La lettera che non è mai arrivata

Lettera mai spedita

Oggi ho passato molto tempo seduta accanto alla finestra. In realtà, non cera granché da guardare. Nel cortile già faceva buio, il lampione intermittente sembrava pigro come me, si accendeva e si spegneva senza ragione. Sulla neve rimanevano rare impronte di persone e cani, in fondo alla strada si sentiva il rumore di una pala: era la portinaia, la signora Bartolini, che cercava di liberare il passo davanti all’ingresso. Poi, di nuovo, il silenzio.

Sul davanzale riposavano i miei occhiali dalla montatura sottile e il vecchio telefono, lo schermo ormai graffiato. Ogni tanto vibrava breve, quando nel gruppo di famiglia arrivavano foto o messaggi vocali. Oggi invece taceva. Nel mio appartamento cera una calma quasi assordante. Lorologio appeso scandiva i secondi con troppa enfasi, quasi a ribadire la solitudine.

Mi sono alzata e sono andata in cucina, accendendo la luce. La lampada, gialla e fioca, faceva il suo dovere. Sul tavolo cera una ciotola di ravioli, ormai freddi, coperta da un piattino. Li avevo preparati per precauzione, pensando magari di aver visita. Nessuno è venuto.

Ho preso posto, ne ho assaggiato uno, lho subito rimesso giù; la pasta, con la giornata, era diventata gomma. Si poteva mangiare, certo, ma la gioia non cera. Ho versato dellacqua bollente dal vecchio bricco smaltato, ascoltando per un attimo il suono caldo che riempiva il bicchiere. Ho sospirato ad alta voce, senza rendermene conto: quel sospiro era pesante, quasi si fosse staccato dal petto per sedersi vicino a me sullo sgabello.

Ma che mi lamento a fare?, mi son detta. Siamo tutti vivi, grazie al cielo. Ho una casa, la salute tutto sommato Eppure

Eppure, la mente ha iniziato a ripropormi frammenti di colloqui recenti. La voce di mia figlia Laura, tesa come una corda:

Mamma, non ce la faccio più con lui. È di nuovo uguale

E quella del genero, Marco, sempre un po ironica:

Si lamenta con te, vero? Dille che la vita non è come la vuole lei.

Poi cera mio nipote, Riccardo, che rispondeva con un rapido sì al telefono quando chiedevo come andasse la scuola. Quei sì facevano più male di tutto. Ricordo il periodo in cui non smetteva mai di raccontarmi cosa faceva a scuola, con gli amici. Ora però è cresciuto, ovvio. Ma comunque.

Non litigano di fronte a me, non sbattono le porte. Però tra le parole si sente un muro invisibile. Piccole punture, cose non dette, risentimenti che nessuno ammette. Ed io, in mezzo, cerco di non dire troppo, di consolare ognuno come posso. A volte penso di aver sbagliato qualcosa, forse non ho educato bene, suggerito male, taciuto dove non dovevo.

Ho fatto un sorso di tè e mi sono scottata, tirando subito indietro la mano. Mi è tornato alla mente il Riccardo di quando era piccolo. Insieme scrivevamo la lettera a Babbo Natale: lui ci metteva tutta la fatica delletà, chiedendo con quelle lettere storte Portami, ti prego, un gioco di costruzioni e che mamma e papà smettano di litigare. Allora ridevo, gli accarezzavo la testa e assicuravo che Babbo Natale avrebbe ascoltato. Ora mi vergognavo un po’, come se lo avessi ingannato. Mamma e papà, infatti, non hanno mai smesso. Hanno solo imparato a farlo sottovoce.

Ho tolto il bicchiere dal tavolo, passato la tovaglietta con un fazzoletto anche se era pulita. Poi sono andata in camera, ho acceso la lampada da tavolo. La luce si è riversata sul vecchio scrittoio, ormai usato solo di rado. Ormai scrivo tutto col telefono: messaggi, emoji, vocali. Però la penna era lì, nel bicchiere con le matite, insieme a un quaderno a quadretti.

Sono rimasta in piedi davanti a loro e mi è venuta una pazza idea. Scrivere una lettera. Un vero foglio, come una volta. Non per chiedere regali. Solo per chiedere qualcosa. Non ai miei familiari, ciascuno con i propri pesi e ragioni, ma a qualcuno che non deve niente a nessuno.

Ho sorriso da sola: una vecchia che scrive a Babbo Natale. Ma la mano già cercava il quaderno.

Mi sono seduta, ho sistemato gli occhiali, ho preso la penna. Girata la pagina, ho trovato un foglio bianco. Ho esitato un po, poi ho scritto: Caro Babbo Natale.

