Caterina era una ragazza poco moderna e desiderava ardentemente sposarsi: del resto le ragazze d’oggi non sembrano più volere il matrimonio — perché portarsi in casa un intero maiale quando basta una salsiccia? — e di «salsicce» in giro ce n’erano a bizzeffe, di tutte le qualità e dimensioni; la convivenza era diventata di moda, l’unione di fatto non era più considerata una vergogna, l’idea di andare subito all’anagrafe o al municipio per sposarsi pareva superata e anzi si preferivano incontri in alberghi a ore o affitti temporanei, mentre valori come morale, pudore, orgoglio e decenza sembravano antiquati, l’ozioso di turno non veniva più stigmatizzato perché intanto gli arrivavano soldi dall’eredità e con uno smartphone sarebbe diventato un influencer di successo, e attorno alla vita di coppia si aggiravano nuovi mostri: infantile attaccamento alla madre, mammonismo, cronica nullafacenza nei fidanzati e frivole pretese da entrambe le parti, tra shopping e aspettative sbilanciate; lei, però, era l’eccezione: carina, senza ritocchi moderni, istruita con una laurea prestigiosa e un buon lavoro, credente negli oroscopi (lei era Sagittario, con Arieti e Leoni nella sua categoria) ma ancora convinta che il matrimonio fosse possibile. Le sue storie d’amore furono un mosaico di solo apparente sentimento: il primo amore al primo anno d’università, poi Valerio che sparì quando scoppiò la querelle del frigorifero — quel frigorifero che le aveva regalato la nonna per i sedici anni e nel quale

Ascolta, ti racconto la storia di Ginevra, una ragazza dal sapore un po daltri tempi che desiderava tanto sposarsi. Oggi le donne sembrano pensarla diversamente: perché portarsi in casa un maiale intero quando basta una sola salsiccia? E quelle salsicce in giro sono a bizzeffe, di tutte le qualità e misure. Ormai anche la convivenza è accettata, non è più uno scandalo come una volta. Una volta esistevano morale, pudore, orgoglio, decenza e mille altre cose che ora paiono superflue. Oggi perfino un tipo alla Oblomov non viene considerato così male: eh, gli arrivano i soldi dalla tenuta ogni mese, vive da rendita, no? E se gli dai in mano uno smartphone, diventa automaticamente un influencer di successo. E sulla vita di coppia il consiglio generale suona: vivete come vi pare! Incontri negli alberghi, affitti a ore hanno pensato a tutto. Cè il matrimonio di prova: perché correre allanagrafe? Chissà cosa salta fuori dopo le nozze dal tuo compagno! Un tempo una calza sparsa o lincapacità di preparare una bella minestra erano tragedie; ora ci sono cose ben peggiori: infantilismo, sindrome del mammone e la cronica attitudine al non fare nulla nei fidanzati. E, purtroppo, lo stesso non fare niente capita anche a molte ragazze che pensano soprattutto alla loro immagine. E certo, richieste da entrambe le parti non mancano più: il pane te lo compri da solo. E poi lo shopping, ovviamente

Ginevra era però una piacevole eccezione: carina, senza quegli orpelli moderni tipo riempitivi qua e là, intelligente, laureata in un corso prestigioso e con un lavoro rispettabile che le fruttava uno stipendio dignitoso in euro. Stranamente, però, gli uomini non la notavano; passavano oltre in fila indiana e si legavano ad altre persone, ripetendo gli stessi errori. Non fraintendermi: uomini nella sua vita ce nerano, perché era graziosa, ma la cosa non arrivava allanagrafe. E il tempo stava per infilarsi: lanno prossimo avrebbe compiuto trentanni! E nelle chiacchiere di una certa generazione, dopo i trenta si rischiava di diventare mamma tardiva; oggi, per fortuna, le neo-mamme arrivano anche a sessantanni, ma Ginevra non voleva diventare madre da sola.

Ginevra credeva anche agli oroscopi o meglio, ai pronostici astrologici, senza ingenuità. Gli oroscopi sono uninvenzione per fare soldi facili: nei momenti difficili leggono tutti solo cose positive: nella prima mattina di martedì avrai lincontro fatale con un possibile magnate! E allora portati lo spazzolino, giusto per sicurezza, perché magari è serio Lei cercava il partner anche in base ai segni: era Sagittario, segno di fuoco; insieme a Ariete e Leone, il Sagittario era il più tranquillo del gruppo di fuoco.

Il suo primo grande amore era arrivato al primo anno di università; oggi quei diciottenni sembrano dei bimbi, ma qualcosa capivano eccome.Valerio, il primo amore, si rivelò presto tenero ma anche un po naïf: abitavano nella sua casa le aveva regalato la nonna per i sedici anni e quando venne il momento di fare la spesa lui, con una sincerità disarmante, chiese davvero se non fosse lei a doverla comprare. Lei rise, sorpresa, ma rispose con quella freddezza sorridente che usa chi ha studiato troppo per farsi imbrogliare. «Perché io?» disse, e lui, con la catena logica pronta come un ragionamento da liceale, replicò: «Ma il frigo è tuo, io non sono il padrone di casa». Ginevra, con la sua calma pratica, gli propose di prendere in mano la gestione domestica: «Ti do tutte le deleghe, fai tu la spesa, organizza, cucinalo questo regno». Non ci fu altro dialogo: la mattina dopo Valerio non si fece più vedere, evitò persino il saluto nei corridoi delluniversità, e la ragazza restò là, con il sapore amaro ma pulito della lezione imparata.

