve sono al piano sotto”, aggiunsi. “Chieda pure.”
“Mi spiace disturbarla, lavora già tanto.”
“Mai dire mai”, ridacchiai. “Ora scappo.”
Presi gli altri sacchetti, uscii. Già era buio, i lampioni illuminavano pochi passanti. Dal vialetto al civico dove abitava la signora con la sfera di vetro erano pochi minuti.
Davanti al palazzo, guardai le finestre: la luce al terzo piano, i fiori in controluce sul davanzale. Entrai nel portone, salii di nuovo le scale contando i gradini.
Aprì la figlia, sorpresa.
“Una chiamata?”
“No”, risposi. “Passavo da qui. Posso entrare?”
La madre era sul divano. La sfera brillava alla luce della lampada.
“Pensavo non sarebbe venuta”, sorrise la signora. “Eccola.”
“Solo un gesto per la festa”, dissi. “Mandarini, tè. Tutto qui.”
La mano tremava ricevendo il sacchetto.
“Grazie. Non posso offrirle nulla.”
“Non serve.”
“Allora le dico una cosa”, sorrise. “Lei è buona. Vale come regalo?”
Sentii il nodo alla gola. Guardai i fiori sul davanzale.
“Certo”, dissi. “Ma non esageri.”
Sorridemmo insieme e la tensione scese. Restai ancora un po, chiacchierando del tempo, della TV e dei soliti film vecchi. Poi salutai.
Le visite successive furono diverse: una signora chiuse subito, “non mi serve nulla, grazie”. Unaltra si scusava perché la casa era disordinata. Un uomo mi chiese se fosse una pubblicità di qualche supermercato. Qualcuno ringraziava calorosamente, altri si imbarazzavano, altri borbottavano “meglio rifacessero le strade”.
Ogni volta, lasciando il pianerottolo, mi sentivo un po sciocca e un po alleggerita. Sapevo che non stavo cambiando nulla di importante, ma per qualche minuto sulle soglie delle case si creava qualcosa che di solito mancava.
Nei giorni dopo, nel caos della vigilia, continuavo a correre nellambulatorio. I malati venivano “prima che chiuda”, portavano scatole di cioccolatini ai medici sperando non si notasse. Nellarea del personale si era creata una piccola collezione di biscotti e cioccolata. La direzione aveva appeso il cartello “vietato ricevere regali”, ma nessuno ci badava davvero.
“Speri”, mi fece locchiolino linfermiera giovane, “hai consegnato ai tuoi? Sennò si offendono.”
“Chi ho riuscito, sì”, risposi. “Gli altri li vedo dopo.”
“Sei da medaglia”, disse lei sottovoce. “Ma non dirlo in giro.”
A fine turno, i corridoi erano deserti. Solo la donna delle pulizie trascinava il secchio, lasciando scie bagnate sulle mattonelle. In sala, il frigo delle vaccinazioni ronzava.
“Andate a casa”, disse la caposala. “Domani chiusi, godetevi la serata. Chiamate solo per urgenze.”
Tolsi il camice, lo appesi con cura; sulla sedia il segno delle pieghe. Presi la borsa, spegnendo le luci. Nel corridoio solo le lampade di servizio, più fresche.
Passai davanti alla segreteria, dove la collega di turno faceva la maglia con la lana grigia. Al banco degli annunci, affissi richiami sulle visite e sullorario festivo. La porta della sala dattesa, che di giorno brulicava, ora semivuota.
Fuori, i primi petardi. Un lampo rosso nel cielo. La neve scricchiolava. Andavo piano verso casa, sentendo la schiena indolenzita.
Al portone mi fermò una vicina, giovane con il passeggino.
“Speranza, è stata lei da mia nonna ieri? Mi ha raccontato tutta la sera! Dice che è passata Santa Lucia!”
“Santa Lucia? Siamo seri Ho portato solo mandarini.”
“Ma le ha regalato un sorriso!”
Scambiammo qualche parola sulla paura dei bambini per i fuochi, poi lei entrò nel cortile. Io salii le scale, aprii la porta, accesi la luce.
In casa, quiete. Lorologio scandiva i secondi. Levo la giacca, poso la borsa, entro in cucina. Sul tavolo, la ciotola di minestra fredda. Mi siedo, verso il tè, ci metto una fetta di limone.
La TV rimaneva spenta. Guardavo fuori: riflessi di fuochi sparsi sui vetri.
Mi tornavano in mente i volti di quei giorni: la signora con la palla di vetro, il signore con la flebo, la vicina col sacchetto tra le mani come qualcosa di fragile. Ricordavo una signora che mi ha detto: “Pensavo che ormai tutti mi avessero dimenticata”.
Neanche io sono dimenticata, pensai. Non perché qualcuno mi porti un dono, ma perché oggi, bussando alle porte, quelle porte si sono aperte. Dietro cerano persone che mi guardavano non come infermiera, ma proprio come persona.
Finito il tè, sono andata in salotto. Sopra larmadio, la scatola delle palline, dimenticata da anni. Lho presa, appoggiata sulla sedia. Il coperchio scricchiolava. Dentro, tra i fogli di giornale, sfere di vetro, pupazzetti, fili luccicanti.
Lalbero non ce lho più, ma ho preso una pallina, lho pulita, lho appesa al gancio vicino alla finestra, dove di solito ci sono le chiavi. Oscillava un po’, riflettendo la luce e la stanza: la cucina, il tavolo, io.
Ho sorriso, sentendo il respiro più leggero. Nessun miracolo, domani nuovi turni, nuovi pazienti, nuovi moduli. Sempre stanca, sempre qualche scartoffia.
Ma ora ho quella lista nel taccuino, e accanto ai nomi ci sono delle piccole spunte invisibili. Non un dovere, ma un ricordo: esiste qualcuno a cui si può portare non solo uniniezione, ma anche un mandarino e un “buonasera”.
Un petardo ha fatto tremare il vetro. Mi sono scossa, ho sorriso. Ho guardato fuori: bambini con le stelline, adulti infagottati.
Sono rimasta qualche minuto alla finestra, poi ho spento la luce in cucina e mi sono trasferita in salotto. Ho acceso la TV: già in onda il programma della vigilia, conduttori che ridono, cantanti con le solite canzoni.
Mi sono seduta in poltrona, schiena al cuscino, il telefono tra le mani. Ho mandato un messaggio breve a mia figlia: “Buon anno, tutto bene qui”. Un altro alla vicina: “Se serve, sono a casa”.
Le risposte sono arrivate dopo. Mia figlia mi ha scritto che sentirà a mezzanotte. La vicina risponde: “Grazie”.
Ho poggiato il telefono, appoggiata alla poltrona. Dietro il muro brindisi e risate. In casa mia, silenzio; ma non uno di solitudine. Ho chiuso gli occhi un istante, ascoltando i rumori della casa, i botti lontani e il mio respiro regolare.
Ero stanca, ma non più così sola. Questo pensiero, piccolo e testardo, mi è sembrato il modo migliore per concludere lanno.




