Tornai a casa per cena, preparata quella sera dalla mia amata moglie. Volevo parlarle, il nostro dialogo sarebbe stato difficile, e iniziai con la frase: “Ho bisogno di dirti una cosa…

Tornai a casa per la cena, quella che la mia moglie, Eleonora, stava preparando nella piccola cucina di via dei Mille. Volevo dirle qualcosa di importante, così aprii con Devo raccontarti una cosa. Lei non rispose, si concentrò sul bollitore e nei suoi occhi vidi ancora quella strana luce di dolore, come se il cielo di una notte senza luna si fosse riflesso in loro.

Dovevo continuare, così, senza esitazione, le dissi che dovevamo separarci. Lei mi chiese: Perché? e io, incapace di trovare una risposta, mi sfuggii dal dubbio.

Allimprovviso il suo volto si trasformò in una tempesta: lanciò verso di me tutto ciò che le capitava sotto mano, urlando Non sei un vero uomo!. Il silenzio riprese a calare, e mi avviai verso la camera, incapace di dormire, mentre il suo pianto riecheggiava come una pioggia sottile su un tetto di tegole.

Il pensiero di spiegare il vuoto del mio cuore mi assalì: non lamavo più, rimaneva solo una pietà, e il mio animo era già stato donato a Ginevra, la collega che avevo conosciuto al caffè di Piazza Navona.

Il giorno seguente preparai tutti i documenti per il divorzio e la divisione dei beni. Le lasciai la casa di Trastevere, la Fiat 500 rossa e il trenta per cento delle azioni della mia società di design. Lei, con un sorriso amaro, stracciò i fogli e dichiarò di non volere nulla, per poi piangere di nuovo. Il ricordo dei dieci anni trascorsi insieme mi colpì, ma il suo gesto accresciuto la mia determinazione di andare avanti.

Quella sera rientrai tardi, non toccai la cena e mi sdraiai sul letto. Eleonora era seduta al tavolo, a scrivere su un quaderno. Nel cuore della notte mi svegliai e la vidi ancora lì, la penna che scivolava sul foglio, e mi sentii estraneo a qualsiasi intimità.

Al mattino mi spiegò le sue condizioni per il divorzio: voleva mantenere un buon rapporto finché avremmo potuto, perché il nostro figlio Luca doveva affrontare gli esami di fine anno. Era ragionevole, temeva che una notizia brusca potesse turbare il suo nervoso. Laltro punto mi sembrò assurdo: dovevo portarla a braccio fuori dalla camera ogni mattina per un mese, come promemoria del giorno del matrimonio, quando la avevo portata per la prima volta nella nostra casa.

Non discussee, accettai. Raccontai a Ginevra di quella richiesta e lei rise, definendola una patetica mossa di manipolazione. Il primo giorno, mentre sollevavo Eleonora, mi sentii goffo. Divenimmo estranei luno per laltro. Luca ci vide e saltò gioioso: Papà porta mamma sulle spalle!. Eleonora sussurrò: Non dirgli nulla. La posai sul pavimento dellingresso, dove lei si incamminò verso la fermata dellautobus.

Il secondo giorno tutto sembrò più naturale. Notai, per la prima volta, le piccole rughe ai lati degli occhi e qualche capello dargento. Quanta carezza aveva messo nel nostro matrimonio e quanto poco avevo ricambiato? Una piccola scintilla cominciò a crescere tra noi, e ogni giorno il suo peso sembrava alleggerirsi. Non dissi nulla a Ginevra.

Lultimo giorno, trovai Eleonora accanto allarmadio, lamentandosi di quanto fosse dimagggiata. Era davvero molto più snella. Luca entrò e chiese: Papà quando porterà di nuovo mamma sulle spalle?. Per me era una tradizione. La sollevai, sentendomi come il giorno del nostro sì sotto il cielo di Firenze, e lei mi avvolse delicatamente la mano al collo. Lunica cosa che mi turbava era il suo peso.

Posai Eleonora sul pavimento, afferrai le chiavi della Fiat e corsi al lavoro. Incontrai Ginevra e le dissi che non volevo più il divorzio, che i nostri sentimenti si erano raffreddati solo perché avevamo smesso di curarci a vicenda. Lei mi diede una sberla e scappò in lacrime.

Mentre cercavo di capire, desiderai vedere Eleonora. Saltai fuori dallufficio, entrai in un fioraio di via del Corso e comprai il bouquet più bello. Il fiorista mi chiese cosa scrivere sul biglietto; risposi: Sarò felice di portarti in braccio fino alla fine dei miei giorni.

Ritornai a casa, il cuore leggero, e salii le scale correndo verso la camera da letto. Lì Eleonora giaceva immobile. Era morta.

Più tardi scoprii che aveva combattuto coraggiosamente un cancro negli ultimi mesi, ma non mi aveva mai detto nulla, perché ero assorto nella mia storia con Ginevra. Eleonora era stata una donna saggia: aveva inventato quei condizionamenti per proteggere Luca dal vedere suo padre trasformarsi in un mostro del divorzio.

Spero che questo sognoincubo possa insegnare a qualcuno a lottare per la famiglia. Molti si arrendono senza sapere che la vittoria è sempre a un passo dal crollo.

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