Vennero poi gli anni in cui bisognava pagare bollette, fare abbonamenti, pensare ai mezzi e al cibo senza aspettare che la mamma saldasse il tutto: fu un banco di prova per molti. E infatti il secondo compagno arrivò in un momento così, quando Ginevra era al terzo anno e aveva già capito che la vita adulta non è una vacanza prolungata. Lui si chiamava Sergio, era più grande di lei di una decina danni, divorziato e con quella parlantina che sembra promessa di stabilità. Allinizio fu dolce, romantico e sincero: «Ci sposeremo, tesoro», diceva con la voce bassa, e lui ci credeva davvero. Poi però emerse la realtà quotidiana: il lavoro non era fisso, le interviste si susseguivano, i contratti erano provvisori e peggio i suoi capi sembravano più improbabili di quanto una persona potesse tollerare. «Sono stato licenziato di nuovo», ripeteva con una mimica aggrottata, e intanto la cucina di casa loro si svuotava perché lui non contribuiva.

Ginevra, pratica, propose soluzioni concrete: «Se proprio non trovi unoccupazione stabile, fai il corriere, tanto per cominciare», suggerì con gentilezza. Sergio, con lorgoglio di chi si definisce analista, scosse la testa: «Io sono un analista», disse come fosse una reliquia incisa doro. Lei, senza perdere il sorriso, ribatté: «Un analista può fare anche il corriere, analizza i pacchi e il percorso» aveva comprato il pranzo con gli ultimi contanti e non intendeva lasciare che qualcuno mangiasse a discapito di entrambi. Lui le propose di chiedere aiuto alla madre; Ginevra confessò di averlo già fatto per mesi. Allora lui si consolò citando una frase a modo suo, come per coprirsi di cultura: «Il tempo è cosa lunga», disse con aria da esegeta, e lei capì che quella frase serviva più a giustificare linerzia che a risolvere i problemi. Quando lei gli disse di non farsi pregare per mangiare, la discussione degenerò in un battibecco di battute e arroganze, lui si sentì offeso nella sua mascolinità fragile, lei si stancò e lo invitò con amore finito e pragmatismo acuto ad andarsene insieme a quella citazione pedissequa. La reazione di Sergio fu scombussolante: offeso e colpito nellorgoglio, si ritirò come se fosse stato rifiutato da un tribunale.

Dopo lesperienza con Sergio ci fu Lorenzo, incontrato in un posto che a Ginevra sembrava una sorpresa romantica: un forum di appassionati doroscopi. Pure lui credeva ai segni e avevano subito una complicità fatta di battute sui pianeti e di messaggi notturni. Allinizio fu stimolante: condividevano previsioni, si mandavano meme astrologici e, piano piano, nacque qualcosa di autentico. Ma Lorenzo aveva un vizietto linguistico fastidioso: storpiava le parole, trasformava i nomi con suffissi buffi e, ai limiti del cognome, coniava soprannomi che a Ginevra suonavano più come coltellate mascherate da scherzi. «Tu sei la mia Sagittaria», diceva, e invece di suonare carino diventava triviale quando cominciò a chiamarla «Sagittarì». Lei sopportò per un po, pensando che fosse solo un modo bizzarro di far ridere.

Il fatto che fece saltare tutto avvenne durante una cena di famiglia, quando Lorenzo, in vena di battute geniali, storpiò il nome di un eroe nazionale in presenza del nonno di Ginevra, un uomo che aveva servito i Carabinieri e portava nel cuore lonore come una seconda pelle. Il nonno, dal carattere fiero e dalla parlata napoletana, si alzò in piedi e con unimprecazione che puzzava di vecchio sale e ferree regole familiari, fece capire che per lui non cerano mezze misure. Non fu un insulto soltanto: fu il segnale che due mondi non si sarebbero mai incastrati. Lorenzo, che pensava di essere simpatico, rise; il nonno sbiancò, la zia piagnucolò e la serata terminò con silenzi pesanti. La proposta di andare allanagrafe? Non se ne fece nulla.

Poi arrivò Pietro. Pietro era luomo che sembrava fatto apposta: tranquillo, ordinato, senza i difetti urlati dei predecessori; divorziato, senza figli, con una piccola casa e un lavoro stabile, un risparmio misurato e un carattere che pareva fatto per la vita di coppia. Era anche un po taccagno, ma intelligente e con quel senso pratico che a Ginevra mancava nei momenti giusti. Lei si illuse: forse stavolta il sì sarebbe stato definitivo. Si sposano? Non ancora, ma le cose si facevano concrete: Pietro propose di trasferirsi, di affittare il suo appartamento e vivere insieme. Tutto bene, finché non venne fuori la questione della residenza, e lì si scatenò la prova di fuoco.