La mano tremava. Mi sentivo sciocca, quasi mi stesse spiando qualcuno. Ho guardato intorno: la stanza era vuota, letto rifatto, armadio chiuso. Nessuno.

Vabbè, mi sono detta piano, andiamo avanti.

Lo so che sei per i bambini, ed io sono ormai vecchia. Non ti chiederò una pelliccia, un televisore, né altre cose. Ho tutto quello che mi serve. Voglio solo domandarti: fa che nella nostra famiglia ci sia pace.

Che Laura e Marco la smettano di discutere, che Riccardo non sia più così silenzioso, come uno sconosciuto. Che possiamo stare a tavola insieme senza aver paura delle parole. Lo so che gli uomini portano le loro croci e tu non centri. Ma magari qualcosa puoi fare, anche solo un poco. Forse non dovrei neppure chiederti questo, ma lo faccio lo stesso. Se puoi, fa che ci ascoltiamo davvero.

Con affetto, nonna Nina.

Rileggendo, le parole mi sembravano storte e ingenue, come i disegni dei bambini. Ma non le ho cancellate. Mi sono sentita più leggera, come se avessi parlato a qualcosa di vero.

Ho piegato la lettera con cura, prima in due, poi ancora. Sono rimasta per un po’ con quel foglio in mano: che farne? Buttarla dalla finestra? Spedirla? Sembrava ridicolo.

Mi sono alzata per andare a cercare la borsa, ricordandomi che il giorno dopo sarei dovuta andare dal tabaccaio e poi alle Poste, dove pago le bollette della casa. La lascerò nella cassetta delle lettere per Babbo Natale ho pensato. In giro ce ne sono tante. Improvvisamente mi sono sentita meno sciocca: non sono la sola, allora.

Ho messo la lettera nella tasca della borsa, vicino ai documenti e alle bollette, e ho spento la luce. Il silenzio della casa era solo rotto dal ticchettio dellorologio. E finalmente mi sono addormentata.

La mattina dopo, sono uscita prima del solito, per fare tutto con calma. Il marciapiede era ghiacciato, la neve che scricchiolava sotto ai piedi. Fuori dal mio portone cera la signora Romano con il suo cagnolino, mi ha salutata chiedendo come stessi. Abbiamo scambiato due chiacchiere, poi ho ripreso il mio passo, stringendo la tracolla nella mano.

Alle Poste si era formata la solita coda. Mi sono messa in fila, tirando fuori dalla borsa le bollette e la lettera. Ma lì, niente cassetta speciale: solo le classiche buche delle lettere e il banco con francobolli.

Ci ho pensato su che buffa idea. Gettarla nel cestino? No, mi mancava il coraggio. Ho riposto la lettera nella tasca, pagato le bollette e sono uscita.

Davanti alle Poste, un piccolo chiosco esponeva giochi e decorazioni natalizie. Su di esso, una scatola di cartone, con scritto: Lettere per Babbo Natale. Ma era vuota: la venditrice stava proprio togliendo la targhetta.

Finito tutto, mi ha detto notando il mio sguardo. Ieri era lultimo giorno. Ormai è tardi.

Ho annuito; non avevo fretta, in fondo. Ho ringraziato, anche se non cera motivo, e mi sono incamminata verso casa. Il foglio nella borsa era rimasto lì, come una piccola cosa calda che non si può buttare via né dimenticare.

Arrivata, ho tolto le scarpe, appeso il cappotto, appoggiato la borsa sullo sgabello. Il telefono ha vibrato brevemente: messaggio di Laura.

Mamma, ciao. Sabato veniamo da te, va bene? Riccardo ha chiesto della scuola, dice che hai dei libri storici.

Ho sentito un nodo sciogliersi dentro di me. Allora verranno. Non tutto è perduto. Ho risposto: Certo che sì, vi aspetto.

Sono andata in cucina, ho sistemato la spesa, ho messo a bollire il brodo. La lettera era ancora nella tasca, dimenticata.

Sabato, verso sera, ho sentito passi e rumori di scarpe sulle scale. Ho guardato dallo spioncino: Laura con una busta, Marco con una scatola, Riccardo con il suo zaino. Ormai alto quasi quanto luscio, magro, col ciuffo che sbuca dalla berretto.

Ciao, nonna! ha detto entrando, chinandosi goffamente per salutarmi.

Dai, entrate, mi sono attivata, preparando le ciabatte.

Il corridoio si è riempito subito, tra pacchi e risate. Odore di strada, neve, qualcosa di dolce dal sacchetto. Marco brontolava che nellatrio non avevano lavato, Riccardo si toglieva le scarpe, urtando la stampella.

