Sei senza famiglia, lascia la casa a tua sorella, lei adesso sta peggio di te annunciò mia madre come se recitasse un copione da Non è la Rai. Per te è più facile, tua sorella ha una famiglia numerosa, devi capirlo.
Ma perché c’hai questa faccia lunga?
Mia sorella si sedette accanto a me sul divano, stringendo un bicchiere di spremuta darancia. Intorno al tavolo i bambini facevano casino, suo marito gesticolava animatamente verso la suocera con una forchetta infilzata nella fetta di torta.
Tutto a posto distolsi lo sguardo. Sono solo stanca. Giornata infernale in ufficio oggi.
Lei sorrise, passandosi una ciocca di capelli dietro lorecchio.
È un po che volevo parlarti Della casa di papà.
Dimmi.
Si sporse verso di me e abbassò la voce, manco stesse rivelando un segreto di stato.
Abbiamo pensato Ma che ve ne fate tu e tuo marito di quella casa? Siete in due, avete già il vostro appartamento. Noi siamo in cinque in un bilocale in affitto. Se ci trasferissimo là aria buona, un giardino, spazio per tutti.
Rimasi in silenzio, guardando mia nipote che spegneva le candeline sulla torta. Sei anni. La più grande dei tre.
Davvero, a voi quella casa non serve continuò. Solo spese. Il tetto perde, la recinzione sembra la Torre di Pisa, lavori senza fine.
“E con quali soldi pensate di sistemarla?” mi passò per la testa. Ma non dissi nulla.
Anche la mamma è convinta che sia la cosa più giusta aggiunse. Non vogliamo regali, rinuncia solo alla tua metà. Poi ci mettiamo daccordo.
Annuì senza parlare, ma dentro di me sentivo una fitta amara.
Tornando a casa, mio marito guidava in silenzio.
Che è successo?
Vogliono che rinunci alla mia parte della casa.
In che senso? Cioè che la regali?
Sì. Per loro è più necessaria. Noi, secondo loro, abbiamo tutto.
Tutto? sbuffò amaramente. Il nostro glorioso monolocale a Milano, ancora sotto mutuo?
Il giorno dopo, telefonò mia madre.
Hai riflettuto?
Riflettere… su cosa? La casa è metà mia.
Parli sempre di diritti ribatté lei. E la famiglia? Loro hanno tre figli. Tu sei sola.
Il nostro appartamento è ipotecato. Lo pagheremo per altri dieci anni.
Loro nemmeno quello hanno.
Gli ultimi mesi ho seguito papà io. Gli portavo negli ospedali. Comprai le medicine. Tua figlia è venuta due volte.
Sei la più grande. Devi capire. Sei libera.
Libera. La parola mi arrivò come uno schiaffo.
Quella sera rimasi in cucina col tè, a fissare la tazza.
Anche lei insiste? chiese mio marito.
Sì.
Il giorno dopo incontrai la mia amica.
Quando è stata lultima volta che tua sorella ti ha dato una mano? mi chiese.
Non trovai risposta.
Loro sanno quanti euro avete buttato per la fecondazione assistita?
No.
Quasi centomila euro. E nemmeno una gravidanza. Ma per loro tu vivi nelloro.
Decisi di andare in quella casa.
Andai da sola.
Cortile abbandonato. Il cancello cigolava come in un film di Dario Argento. Odore di polvere e ricordi stantii.
Trovai un quaderno con la calligrafia di papà conti sui lavori. Aveva programmato tutto. Solo che il tempo lha fregato.
Il melo che avevamo piantato insieme da bambina.
Quella casa non era solo un immobile. Era memoria.
Quando mia madre arrivò e disse:
Sei sola, per te è più facile…
Questa volta non ingoiai.
Tre tentativi di fecondazione assistita. Tre.
E per la prima volta risposi:
La casa è mia. E non la cedo.
Cadde il silenzio. Finalmente diverso. Non era più vuoto: era sollievo.
La primavera arrivò presto quellanno.
La vicina, vedendomi in veranda con la tazza di tè e il maglione di papà sulle spalle, mi disse:
Lui aspettava solo te, sai?
Restai seduta così, davanti al nostro melo.
Quella era casa mia.
Non perché avessi ceduto.
Ma perché era un mio diritto.




