«Figlio mio, ti prego, prenditi cura di tua sorella malata. Non abbandonarla!» – sussurrò la mamma, le parole straziandole il petto.

«Figlio mio, ti prego, prenditi cura di tua sorella malata. Non puoi abbandonarla!» sussurrò mamma.
«Figlio mio, avrai una casa tutta tua. Ma ti supplico, non lasciare sola tua sorella malata. Non abbandonarla!» mormorò mamma, con la voce spezzata dal dolore.
«Ascoltami» sospirò, quasi senza fiato.
Ogni parola era una faticaccia. La malattia la stava consumando senza pietà. Stava distesa nel letto, smagrita, trasparente. Non la riconoscevo più. Era stata forte, sempre sorridente, piena di vita. Ora
«Giorgio, ti scongiuro, non abbandonare Lucia È fragile. È diversa, ma è nostra. Promettimelo» La mamma mi strinse la mano con una forza inattesa. Da dove le venisse, ancora me lo chiedo.
Feci una smorfia. Lo sguardo mi scivolò verso mia sorella maggiore, Lucia, che giocava in un angolo del piccolo appartamento a Napoli. Aveva passato i quarantanni, ma ancora si intratteneva con le bambole, canticchiando senza senso. Sorridendo, come se davanti alla morte della mamma non ci fosse tristezza, ma una festa.
Io avevo la vita sistemata: unimpresa edile, un SUV costoso, una casa grande a Posillipo. Ma lì non cera spazio per Lucia. I miei figli ne avevano paura, e mia moglie, Caterina, la chiamava «matta». Anche se Lucia era tranquilla, giocosa, innocua.
«Ma sai ho famiglia, e Lucia è» balbettai, tentando di sfilare la mano da quella stretta.
«Figlio mio, la casa di tuo padre sarà tua Per Lucia ho lasciato un appartamento con tre camere. È tutto a posto, legalmente.»
«E con quali soldi?!» Io e Caterina ci scambiammo uno sguardo stupito, gli occhi accesi da unavidità improvvisa.
«Ho accudito la vecchia maestra Le portavo da mangiare, le medicine Era una brava donna. Non avrei mai creduto che mi lasciasse lappartamento. Lho intestato a Lucia, così ha un tetto sicuro. Ma tu tu veglia su di lei, ti prego Più avanti sarà dei tuoi figli. Chi può sapere quanto vivrà»
Quella notte, la mamma morì.
Lucia sembrava non capire dessere rimasta orfana. La portai subito a casa mia e cominciai a ristrutturare lappartamento.
«Perché a Lucia serve tanto spazio? Che venga a stare da noi. Lo affittiamo, quellappartamento.»
Allinizio Caterina non disse nulla. Lucia non dava fastidio: passava le giornate giocando, rideva spesso. Ma le sue stranezze spaventavano Caterina. «Oggi è calma, ma domani?»
«Porta pazienza ancora un po» la pregai. Ma dopo sei mesi, con laiuto di un notaio amico, intestai sia la casa paterna che lappartamento di Lucia a mio nome. Ingannai Lucia con dei moduli da firmare, senza spiegare nulla.
Linferno iniziò così.
Quando io ero in cantiere, Caterina maltrattava Lucia: la insultava, la chiudeva a chiave in camera, alle volte le dava da mangiare cibo per cani. La trovavo spesso che piangeva, spaventata. Un giorno Caterina le diede uno schiaffo. Lucia, terrorizzata, si fece la pipì addosso.
«Non solo sei stupida, ma ti fai anche addosso?! Fuori di casa mia!»
Prese le sue cose in un sacco e la buttò fuori dal portone.
«Dovè Lucia?» domandai quella sera, buttandomi sul letto.
«Se nè andata!» urlò Caterina. «Si è bagnata, poi si è chiusa in camera. Quando ho aperto, era già scappata con la borsa. Non sto a correre dietro a una matta!»
Rimasi in silenzio. Poi dissi: «Se nè andata» e accesi la televisione. «A proposito, ho già trovato degli inquilini.»
Quella notte fu lunga. Pensai a Lucia. Dovera finita? Era come una bambina, indifesa. Solo allalba mi addormentai, sognando la mamma:
«Te lavevo chiesto, figlio» mi diceva dal feretro, minacciandomi col dito.
Il sogno mi tormentò per settimane. Non ce la facevo più. Dopo due mesi, chiamai la mia madrina, Anna:
«Che cosè, Giorgio, ti rode la coscienza?» rispose fredda. «Per fortuna sono andata a trovare tua madre. Ho trovato Lucia spaventata, lho portata a casa mia. La tengo io. Dellappartamento non mi interessa. Tu vivi pure con la vergogna!»
«Madonna, madrina» borbottai, chiudendo la telefonata. Mi sentii sollevato: Lucia era al sicuro.
Ma morì due mesi dopo, della stessa malattia della mamma. Io al funerale non andai dovevo «lavorare».
Son passati dieci anni. Ora sto male a letto, straziato dal dolore e dai rimorsi. Caterina vive con un altro uomo. I figli vengono raramente, con disgusto: «Puzzi di malattia»
Un giorno Caterina entrò con dei documenti:
«Firma qui, così sistemiamo la ditta.»
Io firmai. Solo dopo capii: avevo firmato la donazione della casa. Poi della ditta. Troppo tardi. Pensai a mamma e a Lucia. Le lacrime mi scorrevano sulle guance.
«Perdonatemi» sussurrai, nel vuoto che mi ingoiava.

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«Figlio mio, ti prego, prenditi cura di tua sorella malata. Non abbandonarla!» – sussurrò la mamma, le parole straziandole il petto.
Quando la pazienza si trasforma in forza