Mamma, restiamo poco, ha detto Laura, poggiando la busta. Domani andiamo dai suoi genitori, te lo ricordi?

Certo, certo, ho annuito. Venite, ho fatto il brodo.

In cucina si sono seduti un po’ sparsi: Marco vicino alla finestra, Laura accanto, Riccardo di fronte a me. Si mangiava in silenzio, con le posate che tintinnavano. Poi la conversazione si è accesa, parlando di traffico, lavoro, prezzi. Dialoghi tranquilli, ma si sentiva sotto la tensione.

Riccardo, avevi chiesto per la scuola, no? ha ricordato Laura quando i piatti sono stati svuotati.

Ah, sì, Riccardo si è ripreso. Nonna, hai libri di storia sulla guerra? Il professore ha detto che si può approfondire.

Certo! ho gioito. Sullo scaffale ho una collana. Vieni, te la mostro.

Siamo andati insieme in salotto. Ho acceso la lampada, cercando in cima allo scaffale i volumi dalle copertine consumate.

Guarda qui, ho cominciato ad elencare. Questo parla della resistenza, questo dei partigiani, qui ci sono memorie Cosa cerchi?

Non so, ha detto Riccardo, qualcosa di interessante.

Stava vicino, la testa piegata. In quel momento lho rivisto bimbo, sempre pronto a domandare. Ora era silenzioso, ma negli occhi brillava la curiosità.

Prendi questo, gli ho dato il libro dalla copertina scolorita. Lho letto da ragazza, è bello.

Lha sfogliato.

Grazie, nonna.

Abbiamo parlato ancora di scuola, del professore di storia simpatico, ma a volte un po’ fissato. Io stavo bene solo ad ascoltare.

Poi Laura è spuntata:

Riccardo, partiamo tra mezzora, preparati.

Ok, ha risposto, infilando il libro nello zaino.

Quando sono usciti, di nuovo confusione tra giacche e borse, chiamaci, non scordarti, ti mando poi le foto. Li ho accompagnati alla porta, sono rimasta finché lascensore non si è chiuso, poi sono rientrata.

Il silenzio è tornato, subito. Sono andata a sistemare la cucina. Sullo sgabello vicino al muro cera la mia borsa con la lettera. Lho toccata solo per nasconderla meglio, chiudendo la zip, resistendo allimpulso di strapparla.

Non sapevo che nel corridoio, quando cercavo il libro, Riccardo avesse urtato la borsa: dalla tasca era spuntato langolino bianco della lettera. Lui lha sistemata, leggendo Caro Babbo Natale e ci è rimasto male.

Non lha presa subito, cerano i grandi vicino, troppa atmosfera. Ma quella scritta gli si è fissata in mente.

In serata, a casa, tirando fuori il libro dallo zaino, se lè ricordata. Pensare che la nonna scriva a Babbo Natale gli è sembrato prima buffo, poi stranamente triste.

Il giorno dopo è andato dai parenti paterni, tra insalate e adulti che parlavano, lui si è distratto con il telefono. Ma la lettera rimaneva lì, a margine dei pensieri.

Qualche giorno più tardi, tornando da scuola, ha scritto un messaggio: Nonna, passo da te per storia, posso? La risposta è arrivata subito: Certamente, vieni.

Si è presentato dopo le lezioni, zaino in spalla, cuffie nelle orecchie. Il pianerottolo profumava di cavolo lesso e detersivi. La porta si è aperta quasi subito, come se lo stessi aspettando.

Entra, Riccardino, togli la giacca. Ho appena fatto le crêpes, ho detto andando verso la cucina.

Ha messo lo zaino sullo sgabello, dove stava la borsa, la chiusura leggermente aperta, con il foglio che spuntava. Sentiva battere il cuore.

Mentre sistemavo le crêpes nel piatto, lui si è chinato come se volesse legarsi le scarpe, ha preso la lettera e lha infilata nel taschino della felpa. Si è alzato e mi ha raggiunta.

Buone! ha detto, sforzandosi di essere normale. Ottime.

Abbiamo mangiato, chiacchierando di scuola, del tempo, delle vacanze. Io chiedevo se avesse freddo, se le scarpe fossero nuove, lui scrollava le spalle.

Poi siamo andati in salotto, lui con il libro, e dopo poco è ripartito.

A casa, finalmente solo, ha tirato fuori il foglio, si è seduto sul letto. La carta era un po’ sgualcita, gli angoli piegati, la scrittura ordinata, con un po’ di ghirigori.