«Ma perché dovrei cambiarti la residenza?» domandò Pietro, sinceramente perplesso. Ginevra, che non era stupida, replicò con una proposta di uguale misura: «Benissimo, allora ci iscriviamo a vicenda: io da te e tu da me». Lui, freddo come sempre, la mise alla prova con argomentazioni pratiche: «Ma tu non vivi lì», disse, convinto che fosse un ostacolo. Lei rispose con ironia intelligente: «Allora facciamo a turno: un mese da me, un mese da te». Lo fulminò con lingegno più che con la rabbia non mancava la delusione, ma anche la consapevolezza che probabilmente non voleva portare una presenza estranea nella propria casa a cuor leggero.

Pietro, messo alle corde, restò in silenzio. Per la prima volta non ebbe parole pronte, e il vuoto che lasciò sembrò dire tutto. Si sedettero entrambi a pensare a come fare, poi la serata proseguì come se il problema fosse solo una nuvola passeggera; Pietro provò a salvare la situazione proponendo un film insieme al cinema, e lei, con quel misto di stanchezza e humour che le era diventato uno scudo, accettò. «E la residenza?» chiese, prima di uscire. Lui abbassò lo sguardo e se ne andò. Non lo fermò: meglio così, pensò, almeno non si sprecavano i fiori.

Nel frattempo due delle sue amiche avevano sposato, in un certo senso: una per sei mesi, unaltra per un anno; una terza aveva preferito andare per gradi. Ginevra osservava queste storie come fossero divise in capitoli di un libro che nessuno poteva riscrivere: convivenze passeggere, matrimoni lampo, ritorni sui propri passi. Per lei lamore aveva sempre significato azioni, non solo parole. Gli uomini che aveva avuto lavevano amata a modo loro, ma mai abbastanza da mettere mano alle cose concrete, quelle che costruiscono una vita insieme.

Arrivò il giorno in cui, oltre i trentanni, Ginevra decise che non avrebbe più inseguito un matrimonio a qualsiasi costo. Salì di ruolo al lavoro, cambiò la vecchia monolocale della nonna con un bilocale tutto suo, comprò unauto straniera che la faceva sentire libera e si concesse un viaggio che le aprì la testa come aprire una finestra su un mare nuovo. Capì che la vita era riuscita comunque: il suo conto in banca era in euro, non dipendeva da nessuno e, soprattutto, aveva imparato a essere felice senza dover chiedere ad altri la benedizione.

E poi cera la verità più dolce: i tempi sono cambiati, le età fertili si sono allungate, le donne diventano mamme a quaranta, cinquantanni e oltre; e se davvero avrebbe voluto un figlio «per sé», avrebbe ancora tempo. Intorno a lei le salsicce non mancavano uomini di ogni foggia e misura ma Ginevra, con il suo sorriso di chi ha imparato sul campo, preferì tenersi il valore della sua indipendenza: una casa più grande, una guida nuova, un calendario di viaggi e un cuore aperto ma non bisognoso. E nel raccontartelo così, amica mia, capisci che alla fine non era una resa: era la scelta di una donna che ha scoperto come amare prima di tutto se stessa.

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Caterina era una ragazza poco moderna e desiderava ardentemente sposarsi: del resto le ragazze d’oggi non sembrano più volere il matrimonio — perché portarsi in casa un intero maiale quando basta una salsiccia? — e di «salsicce» in giro ce n’erano a bizzeffe, di tutte le qualità e dimensioni; la convivenza era diventata di moda, l’unione di fatto non era più considerata una vergogna, l’idea di andare subito all’anagrafe o al municipio per sposarsi pareva superata e anzi si preferivano incontri in alberghi a ore o affitti temporanei, mentre valori come morale, pudore, orgoglio e decenza sembravano antiquati, l’ozioso di turno non veniva più stigmatizzato perché intanto gli arrivavano soldi dall’eredità e con uno smartphone sarebbe diventato un influencer di successo, e attorno alla vita di coppia si aggiravano nuovi mostri: infantile attaccamento alla madre, mammonismo, cronica nullafacenza nei fidanzati e frivole pretese da entrambe le parti, tra shopping e aspettative sbilanciate; lei, però, era l’eccezione: carina, senza ritocchi moderni, istruita con una laurea prestigiosa e un buon lavoro, credente negli oroscopi (lei era Sagittario, con Arieti e Leoni nella sua categoria) ma ancora convinta che il matrimonio fosse possibile. Le sue storie d’amore furono un mosaico di solo apparente sentimento: il primo amore al primo anno d’università, poi Valerio che sparì quando scoppiò la querelle del frigorifero — quel frigorifero che le aveva regalato la nonna per i sedici anni e nel quale
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