Mi chiamo Gabriella. Ormai non ne potevo più di sopportare lincessante vizio del bere di mio marito, Lorenzo. Così, per lennesima volta, ho raccolto tutte le sue cose, le ho ficcate in una valigia e lho cacciato fuori casa. Che vada dalla madre a tormentare lei, ho pensato, mentre chiudevo la porta con il cuore pesante.
Vivevo con Lorenzo da due anni, e già diverse volte lavevo sbattuto fuori dal nostro appartamento qui a Firenze. Lui si rifugiava dalla madre, la signora Bianca, che non mancava di rimbrottarmi ogni volta che veniva a trovarmi. Tu sei la moglie! Devi saper prendere tuo marito! mi urlava, gesticolando furiosamente davanti alla mia porta, mentre i vicini uscivano sulle scale curiosi.
Io la pensavo diversamente, e glielo dicevo senza paura. Lorenzo doveva metterci del suo. Se nemmeno sua madre riusciva a tenerlo a bada Io, almeno, avevo una casa tutta mia, ereditata da una zia, un lavoro rispettabile in una banca e persino una Fiat parcheggiata sotto casa. Lorenzo guadagnava molto meno di me. Ma quando era sobrio, era così affascinante, gentile, dolceera impossibile non amarlo.
Anche se mi voleva bene, Lorenzo aveva una debolezza tremenda: il vino. E quando era ubriaco, si sentiva onnipotente e vedeva nemici ovunque. Distruggeva mobili, faceva a pezzi le sedie, perfino gli alberi del giardino del condominio finivano vittime della sua furia. Più volte era stato portato in questura. Prendeva multe da centinaia di euro. Al lavoro lo rimproveravano, ma stranamente non lo licenziavano mai.
Dopo uno di questi episodi, Lorenzo tornava mansueto come un agnellino. Non beveva, riparava ciò che aveva rotto e, se qualcosa era irrecuperabile, lo buttava e ne comprava uno nuovo al mercato. Ma io ero stanca, esausta. Un giorno, non ce la feci più. Preparai la sua valigia e gli chiesi di andarsene. Lui, in risposta, gettò la valigia dalla finestra; finì dritta sulla testa del signor Mario, il nostro vicino, che stava passando per strada. Per fortuna Mario se la cavò con una sgridata, ma era furioso. Lorenzo uscì, iniziarono a litigare, e in quel tumulto arrivarono i carabinieri. Furono portati via entrambi: Lorenzo finì in ospedale e poi in carcere, condannato a un anno.
Da quel momento la mia vita riprese a scorrere serena, ma ogni sabato ricominciava lincubo. Bianca, la suocera, si presentava puntuale sul pianerottolo, urlando a squarciagola, accusandomi di aver mandato suo figlio in prigione e di godermi la vita con altri uomini. Diceva che non avrebbe avuto pace finché non si fosse vendicata, che la mia felicità le era insopportabile.
Questo clima di tensione e accuse continuò fino al giorno del nostro divorzio ufficiale. Ma nemmeno allora Bianca rinunciò; iniziò a fare la vittima, poi passò a scrivere denunce contro di me a tutte le autorità: mi accusava di aver allontanato Lorenzo solo per andare con altri uomini. Era ridicolo, ma la mia reputazione ne fu macchiata. Sentivo gli sguardi della gente in cortile, le voci sussurrate alle mie spalle. Era insopportabile.
Poi fu come una liberazione: ricevetti una promozione, mi offrirono una posizione di rilievo in una filiale della banca a Verona. Non ci pensai due volte. Dopo qualche settimana mi trasferii, lasciando tutto alle spalle. Fu allora che iniziai davvero a vivere.
Sono passati più di ventanni. Mai una volta ho rimpianto di aver lasciato Firenze e la mia vecchia vita. A Verona ho incontrato un uomo meraviglioso, ho avuto altri due figli. Mi capita raramente di pensare al mio primo matrimonio, a Lorenzo e a Bianca. Quando lo faccio, mi viene un brivido. È stato un incubo, ma per fortuna ora è soltanto un ricordo lontano.