Ha iniziato a leggere; allinizio gli sembrava di spiare una conversazione segreta. Poi, sulla frase che il nipote non sia silenzioso come un estraneo, ha provato un nodo alla gola.

Ha riletto. Pensava a come aveva risposto di recente, quasi sempre con monosillabi, allontanandosi quando chiamavo. Non era per cattiveria, ma per stanchezza, distrazione, pigrizia. Per me, però, era un vuoto.

Ha letto tutto, fino alle ultime righe. La richiesta di pace, di stare a tavola assieme, di ascoltarsi. Dun tratto ha sentito una tenerezza profonda per me, avrebbe voluto venire, abbracciarmi, promettere che tutto sarebbe migliorato. Ma si vergognava dellidea.

Ha lasciato la lettera accanto a sé, bianca sul letto blu.

E ora? Raccontare a mamma? A papà? Si sarebbero offesi, si sarebbe discusso ancora. Restituirla, fingendo di averla trovata? Avrei capito che lha letta, mi sarei sentita a disagio. Lui pure.

Si è girato verso il muro, pensando alle mie parole: che possiamo stare a tavola. Sapeva che quelle richieste non erano per Babbo Natale, ma per lui.

A cena quella sera ha provato a dire Mamma, la nonna, ma sempre qualcosa lo ha fermato. Alla fine ha mangiato in silenzio.

Di notte si è agitatato nel letto, la lettera nel cassetto a tormentarlo.

Il giorno dopo, a scuola, ha detto a un amico che aveva trovato una lettera della nonna a Babbo Natale. Lamico ha riso:

Che buffo. Il mio nonno pensa solo alla pensione.

Non è divertente, ha risposto Riccardo, sorpreso dalla forza della sua voce.

Lamico ha cambiato discorso. Riccardo si sentiva solo, con una strana responsabilità.

La sera ha provato a chiamarmi, poi ha desistito. Ha controllato il gruppo famiglia, scorrendo gli ultimi messaggi. Foto di lasagne, una battuta sul traffico, inviti alle cene aziendali. Tutto superficiale.

Ha scritto: Mamma, perché non festeggiamo da nonna Nina il Capodanno? E subito ha cancellato. Si immaginava le obiezioni, lennesimo accordo con i parenti paterni, nuova discussione.

Si è seduto, ha aperto la lettera. Stavolta ha pensato: non serve una festa ufficiale. Basta una cena. Un piccolo motivo.

È andato in sala, dove Laura stava lavorando al computer.

Mamma, si è fermato sulla porta, perché non facciamo una cena tutti insieme dalla nonna? Non come le altre volte, ma una sera intera, senza fretta. Aiuto io a preparare.

Laura ha smesso di battere sulla tastiera, si è girata.

Tu aiuti a cucinare? Qui cè qualcosa che non va! Ma il tempo non cè, papà torna tardi dal lavoro, io pure

Sabato, magari. Tanto siamo qui.

Lei ha sospirato.

Riccardo, non so. Tuo padre dirà di essere stanco, io ho la relazione da chiudere

Mamma, ha detto deciso, è sola. Tu stessa lo dici. Una volta sola. Proviamo.

Lei mi ha guardato come se vedesse qualcosa di nuovo.

Va bene, ha ceduto. Ne parlo con papà. Non prometto nulla.

Lui ha annuito, sentendo le orecchie calde. La prima piccola vittoria. Poi cera anche unaltra battaglia: con la nonna.

Il giorno dopo mi ha chiamato.

Nonna, salve. Sabato veniamo tutti, per la cena. Io pensavo di arrivare prima, ti aiuto a cucinare.

Sul momento sono rimasta senza parole.

Ma certo, vieni, ho detto. Che vogliamo preparare?

Non so. Taglio l’insalata, le patate.

Linsalata ancora mai, ho riso. Imparerai.

Sabato è arrivato con due buste colme.

Ma quanti siamo, un battaglione? ho scherzato.

Meglio troppo che poco!

Abbiamo mondato patate, tagliato peperoni, Riccardo maneggiava il coltello goffamente.

Così ti tagli le dita, lo correggevo.

Sto attento!

Cera odore di cipolla, carne arrosto, la radio bassa in sottofondo. Fuori il cortile si faceva buio.

Nonna, dal nulla, mentre affettava cetrioli, tu credi a Babbo Natale?

Ho sussultato, la spatola ha fatto rumore.

Dove lhai sentito questo?

Così, a scuola.

Ho girato la carne, spento il fuoco.

Da bambina ci credevo. Poi non so. Magari esiste, ma in modi diversi. Perché lo chiedi?

Nulla, solo curioso.

Abbiamo lavorato ancora un po’, in silenzio. Non sono riuscita a capire se sapesse della lettera, ma qualcosa sembrava cambiato.

Quando sono arrivati Laura e Marco, lui era stanco ma meno scontroso del solito. Lei aveva portato una torta.

Sembra una festa qui! ha detto Marco osservando il tavolo pieno.

Tutto merito vostro figlio, ho scherzato.

Davvero? Marco ha fissato Riccardo. Ci sai fare, vedo.

Non sono mica morto.

Abbiamo mangiato insieme. Allinizio un po’ rigidi, ma il cibo ha sciolto latmosfera. Piano piano abbiamo condiviso storie della famiglia, ricordi divertenti. Si è parlato del lavoro di Marco, degli aneddoti di Laura da bambina. Ho riso, come tempo fa.

Riccardo guardava tutti, pensando forse alla mia lettera. Si sentiva che tra le parole cera un altro dialogo, quello vero: quello che desideravo.

A un certo punto Laura, versando il tè, ha detto:

Mamma, scusa se veniamo così poco. Siamo sempre di corsa.

Non lo aveva mai ammesso così. Ho passato il dito sul bordo della tazza.

Capisco, ho risposto piano. La vita corre. Non mi offendo.

Ho sentito Riccardo intervenire:

Però si può venire ogni tanto. Non solo a Natale.

Ci hanno guardato, lui un po’ imbarazzato, ma ha insistito.

Oggi è stato bello.

Marco ha sorriso.

Sì, è vero.

Laura ha annuito:

Proviamo a farlo più spesso.

Poi si è tornati a parlare di università, della scuola, delle lezioni online che io non capisco, ma ascolto comunque.

Quando si sono rivestiti, ancora confusione e saluti. Marco mi ha aiutato col pentolone, Laura sparecchiava.

Mamma, ha detto abbottonandosi il cappotto, la prossima volta organizzo io e ti avviso. Va bene?

Va bene, ho sorriso. Non vedo lora.

Riccardo si è soffermato vicino al tavolo dove stava il quaderno e la penna. La lettera era ormai nel suo taschino, non la avrebbe restituita. Troppo aveva letto lì dentro, non si poteva rimandare in borsa, come se niente fosse.

Nonna, ha sussurrato, se hai qualcosa che vuoi che cambiamo dillo a noi. Non serve scrivere lettere, basta parlarci.

Mi ha guardato negli occhi. Mi sono sorpresa, poi ho sentito dolcezza.

Va bene, ho promesso. Se mi vengono idee, le dico.

Lui ha annuito ed è uscito nel corridoio. La porta si è chiusa, lascensore è partito.

Sono rimasta nella quiete. Mi sono seduta in cucina, le stoviglie ancora lì, lodore di carne, tè e torta nellaria. Con la mano ho raccolto le briciole.

Nel petto sentivo qualcosa di nuovo. Non allegria: era una timida brezza, come se avessi aperto una finestra. I problemi non erano spariti, sapevo che Laura e Marco avrebbero comunque discusso, Riccardo avrebbe di nuovo chiuso i suoi silenzi. Ma quella sera, a tavola, sembrava che i cuori si fossero avvicinati.

Ho pensato di nuovo alla lettera. Ora non importa dove sia. Forse nella borsa, forse persa, forse in mano a qualcuno che la sapeva leggere meglio di Babbo Natale.

Mi sono affacciata alla finestra. Nel cortile sotto il lampione cerano bambini che giocavano, uno gridava con la voce limpida che arrivava fino al terzo piano.

Appoggiando la fronte al vetro ho sorriso. Un sorriso contenuto, come chi riceve una risposta lontana e chiara.

Intanto, nella tasca di Riccardo, in corridoio, la mia lettera piegata aspettava. Ogni tanto lui la leggeva, ripassava due righe, e la rimetteva via. Non come preghiera a un Babbo Natale favoloso, ma come promemoria di ciò che serve davvero a chi prepara il brodo e aspetta una chiamata.

Non ha mai raccontato a nessuno di quella lettera. Ma quando Laura ha detto di essere troppo stanca per venire, lui ha risposto sereno:

Allora passo io dalla nonna.

E ci è venuto. Non per una festa, non per necessità. Solo perché era giusto. Non è stato un miracolo. Solo un piccolo, vero passo verso la pace che qualcuno aveva scritto, tempo fa, su un foglio a quadretti.

Quando ho aperto la porta, sorpresa ma senza domande, ho solo detto:

Vieni, Riccardino. Il tè è appena pronto.

E bastava quello, per far tornare il calore in casa mia.

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